Home


FAQ


Music


Cinema


More Stuff




Gus Van Sant

Mala Noche (1985)
6/10
Drugstore Cowboy (1989)
8/10
My Own Private Idaho (1991)
7.5/10
Even Cowgirls Get The Blues (1993)
4/10
To Die For (1995)
7.5/10
Good Will Hunting (1997)
7/10
Psycho (1998)
6/10
Finding Forrester (2000)
6/10
Gerry (2002)
7/10
Elephant (2003)
7.5/10
Last Days (2005)
6/10
Paranoid Park (2007)
8/10
Milk (2008)
7/10
Restless (2011)
-/10



Gus Vant Sant
nasce nel 1952 in Kentucky (USA); frequenta la Catlin Gabel School di Portland (Oregon, USA) e successivamente la Rhode Island School of Design, per poi trascorrere del tempo in Europa e successivamente a Los Angeles, auto-producendo e dirigendo nel frattempo una dozzina di cortometraggi.

Il suo lungometraggio d'esordio è Mala Noche (1985), adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo semi-autobiografico di Walt Curtis (noto poeta di Portland). Esordio comprensibilmente low-budget e acerbo, il film narra le confuse relazioni che un giovane commesso omosessuale (Walt Curtis, interpretato da Tim Streeter) instaura con due immigrati clandestini messicani. Lo screenplay è abbastanza povero, ma la pellicola riesce a sollevarsi grazie ad una regia sapiente (che sa evitare di cadere nelle trappole sia della commedia sia del melodramma, sottolineando invece discomunicazioni e amarezze) ed uno stile azzeccato (16mm, bianco e nero, fotografia sgranata e toni minimali sono stati sicuramente la scelta migliore per valorizzare il progetto).

Il successo relativo della pellicola (nominata come miglior film indipendente dell'anno dal Los Angeles Times) attira l'attenzione della major Universal, alla quale Van Sant presenta alcune idee che vengono però respinte. Van Sant taglia il rapporto con la major e si ritira a Portland (in cui si stabilirà definitivamente) per lavorare sul materiale. Per il suo successivo Drugstore Cowboy trova un contratto con la Avenue Pictures.



Drugstore Cowboy
Drugstore Cowboy
USA 1989
col. 101'


Portland, 1971. Un gruppo di quattro tossicodipendenti, formato da due coppie (Bob e Diane gli "esperti", Rick e Nadine i "novellini"), passa le giornate procurandosi droghe e denaro tramite rapine in farmacie e ospedali. Costantemente braccati da un poliziotto, i quattro sono anche continuamente in crisi a causa dei rapporti interni al gruppo (Bob sembra preferire la droga e le rapine a Diane, mentre Nadine risulta essere sempre d'intralcio agli altri), e la situazione precipiterà quando la "cattiva sorte" (secondo l'estremamente superstizioso Bob) si abbatterà su di loro.

Il secondo lungometraggio di Gus Van Sant, per la prima volta non indipendente, è forse il più riuscito film sul mondo dei tossicodipendenti della sua decade (1980-1989). Adattando l'omonimo romanzo di James Fogle, Van Sant racconta il particolare e rocambolesco stile di vita di un gruppo di drogati, e lo fa senza autocompiacimento, senza melodramma, ed evitando il più possibile ogni lettura moralista; il risultato è un affresco realistico e convincente, coinvolgente nel fluire ininterrotto di eventi, e percorso da una vibrante tensione. Bene e male non esistono (la droga non è il male, così come una vita senza droga non è il bene), ma esistono solamente la buona e la cattiva sorte, personificate dall'estrema superstizione del protagonista (che difatti come gesto di purificazione personale offre la sua "ultima tentazione" -una busta di droga- a Padre Murphy e rischia la vita per proteggerlo, così come il colpo di pistola arriva a metaforizzare la fine del suo calvario in quanto prezzo finale da pagare alla "maledizione"). Le ideologie sono tutte morte, e a sottolinearlo c'è il setting spaziotemporale, una West Coast del 1971 nella quale la controcultura è talmente fallita da non esistere nemmeno come memoria, e nella quale il riflettore è puntato su criminali egoisti e parassiti della società.
Surreale il fatto che la vita dei quattro tossici rispecchi quella di una famiglia, con Bob e Diane a simboleggiare due genitori che aiutano continuamente i due "figli" (la coppia di complici novellini) a crescere ed inserirsi nel "lavoro" (qui coincidente con il mondo delle rapine e della droga), così come lo svolgersi degli eventi drammaticamente perverso (Nadine è una teenager confusa che odia se stessa e cerca l'approvazione degli altri, finendo per far precipitare gli eventi di tutti; Diane sceglie di preferire la droga a Bob, mostrando come effettivamente ciò che sembrava più importante solo per Bob in realtà lo fosse anche per lei; Rick finisce per diventare il fidanzato di Diane, sottintendendo un metaforico complesso edipico).
Eccezionale prova attoriale di Matt Dillon, perfettamente calato nel ruolo di uno schiavo del proprio stile di vita ancor prima che degli stupefacenti, perennemente inquieto e con il fiato sul collo (prima fugge dalla legge, poi fugge dalla "vendetta" della cattiva sorte).
Apparizione speciale di William S. Burroughs nei panni di Padre Murphy, anche se con un paio di battute forzate (la sua lettura politica della tossicodipendenza, concetto ripreso della propria opera letteraria, non è granché amalgamabile con il resto del racconto).
La colonna sonora, paranoica e atmosferica, è opera di Elliot Goldenthal.




