Lo scopo di questa pagina è di introdurre il sito al visitatore e chiarire i suoi probabili dubbi, per tanto è soggetta ad update.
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Questo è un sito personale, privo di alcuna velleità accademica, costruito lungo gli anni (a partire dal 2005) nel tempo libero.
Questo sito è nato ad inizio 2005 per raccogliere miei articoli (scritti per webzine o riviste cartacee), post lunghi (su blog o forum) e appunti, di cui i più vecchi risalgono al 2002 circa. Crescendo progressivamente con materiale inedito ed espandendosi in numero di pagine, è di fatto diventato un archivio personale orientato sui miei interessi principali, e l'ho presto organizzato in forma di sito visitabile pensando che possa tornare utile anche ad altri, seguendo un po' l'esempio di Mark Prindle (uno dei siti-chiave per la mia formazione musicale adolescenziale, scoperto attorno al 2002 e da lì iniziato a leggere regolarmente).
Essendo un sito non commerciale basato su testi scritti da me, non sento il bisogno di entrare nella spirale infinita dell'updating di codice o grafica, e preferisco mantenerlo esteticamente essenziale, rapido da caricare, sobrio e ben leggibile (sfondo scuro e testo chiaro sono stati scelti per estetica personale ma anche perché rilassano maggiormente la vista).
Per i medesimi motivi, preferisco anche evitare di inserirvi banner pubblicitari.
Accumulando le mie varie opinioni specie in fatto di musica e cinema, questo è diventato anche una sorta di archivio di "critica" (termine abusato impropriamente a cui preferisco quello di "analisi"); presto le varie "recensioni" (idem), dapprima isolate per singola opera, sono state raccolte e integrate in pagine comprendenti ciascuna tutte le opere di un dato musicista o regista in ordine cronologico, dal momento che mi è parso il modo più ordinato, corretto (dando una visione d'insieme e non del particolare slegato dal resto) e rispettoso di trattare la materia.
Per riassumere i propri giudizi il modo più rapido e comune è quello di scegliere un sistema di voti.
Ho adottato una scala da 1/10 a 9.5/10 per album e film, lasciando volutamente fuori i due estremi
0.5 e 10, perché dove non si può quantificare esattamente stabilendo un esito oggettivo, come invece si può fare negli ambiti scientifici, trovo sbagliato per principio il giudizio estremo (che in questo caso equivarrebbe a "nulla" oppure "perfezione", concetti che trovo inapplicabili all'ambito artistico e in generale opinionistico).
Per le serie (televisive, home video o web-oriented) utilizzo invece un più generico e meno soppesato sistema di stelline, dalla mezza stella alle cinque stelle.
Il sistema dei voti è utilissimo sia a me che al visitatore per vari motivi: 1) mi costringe a fare molti più paragoni di quanti ne farei normalmente, facendomi valutare con più esattezza punti di forza e debolezza di un'opera, perché tutti i voti dati resistano in maniera coerente se confrontati tra loro; 2) permette a chi legge di avere un'idea rapidissima su di una data opera, una volta compresa la scala di valutazione utilizzata da chi scrive; 3) mi permette di organizzare facilmente delle eventuali classifiche, dedicate soprattutto ai lettori non esperti nei campi per dar loro un punto di partenza.
Non trovo affatto svilente
o denigrante utilizzare questo metodo comodo e utile, che tenta solo di semplificare lettura e comprensione tramite un modello coerente, e non assolutamente a ridurre l'arte a "cifra" o "calcolo"; solitamente le disapprovazioni in questo senso arrivano da persone che semplicemente non saprebbero come dare un'organicità coerente al loro personale sistema di opinioni.
Ho dovuto però di conseguenza stabilire anche dei criteri di selezione, per circoscrivere degli insiemi definiti e dare senso ai voti.
Per il cinema considero quindi solamente i lungometraggi, secondo la definizione dell'American Film Institute e del British Film Institute, ovvero qualsiasi film di durata pari o superiore ai 40 minuti (il primo lungometraggio della storia è stato l'australiano The Story of the Kelly Gang, regia di Charles Tait, 1906). Le pochissime eccezioni sono cortometraggi o mediometraggi dal valore talmente elevato che sarebbe assurdo non citare (Un chien andalou, La jetée, etc).
Per la musica considero generalmente solo gli album "long play" o "full-length" (il primo LP è stato prodotto dalla Columbia nel 1948; è diventato il supporto principale del jazz nel 1950-1955, e del rock nel 1960-1965), scritti, registrati e pubblicati da un artista.
Anche qui, faccio eccezione per EP o raccolte particolarmente importanti o interessanti, solitamente accompagnate da un voto pari o superiore a 7/10. Tratto le raccolte LP di pezzi precedentemente usciti solo su singoli o EP come fossero dei long play inediti.
