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Wolfgang Becker

Schmetterlinge (1988)
6.5/10
Kinderspiele (1992)
6.5/10
Das Leben ist eine Baustelle (1997)
6.5/10
Good Bye Lenin! (2003)
7/10




Wolfgang Becker
, tedesco classe 1954, si laurea nel 1986 alla Deutschen Film- und Fernsehakademie con la pellicola di circa 50 minuti Schmetterlinge, che nel 1988 vince lo Student Film Award, il Pardo d'Oro al festival di Locarno e il premio del Max-Ophüls-Festival di Saarbrücken.
Nel 1991 dirige l'episodio Blutwurstwalzer della serie TV Tatort.
Nel 1992 dirige il suo secondo lungometraggio Kinderspiele (titolo internazionale Child's Play o Children's Games).
Nel 1994 entra a far parte della compagnia di produzione X Filme Creative Pool, con la quale nel 1997 dirige e fa uscire il suo terzo lungometraggio Das Leben ist eine Baustelle (titolo internazionale: Life Is All You Get).
Con il suo lungometraggio del 2003 Good Bye Lenin! (titolo internazionale: Goodbye Lenin!) si fa conoscere in tutto il mondo.



Good Bye Lenin!
Goodbye Lenin!
Germania 2003
col. 121'


Germania dell'Est, 1989. Una donna, apparentemente fervente socialista, con due figli e un marito apparentemente scappato da anni all'Ovest, va in coma e si risveglia a muro caduto. Però un forte shock potrebbe esserle fatale, quindi il figlio Alex decide di farle credere di essere ancora nella Repubblica Democratica.
Ma il ragazzo costruisce un castello di carte più per compiacere un desiderio personale che per salvare la madre (come si sente nei di lui monologhi interiori: "Avevo costruito una nazione che non era mai esistita [...] la Repubblica Democratica come io sognavo che fosse") e pur di non accettare il suo egoismo pseudo-intellettuale e parecchio infantile (scaturito dal fatto che i suoi sogni di diventare cosmonauta sono stati spazzati via) cova dentro di sé la convinzione che siano gli altri a non interessarsi della madre (sentimento che esplicita nella frase "Tu la mamma la vuoi morta" detta alla sorella).
La trama continua a svilupparsi essenzialmente su questa linea, fino ad un colpo di scena in cui la madre confessa ai figli una parte del suo passato sempre tenuta nascosta.

L'appunto principale sul protagonista Alex è che per fortuna ci sono una serie di figure, una su tutte la sua stessa ragazza Lara, ad equilibrarne le follie, perché altrimenti il personaggio sarebbe facilmente irritante.
La sensazione finale del film è invece soprattutto quella di un omaggio alla cosiddetta "Ostalgie", la nostalgia per la Germania dell'Est (elemento che nel cinema tedesco è stato introdotto esplicitamente per la prima volta nel 1999 con Sonnenallee di Leander Haußmann e nel 2000 con Die Stille nach dem Schuss di Volker Schlöndorff), e in tutto ciò la figura di Alex pare essere uno specchio della gioventù del regista stesso. In questo senso, tutta la riflessione del film può essere tranquillamente riassunta nella frase che Sigmund Jähn (ex cosmonauta ed eroe di Alex ormai ridotto a fare il tassista) o chi per lui (forse è semplicemente un tassista che gli assomiglia molto, la verità non si viene a sapere per accrescere così il senso idealista e personale delle finzioni di Alex) dice al ragazzo: "Quando sei lassù tutto è splendido, ma dopo un po' ti assale la nostalgia di casa"; la metafora è facilissima e la serie di eventi e personaggi stanno là a sottolinearla per tutta la durata del lungometraggio (c'è perfino l'immancabile anziano che borbotta in continuazione "Guarda come ci siamo ridotti").
Sostanzialmente è una conclusione di pensiero decisamente troppo "facile", che meritava approfondimenti maggiori, e il preludio con la carica della polizia ed altri elementi poco simpatici del regime sembrano solo pretesti per una par condicio appena superficiale (la protesta è scontatamente pacifica e Alex si trova nel corteo con fare quasi svogliato, come se il problema fosse la successiva carica della polizia e non la radice, ovvero l'assenza della libertà di stampa). Ciò che "impepa" la pietanza delle riflessioni è piuttosto la figura del marito, che si apprenderà non scappato, ma abbandonato egli stesso dalla donna (che non se l'è sentita di raggiungerlo): la madre ha fatto vivere quindi una bugia lunga anni ai propri figli e anche a se stessa (re-inventandosi "socialista di ferro"), al cui confronto le costruzioni di Alex paiono sciocchezze da ragazzino idealista; ecco l'elemento, l'unico, che mette davvero il dito nella piaga della questione realistico-storica.
Interessante poi la riflessione sulla finzione come rappresentazione personale della realtà: il già citato episodio del tassista-cosmonauta di cui non si viene a sapere la reale identità, ma anche la sequenza di Alex che fa osservare compiaciuto il suo capolavoro filmico su di una fantapolitica "apertura delle frontiere" ad una madre che in realtà sa già tutto (come si evince dal discorso che le fa Lara, poche sequenze in precedenza), e che commenta con un "Non ho parole" riferito non al film ma allo spiazzante lavoro fatto da Alex per ricostruirsi con qualsiasi scusa i suoi ideali andati perduti.
Necessario invece chiudere un occhio sulle inevitabili facilonerie (la madre non si accorge della data sul cibo, della data delle riviste, delle date nei TG, e quando si alza per camminare non si accorge delle casacche del Burger King, della montagna di VHS, dei cartelloni pubblicitari stradali, etc).
Per il resto sono molto apprezzabili alcune inquadrature della sempre stupenda Berlino (di cui però avrebbero forse dovuto venire mostrati con più evidenza i "cambiamenti", in ogni senso), lo stile (un po' scontato ma comunque contagioso, con il suo mix di tragedia e commedia e alcune gag brillanti), l'assenza di stupidaggini (che sarebbe stato comodo inserire ma avrebbero snaturato il lato tragico della storia), e le musiche del sempre ottimo Yann Tiersen (ma il tema principale Comptine D'un Autre Été, che è lo stesso tema reso celebre dal film Le Fabuleux Destin d'Amélie Poulain, è già sentito e utilizzato eccessivamente, con una certa ruffianeria).



Voto: 7/10








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