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Satoshi Kon

Perfect Blue (1997)
8/10
Sennen Joyu / Millennium Actress (2001)
8/10
Tokyo Godfathers (2003)
7.5/10
Moso Dairinin / Paranoia Agent (2004)
Paprika (2006)
7/10



Perfect Blue
Perfect Blue
Satoshi Kon
Japan 1997
col. 80'


Satoshi Kon, classe 1963, cresce sotto l'ala di Katsuhiro Otomo e si fa le ossa come disegnatore in alcuni dei suoi progetti d'animazione.
Il primo lavoro di sceneggiatura lo compie scrivendo la storia dell'episodio Magnetic Rose, diretto poi da Kôji Morimoto, per il film Memories (1995), anch'esso un progetto partorito da Otomo.

Poco più tardi debutta alla regia con il suo primo film d'animazione, Perfect Blue, animato (come i successivi) dallo Studio Madhouse.
La trama ruota attorno a Mima Kirigoe, un'ex-idol che controvoglia deve abbandonare la carriera di cantante e diventare attrice per esigenze manageriali; ma la donna presto si accorge di essere perseguitata da un maniaco che spia ogni sua mossa, e che allestisce un website in cui, spacciandosi per la vera Mima, racconta la sua vita dal punto di vista di cantante delusa e frustrata (ovvero il punto di vista che Mima cerca in ogni modo di celare a se stessa per poter vivere bene il cambiamento di mestiere). Gli avvenimenti prendono una piega drammatica quando Mima si accorge di non riuscire più a distinguere il set cinematografico dalla propria vita, il sogno dalla realtà, il vero dal falso, e quando una serie di omicidi la autoconvince di stare vivendo un inquietante sdoppiamento di personalità.

Tutti hanno citato Alfred Hitchcock riferendosi al film, come se l'analisi del doppio su sfondo thriller debba implicare per forza l'ispirarsi in primo luogo al maestro; piuttosto in Kon sono presenti più che mai David Lynch (nelle atmosfere, nelle scatole cinesi, nell'analisi psicanalitica) e Philip K. Dick (nella hyper-reality, ovvero nell'impossibilità di discernere fantasia e realtà). Posto questo, il modo in cui Kon fa avanzare la storia, cominciando in maniera semplice ma mettendo lentamente sempre più carne al fuoco, coinvolge sempre maggiormente lo spettatore, che si ritrova con un colpo di scena finale spiazzante ma che risolve tutta la matassa (evidenziando quindi qual'era il sogno e quale la realtà). Gli elementi che riescono a colpire di più sono però le scelte registiche, dei veri e propri colpi da maestro, a partire dalle inquadrature in soggettiva (l'otaku che guarda Mima sul palmo della mano; Mima che osserva i riflettori e le persone attorno a lei durante la scena di stupro; la soggettiva della telecamera al concerto delle nuove "Cham!", che stringe sullo spazio vuoto al centro; e via avanti) per finire a sequenze come quella in cui Mima ha un crollo nervoso dopo aver trovato i pesci morti, quella in cui durante le registrazioni sul set si assiste ad un dialogo che spiega l'autoconvinzione dello sdoppiamento di Mima per poi vedere il nastro riavvolgersi ed ascoltare il dialogo reale (facendo capire quindi come quello precedente fosse un parto mentale di Mima stessa mentre recitava), o quella finale in cui Mima combatte con Rumi trasfigurata nel suo doppio (con apice nel momento in cui Rumi alza le braccia davanti ai fari del camion, guardandoli come se fossero le luci del palcoscenico).
Kon riesce anche nell'intento di sviluppare il tutto in un universo tipicamente giapponese, utilizzando una serie di agganci mai così realistici (e non solo il rapporto idol-otaku e la crisi delle ex-idol, ma anche ad esempio l'utilizzo di Internet nella trama, decisamente avanti rispetto ai tempi), con base di partenza per lo sdoppiamento e per il gioco tra finzione e realtà proprio un set cinematografico (quale luogo migliore? La riflessione si fa così anche metafilmica).
E la volontà di aver voluto realizzare il tutto tramite l'animazione non ha potuto che essere un vantaggio, conferendo efficacemente a molte sequenze un'aura di perversione mentale-sessuale autentica, e rendendo il mix tra sogno e reale molto più riuscito.
Altro punto degno di menzione è infine la bellezza con la quale è costruito e reso il profilo psicologico di Mima, ragazza fragile ma matura, vittima innocente che crolla nel non riuscire a comprendere la violenza su di lei riversata da parte di una società disgustosa.




Sennen Joyu
Millennium Actress
Satoshi Kon
Japan 2001
col. 87'


Sennen Joyu, titolo internazionale Millennium Actress, è il secondo film d'animazione di Kon, nuovamente animato dallo Studio Madhouse.

