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Alfred Hitchcock

 

Film muti:

No. 13 (1922)
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Always Tell Your Wife (1923)
-
The Pleasure Garden (1925)
5/10
The Mountain Eagle (1926)
-
The Lodger: A Story of the London Fog (1927)
7.5/10
Downhill (1927)
5/10
The Ring (1927)
6/10
Easy Virtue (1927)
5/10
The Farmer's Wife (1928)
5.5/10
Champagne (1928)
5/10
The Manxman (1929)
5.5/10

Film sonori - fase hollywoodiana:





Alfred Hitchcock
nasce nel 1899 a Londra in una famiglia cattolica; durante la solitaria infanzia subisce un'educazione severa sia da parte della madre sia da parte del padre, che un giorno arriva a farlo chiudere in cella da un poliziotto come punizione. Questi episodi torneranno spesso nei suoi film sotto forma di tematiche (madri autoritarie, tutori della legge inaffidabili).
Perde il padre a 14 anni; pochi anni più tardi si diploma in ingegneria navale e diventa un disegnatore tecnico e pubblicitario.
Dopo aver scoperto il proprio interesse per la fotografia, nel 1920 trova lavoro come titolista di film muti agli Islington Studios.
A 23 anni comincia a lavorare al suo primo film, No. 13, che non viene terminato, mentre il suo secondo lavoro Always Tell Your Wife (1923) non gli viene accreditato.
Ottiene di dirigere il suo primo vero film da regista The Pleasure Garden nel 1925, ma esso (complice stile grezzo e storia banale) si rivela un fallimento di pubblico.
Il suo secondo vero film muto da regista è The Mountain Eagle, un melodramma terminato nel 1926, ma il lavoro non lo convince affatto. Il film verrà poi perso.

Nel 1927 decide di tentare un'escursione nel thriller. Esce così The Lodger: A Story of the London Fog (in italiano Il pensionante - Una storia della nebbia di Londra), che inaspettatamente diventa un successo di pubblico. Il film introduce una serie di elementi che ricorreranno poi nella quasi totalità delle sue opere future: la propria comparsa nel film (concentrata in un cameo di pochi secondi), l'innocente perseguitato in maniera kafkiana, l'utilizzo di alcuni topoi (il bagno, gli zoom, le inquadrature dal basso), la sottile linea tra bene e male, e la crudeltà del popolo (le persone sono vittime del killer, ma il killer è vittima della società). Lo stile è ispirato all'espressionismo tedesco, e le influenze maggiori sono chiaramente Murnau e Lang.

Downhill (1927) è una palestra per studiare nuovi movimenti di macchina, mentre The Ring (1927, in italiano Vinci per me!) sperimenta nuove soluzioni fotografiche. Ma sono entrambi lavori minori ed evitabili.
Easy Virtue (1927, in italiano Fragile virtù) è una commedia che serve come pretesto a Hitchcock per lavorare sul montaggio.
The Farmer's Wife (1928, in italiano La moglie del fattore), dalla pièce teatrale di Eden Philpott, vede nuovamente uno studio fotografico di tipo espressionista, ma la storia (d'amore) convince solamente nel concedersi una certa dose di cinismo.
Champagne (1928) soddisfa dal punto di vista tecnico, ma è un fallimento dal punto di vista del coinvolgimento spettatoriale.
The Manxman (1929, in italiano L'isola del peccato) è un banale melodramma, che però introduce l'analisi del voyeurismo tra le tematiche principali del regista.




Dopo una decina di film muti, Hitchcock viene magneticamente attratto dall'avvento del sonoro, e convince i suoi produttori a dirigere il primo film interamente sonoro della storia del cinema inglese.
Trattasi di Blackmail (1929), un nuovo thriller, che sviluppa una serie di elementi dell'universo filmico del regista: la protagonista bionda, la tensione a livello morale (il bene trionfa per modo di dire, il senso di colpa perseguita i protagonisti), le scene d'azione in luoghi particolari (con un inseguimento al British Museum) e l'avanguardia tecnica (il sonoro, gli stratagemmi di doppiaggio, il metodo Schufftan).
Una delle firme alla sceneggiatura è Michael Powell (non accreditato).

Juno and the Paycock (1930, in italiano Giunone e il pavone) è una evitabile commedia sentimentale realizzata più che altro per poter lavorare con gli attori dell'Abbey Theatre di Dublino, mentre Murder! (1930, in italiano Omicidio) un nuovo thriller, stavolta il primo film ad utilizzare l'espediente della voce off per i monologhi mentali dei personaggi, nonché il primo avente il colpo di scena di un killer che si traveste da donna. Hitchcock ne gira anche una (inferiore) versione tedesca dal titolo Mary (1931).

Elstree Calling (1931) è una volontà della produzione, e viene diretto da Hitchcock assieme ai registi Andre Charlot, Jack Hulbert e Paul Murray; consiste in 19 vignette comico-musicali.

The Skin Game (1931, in italiano Fiamma d'amore) è un melodramma noioso e moralista.

Number Seventeen (1932, in italiano Numero diciassette) è uno scontato film d'azione che risente molto dei limiti tecnici e di budget.

Rich and Strange (1932, in italiano Ricco e strano) vede Hitchcock azzardare e tornare a soluzioni tipiche del muto: pochissimi dialoghi, trucco esagerato, movimenti teatrali degli attori.
Nella trama i due protagonisti, marito e moglie, da modesti si ritrovano ricchi, e partono per una crociera esotica; qui si separano, si "tradiscono", e si riuniscono dopo un naufragio (salvati da alcuni pirati).
Dopo un racconto caustico e cinico di come il denaro e i desideri facciano uscire la parte peggiore di sé stessi, la conclusione mostra invece un riavvicinamento: spingersi oltre i limiti è un peccato che ci fa conoscere meglio noi stessi e la vita.
Forse troppo azzardato per l'epoca, si rivela un fallimento di critica e di pubblico.

Waltzes from Vienna (1933, in italiano Vienna di Strauss) è un banale ed evitabile film sulla gioventù di Johann Strauss.

The Man Who Knew Too Much (1934, in italiano L'uomo che sapeva troppo) segue la struttura dei passati thriller: eroina coinvolta in giochi di spionaggio, resa dei conti in un luogo particolare (stavolta un concerto all'Albert Hall); ma Hitchcock deve fronteggiare troppe limitazioni tecniche e di produzione per poter raggiungere le sue ambizioni. Come risultato le sequenze d'azione sono stiracchiate e l'amoralità (che avrebbe voluto) praticamente assente.
Nel 1956 il regista ne girerà una versione nettamente superiore.