My Own Private Idaho
Belli e dannati
USA 1991
col. 105'


Portland, Oregon. Due ragazzi ventenni senzatetto vivono prostituendosi per le strade, l'uno (Mike, interpretato da River Phoenix) perché non conosce alcuna alternativa di vita, e l'altro (Scott, interpretato da Keanu Reeves) per fare il massimo torto al proprio padre (il ricco sindaco della città). Un giorno Mike deciderà di mettersi alla ricerca della propria madre (della quale ha solo alcuni sbiaditi ricordi), e assieme a Scott intraprenderà un viaggio che li porterà dapprima nell'Idaho e poi in Italia.

My Own Private Idaho (titolo preso dal pezzo Private Idaho del gruppo "new wave" The B-52's) è la conferma finale dell'interesse e della capacità di Van Sant nel raccontare storie di adolescenti ai margini della società; tematiche scomode come omosessualità, povertà e solitudine scorrono realistiche e senza eccessi drammatici o commenti morali, con la figura di Mike ad offrire la chiave di lettura dell'opera: scariche di ironia e di tensione (la narcolessia di cui soffre Mike è utilizzata sia per sottolineare la prima sia per sottolineare la seconda, oltre che per dare un tocco surreale ed onirico al tutto), confusione mentale (il ricordo idealizzato della propria infanzia), ed un profondo senso di vuoto incolmabile (la madre di Mike è solo un pretesto per riuscire ad avere un obiettivo, che però viene rincorso senza mai essere raggiunto; e se Scott trova senza problemi la propria strada, Mike vive in un eterno e vagabondo spaesamento -le sequenze ambientate in Italia e la scena del funerale sono la massima evidenza del contrasto tra i due-).
Ad aumentare ulteriormente il surrealismo sono presenti diversi dialoghi tratti dall'Enrico IV, Parte 1 di Shakespeare (seguendo lo stile di Campanadas de medianoche, adattamento cinematografico di Orson Welles del 1965), inseriti in modo da rendere il ladro Bob una metafora di Falstaff.
Azzeccatissima la scelta di Phoenix e Reeves, entrambi eccellenti ed entrambi in un ruolo a piccoli tratti autobiografico.




Even Cowgirls Get the Blues (1993, in Italia Cowgirls - il nuovo sesso) è un adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Tom Robbins del 1976, all'epoca uno dei best-seller della "controcultura".
La prima versione, presentata ai festival di Venezia e Toronto nel 1993, fu accolta in maniera estremamente negativa, per tanto Van Sant la cestinò e ne rimontò una seconda versione nel 1994; a causa di tale forte editing il film è stato ampiamente snaturato, e ciò che voleva essere una celebrazione di libertà (umana e narrativa), allucinogeni e ambiguità sessuali è risultato in realtà un pasticciaccio sconclusionato in cui vanno a fondersi una plotline terribilmente noiosa e costellata di idiozie (lo screenplay dà l'impressione di essere totalmente improvvisato), un sense of humor discutibile e grottesco, e una love story (lesbo) mai incisiva o approfondita. L'impressione finale è che, comunque, probabilmente nemmeno la prima versione fosse tanto meglio.
Cast ricchissimo (Uma Thurman, John Hurt, Pat Morita, Keanu Reeves, Udo Kier, Rain Phoenix, Lorraine Bracco, Sean Young, Crispin Glover, Angie Dickinson, Grace Zabriskie, Heather Graham, ed un cameo di William S. Borroughs) totalmente sprecato, così come sono sprecate le buone musiche di K.D. Lang.
La voce narrante è dello stesso Tom Robbins.
La scritta iniziale "For River" è una dedica a River Phoenix, morto per overdose nel 1993.
Il progetto, costato più di 8 milioni di dollari, è stato un completo fallimento di pubblico e critica.



To Die For
Da morire
USA 1995
col. 106'


Suzanne Stone (interpretata da Nicole Kidman), ragazza piuttosto povera di intelligenza e talento, ha un unico scopo: diventare una star del piccolo schermo. Arrivando a basare completamente la propria vita sul raggiungimento di tale status, finirà per complottare di uccidere il proprio marito Larry Maretto (interpretato da Matt Dillon) usando tre studenti della bassa società (Lydia, Jimmy e Russell) sui quali avrebbe inizialmente voluto fare un documentario di successo.