Trovo questo restringimento del campo necessario per più di un motivo.
Il primo è che, conseguentemente alla nascita del montaggio sonoro come arte (introdotto specialmente dal compositore d'avanguardia Pierre Schaeffer attorno al 1950), alla nascita dell'industria discografica e, soprattutto, alla nascita dello studio di registrazione, la musica è diventata letteralmente un'altra cosa: la musica successiva a queste invenzioni sta alla musica precedente come il cinema sta al teatro, si tratta di due arti differenti che vanno quindi trattate con differenti criteri.
Il secondo motivo è che, anche nell'assurdo caso di voler considerare assieme musica eseguibile da spartito con musica registrata e pubblicata dall'artista, la prima finirebbe per mettere inevitabilmente in ombra la seconda, avendo una storia molto più lunga e avendo prodotto molti più capolavori.
Non faccio distinzione di "generi": è stato possibile portare avanti una sorta di divisione tra generi (dovuta a solide barriere generazionali, sociali e razziali) sino al 1960 o poco avanti, poi si è resa palese l'impossibilità di tali separazioni, con il progressivo mescolarsi di jazz, rock, pop e avanguardia in ibridi musicali sempre nuovi. La barriera più solida, quella tra musica elitaria e musica popolare, è stata anche tra le prime a crollare, grazie all'opera dei vari pionieri del jazz intellettuale e del rock sperimentale (da Charles Mingus a Frank Zappa).
Attualmente le divisioni in generi musicali esistono solamente nelle convinzioni dogmatiche dei cosiddetti "puristi" o di chi semplicemente è cresciuto abituato a tali divisioni (presumibilmente ascoltando sempre e solo musica di un "genere").
L'unica a resistere è una barriera di tipo tecnico ed espressivo tra, come già evidenziato sopra, la musica da spartito o da "evento" dal vivo e la musica registrata per supporto; il mio sistema di voti si occupa appunto esclusivamente della seconda, che da vari decenni non può essere più etichettata solo come "musica popolare", ma che, come già spiegato, per questioni tecniche ed espressive non può nemmeno essere trattata e valutata nel medesimo insieme e con i medesimi criteri dell'altra. E che, tra le due, permette una ben più solida possibilità di analizzare "l'opera", essendo essa fissata in una forma registrata definitiva (sulle versioni eseguite, potenzialmente infinite, della stessa opera il dibattito filosofico-estetico va avanti dalla notte dei tempi, mentre per fortuna una fissazione registrata pone assai meno problematiche).
Per le serie considero l'intero insieme delle serie fiction, prodotte per TV, web o home video, che comprende opere quasi completamente regolate da un tipo di linguaggio sempre simile, molto più televisivo e commerciale rispetto a quello cinematografico; non tratto comunque molto questa tipologia d'opere perché la considero molto meno rilevante delle altre sul piano artistico ed estetico (le eccezioni, relativamente poche, a parer mio provengono tutte dal serial TV anglofono e, soprattutto, dall'animazione giapponese, che criminalmente viene ancora snobbata in ambiti accademici, nonostante nel frattempo abbiano fatto ingresso nello stesso ambiente serial TV molto più banali).
Questi voti hanno senso solo nel loro relativo contesto.
I voti agli album hanno senso solo nel loro contesto, ovvero l'insieme di tutti gli album che ho ascoltato. Idem per i voti ai lungometraggi, che hanno senso rapportati all'insieme di tutti i lungometraggi che ho visto. Presi da soli, tolti da questi contesti relativi, i voti sono semplici numeri che non significano nulla.
Cambiando il contesto cambia anche il valore di un'opera. Un'opera può essere fondamentale per la "commedia all'italiana" o per il "rock elettronico", ma sostanzialmente trascurabile nel contesto di tutto ciò che uno ha fruito.
I voti sono anche assegnati secondo la mia scala di giudizio, che come ogni scala di giudizio è personale, basata su una personale esperienza e sensibilità. Chi legge non deve quindi considerare i voti letti come fossero dati secondo la propria scala, dando dunque importanza a variazioni anche minime: un mio 8 può tranquillamente corrispondere a un suo 9, e non significherebbe affatto un grosso scarto, anzi, probabilmente significherebbe che la pensiamo allo stesso modo o quasi.
Ritengo "voti alti" tutti i voti che superano i tre quarti della loro scala di riferimento, e quindi nel mio caso dal 7.5/10 in su.