Un regista ed un cameraman, dopo molte ricerche, trovano Chiyoko Fujiwara, attrice celebre nei 1950s e poi ritiratasi improvvisamente e misteriosamente dai set dopo un incidente. Il regista le riconsegna proprio l'oggetto che la stessa aveva perduto nello studio il giorno del suddetto incidente, ovvero una chiave. Chiyoko inizia così a ripercorrere e raccontare il proprio passato, ovvero l'incontro con l'uomo che le diede la chiave e poi fuggì in Manciuria (era un ribelle, e l'epoca era quella della guerra), e la di lei continua e disperata ricerca per poterlo rivedere (lei diventa attrice nella speranza che lui la noti, se ne va in Manciuria nella speranza di incontrarlo, e tiene sempre appesa al collo la chiave a ricordarle la promessa di un nuovo incontro).
Durante i racconti di Chiyoko, il cameraman ed il regista vengono trasportati nelle memorie della donna, assistendo metaforicamente di persona agli avvenimenti della sua vita e poi commentandoli, ma ben presto si aggiunge un elemento (fondamentale ) in più: nei racconti di Chiyoko si fondono le storie da lei recitate e la storia della sua stessa vita, con la trasfigurazione dei personaggi (l'amato del film diventa sempre l'uomo che lei rincorre nella vita reale, l'antagonista femminile del film diventa sempre l'attrice più anziana invidiosa di Chiyoko sul set, l'uomo che rincorre l'amato diventa sempre l'uomo che al loro primo incontro lo inseguiva, e la spalla che protegge Chiyoko diventa il regista stesso, il quale, si scopre, nella realtà le salvò la vita il giorno del suo ritiro dalle scene) e la traslazione della riflessione, da individuale a storico-nazionale (i film interpretati da Chiyoko rivivono un millennio di storia giapponese).
Mononoke Hime di Hayao Miyazaki ha fatto sicuramente scuola sul piano sensibile più evidente (le metafore e le rivisitazioni della storia giapponese, comprese alcune citazioni), ma Kon (che alla sceneggiatura si fa aiutare anche da Sadayuki Murai) scende molto più nel complesso, ripescando e analizzando alcuni dei temi già affiorati in passato nelle proprie opere (il rivivere fisicamente i ricordi come in Magnetic Rose, e il dualismo metafilmico come in Perfect Blue, qui portato ad un ulteriore terzo livello, dal momento che il cameraman riprende di continuo l'intervista, i ricordi e le interpretazioni di Chiyoko).
I toccanti temi dell'amore rincorso inutilmente, delle delusioni amare (il matrimonio con un viscido regista che la inganna) in contrasto con la ricerca del sentimento idealizzato, della bravura di Chiyoko come attrice (dovuta al fatto che in ogni ruolo reinterpreta sempre la storia della sua vita), e la splendida sequenza finale (con una riflessione sulla vecchiaia e sull'ultimo viaggio -la morte- che si conclude evidenziando quanto l'amore per il fuggiasco sia stato in realtà l'amore della sua ricerca, con una riflessione quindi anche sul significato della vita: non l'obiettivo ma il percorso) spazzano via tutte le stupide critiche di chi aveva visto il sesso e la violenza in Perfect Blue come elementi inutili o compiaciuti. Kon è un regista che dà dei messaggi precisi, e li esplica nel modo più efficace possibile, riuscendo a manovrare generi e atmosfere differenti sempre con la stessa bravura.
Un ultimo appunto alle belle musiche, opera di Susumu Hirasawa.






Tokyo Godfathers
Tokyo Godfathers
Satoshi Kon
Japan 2003

col. 90'