Basato sull'omonimo romanzo di Joyce Maynard (sceneggiato perfettamente da Buck Henry), To Die For è una pungente black-comedy che esprime una convincente satira del culto della celebrità televisiva statunitense, funzionando sia nello stile (è girato sottoforma di un documentario nel documentario), sia nella figura centrale di Suzanne (un vero caso patologico, talmente unico da risultare realistico), sia nel finale tragicomico (Suzanne, tramite un omicidio e qualche invenzione data in pasto alla stampa, realizza il suo più grande sogno e sembra aver vinto; poco dopo però la famiglia Maretto si vendica, e il riequilibrio delle cose appaga cinicamente i desideri dello spettatore; ed infine arriva la doppia beffa: la giovane Lydia diventa quello che Suzanne avrebbe voluto essere, a dispetto di ciò che Suzanne pensava di lei, e la sorella di Larry pattina felice sul ghiaccio dove giace Suzanne).
Molto sapiente la regia, che eccelle in ogni sequenza senza mai un calo di qualità tecnica, nonostante le tematiche ricorrenti ("se non appari in televisione non sei nessuno") siano tutte ossessioni già viste e riviste, e nonostante si percepisca a tratti qualche debito dalle dinamiche del cinema di Stephen Frears.
Notevole la prova attoriale: Nicole Kidman è alla sua prima grande interpretazione, Illeana Douglas, Casey Affleck e Joaquin Phoenix (questi ultimi due praticamente al loro debutto) sono eccellenti co-protagonisti, mentre è un po' sprecato Matt Dillon nei panni di un marito ben presto relegato ai margini della storia e provocante compassione nello spettatore (a causa del forte contrasto tra il suo buon'animo e la perfidia arrivista della moglie).
Cameo del regista David Cronenberg nella parte del killer.
To Die For è anche il primo lungometraggio di Van Sant per una major (la Columbia).




Good Will Hunting
Will Hunting - Genio ribelle
USA 1997
col. 122'


Will Hunting (interpetato da Matt Damon) è un orfano ventenne che vive nei quartieri poveri di South Boston e di mestiere lava i corridoi del Massachusetts Institute of Technology. La sua vita cambia quando uno dei professori dell'istituto si accorge che Will è anche un genio, soprattutto per quanto concerne l'ambito matematico; per tirarlo fuori dai guai giudiziari (Will trascorre le giornate, oltre che a leggere, a bere con gli amici e occasionalmente fare risse) è però costretto anche a fissargli degli incontri settimanali con uno psicologo, e l'unico strizzacervelli che possa essere in grado di instaurare un rapporto con Will sembra essere Sean Maguire (interpretato da Robin Williams).

La sceneggiatura originale del film è stata scritta dagli stessi Matt Damon e Ben Affleck (anche attori, rispettivamente nei panni di Will Hunting e del suo amico Chuckie), ma rivista pesantemente da Rob Reiner e William Goldman (che ne hanno tolto gli aspetti da thriller e manipolato il finale); la stessa Castle Rock di Reiner era anche molto scettica riguardo la volontà di Damon e Affleck di interpretare due ruoli principali, finché grazie alla collaborazione del regista Kevin Smith lo script non è stato comprato e tradotto in film dalla Miramax.
Gus Van Sant è stato fortemente voluto alla regia dagli stessi Damon, Affleck e Williams.

Good Will Hunting è essenzialmente pensato per il pubblico mainstream, ed è costellato da classici marchi di fabbrica tipici dei grandi prodotti hollywoodiani (love story idealizzata, dialoghi spesso retorici e intaccati da cliché, lietissimo e romantico finale), tuttavia grazie alla freschezza delle interpretazioni (con Damon e Williams in una delle loro migliori prove di sempre), e grazie all'occhio di Van Sant (particolarmente efficace nel catturare la vita dei ragazzi a South Boston, i dialoghi tra Will e Chuckie, e alcuni momenti di solitudine di Will), il risultato finale si eleva molto al di sopra della media dei blockbuster.
Scontato il fatto che il classico rapporto insegnante-allievo instaurato tra Hunting e Maguire diventi il simbolico rapporto tra un figlio ribelle ed un padre maturo (che Will non ha mai avuto), così come sono più che prevedibili gli sviluppi della love story, ma in compenso gli aspetti psicologici (Will inconsciamente dà a se stesso la colpa del proprio tragico passato, e questo lo porta a non voler rischiare nulla, autolimitandosi sia nel lavoro sia nella vita privata) e il ritmo frizzante (sono presenti diverse parentesi divertenti) compensano le lacune di originalità.
Casey Affleck (fratello minore di Ben Affleck) ha una piccola parte nel ruolo di uno degli amici di Will.
Il film vince un Golden Globe (per la sceneggiatura) e due Oscar (uno alla sceneggiatura e l'altro a Williams).