The 39 Steps (1935, in italiano Il club dei 39) narra di un uomo che si trova suo malgrado coinvolto in un affare di spionaggio, e deve affrontare la polizia oltre che i membri di una società segreta.
Il lavoro nasce piuttosto conforme alle esigenze produttive (e diventa anche un successo commerciale), tuttavia Hitchcock riesce a vitalizzare l'intero progetto cercando un creativo mix di spy-story, commedia e giallo, e ricorrendo a brillanti trovate registiche (ad esempio, l'urlo alla scoperta del cadavere che combacia con il fischio del treno in cambio sequenza). La trama spiazza continuamente lo spettatore con una serie di colpi di scena, pur non trascurando di curare i profili dei personaggi, che si muovono ingannandosi continuamente l'uno con l'altro.
La riflessione è nuovamente incentrata sul relativismo di verità e giustizia (e conseguente sfiducia nelle forze dell'ordine), mentre il ritmo è incredibilmente effervescente, rapido, moderno e venato di tagliente sarcasmo rispetto agli standard dell'epoca (memore forse dello Scarface hawksiano), fatto che riesce anche a trascinare lo spettatore tanto da distrarlo del tutto dalle leggere imperfezioni logiche del racconto.
Supera in qualità, innovazione e riuscita molta letteratura gialla contemporanea (tanto che non a caso rimodella vistosamente il romanzo di John Buchan su cui è basato), e perfeziona la formula del finale risolutore concentrato negli ultimissimi pochi minuti, che Hitchcock farà suo marchio di fabbrica in molti successivi film.
Il tema dell'innocente trascinato in una cospirazione spionistica trova qui finalmente, nonostante il low budget, una realizzazione degna dell'originale idea registica, e lo rende dunque il suo primo capolavoro, nonché il vero prototipo e modello su cui verranno costruiti i suoi successivi spy-movies, fino all'apice autoriale definitivo che sarà North by Northwest.
Lo stesso Hitchcock ricorderà sempre questo come uno dei suoi risultati migliori, grazie al suo delicato equilibrio tra leggerezza e semplicità da una parte, e profondo coinvolgimento narrativo dall'altra.

Secret Agent (1936, in italiano L'agente segreto) è nuovamente giocato attorno alle tematiche predilette di Hitchcock: protagonista uno scrittore assoldato da un'Intelligence come killer di una spia che non conosce, affiancato nella missione da un doppiogiochista.
Ricchi gli equivoci e ancora relative verità e giustizia; lo spettatore si identifica nel protagonista vittima degli eventi, ma non può fare a meno di simpatizzare per il proprio carnefice.

Sabotage (1936, in italiano Sabotaggio), distribuito anche con il titolo A Woman Alone, narra nuovamente di un'eroina vittima degli eventi, nello specifico di un marito dalla doppia identità. Hitchcock adatta con notevoli cambiamenti il racconto The Secret Agent di Conrad (cambiandone il titolo perché aveva appena diretto un film omonimo), ma mantenendo identica la sorte di Stevie (successivamente però pentendosi della scelta). Il risultato complessivo è forse troppo diluito e troppo poco visionario, tuttavia è eccellente la tensione costruita sul rapporto tra Sylvia e il marito, diventati improvvisamente da sposi a nemici.

Young and Innocent (1937, in italiano Giovane e innocente) ritorna sul tema della vittima ingiustamente accusata di assassinio. La trama è semplice, ma Hitchcock riesce a disorientare e stupire lo spettatore con un magistrale lavoro di macchina da presa e di mix tra thriller e humor.

The Lady Vanishes (1938, in italiano La signora scompare) è ambientato all'interno di un treno che viaggia attraverso i Balcani; la spy-story (focalizzata su di una giovane eroina sospettosa trovatasi suo malgrado testimone di un complotto) è trattata con forti accenti umoristici (iniziando con una prima mezz'ora da micidiale commedia britannica, a cui poi fa da contrappunto l'inquietante storia giallistica e la sfumatura avventuroso-romantica tra i due protagonisti), e Hitchcock scherza con alcuni dei suoi marchi di fabbrica (l'identità, lo spionaggio, gli spazi chiusi). Particolarmente intrigante e intelligente il legame tra il senso di minaccia e oscurità derivato dell'altrui crudele indifferenza, e la collocazione temporale nell'anteguerra, che si traduce in sottile metafora storico-politica. Qualche ingenuità di troppo (le persone sostituite che svengono e rinvengono come orologi svizzeri), controbilanciate da lampi umoristici brillanti, ottimamente resa finzione scenica, e ghignante satira della psicanalisi (la figura del medico che, inventandosi apparentemente logiche teorie sul subconscio, quasi convince del falso la protagonista).

Jamaica Inn (1939, in italiano La taverna della Giamaica) è un esotico thriller sui pirati. Hitchcock segue una linea standard per una storia scontata; buona prova attoriale, ma nel complesso il film è evitabile.

Con i 1940s Hitchcock volerà a Hollywood, per lavorare sotto la produzione di David O. Selznick, che però (causa problemi finanziari) spesso non farà altro che "prestarlo" a grossi studios. Questo permetterà a Hitchcock di avere i budget necessari per i suoi progetti più ambiziosi, ma lo farà anche combattere per mantenere la libertà delle scelte registiche.




Rebecca
Rebecca, la prima moglie
Usa 1940

b/n 130'


Un ricco aristocratico (Laurence Olivier) sposa un'umile e semplice ragazza senza più una famiglia (Joan Fontaine). Sulla storia dei due comincia però a pesare sempre più il fantasma della defunta moglie di lui, mandando in crisi la nuova sposa, e rapidamente gli eventi diventano sempre più tragici.

Per il suo esordio hollywoodiano Hitchcock va incontro al pubblico ed adatta un romanzo di Du Maurier, cercando di porre l'accento sui temi che gli sono più cari (l'identità, l'ossessione del passato, il confronto, il pressapochismo della legge); il prodotto finale viene pesantemente influenzato da alcune scelte del produttore David O. Selznick, ma su molte sequenze è Hitchcock ad avere il pieno controllo. La struttura spezzata in tre parti tiene alto il tono e non fa calare mai l'attenzione, riuscendo a stupire sia lungo l'inizio (commedia rosa) sia verso la fine (dramma giudiziario), ma soprattutto nella parte centrale (la discesa nella crisi personale, d'identità e d'inferiorità della bionda protagonista, in un ambiente ipocrita e ostile, costruita su un castello di finte convinzioni e avvenimenti taciuti, e spinta all'estremo dai deliri di una governante folle). L'happy-ending può esser definito tale, anche se in realtà la giustizia non trionfa affatto (per il "buono" si risolve tutto, ma la verità resta nascosta) e la sopravvivenza della sposa costa un grosso prezzo (la perdita tra le fiamme dell'immenso podere).
Joan Fontaine semplicemente perfetta nel ruolo, lavoro nel suo complesso assolutamente innovatore e in anticipo sui tempi per tematiche, stile e ritmi narrativi.
Notevole successo di pubblico, Academy Award come miglior film.




Foreign Correspondent (1940, in italiano Il prigioniero di Amsterdam) segue la vicenda di un giornalista americano che, corrispondente dall'Europa, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale scova un complotto con a capo il padre della sua ragazza, nascosto dietro all'alibi di pacifista.
Peccato che, dopo una prima parte tesa e coinvolgente (specie dall'arrivo del reporter ad Amsterdam sino alla sequenza tra i mulini a vento), la storia si adagi su cliché e banalità, in parte causate dallo scopo propagandistico dell'opera; eccessiva la portata del complotto e della sua matassa (che gli fa perdere credibilità), apprezzabile invece la serie di soluzioni tecniche adottate dalla regia.

Mr. & Mrs. Smith (1941, in italiano Il signore e la signora Smith) è una innocua commedia rosa sugli eccentrici problemi coniugali di una coppia. Anche se il lieto fine è più che assicurato, così come i luoghi comuni imperanti e i personaggi stereotipati, sono comunque da apprezzare il ritmo frizzante e alcune gag davvero riuscite.