Tokyo Godfathers si ispira al romanzo The Three Godfathers, scritto da Peter B. Kyne nel 1913 e già portato sul grande schermo da Edward LeSaint (The Three Godfathers, 1916), William Wyler (Hell's Heroes, 1930), Richard Boleslawski (Three Godfathers, 1936) e John Ford (ben due volte, con Marked Men nel 1919, e 3 Godfathers nel 1948).
Ricalcandone più o meno la sequenza narrativa, Kon cambia però tutto il resto: personaggi (da tre rapinatori di banche a tre senzatetto), luogo (dall'Arizona a Tokyo), tempo (dal Far West all'inizio del terzo millennio), tematiche in evidenza (Kon si concentra sui rapporti problematici tra genitori e figli, analizzati in svariate maniere), e finale. Resta però il fulcro della trama a sorreggere gli eventi, ovvero l'adozione di una bambina da parte di tre individui ben poco adatti a fare da genitori (in Kon sono un barbone fuggito dalla propria famiglia dopo averla riempita di problemi, un omosessuale cresciuto senza genitori, e una ragazzina scappata di casa dopo aver ferito il padre).
Il film è un bel racconto di Natale (ambientato proprio tra la notte della Vigilia e Capodanno) raccontato senza buonismi gratuiti (è presente anzi una serie di violenze mentali e fisiche), con un ritmo vivace, una maturità molto apprezzabile, ed una sottile ironia a fare capolino perfino nelle sequenze più tragiche.
Due soli difetti: il poco realismo degli eventi (è proprio forzato il fatto che tutti incontrino e re-incontrino tutti), e la loro piega a volte eccessivamente melodrammatica. L'atmosfera che si respira è comunque molto americana e ben poco giapponese, e Kon preme apposta sul freno autoriale (evitando i suoi tipici rompicapi disorientanti), così il risultato diventa il suo film più "tradizionale" e fruibile dal grande pubblico.
Alla sceneggiatura partecipa Keiko Nobumoto, già nota per essere stata la scriptwriter principale della serie animata Cowboy Bebop, diretta da Shinichiro Watanabe.






Moso Dairinin
Paranoia Agent
Director: Satoshi Kon
Studio: Madhouse
Original Run: 2004
Episodes: 13


Nel 2004 Kon dirige la serie animata Paranoia Agent (titolo originale Moso Dairinin), grazie alla cui lunghezza di 13 episodi riesce a sviluppare lentamente e senza fretta non solo alcune delle sue ossessioni tematiche, ma anche stilistiche.
La trama prende in esame diversi aspetti della psicologia umana, dei quali il principale analizzato è la tendenza ad inventare simulacri e realtà fittizie per sfuggire agli eventi reali di cui si ha colpa.

Nella serie le angosce delle persone che non riescono ad ammettere di essere la causa dei propri mali vengono materializzate da una parte con l'apparizione di Shonen Bat (un fantomatico ragazzo armato di rollerblade e mazza da baseball, che se ne va in giro prima a colpire sulla testa e poi arrivando anche ad uccidere) e dall'altra con lo spopolare della mascotte-peluche Maromi (che tutti vogliono perché rassicura loro riguardo la realtà da essi stessi creata, convincendoli della loro innocenza mai perduta).
Ma sia Shonen Bat sia Maromi sono due prodotti della fantasia di Tsukiko Sagi, una disegnatrice (diventata appunto celebre per aver ideato Maromi) che li inventò da bambina per giustificare una propria colpa e crearsi un mondo falso in cui vivere.
Tutti gli altri personaggi coinvolti vengono più o meno messi alle strette e costretti a seguire la medesima tendenza (chiudersi nel proprio mondo, con apice nella vicenda dell'ispettore che si auto-intrappola nella propria realtà bidimensionale), finché il poliziotto più giovane incaricato del caso non decide di trasfigurarsi in una sorta di super-eroe ("Radar Man") e combattere la minaccia di Shonen Bat (che nel frattempo si è ingigantita sempre maggiormente, fino ad assumere le sembianze simboliche di un'enorme onda nera) sullo stesso piano di realtà. Mettendo Tsukiko al muro e costringendola ad ascoltare la verità, il mondo fittizio della ragazza crolla, e Maromi viene sconfitto dall'onda nera, che inghiotte prima Tsukiko e poi tutta la metropoli. Ma Tsukiko è diventata consapevole e "risorge", iniziando una nuova vita.
Nel panorama post-conflitto sembra però essere cambiata solamente lei (diventata una "office lady", curata nel vestire e con un nuovo taglio di capelli), tutto il resto pare ripetersi tragicamente (i dialoghi sono identici a quelli iniziali, e una nuova mascotte ha preso il posto di Maromi nell'immaginario collettivo).
La stoccata finale è data dalla figura del giovane poliziotto, che con un'ellissi temporale viene mostrato essere diventato un vecchio pazzo (come il vecchio pazzo presente nei passati episodi, che nella sua follia sembrava però conoscere gli eventi più di ogni altro, come gli oracoli delle tragedie greche): sull'asfalto di un parcheggio scrive con il gesso la stessa identica formula che l'altro pazzo aveva scritto prima dell'arrivo di Shonen Bat, ma con sgomento si ferma dopo il segno di "uguale", rendendo la scritta leggibile anche come "A-NI", e quindi facilmente completabile con "ME", indicando quindi implicitamente l'animazione giapponese come il vero "paranoia agent". La riflessione così non solo ribalta il livello di lettura (il prodotto d'animazione punta il dito contro chi lo sta guardando), ma rende Paranoia Agent l'opera di Kon più vicina al movimento Superflat (e anzi, una delle sue più raffinate e ricercate nel trattare certe tematiche, che nel suo lavoro erano precedentemente affiorate solamente in Perfect Blue).