Nel 1998 Gus Van Sant gira un remake di Psycho.
L'operazione che Van Sant compie con uno dei capolavori di Alfred Hitchcock è singolare: ogni sequenza, inquadratura e movimento di macchina è il più possibile identico alla versione originale, in una sorta di remake tecnico con velleità perfezioniste. Per il resto, la sceneggiatura viene in minima parte rivista e aggiornata dallo stesso Joseph Stefano (l'adattatore dell'originale), le musiche di Bernard Herrmann vengono riarrangiate da Danny Elfman, e il bianco e nero viene abbandonato in favore del colore (di Chris Doyle).
Il significato dell'esperimento è piuttosto fumoso: per ammodernare Psycho alle platee del 1998 sicuramente si sarebbe dovuto intervenire su dialoghi, montaggio e movimenti di macchina (tutti perfettamente naturali nel 1960, ma nel 1998 per la maggior parte no), che qui vengono invece riproposti con un rigore estremo; e rifare un lavoro inquadratura per inquadratura non ha molto senso, dato che non sarà in ogni caso mai uguale all'originale né tantomeno avrà la stessa "chimica" e lo stesso impatto dello stesso. A ciò si aggiunge la palese inferiorità del cast nuovo rispetto a quello storico: da Anne Heche (che si risolleva solo grazie alla sequenza della doccia) a Vince Vaughn (quasi fuori posto), tutti gli attori rendono palese la sensazione di recita teatrale, di "copia", di imitazione.
Il film resta tuttavia un esperimento piuttosto unico e interessante, a conti fatti meritevole di una curiosa visione da parte di chiunque conosca già l'originale del 1960.


Finding Forrester (2000, in Italia Scoprendo Forrester) è una versione interrazziale e molto meno ribelle di Good Will Hunting. Protagonista un giovanissimo studente afroamericano che tenta in tutti i modi di entrare nel mondo del burbero Forrester (interpretato da Sean Connery e ispirato dalla figura di J.D. Salinger), ex scrittore di successo ora auto-ritiratosi. Tra i due riuscirà a stabilirsi un rapporto allievo-insegnante che finirà prevedibilmente per far crescere sia l'uno che l'altro.
Finding Forrester non è nulla più che un idealistico film per famiglie, e manca di una vera sceneggiatura e di uno spirito realista o anticonformista (il quale, dato anche l'àmbito letterario, si limita a qualche idea presa da Dead Poets Society di Peter Weir), risultando fin troppo chiaramente un prodotto furbamente girato in seguito al grande successo del precedente Good Will Hunting.
Unico reale motivo di visione l'interpretazione dei due protagonisti, con Sean Connery davvero credibile e calato nella parte.



Gerry
Gerry
USA 2002
col. 103'


Gerry
(2002) è il film più sperimentale e avanguardista di Van Sant sin dai tempi di My Own Private Idaho.
Due ragazzi (Matt Damon e Casey Affleck), entrambi di nome Gerry, si stanno dirigendo verso un "qualcosa" al termine di un sentiero in mezzo a delle colline brulle, ma ben presto si stancano e decidono di tornare indietro; eppure il loro viaggio a ritroso, invece di portarli nuovamente al luogo in cui hanno lasciato l'automobile, li fa addentrare sempre più nel deserto. Quando i due arrivano, stremati, ad un'immensa distesa di polvere salata, uno dei due esclama "I'm leaving", e l'altro lo strozza (in una sequenza che visivamente sembra quasi citare il finale di Greed, il capolavoro del 1924 di Eric von Stroheim); ma per ironia della sorte i due erano finalmente vicini ad un'autostrada: l'unico Gerry sopravvissuto lo scopre poco dopo, e con le ultime forze rimastegli la raggiunge e trova un passaggio in automobile.
Van Sant gira tutto il film (lungo circa 100 minuti) in sole 100 inquadrature, spesso prediligendo la camera fissa; per tutto il tempo segue le vicende degli unici due personaggi presenti, pedinandoli mentre si perdono in mezzo al deserto (e soffermandosi su lunghe camminate e lunghi silenzi, ovvero ciò che in un qualsiasi altro lungometraggio sarebbe stato tagliato), ma la vera protagonista è la natura: continuamente mutevole, ma sempre immensa, silenziosa e ostile (talmente ostile che perfino quando arrivano i tuoni e i fulmini non scende l'acqua).
L'operazione è un chiaro esempio di cinema minimalista, forse ispirato dal Dogma 95 di Lars von Trier, ma in parti uguali probabilmente anche dal cinema di Tarr e Akerman, e sicuramente ispirato nelle atmosfere dal minimalismo musicale di artisti come Arvo Pärt, del quale per l'appunto compaiono in colonna sonora alcuni brani.
L'odissea nel deserto diventa così una metafora pessimistica della vita: un'eterna ricerca di qualcosa di indefinito, durante la quale non si sa da dove si sia arrivati né si vede una destinazione, mentre nel frattempo la situazione peggiora progressivamente.
La sceneggiatura è stata scritta da Gus Van Sant assieme agli stessi Casey Affleck e Matt Damon (è dal loro personale slang che deriva la parola "gerry", la quale ha dato il titolo al film e ai due protagonisti), ed è stata ispirata da un fatto di cronaca (l'omicidio di David Coughlin, avvenuto nel 1999 per mano del suo amico Raffi Kodikian quando i due si persero nel Rattlesnake Canyon del New Mexico).
I dialoghi sono stati tutti semi-improvvisati da Affleck e Damon.
Le location in cui è stato girato il film sono state l'Argentina (in un primo momento), la Death Valley e lo Utah.
Con Gerry ha inizio la "Death Trilogy" di Gus Van Sant, ovvero una trilogia di film ispirati da morti avvenute realmente ma in circostanze molto diverse tra loro. La trilogia proseguirà con Elephant (2003) e Last Days (2005).