E non posso dare sempre voti alti, perché le scale funzionano solo se le si sa usare con coerenza (dare sempre 9 significa che il 9 non vale poi granché, quindi chi si comporta in tal modo non valorizza i capolavori, anzi ne abbassa il valore - comportamente che ho notato essere invece da sempre molto comune tra i "critici", soprattutto perché la maggior parte di essi non mantiene un proprio archivio e quindi non si interessa della coerenza).
Giudico le opere basandomi sulla mia sensibilità estetica (che è per forza di cose soggettiva), e su unicità, originalità e valore storico dell'opera considerando il periodo della sua creazione (criteri per la maggiore obiettivi, ma almeno in minima parte soggettivi, perché comunque delimitati dalla mia esperienza di fruitore).
Trovo che unicità e originalità siano i criteri più importanti nella valutazione perché i più "autentici" e difficili da raggiungere da parte dell'artista: l'unicità e originalità di una forma espressiva distinguono più di ogni altra cosa il vero artista dal mestierante, il leader dal follower, l'opera d'arte dal prodotto di moda.
Non prendo in considerazione nessuna bravura tecnica se non viene supportata da unicità e originalità o se non mi piace: la tecnica è solo un mezzo, il fine è quello espressivo.
Non considero importante nemmeno l'originalità fine a se stessa: un'invenzione che non venga utilizzata per convogliare emozione o qualcosa di significativo risulta nulla più che una curiosità come tante altre, e resta meno interessante di, ad esempio, un cliché che riesce ancora ad emozionare dopo anni di sfruttamento, il quale a sua volta resta però meno interessante di una novità espressiva utilizzata a buon fine.
La cosiddetta "influenza" è invece un parametro relativo (la sua importanza dipende da chi sono stati i soggetti influenzati) e molto fumoso (credo sia impossibile stabilirlo, e i dislivelli creati dalla "fama" la rendono ancor meno attendibile come possibilità di valutazione: un divo influenzerà sempre molte persone, tra le quali probabilmente anche alcuni grandi artisti, ma non sarà una conseguenza logica di bellezza e innovazione della sua opera, quanto della sua fama), perciò mi riservo di prenderla in considerazione a seconda del singolo caso.
Un pensiero che ho maturato nel tempo è stato il superamento del limite di "opera", ma in un modo che restasse conciliato alla possibilità di dare voti alle singole opere. In effetti il concetto di opera come lo intendiamo oggi nasce più che altro con il Romanticismo, e con il tempo è diventato (e sta continuando a diventare) sempre meno incisivo. Sarebbe più corretto parlare di "artisti" che di opere, dell'importanza di determinate persone e della loro visione artistica, più che di ciò che hanno creato. Tuttavia, sarebbe impossibile mantenere un sistema di analisi (o anche solo voti) considerando solo interi corpus artistici di una persona senza dividerli e scendere nel dettaglio della singola opera. Per ora ho trovato solo due metodi: il primo è dedicare ogni pagina a un artista, scorrendo e analizzando tutto o quasi il suo corpus (o per lo meno le parti più emblematiche del suo corpus, ovvero i "capolavori"), e il secondo è pensare a che voto si meriterebbe quell'artista e darlo di conseguenza alla sua opera migliore e/o più rappresentativa. In questo modo, ogni determinata visione artistica che si meriti una menzione tra le più originali del suo campo avrà almeno un'opera con un voto molto alto. Elencando quindi tutti i voti alti dati, si potranno scorrere così varie visioni artistiche ciascuna con un suo rappresentante (la loro opera migliore).
Ad esempio, il regista David Lynch e la band Swans sono per me artisti che si meritano una menzione tra i massimi di sempre, e anche se continuo a non essere sicuro su quante e quali delle loro singole opere siano capolavori, ho pensare che restasse comunque necessario dar loro almeno un 9/10, che ho dunque dato alla loro singola opera che tendenzialmente consideravo migliore. In questo modo, scorrendo tutti i 9/10, saranno presenti nella menzione anche loro, come si meritano.
Le mie opinioni non sono "troppo soggettive".
L'oggettività nel giudicare l'arte non esiste. I giudizi sono sempre almeno parzialmente soggettivi.
L'unico aiuto che possa avvicinare uno ad un giudizio sempre più "oggettivo" (nel senso di "giusto", "coerente", "ragionato") è la cultura che ha. Ognuno ha la propria scala di valutazione, che è determinata da quante cose diverse fruisce e approfondisce.
Un esempio con la musica: chi ascolta poco tenderà a sopravvalutare i propri ascolti; chi ascolta solo un "genere", o solo un periodo musicale, o solo i gruppi di una nazione, come potrà relazionarli con il resto, ovvero tutto ciò che non ascolta? Al contrario, chi ascolta musica molto differente darà giudizi più solidi e giustificati, e più approfondirà il contesto storico, sociale e artistico di quegli ascolti, più il suo giudizio si potrà avvicinare ad un'effettiva "oggettività" (che comunque non raggiungerà mai, solo i dati sono oggettivi), perché potrà comprenderne anche il valore storico. Il discorso vale allo stesso modo con il cinema, e con qualsiasi altro campo dello scibile umano.