Suspicion (1941, Il sospetto) è una variazione sul tema di Rebecca, con anche un'auto-citazione più che esplicita: la bionda Joan Fontaine nuovamente nel ruolo della protagonista.
Stavolta il pericoloso matrimonio analizzato è quello tra un'ingenua ragazza (la Fontaine) e un furbo bugiardo (Cary Grant) che tira avanti tra truffe e scommesse. Ovviamente la moglie viene a conoscere la verità sul marito passo dopo passo, col risultato di ingigantirla mentalmente, e arrivando a pensare che sia lui l'assassino del suo migliore amico; a questo punto comincerà a sospettare fortemente anche di essere la prossima vittima.
Il romanzo adattato è Before the Fact di Cox, ma le scelte registiche sono pesantemente influenzate dalla produzione: la moglie sopravvive, il marito non è un assassino, e perfino l'ending, dopo un monologo di separazione, termina speranzoso.
Sorvolando sulla trama, che riesce comunque a mescolare in maniera micidiale commedia e thriller, restano geniali diverse soluzioni registiche di Hitchcock: la sequenza dello scarabeo (inteso come il gioco da tavolo), quella del bicchiere di latte (fatto risaltare immergendoci una lampadina), le modalità con cui riescono ad essere comunicate sia una forte tensione costruita sul continuo sospetto, sia un'atmosfera da giallo letterario inglese (con la figura della scrittrice a citare esplicitamente Agatha Christie).
Il film si regge inoltre su di una magnifica prova attoriale: Joan Fontaine premiata con l'Oscar, anche se lo avrebbe meritato di più per Rebecca, Grant in una delle sue interpretazioni più memorabili.


Saboteur (1942, Sabotatori) è una variazione di Young and Innocent: un altro uomo comune e senza macchia viene coinvolto in un complotto di spie e doppiogiochisti, accompagnato da una donna che dopo averlo ostacolato comincia a credergli e lo aiuta.
Dopo una prima parte ricca di fughe e inseguimenti, la storia si evolve su un piano di spy-story più complesso ma anche notevolmente confuso, fino a risultare irrealistico ed eccessivo; Hitchcock tenta di mantenere alta l'attenzione dello spettatore tramite rocamboleschi cambiamenti di set, fino alla conclusione a New York in cima alla Statua della Libertà, ma in realtà sono poche le sequenze brillanti e coinvolgenti.

Shadow of a Doubt (1943, L'ombra del dubbio) narra di una ragazza che scopre il suo amato giovane zio essere in realtà un assassino ricercato dalle forze dell'ordine. Quando la polizia si sbaglierà e considererà l'uomo innocente, la ragazza diventerà la prossima vittima (essendo l'unica ad aver capito la verità).
Il rapporto della giovane da una parte con suo zio e dall'altra con i poliziotti, combattuto e ricco di segreti e tensioni (anche di tipo erotico), viene trattato magnificamente, e la trama procede senza sbavature o cali, in costante tensione; il personaggio dello zio è realmente inquietante (descritto alla perfezione dai suoi monologhi e dal dialogo finale), ma sono curatissimi anche tutti i personaggi di contorno.
Un ritmo lento ma inesorabile mantiene ai massimi livelli la tensione psicologica, e lo rende uno dei thriller più innovativi e realistici di Hitchcock, forse anche il suo miglior film del decennio dopo Rebecca.
Pessimo il doppiaggio nella versione italiana (specie per le figure femminili e i poliziotti).

Questi ultimi due lavori di Hitchcock accentuano la misoginia e la forte sfiducia nei confronti delle forze dell'ordine.





Lifeboat
Prigionieri dell'oceano
Usa 1943

b/n 96'


Seconda Guerra Mondiale. Dopo un naufragio (dovuto al siluramento da parte di una nave tedesca), alcuni sopravvissuti di una nave non militare americana si trovano su una barca. Poco dopo pescano un naufrago tedesco, che decidono di trattare umanamente, ma sarà il loro errore più grande.

L'idea alla base dell'opera non è affatto nuova, ma il modo in cui viene narrata è eccezionale. Tensione, conflitti psicologici, doppio gioco, importanza della vita e dei beni terreni, disquisizioni sui concetti di guerra, di autorità e di umanità, disperazione ed esasperazione: sono tutti elementi mostrati ed analizzati da Hitchcock in modo elegante e sobrio, senza eccessi gratuiti ma semplicemente con un gran bisogno di raccontare. I personaggi sono funzionalmente stereotipati (per classe sociale, lavoro, origini o colore della pelle) e ognuno di essi ha un proprio personale background, che si scopre lentamente e parzialmente. L'intreccio non ha un solo minuto inutile o di pausa, e lo spettatore viene da sùbito risucchiato nel plot.
Unica caduta di stile la chiusura, che lascia un sapore razzista (o meglio anti-tedesco), ma d'altronde il film risale al 1943.





Spellbound (1945, in italiano Io ti salverò) è un tentativo un po' troppo hollywoodiano (il produttore è difatti Selznick, che sciaguratamente rimaneggia il film tagliandone 20 minuti e facendone sparire l'unica, nonché grandiosa, scena a colori) di affrontare un viaggio psicanalitico nella mente di una vittima d'amnesia che potrebbe essere un assassino. I sospetti e la tensione passano però nettamente in secondo piano rispetto alla love story tra i protagonisti, che tra l'altro nel corso del film ribalta la situazione tra presunto malato e presunti guaritori.
Notevoli e altamente innovativi restano alcuni sensibili tocchi d'autore, su tutti l'eccellente sequenza del sogno (con scenografie di Salvador Dalì, che rappresentano un trait d'union tra il surrealismo e le avanguardie storiche da una parte, e la psicanalisi applicata al thriller dall'altra), e le spiazzanti soggettive (specie quella finale con la pistola).





Notorious
Notorious - L'amante perduta
Usa 1946

b/n 101
'

Notorious (1946) è in generale uno dei suoi lavori più "autoriali", formali ed eleganti, caratterizzato da toni rigidi e seri (nonostante Cary Grant come attore protagonista) e ritmi lenti.
Un canovaccio da spy-thriller è il pretesto per costruire sequenze di grande intensità e tensione, ottenendo il massimo (della suspense) dal minimo (i pochissimi elementi del racconto).
La storia spy è lineare, semplice, priva di dettagli (tutt'altra cosa rispetto a Saboteur) e persino di humor, e in sé mescola egregiamente la tipica sottotrama romantica (con Grant tenuto sotto le righe per far risaltare Ingrid Bergman) adeguatamente innestata col tema del sacrificio (la Bergman viene convinta a fare la spia dagli stessi servizi per cui lavora Grant, ed è costretta così a sposarsi con un uomo che non ama solo per poterne carpire i segreti), con gli eventi a svolgersi attraverso una serie di "punizioni" a sfondo morale.
L'autorialità registica domina il campo sin dai primi minuti, infarciti di inquadrature ricercate, ma mantiene un tono consapevole e professionale per tutto il film, sfruttando le riprese in soggettiva (già sperimentate efficacemente, ma nettamente in minor misura, nei film precedenti) e fissandosi su oggetti-chiave (la chiave della cantina, la tazzina di caffè) la cui importanza viene esaltata tramite fluidi e integrati zoom e carrellate. Hitchcock, forse mai così esibizionista rispetto alle sue capacità tecniche, ha una messa in scena tanto studiata da essere glaciale, con pregi e difetti che ciò comporta. Ad equilibrare la situazione, l'arco narrativo della festa è una delle massime costruzioni di suspense della sua carriera, ed il finale (che riecheggia in qualche modo quello di The Man Who Knew Too Much) uno dei più sbrigativi e micidiali. Da notare anche rapporto tra l'antagonista e la sua madre-burattinaia, abbozzato trampolino per ciò che poi si vedrà in Strangers on a Train e Psycho.