Elephant
Elephant
USA 2003
col. 81'


Elephant inizialmente nasce come un film per la televisione narrante fedelmente i fatti del "Columbine High School massacre", ovvero il tristemente famoso massacro scolastico del 1999 durante il quale due studenti della Columbine High School aprirono il fuoco sui loro compagni e insegnanti. Successivamente il regista Van Sant decide di modificare il soggetto, rendendolo una fiction, e cambia nomi e luoghi (ma lascia intatto l'aspect ratio a 1.33, pensato per lo schermo televisivo, così come lascia intatti molti particolari assolutamente fedeli al massacro reale: il berretto al contrario indossato da uno dei due killer, l'ammonimento che pochi secondi prima del massacro uno dei due killer fa ad un compagno, la carneficina nella biblioteca, il fatto che uno dei due killer beva da un bicchiere abbandonato da un suo compagno, etc).
L'approccio di Van Sant è quello di rendere tutto il più documentaristico possibile, e così il cast viene formato da veri studenti che, prevalentemente, mantengono anche i loro nomi reali. La camera li segue lungo i corridoi dell'istituto mostrando allo spettatore nulla più di ciò che fanno solitamente: un ragazzo ha problemi con il preside perché suo padre ubriaco l'ha portato a lezione in ritardo, un altro ha l'hobby delle fotografie e ne scatta e sviluppa alcune, una ragazza viene sgridata dalla professoressa di educazione fisica e derisa alle spalle dalle compagne per il suo aspetto fisico, uno studente e la sua fidanzata hanno un appuntamento e stanno per uscire assieme dall'istituto, tre ragazze con problemi comuni a molte adolescenti (ossessione per shopping e dieta, bulimia, gelosia verso le amiche) passano per la sala mensa per poi dirigersi al bagno, e via avanti. Tutte le sequenze documentano in realtà un lasso di tempo minimo (una decina di minuti se non di meno), ma il tempo viene continuamente "riavvolto" per permettere alla camera di seguire e mostrare una ad una "la loro giornata".
Le uniche sequenze che si svolgono nei giorni precedenti a questo breve lasso di tempo sono quelle che seguono i due studenti Alex ed Eric: Alex, che ha l'hobby del disegno, sopporta del bullismo da parte dei suoi compagni di classe, torna a casa e si mette a suonare Beethoven al pianoforte; presto arriva il suo amico Eric, che
gioca ad un videogame sparatutto mentre l'amico suona; successivamente i due ordinano un fucile da internet; la notte i due dormono, ed Eric viene ripreso addormentato con addosso un manuale dell'esercito statunitense sulla fabbricazione di esplosivi; il giorno dopo, mentre stanno aspettando la consegna del fucile, guardano alla televisione un documentario sull'ascesa al potere di Adolf Hitler; arrivato il fucile, sono estasiati e lo provano nel garage; il giorno successivo preparano un piano, si imbottiscono di armi ed esplosivi, e si dirigono verso la High School. Gli ultimi 20 minuti del lungometraggio mostrano cosa succede successivamente a quei 5-10 minuti di tempo durante i quali la camera ha pedinato i vari studenti: Alex ed Eric arrivano a scuola armati, e danno inizio ad un massacro, per divertimento.
Come è ormai prassi in Van Sant, il tutto viene trattato in modo asettico, evitando ogni morale, ogni commento, spingendo il racconto al massimo realismo e quindi non creando mai il dramma, in un'evoluzione verso un cinema privato dell'emotività e senza rapporti causa-effetto, che in questo caso funziona alla perfezione: i metafisici Bene e Male non esistono, o meglio, sono sullo stesso piano; le azioni appaiono senza senso e senza giustificazioni perché è questo ciò che lo spettatore sa del Male (ovvero nulla, le azioni dei due killer sono e restano criptiche e inspiegabili per chiunque non sia loro); l'analisi sociologica non va oltre a ciò che si vede, ovvero da elementi che possono dire tutto e niente.
Van Sant di conseguenza non regala mai allo spettatore ciò che gli darebbe la fiction: l'uccisione delle tre ragazze-oche non viene mostrata; la ragazza brutta viene assassinata impietosamente; il muscoloso Benny, che si aggira lungo i corridoi come un eroe e si avvicina alle spalle di uno dei due killer, viene freddato sul colpo; il preside viene lasciato libero da uno dei due killer e poi ucciso alle spalle dallo stesso; il finale è un'interruzione improvvisa.