Lo stile di Paranoia Agent è parallelo e funzionale al racconto: rompe la quasi totalità delle barriere di genere, ed è caratterizzato da un continuo alternarsi di realtà-finzione e commedia-tragedia, con il desiderio di non essere mai prevedibile o scontato. Sono presenti inoltre svariati simbolismi, auto-parodie e auto-citazioni sin dalla sigla d'apertura.

Paranoia Agent fonde in una sola opera un'analisi della colpevolezza tipica del cinema di Cristopher Nolan, un utilizzo della hyper-reality tipica della narrativa di Philip K. Dick, un criticismo alla società consumistica di inizio 2000 tipico della corrente artistica Superflat, ed una riflessione sulla volontà di potenza nietzschiana.

Tutto ciò ne fa una delle opere koniane più ostiche e disorientanti, ma anche una delle più intelligenti e affascinanti, e in generale uno dei massimi vertici di sempre tra le serie animate nipponiche.




Paprika
Paprika
Satoshi Kon
Japan 2006
col. 90'


Paprika, quarto lungometraggio d'animazione di Satoshi Kon, e come sempre animato dallo Studio Madhouse, è interamente dedicato al mondo onirico, e stavolta in maniera esplicita.

In un vicino futuro un team di scienziati ha sviluppato una macchina, chiamata DC Mini, in grado di leggere i sogni, riproiettarli, e addirittura interferire con essi in sogno. La macchina non è ufficialmente completata né perfezionata, quindi per poterla utilizzare nella ricerca psichiatrica uno degli scienziati sviluppatori, la dottoressa Atsuko Chiba, è costretta a vestire i panni dell'alter-ego Paprika ed aiutare i pazienti (tra i quali c'è il poliziotto Konakawa Toshimi). Ma presto alcune macchine vengono rubate, e siccome tra i risvolti non previsti c'è la possibilità che esse possano interagire anche con chi è sveglio, bisogna assolutamente impedire una svolta tragica degli eventi.

Paprika è spaccato su due livelli differenti, ovvero la trama effettiva e il flusso visionario, ed entrambi hanno una larga base di citazionismo e autocitazionismo. Il poliziotto, la donna dalla doppia personalità, la critica sociale e soprattutto il conflitto finale arrivano dritti da Paranoia Agent
, ed in misura minore da Perfect Blue, mentre una serie di altre soluzioni visive e narrative citano esplicitamente vari film visionari americani (Strange Days della Bigelow, Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry, Nightmare di Craven) e diversi film d'animazione (Pinocchio e The Little Mermaid della Disney, diverse citazioni dall'ultimo Miyazaki -d'altronde il direttore delle animazioni è anche qui Masashi Ando, come in Sen to Chihiro no Kamikakushi-, ed infine un'ironica autocitazione finale nei cartelloni al cinema, dove compare Tokyo Godfathers). Questo fortissimo apparato citazionista evidenzia come la trama in realtà non sia certo la più originale né la più complessa del cinema di Kon, ma come già in Tokyo Godfathers l'autore compensa la minore originalità con una regia esplosiva ed un talento visivo unico. Perché, siccome il fatto di presentare esplicitamente la componente onirica giustifica automaticamente qualunque follia visiva, Kon si lascia andare ad uno "stream of consciousness" allucinante e che gli riesce benissimo (l'animazione è certo più adatta e convincente a rappresentare trovate simili, senza alcuna limitazione di fantasia proprio come nei sogni).
E, in tutto questo, Kon infila anche l'immancabile riflessione metafilmica (come già in tutte le sue opere precedenti), stavolta coinvolgendo il cinema nel vecchio trauma psicologico che sta cercando di risolvere il poliziotto (con una serie di conseguenti giochi semantici, come le ricorrenti scene nella sala cinematografica e l'ironica chiusura finale).
Molti dei luoghi e degli elementi sono ricorrenti (d'altronde il sogno è sempre ricorrente), e la commistione tra realtà e fantasia non è mai stata così esplicita e fisica. Quest'ultimo elemento però, purtroppo, rende l'idea molto meno affascinante di come era stata affrontata dal regista in passato, ed anche l'assenza di tocchi cupi o paranoici si fa sentire. Paprika magari può essere dato in pasto abbastanza facilmente al mainstream, ma non può competere con gioielli come Perfect Blue o Paranoia Agent (i quali però resteranno sempre incompresi dai più).
Da segnalare invece le musiche, ottime e perfette per le scene, curate dal fido Susumu Hirasawa.

Il film è stato presentato al Festival di Venezia del 2006, ed è uscito nelle sale italiane a metà 2007.





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