The Paradine Case
Il caso Paradine
Usa 1947

b/n 116
'

The Paradine Case (1947) segue lo stesso ritmo (ma non lo stesso utilizzo della tecnica) di Notorious: struttura minimale ma ben saldata, numero limitato di location, climax d'intensità con vertice nel finale.
Stavolta il dramma sentimentale, analizzato ad un livello molto più realistico, si intreccia perfettamente alla parallela trama da thriller giudiziario.

L'avvocato protagonista (Gregory Peck), dalla carriera brillante e dal matrimonio perfetto, entra in crisi quando capisce di stare per innamorarsi della vedova Paradine, accusata dell'omicidio del marito. Confondendo gli obiettivi professionali con quelli personali, l'uomo indaga sul cameriere di casa Paradine, intuendo un suo ruolo come amante della donna, e si convince sia lui il colpevole.
Quando inizia il processo, l'avvocato si ritrova al centro di un molteplice fuoco incrociato, in cui, mentre cerca di colpevolizzare il cameriere (innocente ma reticente a causa della vergogna per aver tradito il proprio padrone), subisce pressioni sia da parte dell'accusa che da parte del cinico giudice (il quale poche sere prima si è sentito rifiutato dalla di lui moglie). Il primo duro colpo arriva alla notizia del suicidio del cameriere, che mette in crisi il senso di giustizia e i sentimenti (già combattuti tra la moglie e la signora Paradine) dell'avvocato. E quando l'accusata ammette la sua colpevolezza, il suo amore per il cameriere, e riversa pubblicamente tutto il suo disprezzo per l'avvocato (accusandolo anche del suicidio del cameriere, per vendicarsene e stroncargli la carriera), quest'ultimo crolla psicologicamente.

I personaggi sono disegnati con gran maestria (perfetti soprattutto il giudice e la signora Paradine, glaciale e misteriosa, ma capace di manipolare il prossimo senza mai esporsi), ma soprattutto Hitchcock punta meno del solito sulla ricercatezza tecnica (senza comunque rinunciare a certe inquadrature d'effetto) per poterli raccontare, in una serie di confronti diretti (i più superficiali) e indiretti (i più profondi e non detti, non a caso all'epoca poco capiti dal grande pubblico).





Rope
Nodo alla gola
Usa 1948
col. 80'


Rope (1948) è, assieme a Notorious, il più autoriale tra i film di Hitchcock del decennio 1940-1949, ed è inoltre il suo primo film a colori.

Dopo aver consumato un omicidio, due giovani nascondono il cadavere dentro ad un cassone, appena pochi minuti prima di ricevere degli ospiti per una cena. Tra gli invitati sono presenti il padre della vittima, l'ex ragazza della vittima, e il vecchio professore dei due assassini e della vittima, il quale inizia fin da subito a sospettare qualcosa.

Hitchcock racconta gli eventi in tempo reale, e tutta l'azione si svolge all'interno dell'appartamento; inoltre, per rendere la narrazione il più realistica possibile, gira tutto il film in sole dieci sequenze, delle quali metà dei raccordi sono celati tramite stratagemmi visivi. L'editing è sostanzialmente assente, ed ora più che mai è la camera a "parlare".
Presente inoltre un'interessante riflessione sull'omicidio come arte, che vede contrapporsi l'ideologia del professore (l'arte è amorale ma l'individuo è parte della società e ne deve rispettare le regole) a quella dei due allievi-assassini (che arrivano a giustificare l'omicidio citando teorie superomistiche).

Curioso che spesso venga citato, in relazione a questo film, un presunto rapporto omosessuale che legherebbe i due complici (fatto smentito dall'accenno di uno dei due alla propria da poco passata love-story con la ragazza della vittima), e che per molti l'assassinio del film avvenga per puro piacere (mentre invece, parlando dell'episodio, i due ricorrono sempre a parole come "disgrazia" e "lite").

L'origine è naturalmente teatrale, firmata Patrick Hamilton, mentre l'adattamento è di Arthur Laurents.





Under Capricorn (1949, in italiano Il peccato di Lady Considine), che vede Hitchcock tornare a dirigere in Inghilterra dopo dieci anni, è un melodramma "storico" (si svolge nell'Australia del 1835), ricco di tutti i cliché del genere. Unico motivo di interesse Ingrid Bergman, al centro di tutte le attenzioni registiche, che dà un'ottima prova di recitazione.

Stage Fright (1950, in italiano Paura in palcoscenico), anch'esso girato in Inghilterra, è un altro episodio minore; l'unica trovata eccellente del film è il parallelismo tra la finzione teatrale e l'inganno reale, attuato attraverso l'analisi dei diversi "punti di vista" su un omicidio.

Strangers on a Train (1951, in italiano L'altro uomo, poi rieditato come Delitto per delitto) prosegue sulla scia di Notorious per quanto riguarda l'attenzione ai dettagli e alle inquadrature ad effetto (l'assassino in mezzo al pubblico durante la partita di tennis, la torcia sul foglio, il cane, e via avanti), affina il ruolo della madre dell'assassino (chiaramente un primo accennato studio delle idee che sfoceranno in Psycho), e mette a segno un paio di sequenze brillanti (l'arrivo del killer alternato alla partita di tennis, l'assassinio, il finale sulla giostra).
Tuttavia il ritmo è eccessivamente lento e spesso i tocchi umoristici suonano scomodi; oltretutto la tematica principale (il folle che rende colpevole anche l'innocente) si sviluppa più come un divertissement superficiale che come un'analisi sociologica o psicologica (come è invece nel romanzo thriller di Patricia Highsmith, pubblicato l'anno precedente, da cui il film è tratto), e nello spettatore (che ovviamente si identifica con l'innocente), più che la tensione, cresce sempre maggiormente la seccatura nei confronti del killer, personaggio tanto persecutorio quanto snervante, mai realmente angosciante.

I Confess (1953, in italiano Io confesso) è uno dei pochi lavori hitchcockiani incentrati esplicitamente sul rapporto tra uomo e Dio; protagonista Padre Logan, accusato di omicidio ma innocente, e la confessione che il vero assassino gli ha fatto (unica prova che lo potrebbe scagionare, ma per dovere morale e religioso i preti non possono riferire le confessioni). Peccato che la trama sia costruita davvero malamente, e che la messa in scena estremizzi il melodramma e minimizzi la tensione.
Il film diventa anche uno dei suoi rari flop al botteghino.





