Nadine Labaki, classe 1974, è un'attrice e regista libanese.
Debutta girando video musicali, attività che proseguirà
per circa 5 anni prima del salto al grande schermo.
Nel 2007, scrive e dirige
il suo debutto cinematografico, ovvero Sukkar banat
(titolo internazionale Caramel).
Il film, formalmente, è eccellente:
fotografia limpida e calda, montaggio curato con ritmi perfetti, setting
inusuale in una Beirut esotica e priva dell'ombra della guerra e dell'intolleranza
religiosa.
Ma la sceneggiatura non regge molto.
Lo spunto iniziale è una variante libanese e più drammatica
delle "donne sull'orlo" di Almodóvar.
Lo svolgimento presenta stereotipi a pioggia. Tutte le donne mentono
(qualcuna al compagno, quasi tutte a se stesse). La ragazza con capelli
corti, poco trucco e abiti maschili è ovviamente lesbica. La
ragazza più bella del gruppo non ha ovviamente una vita sentimentale
felice, e con tutti i potenziali partner disponibili va a finire proprio assieme ad
un uomo sposato con figlia. La ragazza più "normale"
del gruppo ovviamente si sposa, ma quasi altrettanto ovviamente ha un segreto
ancora non svelato al futuro marito. La donna di mezz'età ha
un ultimo impulso nel voler ricercare una nuova storia sentimentale,
ma (qui inspiegabilmente) lascia perdere l'occasione, perché
sente che il suo posto è fare da balia a un'anziana ammattita
ogni giorno della sua vita, senza compromessi. E non manca nemmeno
una scontata scena di matrimonio folkloristico, ideologicamente priva di velleità etniche riaffermatrici, antiglobalizzatrici o ribelli, bensì malinconica e funzionale a spazzare via con la pre-organizzata allegria tipica del rituale collettivo esorcizzante i problemi di ogni giorno.
Il finale pare l'unico vero momento capace di sollevare la qualità
del lavoro: quando tutte le storie individuali avrebbero potuto convergere, svilupparsi
verso una mèta o trovare una soluzione, il film al contrario
termina. In questo modo, la sensazione conclusiva è quella di una
fotografia, uno scatto che immortala il fondale invece che i soggetti:
le cose potranno cambiare e svilupparsi in mille modi, ma quello resterà
sempre il fondale. In tal senso la pellicola si riscatta, e nei
piccoli drammi banalotti delle protagoniste si può quindi leggere
un disegno più ampio, una sorta di accenno ad una repressione
esistenziale (le bugie e le rinunce) in cui la donna vive e dalla
quale non cerca mai davvero di evadere. Ma è solo un accenno
forse addirittura involontario, perché il non detto, in quest'opera,
potrebbe indicare di tutto e di più, come allo stesso tempo
semplicemente celare una mera incapacità narrativa.
Il film ha la sua première al Festival di Cannes 2007.