In realtà Elephant presenta anche diversi difetti. Innanzitutto la poca originalità del soggetto (tra il 2000 e il 2003 sono stati girati diversi film sul "Columbine High School massacre", tra cui Duck! The Carbine High Massacre, Bowling for Columbine e Zero Day, tutti scritti e girati precedentemente ad Elephant), l'eccessivo autonarcisismo della forma narrativa (e le sperimentazioni tecniche del film non sono in realtà nulla di troppo originale, oltre che decisamente meno d'avanguardia e affascinanti rispetto, ad esempio, a quelle del cinema di Cristopher Nolan), ed infine il fatto che la volontà realistico-documentaristica venga invece inficiata da un paio di errori grossolani (ad esempio è pura fantasia la compravendita di armi sul web nella forma in cui viene descritta).

Il titolo "Elephant" deriva dall'omonimo film per la televisione di Alan Clarke, girato nel 1989, dal quale Van Sant ha anche preso ispirazione a livello registico. Nel film di Clarke, il titolo è preso dal modo di dire "elephant in the room", che si riferisce ad un evidente problema che invece non viene notato. Presumibilmente Van Sant lo ha utilizzato per il medesimo riferimento, ma anche per via del noto aforisma secondo cui due ciechi toccano un elefante e ognuno descrive ciò che ha percepito, senza riuscire a descrivere la figura completa (aforisma che torna nel film in una metafora del Male: ognuno vede ciò che può vedere, è per questo che Van Sant mostra la stessa giornata vissuta da più punti di vista, e per lo stesso motivo non commenta o analizza il punto di vista dei due killer, dato che è comprensibile solamente a loro stessi).
Come riferimento interno al film, nella stanza di Alex è presente il disegno di un elefante fatto da lui stesso.

Molte delle sequenze sono state semi-improvvisate dagli attori (tutti non professionisti).
Palma d'Oro a Cannes 2003.




Last Days (2005) è ispirato agli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain, leader della rock-band Nirvana morto suicida nel 1994.
La rockstar Blake, che sembra essere perennemente sotto l'effetto di droghe, trascorre alcune giornate in una grande casa in mezzo ad un bosco, assieme agli inquilini (suoi amici, tutti musicisti o artistoidi), e gironzolando nelle vicinanze di tanto in tanto (immergendosi nella natura circostante o isolandosi nella sala prove poco distante); finché un giorno decide di togliersi la vita, e i suoi amici se la squagliano a Los Angeles.
Quello che vorrebbe essere un film sulle cause di un suicidio, mostrando il percorso inevitabile di una persona che ormai ha perso il senso di vivere (trascorre le giornate drogato e apatico, compiendo gesti insensati, evitando i contatti con manager ed ex-moglie, mentre gli amici ormai lo ignorano) ed è quindi destinata all'autodistruzione, risulta a conti fatti un esperimento senza capo né coda, in cui manca una necessità di dire e abbonda una generale sensazione di perdita di tempo in attesa della già nota fine.
Sono presenti un paio di trovate intelligenti (le visite dei mormoni e dell'agente delle pagine gialle a sottolineare l'alienazione degli abitanti della casa dal mondo reale; la narratività a volte spezzata e ripetuta da un altro punto di vista a sottolineare la ripetitività senza scampo delle giornate), ma su tutto è la sensazione di noia a trionfare. A tutto ciò si aggiungono anche un paio di incorrettezze (il protagonista è mancino, eppure suona la chitarra da destrorso; l'abbigliamento dei mormoni è sbagliato).
Prima e dopo la morte di Blake viene vista una figura vestita di rosso aggirarsi attorno al luogo, in modo da suggerire che le piste sono in realtà aperte e potrebbe trattarsi di omicidio (cosa che infatti alcuni sostengono a proposito della morte di Kurt Cobain).
Piccola parte da attrice per Kim Gordon, della rock-band Sonic Youth, che nella vita reale era amica di Cobain.
Con Last Days si chiude la "Death Trilogy" di Gus Van Sant, trilogia di film incentrati sulla morte e sulla solitudine (fisica in Gerry, sociale in Elephant, mentale in Last Days).



Paranoid Park
Paranoid Park
USA 2007
col. 85'


Paranoid Park può essere considerato come il naturale proseguimento del percorso intrapreso da Van Sant con la sua "Death Trilogy", e allo stesso tempo come la summa autoriale e poetica del suo cinema.
Il racconto è tratto dall’omonimo romanzo del 2006 di Blake Nelson, scrittore di Portland (Oregon) e quindi concittadino del regista, ed evolve attorno alla figura di un giovanissimo skater di nome Alex.

