Good Bye Lenin!
Goodbye Lenin!
Germania 2003
col. 121'
Germania dell'Est, 1989. Una donna, apparentemente fervente
socialista, con due figli e un marito apparentemente scappato da anni
all'Ovest, va in coma e si risveglia a muro caduto. Però un
forte shock potrebbe esserle fatale, quindi il figlio Alex decide
di farle credere di essere ancora nella Repubblica Democratica.
Ma il ragazzo costruisce un castello di carte più per compiacere
un desiderio personale che per salvare la madre (come si sente nei
di lui monologhi interiori: "Avevo costruito una nazione
che non era mai esistita [...] la Repubblica Democratica come io sognavo
che fosse") e pur di non accettare il suo egoismo pseudo-intellettuale
e parecchio infantile (scaturito dal fatto che i suoi sogni di diventare
cosmonauta sono stati spazzati via) cova dentro di sé la convinzione
che siano gli altri a non interessarsi della madre (sentimento che
esplicita nella frase "Tu la mamma la vuoi morta"
detta alla sorella).
La trama continua a svilupparsi essenzialmente su questa linea, fino
ad un colpo di scena in cui la madre confessa ai figli una parte del
suo passato sempre tenuta nascosta.
L'appunto principale sul protagonista
Alex è che per fortuna ci sono una serie di figure, una su
tutte la sua stessa ragazza Lara, ad equilibrarne le follie, perché
altrimenti il personaggio sarebbe facilmente irritante.
La sensazione finale del film è invece soprattutto quella di
un omaggio alla cosiddetta "Ostalgie", la nostalgia per
la Germania dell'Est (elemento che nel cinema tedesco è stato
introdotto esplicitamente per la prima volta nel 1999 con Sonnenallee
di Leander Haußmann e nel 2000 con Die Stille nach dem Schuss
di Volker Schlöndorff), e in tutto ciò la figura di Alex
pare essere uno specchio della gioventù del regista stesso.
In questo senso, tutta la riflessione del film può essere tranquillamente
riassunta nella frase che Sigmund Jähn (ex cosmonauta ed eroe
di Alex ormai ridotto a fare il tassista) o chi per lui (forse è
semplicemente un tassista che gli assomiglia molto, la verità
non si viene a sapere per accrescere così il senso idealista
e personale delle finzioni di Alex) dice al ragazzo: "Quando
sei lassù tutto è splendido, ma dopo un po' ti assale
la nostalgia di casa"; la metafora è facilissima
e la serie di eventi e personaggi stanno là a sottolinearla
per tutta la durata del lungometraggio (c'è perfino l'immancabile
anziano che borbotta in continuazione "Guarda come ci siamo
ridotti").
Sostanzialmente è una conclusione di pensiero decisamente troppo
"facile", che meritava approfondimenti maggiori, e il preludio
con la carica della polizia ed altri elementi poco simpatici del regime
sembrano solo pretesti per una par condicio appena superficiale (la
protesta è scontatamente pacifica e Alex si trova nel corteo
con fare quasi svogliato, come se il problema fosse la successiva
carica della polizia e non la radice, ovvero l'assenza della libertà
di stampa). Ciò che "impepa" la pietanza delle riflessioni
è piuttosto la figura del marito, che si apprenderà
non scappato, ma abbandonato egli stesso dalla donna
(che non se l'è sentita di raggiungerlo): la madre ha fatto
vivere quindi una bugia lunga anni ai propri figli e anche a se stessa
(re-inventandosi "socialista di ferro"), al cui confronto
le costruzioni di Alex paiono sciocchezze da ragazzino idealista;
ecco l'elemento, l'unico, che mette davvero il dito nella piaga della
questione realistico-storica.
Interessante poi la riflessione sulla finzione come rappresentazione
personale della realtà: il già citato episodio del tassista-cosmonauta
di cui non si viene a sapere la reale identità, ma anche la
sequenza di Alex che fa osservare compiaciuto il suo capolavoro filmico
su di una fantapolitica "apertura delle frontiere" ad una
madre che in realtà sa già tutto (come si evince dal
discorso che le fa Lara, poche sequenze in precedenza), e che commenta
con un "Non ho parole" riferito non al film ma
allo spiazzante lavoro fatto da Alex per ricostruirsi con qualsiasi
scusa i suoi ideali andati perduti.
Necessario invece chiudere un occhio sulle inevitabili facilonerie
(la madre non si accorge della data sul cibo, della data delle riviste,
delle date nei TG, e quando si alza per camminare non si accorge delle
casacche del Burger King, della montagna di VHS, dei cartelloni pubblicitari
stradali, etc).
Per il resto sono molto apprezzabili alcune inquadrature della sempre
stupenda Berlino (di cui però avrebbero forse dovuto venire
mostrati con più evidenza i "cambiamenti", in ogni
senso), lo stile (un po' scontato ma comunque contagioso, con il suo
mix di tragedia e commedia e alcune gag brillanti), l'assenza di stupidaggini
(che sarebbe stato comodo inserire ma avrebbero snaturato il lato
tragico della storia), e le musiche del sempre ottimo Yann Tiersen
(ma il tema principale Comptine D'un Autre Été,
che è lo stesso tema reso celebre dal film Le Fabuleux
Destin d'Amélie Poulain, è già sentito e
utilizzato eccessivamente, con una certa ruffianeria).
Voto: 7/10