Yoshifumi Kondo, nato a Gosen-shi (Giappone)
nel 1950, è stato uno dei più fedeli collaboratori dei
registi Hayao Miyazaki e Isao Takahata,
lavorando come animatore a quasi tutti i loro progetti dal 1971 in
poi, tra cui molti dei lungometraggi dello Studio Ghibli.
Nel 1995 Miyazaki gli affida la regia di Mimi
wo Sumaseba (titolo internazionale Whisper of the
Heart), adattato (dall'omonimo manga di Aoi Hiiragi) per
il grande schermo da Miyazaki stesso.
Shizuku è una ragazza di 14 anni appassionata di lettura, incuriosita
dal cognome che ricorre continuamente nella tessera del noleggio prima
del suo: Asegawa. Un giorno, seguendo uno strano gatto, capita nel negozio
di un anziano artigiano, che scopre essere il nonno di Seiji, un coetaneo
di Shizuku con cui ha già avuto a che fare in precedenza. Dopo
una prima impressione un po' infastidita, tra i due si sviluppa un'intesa
reciproca, e in particolare Shizuku viene molto colpita dalle abilità
di Seiji come fabbricante di violini, nonché dalle sue idee chiare
verso il futuro (il ragazzo entro breve partirà verso Cremona,
in Italia, per un apprendistato). La ragazza comincia così a
chiedersi quale potrebbe essere il proprio obiettivo.
Titolo internazionale Whisper
of the Heart, si tratta di un adattamento cinematografico dell'omonimo manga di
Aoi Hiiragi (pubblicato nel 1989), sviluppato
dallo stesso Miyazaki, che ne modifica in parte gli avvenimenti e ne stende la storyboard. Alla regia
c'è però Yoshifumi Kondo, al suo primo (e purtroppo ultimo)
film.
Non si può parlare di tipico film miyazakiano,
a partire dalle tematiche e dai personaggi, tuttavia il tocco di Miyazaki
si nota comunque a sprazzi, ad esempio nel modo in cui viene dipinta
la città di Tama New Town (come se fosse una cittadina europea
dal fascino antico, alla pari di tutte le città dei film di Miyazaki),
nelle sequenze "oniriche" (in cui Shizuku vola), nell'importanza
data alla fantasia per la propria crescita personale.
Ciò che rende Mimi wo Sumaseba un piccolo gioiello
nel suo genere non è tanto il soggetto (una semplice e realistica storia d'amore
tra due pre-adolescenti), quanto la sensibilità con cui viene sviluppato e narrato,
donando alla storia una purezza, una magia e una poesia difficilmente
rintracciabili nella maggioranza dei lungometraggi (d'animazione e non)
a tematiche simili. Ciò che affrontano i protagonisti
(la prima grande storia d'amore, la fine della "junior high school",
la voglia di capire quale sia il proprio reale obiettivo nella vita
e come esso si possa realizzare) appare sempre sincero e naturale, senza traccia di alcuna forzatura o melassa nemmeno nello
speranzoso lieto fine, il quale anzi appare come una conseguenza ovvia
della crescita interiore di Shizuku soprattutto nell'aver compreso le
proprie possibilità e i propri limiti da superare.
Curatissimo il design degli interni, ottime le animazioni, come da tradizione Ghibli.
Azzeccatissimo il tema ricorrente Take Me Home, Country Roads (canzone originariamente scritta da John Denver nel 1971, ma che qui
compare in una serie di versioni differenti), che aggiunge ancora più bellezza all'opera, e riesce a rendere commovente la chiusura.
Da vedere sino alla fine: durante i titoli di coda si
scopre anche come finisce la parallela storia sentimentale di Yuko,
l'amica di Shizuku.
I gatti Muta e Baron ritorneranno nella semplice favoletta
The Cat Returns, lungometraggio del 2002 sempre di
produzione Studio Ghibli (ma diretto da Hiroyuki Morita).
Dopo l'uscita del lungometraggio Mononoke Hime, nel
1997, Hayao Miyazaki dichiara l'intenzione di lasciare il proprio posto da regista proprio a Yoshifumi Kondo, ma quest'ultimo, purtroppo, scompare prematuramente
nel 1998.