"Paranoid Park" sono le prime parole che Alex scrive, ad inizio film, in una lettera; come spiegherà poco dopo la sua voce off, quello che sta scrivendo è il proprio racconto autobiografico a proposito delle giornate poco precedenti. La stessa voce avvertirà anche "mi dispiace se sto buttando giù tutto alla rinfusa", frase-chiave per capire lo stile di montaggio del film: Van Sant riepiloga gli eventi come li riepiloga mentalmente lo stesso Alex, ovvero con sequenze ripetute e continui balzi temporali in avanti e indietro (esperimento stilistico simile a quello di Elephant).
Il primo giorno del racconto, Alex e il suo amico Jared decidono di andare assieme a Paranoid Park, mitizzato luogo di raduno di skater, tossici e senzatetto di Portland sin dagli 1980s. Poi si salta ad alcuni giorni dopo, con una sequenza ambientata a scuola: il detective Lu interroga Alex su un delitto avvenuto il precedente sabato sera, nel quale pare essere coinvolto uno skater. L'interrogatorio (dal quale, tra le altre cose, si evince che i genitori di Alex sono separati) è un progressivo zoom sul viso del ragazzo, e non presenta stacchi sino alla fine, quando la camera riprende Lu nell'ombra facendone emergere solamente gli occhi scrutatori; la sequenza è anticipata e posticipata dalle camminate di Alex lungo il corridoio, sottolineate con toni sarcastici dalle scelte in colonna sonora (all’andata c’è I Can Help di Billy Swan, al ritorno la rilassata The White Lady Loves You More di Elliott Smith).
Si torna poi indietro, ad un pomeriggio della settimana precedente: Alex e Jared vanno a Paranoid Park. Qui si comincia a capire che il luogo esercita un fascino unico su Alex, il quale, pur stando seduto in disparte, si sente molto più al centro di una "famiglia" di quanto non lo sia assieme alla madre (la quale, simbolicamente, lungo tutto il film non viene mai inquadrata in volto).
Sabato sera Alex va da Jared: hanno in programma di andare a Paranoid Park e poi restare a dormire dal secondo; ma Jared declina a causa di una ragazza, e lascia Alex da solo a casa sua. Quest'ultimo non chiama la propria fidanzata, Jennifer (la quale "era vergine, e questo significava che a un certo punto avrebbe voluto farlo, e da quel momento la cosa sarebbe diventata molto più seria"), e decide invece di recarsi nuovamente al parco; qui incontra alcuni senzatetto capitanati dal losco Scratch, che gli propone di bersi un paio di birre assieme e saltare su un treno merci.
Fast forward a notte fonda: Alex torna a casa di Jared; ha l'espressione sconvolta, evita di farsi vedere alle finestre. Si cambia gli abiti sporchi, si fa una doccia, chiama suo padre ma mette giù il ricevitore dopo il primo squillo.
Successivamente c'è un'ellissi temporale ad alcuni giorni dopo: Alex dialoga con l'amica Macy (alla quale assicura di non sentirsi affatto sconvolto per l'imminente divorzio dei propri genitori, perché "ci sono cose più gravi nel mondo", facendo intuire che gli è capitato qualcosa); poi si torna indietro a lunedì pomeriggio: Alex esce con Jennifer e poi con Jared; si è anche comprato una tavola da skate nuova, adducendo come motivo "volevo provare qualcosa di diverso". Un altro salto indietro a domenica (in cui Alex sobbalza sentendo al telegiornale la notizia della morte di un addetto alla sorveglianza tranciato a metà da un treno), e poi si passa a lunedì mattina: il detective Lu convoca tutti gli skater della scuola, per far loro alcune domande a proposito di un possibile omicidio avvenuto sabato sera; Lu fa girare tra i ragazzi le fotografie del cadavere, e Alex è l'unico ad osservarle senza dire nulla: si intuisce quindi che l'interrogatorio ad inizio film è temporalmente successivo a questo (per via dei sospetti di Lu verso Alex).
Le fotografie hanno riportato alla mente dello skater quel sabato sera: dopo essere saltato sul treno merci assieme a Scretch, Alex respinge con lo skateboard una guardia che li stava inseguendo, facendola precipitare e investire da un altro treno; per alcuni interminabili secondi il ragazzo è bloccato davanti alla visione del corpo tranciato, poi scappa e getta lo skateboard da un ponte. Si rivedono quindi le scene in cui Alex torna a casa di Jared, che ora assumono un significato; segue anche una delle sequenze più riuscite del film, ovvero la doccia di Alex: l'abusata (per lo meno da Psycho di Alfred Hitchcock in poi) metafora dell'acqua utilizzata per lavare via i propri peccati viene fatta a pezzi, con un ralenti estremo accompagnato da un climax noise che si interrompe di colpo (la confusione non si placa, si ingigantisce). Alex prova un disperato bisogno di confidarsi con qualcuno, ma non vuole farlo (mette giù il ricevitore mentre chiama suo padre). Il giorno dopo incontra Macy, con la quale dialogherà in futuro, e compra una nuova tavola da skate.
Si passa ad alcuni giorni dopo (ma precedenti al dialogo con Macy): Alex, per la prima volta, ha un rapporto sessuale con Jennifer, e quindi "la cosa diventa molto più seria". Successivamente Alex scarica la fidanzata in una sequenza-chiave trattata in maniera singolare: non si ode una parola di ciò che dice il ragazzo, perché la camera è fissa su Jennifer e l'audio è esclusivamente musicale (con La Gradisca e Il Principe di Nino Rota, da Amarcord); si sente solamente l'ultima frase della ragazza, a creare un effetto cinico-sarcastico (ad Alex pare non importi nulla della cosa). Una breve sequenza successiva fa intuire che a ciò seguirà il precedentemente visto dialogo con Macy.
Un ultimo scambio di battute con Macy arriva qualche momento più tardi: la ragazza consiglia ad Alex di confidarsi scrivendole una lettera, che poi potrà anche non inviare (l'importante è scriverla come sfogo). Si capisce quindi che tutto il racconto ricordato e scritto da Alex era appunto quella lettera.
Sulle note di Angeles di Elliott Smith si vede Alex, terminata la lettera, bruciarla; segue un brevissimo epilogo (Alex a lezione, per sottolineare un ritorno alla normalità, e una conclusiva sequenza di skateboarding con in sottofondo Outlaw di Cast King).