Dial M for Murder
Il delitto perfetto
Usa 1954
col. 105'


Dial M for Murder (1954), tratto da un dramma teatrale di Frederick Knott, è interamente girato dentro ad un appartamento (come in Rope, ma stavolta senza l'unità temporale); protagonista un marito deciso ad eliminare la ricca moglie (che lo tradisce) assoldando tramite ricatto un uomo equivoco e bisognoso di denaro. Il piano pare congegnatissimo, ma una volta messo in atto intervengono una serie di imprevisti non calcolati, tra cui la morte del killer e la sopravvivenza della donna durante il tentato assassinio. Al marito non resta quindi che modificare la scena del delitto per scagionarsi, e depistare le indagini per incolpare la moglie di omicidio (sfruttando la storia d'amore "segreta" di lei).
L'origine teatrale della sceneggiatura non rallenta il film né ne diminuisce la verosimiglianza; anzi, il ritmo è sostenuto e la tensione è continua, sempre ai livelli di guardia (con anche un ribaltamento: nella prima parte lo spettatore si identifica con il marito, nella seconda con la triade moglie-amante-ispettore).
Il film diventa epocale anche per il suo essere girato interamente in 3D, e per sequenze magistrali come quella delle forbici.
Dove Rope appariva soprattutto un esperimento stilistico, Dial M for Murder brilla realmente anche come uno dei film più tesi e travolgenti del regista.






Rear Window
La finestra sul cortile
Usa 1954
col. 112'


In Rear Window (1954) la trama si svolge attorno a Jeff, reporter costretto sulla sedia a rotelle a causa di una gamba ingessata, che per ingannare il tempo spia i propri vicini dalla finestra. Gli eventi prendono una piega tragica quando Jeff pensa di aver scoperto un omicidio.

L'incipit del film è semplicemente straordinario (la panoramica sulle finestre degli appartamenti e sulla varia umanità che vi si affaccia, la musica che da extradiegetica diventa diegetica, la carrellata nell'appartamento del protagonista che si sofferma su dettagli e fotografie per narrare il personaggio, visivamente, in pochi secondi).
L'unità di spazio è ripresa da Dial M for Murder e Rope, ma stavolta arricchita dal confronto tra due realtà spaziali differenti: l'appartamento di Jeff da una parte, e tutti i suoi dirimpettai dall'altra. Il fatto che la seconda sia anche quasi sempre inquadrata dal punto di vista di Jeff rende esplicita una metafora sul voyeurismo ma anche sul cinema (il rapporto tra spettatore e schermo, dove lo schermo sono i dirimpettai), e di conseguenza sul voyeurismo "del" cinema.
Semplificare il film ad una riflessione sul voyeurismo, come hanno fatto e continuano a fare in molti, è comunque sbagliato. Rear Window è innanzitutto un film formalmente perfetto, in cui tecnica, emozione, suspense, ironia, storia sentimentale e indagine criminale si fondono senza nessuna sbavatura. Un film in cui la camera "parla" (come in Rope), rendendo le carrellate un linguaggio autoesplicativo (l'immagine è immediatamente parola), e che ne bilancia l'utilizzo con una serie di dialoghi coinvolgenti (come i due iniziali tra Jeff e l'infermiera e tra Jeff e Lisa): immagine e parola si alternano in perfetto equilibrio, ma la parola funge da rafforzamento contestuale alle immagini, non viceversa, perché a raccontare sono le immagini e non i dialoghi.
Hitchcock rafforza poi il quadro creando delle piccole realtà di vita (gli inquilini degli appartamenti) che seguono percorsi paralleli alla vicenda principale, e che di essa non sono che una possibile variante: la ballerina bionda che si circonda di uomini senza amarli (lo stesso Jeff in una conversazione con Lisa le fa notare la similitudine), la giovane coppia che appena sposata passa tutte le giornate a letto ma poi inizia a litigare (personificazione della paura di Jeff verso il matrimonio), le due persone solitarie che alla fine della storia si incontrano perché la composizione al pianoforte di uno salva la vita dell'altra (riflettendo la parte di Jeff che crede alla possibile felicità nelle relazioni tra uomo e donna), e infine anche la coppia al centro del delitto, nella quale il marito, prima dell'omicidio, si prende affettuosamente cura della lagnosa moglie invalida (è il parallelo al contrario di Lisa, che si prende cura del burbero Jeff costretto sulla sedia a rotelle).
Sul versante del thriller, la sequenza di Lisa che si introduce nell'appartamento dell'omicida e quella dell'incontro tra l'omicida e Jeff (con precedente telefonata annessa) sono tra i massimi capolavori di suspense nella carriera del regista. E, allo stesso tempo, la cura per il dettaglio e per le piccole suggestioni visive (tutto il quadro dei dirimpettai, ma anche i momenti nei quali Jeff retrocede nell'ombra, il ruolo di luce artificiale e buio, e via avanti) aumentano ulteriormente la raffinatezza complessiva ed il coinvolgimento spettatoriale.
In conclusione, Rear Window è un vero capolavoro del cinema, e forse il vertice di tutto il cinema hitchcockiano.




To Catch a Thief (1955, in Italia Caccia al ladro) è una commedia gialla in cui la polizia collabora con un ex-ladro per catturare un criminale che usa il di lui stesso stile.
La trama non ha grossi pretesti, e logicamente in primo piano emerge una love-story.
Un Hitchcock che non si prende sul serio e lavora con leggerezza e humor, riesce tuttavia a regalare alcune sequenze molto autoriali che passeranno nell'immaginario cinematografico collettivo (il bacio, i fuochi d'artificio, la sigaretta spenta), e traduce il suo senso di libertà registica in dialoghi effervescenti (con il contributo sostanziale del comparto attoriale, Cary Grant e Grace Kelly) e ritmi precisi come un orologio svizzero.

The Trouble with Harry (1955, in Italia La congiura degli innocenti) è una piacevole ma prevedibile black comedy. La storia ruota attorno alla scoperta di un cadavere (già anticipata nei titoli di testa) in un bosco, da parte di un pugno di abitanti di un paesino nel Vermont. Lo svolgimento della vicenda è tutto improntato all'umorismo grottesco e a volte demenziale, sottolineato dai dialoghi spesso surreali e dalle musiche mèlo-ironiche e sempre in primo piano (opera di Bernard Herrmann, alla sua prima collaborazione con Hitchcock).
Ma il contrasto tra la scoperta macabra e lo svolgimento comico, oltre a spesso suscitare un effetto non comico ma zoppicantemente grottesco, lascia il tempo che trova molto in fretta, senza toccare alcun picco di ironia o di mix ironia-tensione (come già piuttosto Rear Window).
Il rendez-vous finale a casa di Jennifer è fin troppo scontato, la serie di sepolture e dissepolture del corpo stanca in fretta, e alcuni personaggi risultano irritanti.
Di gran lunga più godibile la versione originale, ossia il romanzo di John Trevor Story.

The Man Who Knew Too Much (1956, in Italia L'uomo che sapeva troppo) è il remake dell'omonimo film girato da Hitchcock stesso nel 1934. La trama resta quasi invariata, stavolta arricchita da un ruolo più "chiave" (funzionalmente alla storia) del marito e da un inizio ambientato in Marocco.
I tocchi esotici e la matassa dell'intrigo sono comunque gli unici elementi che riescono a coinvolgere davvero lo spettatore. Per il resto, quasi tutto già visto: coppia medio-borghese normalissima coinvolta suo malgrado in un complotto (con James Stewart utilizzato quanto basta e sotto le righe, ma perfetto nel ruolo), trama politico-criminale più o meno intricata (rivista sulla scia di Foreign Correspondent e Saboteur, ma in modo molto meno pretestuoso), resa dei conti all'Albert Hall, ruolo cruciale del suono negli eventi (il colpo di pistola deve esplodere al battito dei timpani di un pezzo lirico, e il figlio viene ritrovato perché fischietta una canzone), sfiducia verso le forze dell'ordine, e stavolta sfiducia anche verso gli uomini di chiesa (con Drayton il cappellano che non si farebbe scrupoli ad uccidere il bambino).