Inoltre va da sé che l'opinione su X data da chi non la conosce non possa valere allo stesso modo, così come l'opinione di chi è esperto solamente di X: nel primo caso non si hanno abbastanza dati sull'oggetto per elaborare correttamente, nel secondo caso non si hanno abbastanza dati su tutto il resto per mettercelo in relazione. Più uno riesce ad allargare la propria cultura mantenendo il delicato equilibrio tra tali due posizioni, più avrà un quadro vasto, e quindi opinioni sempre maggiormente "lucide". Tutto ciò resta ovviamente un obiettivo da porsi come ideale a cui tendere, raggiungerlo è utopico.
I generi musicali e cinematografici non sono compartimenti stagni.
Non esiste alcuna legge scritta delle regole di un "genere", solo alcune caratteristiche in linea di massima, stabilite a posteriori. L'unica funzione di nominare i "generi" è quella di poter far capire al meglio all'interlocutore le caratteristiche dominanti di un'opera, perché in sé i generi non esistono affatto, o esistono solo per essere superati. D'altronde le opere migliori sono quelle creative e inclassificabili, che i "generi" li trascendono (è per definire tali opere che eventualmente nuovi "generi" vengono coniati).
Soprattutto in musica, dai 1970s in poi ogni "genere" è diventato solamente un concetto astratto, un calderone che contiene in sé contaminazioni e varianti, quindi impossibile da definire. Analizzare generi e sottogeneri, parlando delle loro caratteristiche estetiche e degli artisti a loro appartenenti o no, è un esercizio ridicolo prima ancora che sterile, che lascio volentieri a chi si diverte a discutere del sesso degli angeli (e non a caso mi pare sia argomento di grande appeal tra i vari "puristi" e "specialisti"...).
Concludo dando qualche motivo per leggere queste pagine e non quelle dei grandi magazine o delle grandi webzine.
1) Queste sono tutte opinioni espresse da me, e quindi tutti i voti identici hanno lo stesso peso all'interno del loro contesto, e quindi i parametri di valutazione sono sempre gli stessi per ogni opera all'interno dello stesso contesto.
2) Con qualche semplice click si può controllare quanti e quali artisti conosco e giudico, e dedurne quanto possa essere credibile io rispetto ad altri di cui quasi sempre non si sanno le effettive "coordinate" o anche solo conoscenze.
3) Le opinioni presenti sulle riviste o sui portali non sono le opinioni della rivista o del portale, sono le opinioni di un membro dello staff di quella rivista o quel portale, e molte volte anche solamente di una persona esterna che collabora momentaneamente con un paio di articoli; anch'io ho scritto (e tutt'ora scrivo) "pezzi" per qualche rivista e qualche portale.
4) Chi scrive di musica ha spesso una preparazione insufficiente al di fuori del "genere" di cui scrive, cosa che credo di non avere, visto che ascolto e apprezzo musica molto eterogenea, dalla classica al jazz al rock all'elettronica all'hip-hop, e non da ieri ma da praticamente tutta la vita.
5)
Spesso, chi scrive per le più famose riviste cartacee non fa altro che scrivere ciò che le case di produzione vogliono che scriva, in modo da mantenere privilegi (pass per concerti, demo gratis in anteprima) e buoni contatti con la stessa.
6) Spesso,
chi scrive per i portali web non ha affatto una preparazione sufficiente a poter imbastire un discorso valido (molte volte chi legge ne sa più di chi scrive, o almeno questa è la mia impressione ricorrente scorrendo i vari commenti di reazione che trovo in rete).
7) Confronto assieme classici e novità senza pregiudizi o timori reverenziali, e non mi faccio alcun problema a ridimensionare i classici o elevare di status i non-classici, se lo ritengo giusto e possibile. "In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato", diceva Russell.
8) Da amante di sintesi e pragmatismo, mi piace dare una selezione delle informazioni e opinioni più necessarie e interessanti nel minor numero di righe e nel modo più chiaro e diretto possibile, evitando sovrainterpretazioni, ridondanze e voli pindarici tipici di gran parte delle penne, soprattutto italiche (per questo stesso motivo, quando cerco analisi e recensioni nel web, finisco quasi sempre su quelle in lingua inglese: all'estero hanno un approccio più terra-terra, sereno, asciutto, aperto e meno polemico; perché anche qui da noi non sia così, non mi è ancora chiaro...).