Ricomponendo tutti i tasselli del film in ordine cronologico, la trama è a dir poco semplice, ma il focus del film non è una normale successione di eventi: l'ordine è spostato (ma mai disorientante) per permettere di entrare nella mente del protagonista, mentre l'eccezionale stile conferisce un tocco poetico ad ogni sequenza, grazie anche alle ottime scelte sonore e musicali. Van Sant, che in Elephant desiderava fotografare "da lontano" i teenager, qui si avvicina volontariamente il più possibile al mondo confuso, solitario e onirico di uno di essi (un mondo molto simile a quello del Mike di My Own Private Idaho). E, in fondo, tutto il film può essere letto come una grande metafora del passaggio dall'adolescenza alla vita adulta: il conflitto di Alex è quello tra la responsabilità e l'irresponsabilità, tra la decisione di portarsi un peso (la consapevolezza, ovvero la maturità) sulle spalle o scaricarlo; Alex lascia la sua ragazza perché il rapporto era per lui diventato improvvisamente "molto serio": è un tentativo di rifuggere l’orrore della "serietà" con cui aveva dovuto fare i conti quel sabato sera. Ma, alla fine, dopo aver messo tutti i propri dubbi e le proprie confusioni adolescenziali su carta, le getta languidamente tra le fiamme, lasciandosele alle spalle e diventando finalmente adulto: la metafora, se compresa, è commovente.

Il casting è stato fatto tramite web, scegliendo ragazzi normali e non attori professionisti (per assicurare il maggior realismo possibile, così come era stato fatto per Elephant).
Il film è girato in 1:33, ad esaltare in maniera claustrofobica il racconto del protagonista.
Christopher Doyle alla camera compie un lavoro eccellente, mescolando Super 8 e 35mm e catturando con talento le sequenze di skateboarding.

Meritatamente blasonato a Cannes 2007 con un premio speciale per il 60esimo anniversario del festival, il lavoro purtroppo non è stato per nulla capito da una lunga serie di spettatori e critici, che l'hanno visto come un mero esercizio di stile.




Milk (2008) torna ad uno stile narrativo molto più standard ed appetibile al mainstream, confezionando un biopic su Harvey Bernard Milk, primo politico statunitense apertamente omosessuale.
La storia inizia volutamente da quando Milk, spinto dalla partecipazione ai movimenti controculturali e da un suo partner, decide di riconoscersi gay anche pubblicamente, e prosegue con la sua ascesa istituzionale da attivista nell'area di Castro Street a San Francisco a consigliere della città.
Film innanzitutto socio-politico, incentrato su campagne per i diritti civili e manifestazioni di massa, porta con sé un contributo decisamente positivo sia all'affresco della comunità gay (che evita accuratamente di cadere nei tranelli del macchiettismo o dell'eccesso, preferendo una resa realistica ed equilibrata a scapito di facili beatificazioni delle minoranze o demonizzazioni degli avversari), sia alla sensibilizzazione verso i valori democratici (grazie alla fedele ripresa delle più convincenti prese di posizione di Milk).
Colorato emotivamente intrecciando all'ascesa politica le relazioni private con i suoi due più importanti partner sentimentali, il racconto si chiude con il brusco assassinio di Milk e del collega Moscone (uccisi nel 1978 per mano del confuso consigliere Dan White, reduce da un tormentato rapporto politico con i due), e viene coronato con la successiva commovente fiaccolata commemorativa, sulle immagini della quale viene elevata ad obiettivo etico universale la celebre affermazione di Milk "If a bullet should enter my brain, let the bullet destroy every closet door".
Due gli Academy Award vinti, alla sceneggiatura originale e all'attore protagonista Sean Penn.





Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
Copyright © Matthias Stepancich