The Wrong Man
Il ladro
Usa 1956
b/n 105'


The Wrong Man (1956, in Italia tradotto con un banale Il ladro), analizza due dei molteplici temi cari a Hitchcock (la sfiducia nelle forze dell'ordine e nella giustizia da una parte, la congiura ai danni di un cittadino normalissimo e innocente dall'altra), ma lo fa da un punto di vista inedito rispetto ai lavori passati, sia a livello di trama (come l'ombra del regista stesso spiega ad inizio film, questo racconta una storia realmente avvenuta, ovvero quella di un modestissimo musicista arrestato per aggressione e rapina anche se innocente -a causa di assurde coincidenze e di testimoni oculari molto disattenti-) sia a livello di forma (mai così kafkiana).
La vicenda riesce in poco tempo a rovinare l'esistenza dell'uomo: il veder crollare davanti a sé tutte le sue sicurezze e i suoi diritti lo ammutolisce, l'incarcerazione come criminale lo segna nel profondo, la sua famiglia lentamente si spezza e dilapida un patrimonio per la cauzione e per un processo agonizzante e senza fine, la moglie impazzisce dai sensi di colpa e persecuzione.
Grandissima l'interpretazione di Henry Fonda nei panni del protagonista, sofferente e vagante alla cieca in un incubo ad occhi aperti, e angosciante la chiusura tutt'altro che ottimista: l'innocente viene scagionato solamente perché il vero rapinatore sbaglia un colpo e le vittime chiamano la polizia, mentre l'ultima sequenza mostra che per la moglie nulla è cambiato (nonostante la buona notizia), con una didascalia a precisare che sarebbe guarita solamente di lì a due anni.
Alcuni temi non portanti ma ricorrenti nella pellicola sono la perdizione, il peccato e il rapporto con la religione, tutte presenze equivoche e a volte soffocanti: dal momento che la giustizia e il razionale si capovolgono, tutto segue a ruota e si distorce.
Le sequenze nella cella tradiscono alcuni tocchi espressionisti e rimandi al passato (The Lodger), mentre la perdizione e il pessimismo dei toni sembrano quasi un omaggio al primo Bresson.





Vertigo
La donna che visse due volte
Usa 1958
col. 128'


Vertigo (1958) è diviso in tre parti; la prima serve a presentare i personaggi ed introdurre gli eventi (il poliziotto John Ferguson si ritira dal lavoro in seguito ad un incidente che è costato la vita ad un suo collega ed ha procurato una grave forma di paura del vuoto a lui; in seguito un suo vecchio compagno di scuola lo ricontatta ingaggiandolo privatamente per tenere d'occhio la moglie, creduta sull'orlo della pazzia), la seconda è una candida love-story tra i protagonisti (ovvero tra John e la donna che pedina), che però finisce in tragedia (il suicidio della donna gettandosi da un campanile, con John impotente che non riesce ad evitarlo proprio a causa della sua fobia), e la terza parte sconvolge tutte le carte in tavola (John diventa ossessionato dalla morte della donna, e dopo un periodo di cure cliniche trova per strada una ragazza identica a lei, che riesce a frequentare e "trasformare" nella sua amante perduta; ma un piccolo dettaglio gli rivelerà di essere la vittima al centro di una gigantesca bugia che lo ha sfruttato e ingannato).

Vertigo è uno dei grandi thriller psicologici di Hitchcock, che adatta il romanzo D'entre Les Morts di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, cambiandone i connotati per concentrarsi in primo luogo sulla continua crisi esistenziale del protagonista (dapprima in colpa per la morte del collega, poi frustrato per la propria paura del vuoto, poi innamorato di una donna sposata, poi testimone della morte dell'amata e in colpa profonda per essa, poi ossessionato dal passato e perversamente volenteroso di trasformare una ragazza nel proprio ricordo idealizzato, ed infine cosciente del fatto che la sua razionalità sia stata totalmente sopraffatta da sentimenti maniacali e gli abbia dunque fatto giocare una parte da complice in un complotto omicida), ed in secondo luogo sulla sofferenza della donna (che, innamorata, accetta di trasfigurarsi quasi come un oggetto pur di essere contraccambiata).
La crisi d'identità femminile a causa del "doppio" arriva dritta da Rebecca, ma qui è analizzata in una maniera molto più inquietante e molto meno accomodante, con ombre di sesso (dipendenza grave, degradazione, feticizzazione) e morte (l'implicita necrofilia) degne delle opere di Poe e Lovecraft.
Il racconto viene inoltre narrato con eccellente maestrìa tecnica: l'utilizzo degli spazi è fotografico e sempre geometricamente armonizzato, i colpi di scena (come il flashback sul primo piano della ragazza prima che ella scriva la lettera) sono dosati con sapienza, e gli espedienti visivi per raccontare l'incubo (le sequenze surreali sulla scia di Spellbound) e la vertigine (la combinazione di zoomata in avanti e carrellata all'indietro, che diventa subito un classico) si rivelano due trovate geniali.
Peccato solamente per una prima metà che scorre molto lentamente (anche se la seconda metà non sarebbe ugualmente d'effetto senza le ordinarietà della prima, ovviamente), per alcune sequenze troppo prevedibili (su tutte il bacio sullo sfondo delle onde e il bacio ripreso a 360° gradi) o irrealistiche (la parte in cui la donna compare e scompare misteriosamente nell'hotel), e per l'utilizzo spesso troppo invasivo delle (comunque ottime) musiche di Bernard Herrmann.
Kim Novak, perfetta nel ruolo, diventa subito un'icona, e quasi offusca la bravura di James Stewart.






North by Northwest
Intrigo internazionale
Usa 1959
col. 136'


North by Northwest (1959) rappresenta il vertice del film complottistico hitchcockiano: la trama parte dalla medesima idea alla base di The 39 Steps, Foreign Correspondent, Saboteur, The Man Who Knew Too Much, etc. (ovvero un innocuo cittadino coinvolto suo malgrado in un intrigo politico, stavolta con -altro tema caro al regista- scambio di persona annesso), ma grazie ad una sceneggiatura esplosiva, un ritmo sostenuto, dialoghi memorabili e una regia perfetta ne supera di gran lunga tutti i limiti.
North by Northwest non ha nessuna pretesa filosofica o esistenzialista (fatta esclusione per il cenno psicanalitico nel cambiamento finale del protagonista, che per amore muta la sua iniziale semplice fuga in voglia di combattere il nemico), ma è un grandioso film d'azione, e una coinvolgente spy-story (con un fuggitivo che "spy" lo diventa non per vocazione ma per sopravvivenza) ricca di intelligenza e freschezza; e non solo per il suo riuscire a coniugare perfettamente azione, love-story e ironia (Cary Grant nel ruolo del protagonista è strepitoso: impagabili le reazioni verbali al rapimento iniziale, così come la sequenza all'asta degli oggetti d'arte), ma anche per una serie di trovate talmente efficaci da riuscire a passare rapidamente nell'immaginario collettivo: la fotografia del protagonista incastrato per omicidio sulle prime pagine dei giornali, le fughe a bordo del treno, l'incontro con la "femme fatale", la straordinaria sequenza dell'aeroplano, il protagonista che ripassa a matita il block-notes per leggere il messaggio, la morte inscenata, la statuetta zeppa di microfilm, l'inseguimento conclusivo sul Monte Rushmore, e il gran finale ironico e provocante (in pochi secondi si passa dal dramma al lieto fine, con un'ellissi fulminea raccordata da un gesto, e i due protagonisti si trovano in luna di miele a bordo di un treno che termina la pellicola entrando in galleria: la metafora erotica più spinta di tutto il cinema hitchcockiano).






Psycho
Psyco
Usa 1960
b/n 108'


Una giovane donna, amante di un uomo con molti problemi per la testa (è costretto a lavorare incessantemente per pagare i debiti del padre e gli alimenti alla moglie), fa la follia di scappare improvvisamente dal posto di lavoro rubando i 40.000 dollari in contanti che le ha affidato un cliente. Dopo una lunga fuga in automobile, diretta da Phoenix (Arizona) in California (dove vive il suo amante), sbaglia una strada a causa della pioggia ed è costretta ad alloggiare nel solo motel delle vicinanze, in cui viene accolta dal giovane e solitario Norman Bates.
Dopo uno strano dialogo con Bates (in cui lui, tra le altre cose, evidenzia di avere un morboso legame con la propria madre), la donna riflette e decide di tornare a Phoenix e restituire il maltolto. Ma poco dopo, nel mentre di una doccia, una figura misteriosa la assale, accoltellandola.
Nel frattempo l'amante, la sorella e un investigatore privato si mettono ad indagare sulla sua scomparsa.

Psycho (1960, in Italia tradotto insensatamente come Psyco), adattato da Joseph Stefano dall'omonimo racconto di Robert Bloch (a sua volta ispirato dai crimini del serial killer Ed Gein), è un pilastro fondamentale nella carriera di Hitchcock: con il folle Norman Bates fonde in un solo personaggio il killer psicopatico ma a prima vista innocuo di Strangers on a Train, lo schizoide dalla doppia personalità di Shadow of a Doubt, e il viaggio psicanalitico nella mente come in Spellbound; con la trama riesce a reinventarsi (unendo il thriller all'horror, e anzi dimostrando come se ne possa girare uno di serie A, per giunta con un omicida assolutamente umano e non soprannaturale) e ad infilare un colpo di scena dopo l'altro, terrorizzando il pubblico (la protagonista, interpretata dall'attrice più celebre dell'intero cast, viene improvvisamente uccisa a metà film, e una serie di interrogativi restano sospesi fino alla macabra scoperta finale); con lo stile riesce a superare se stesso grazie ad un bianco e nero enormemente espressivo e cupo (la casa di Bates è inquietante al solo sguardo e rimandante all'espressionismo tedesco; i primi piani del poliziotto, di Bates e del cadavere sono terrificanti; le ombre sui personaggi sono continue, con i giochi luce-ombra su Bates a renderlo ulteriormente minaccioso) e ad una regia geniale (si veda la celeberrima scena dell'omicidio nella doccia, girata in una settimana e comprendente 50 sequenze e più di 70 angolature nel giro di appena 2 minuti, ed il fading dal sifone all'occhio della vittima con conseguente raggelante allontanamento; ma anche le inquadrature a piombo, le sequenze in cui si ascolta la voce della madre, il secondo omicidio, e la disturbante sequenza in cui Lila volta il cadavere).
Il tutto tenuto assieme da un forte cinismo (il primo omicidio addirittura avviene, oltre che crudamente e senza un apparente motivo, dopo che la vittima aveva deciso di rimediare ai propri errori, con la doccia a simboleggiare la purificazione; e mostrare la successiva pulizia certosina dell'appartamento e delle prove che compie Bates non fa che aumentare la crudeltà del delitto), ed interpretato da uno psicopatico che è anche un po' la summa del tipico conflitto colpevole/innocente hitchcockiano (in questo caso colpevole e innocente sono la stessa persona, divisa in due personalità distinte, come viene spiegato nei dettagli dal monologo finale dello psichiatra) e della sua rappresentazione della sessuofobia (l'eros viene ritenuto sporco e immorale dalla madre autoritaria, e sfocia nel voyeurismo e nella devianza mentale del figlio edipicamente geloso).
L'ennesima grande trovata è infine la ricostituzione della coppia in veste sarcastica e immorale, con l'amante della deceduta che si ripresenta al motel come marito della di lei sorella.
La chiusura, con il primo piano di Bates ormai impazzito ed una successiva mini-sequenza in cui l'automobile viene trainata fuori dallo stagno, è una delle più angoscianti della storia del cinema horror.





The Birds
Gli uccelli
Usa 1963
col. 119'


L'avvocato Mitch Brenner riesce a sedurre con il suo fare pungente Melanie Daniels, una ricca e stravagante donna di San Francisco. Ella decide quindi di rintracciare la sua abitazione per fargli una sorpresa, e giunge così al minuscolo paese di Bodega Bay. Qui trova l'uomo, ma conosce anche la sua gelida madre e la sua ex. Decisa a ripartire il giorno stesso, viene però facilmente persuasa da Mitch a restare, per la festa di compleanno della sua giovane sorella. Ma, durante la festa, uno stormo di gabbiani attacca improvvisamente tutti i presenti; ed entro poco tempo accadono avvenimenti analoghi, con attacchi di proporzioni sempre maggiori da parte di volatili ai danni degli abitanti, fino a far precipitare la popolazione del paese nel panico.

The Birds (1963), ispirato dall'omonimo romanzo di Daphne du Maurier, è il capolavoro fatalista e visionario del cinema hitchcockiano.
La potenza del film risiede non solo nel fatto totalmente illogico e surreale alla base della trama, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono fatti svolgere: il regista sceglie di non utilizzare musiche (lasciando che il sonoro venga condotto dai rumori e dai versi degli stessi uccelli, e da un tappeto di rumori elettronici), di non fornire spiegazioni (nessuno capisce il perché degli attacchi, vengono solo forniti dei dati, come il fatto che gli assalti siano iniziati con l'arrivo di Melanie nel paese), e di lasciare tutto in sospeso (con un inquietante finale a cui Hitchcock appositamente non ha voluto mettere la scritta "The End", perché non rappresenta nessun epilogo, nessuna soluzione).
Gli stormi assassini di The Birds demoliscono le certezze naturali e scientifiche dell'uomo, che vede la Natura rivoltarglisi contro; l'irrazionale si ribella al razionale, l'istinto si ribella alla ragione. Il personaggio seduto al bancone del bar, recitando alcuni passi biblici, sottolinea l'ipotesi di una punizione divina, e in effetti alcune sequenze (l'attacco immediatamente successivo, con le automobili esplose e Melanie intrappolata nella cabina telefonica, ma anche il finale, con il terrificante paesaggio che Mitch scopre aprendo la porta di casa) sembrano vere e proprie rappresentazioni dell'Apocalisse.
Il film è una riflessione sull'angoscia umana, a partire dai rapporti interpersonali (Mitch è stretto in un triangolo tra madre, ex ed amante, con la geniale trovata della somiglianza fisica madre-amante e la diversità fisica tra ex e amante -la prima mora, la seconda bionda-; la madre soffre della paura di essere abbandonata e non accetta le donne del figlio, la ex si sente ancora molto legata a lui e disprezza Melanie, e quest'ultima si sente in colpa per aver sconvolto tutto con la sua sola comparsa) per finire alle lunghe sequenze di suspense in cui innumerevoli uccelli si radunano ma non si può sapere quando attaccheranno (la più efficace è quella fuori dalla scuola, in cui Melanie fuma una sigaretta senza accorgersi dello stormo che si forma alle sue spalle, mentre si sentono le voci degli scolari cantare ripetutamente un'ossessiva filastrocca).
Le riprese sono state estremamente travagliate, con una serie di feriti all'interno della troupe e la sospensione di una settimana a causa del crollo nervoso della protagonista Tippi Hedren.
Fotografia eccezionale di Robert Burks, effetti speciali (per gli standard dell'epoca molto avanzati) di Lawrence A. Hampton.





Marnie
Marnie
Usa 1964
col. 129'


Con Marnie Hitchcock rilegge, rovesciandolo e approfondendolo, Spellbound: nel film del 1945 una donna innamorata aiutava un uomo vittima d'amnesia a ricordare il proprio passato per potersi scagionare da un delitto, mentre in questo il ricco Mark (interpretato da Sean Connery ma ricalcato sul personaggio intepretato da Laurence Olivier in Rebecca, in versione più intellettuale e razionale) si innamora e cerca di aiutare Marnie, una donna piena di problemi (è cleptomane, preda di incubi ricorrenti, sessuofoba, mente continuamente, odia gli uomini, ha un rapporto insoddisfacente con la madre, ed è terrorizzata dai temporali e dal colore rosso), a guarire ricordando il suo passato. Dopo molti tentativi e diverse situazioni di crisi interne (a causa delle gelosie dell'ex cognata di Mark) e legali (la paura che i derubati sporgano denuncia dopo aver riconosciuto nella novella sposa di Mark la loro rapinatrice), la verità sarà svelata grazie ad un faccia-a-faccia tra Mark, Marnie e la madre di lei, in cui riaffiorerà il passato tenuto segregato per troppo tempo.

Marnie è uno dei film più psicanalitici di Hitchcock, ed è anche quello che forse analizza nel modo più esplicito la sessuofobia, il ruolo della madre nello sviluppo mentale della prole, la multi-identità (la donna mente di continuo sulla propria vita e utilizza una serie di nomi falsi) e gli istinti dell'uomo nei confronti della donna (dopo il dialogo in cui Mark parla del giaguaro è già chiaro il suo obiettivo con Marnie) così come della donna nei confronti delle proprie coetanee (con il personaggio dell'ex cognata, che è uno dei più sottilmente malvagi in tutto il cinema del regista).
Due i difetti principali: il tema musicale ricorrente (di Bernard Herrmann), eccessivamente già sentito e melò, e l'insoddisfacente realizzazione tecnica di certe scene (specie a causa dei fondali).





Torn Curtain (1966, in Italia Il sipario strappato, traduzione che fa perdere l'allusione originale alla cortina di ferro) è una spy-story un po' atipica sulla Guerra Fredda (la "spy" americana è un normale scienziato, a cui si affianca nella missione la fidanzata, per altro testardamente e senza l'approvazione di lui).
Il film presenta una sceneggiatura più debole del solito, tocchi indigesti di propaganda (il personaggio della donna polacca è al limite del demenziale involontario), una serie di figure irritanti (su tutti la ballerina teatrale), cali di stile quasi infantili (lo scienziato russo geniale che si fa abbindolare in due minuti, la sequenza nel teatro durante la quale col semplice grido "Al fuoco!" si scatena un finimondo), non riesce a costruire un'adeguata suspense, e Hitchcock dirige scontento sia delle musiche (sempre di Bernard Herrmann, ma che farà sostituire da quelle di John Addison) sia della prova attoriale (con Paul Newman decisamente poco coinvolto nella parte).
Qualche autocitazione da North by Northwest e la magistrale sequenza dell'omicidio sono gli unici elementi interessanti.

Topaz (1969, titolo identico anche nella versione italiana) prosegue sulla scia di Torn Curtain, con un'altra spy story sulla Guerra Fredda. Samuel Taylor adatta in maniera abbastanza fumosa il romanzo omonimo di Leon Uris, tanto che Hitchcock non riesce a trovare un finale che lo convinca (girandone in tutto cinque versioni).
La trama ad ogni modo è parecchio scontata e piatta lungo tutta la durata del film, e il risultato complessivo non soddisfa nemmeno lo stesso regista: è infatti uno degli episodi più deboli e trascurabili di tutta la sua filmografia.

Frenzy (1972, titolo identico anche in Italia) vede Hitchcock tornare a dirigere a Londra (non dirigeva in Inghilterra sin dai tempi di Stage Fright), con una storia (sceneggiata da Anthony Shaffer da un romanzo di Arthur LaBern) reminiscente del mito di "Jack lo squartatore" (in questo caso si tratta di un killer psicopatico che uccide solo donne, dopo averle violentate, strangolandole con una cravatta) e molto incentrata sulla sua visione pessimistica delle forze dell'ordine (che in questo caso sbagliano e catturano un innocente, deciso però a regolare i conti con il vero colpevole).
Il film è molto lineare e non inventa molto, anzi segue i codici di un normale thriller poliziesco, mentre la suspense è poca, quasi sovrastata da una costante dose di ironia cruda e nera.
Hitchcock ha uno stile molto diverso dal solito nella rappresentazione del delitto (stavolta mostrato in maniera esplicita) e del killer (non ci sono analisi psicologiche al di là dell'evidenza), ma il film è denso di trovate tecniche autoriali (le lunghe pause, i dettagli, le sequenze delle scoperte dei cadaveri, l'inquietante carrellata all'indietro prima di un omicidio, e la scena iniziale che autocita The Lodger, il suo film del 1927). Jon Finch offre un'ottima prova attoriale.

Family Plot (1976, in Italia Complotto di famiglia), girato nuovamente negli USA, è l'ultimo film di Hitchcock.
Una (falsa) medium, assieme al fidanzato tassista, decide di rintracciare il nipote di un'ereditiera per avere così una ricompensa di 10.000 dollari; ma l'uomo che cercano ha il passato e il presente macchiati di crimini, e crede che qualcuno lo voglia incastrare, così cerca di eliminare la coppia ficcanaso.
Anche Family Plot, come Frenzy, è un film di genere (thriller) che presenta dei colpi di scena abbastanza prevedibili e una forte dose di ironia (che a volte funziona e a volte no, ad esempio quando il personaggio della veggente diventa irritante o quando l'ironia demolisce la tensione perché rende troppo prevedibile il lieto fine). L'elemento più interessante del film è la struttura narrativa (con due storie che da parallele vanno ad intrecciarsi), per il resto merita di essere visto per alcune scene di azione e suspense (l'automobile manomessa, la sequenza finale con il tassista infiltrato nella casa) e per alcune rappresentazioni minime ma mai così esplicite delle manie del regista (il modo in cui viene trattato il sesso su tutte, e in misura minore anche il rapporto con la religione).

Hitchcock scompare il 29 Aprile 1980.





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