The Autumn Effect (Universal Republic, 2005) è l'album-rivelazione degli americani
10 Years, originari di Knoxville (Tennessee, USA),
dopo i due lavori indipendenti Into the Half Moon (del
2001, con un vocalist diverso e pezzi più legati all'universo heavy-rock, come Try Again) e Killing All That Holds You
(del 2004, di cui le migliori tracce sono state poi ri-registrate per The Autumn Effect, a partire dal suo singolo di lancio Wasteland).
All'uscita quasi osannato dal pubblico teengeriale
in patria, in realtà la proposta che porta con sé non ha nulla
di particolarmente rivoluzionario o inedito.
L'album è comunque forte di un titolo suggestivo, di interessanti testi
malinconico-ermetici (e, come si intuisce, dalle sfumature autunnali), di un raffinato artwork che riflette abbastanza fedelmente il mood delle tracce.
Il singolo apripista Wasteland rappresenta un po'
tutto il lavoro: atmosfere a metà tra la malinconia autunnale
e l'alternative-rock più psichedelico, voce pulita e melodica,
sfuriate chitarristiche mai troppo pesanti, in una formula di "nuovo" rock potenzialmente mainstream particolarmente azzeccata.
Gli episodi migliori del lotto, al di là del primo singolo,
risultano essere la potente e trascinante Cast It Out, l'opener
Waking Up, il secondo singolo Through the
Iris, e l'emotiva title-track (all'interno
della quale è contenuta la bonus-track astratta e sperimentale Slowly
Falling Awake).
Il mezzo espressivo della band è una rivisitazione e contaminazione
dell'ultimo post-grunge, reso capace d'assimilare i resti del nu-metal per arrivare
ad un nuovo tipo di alternative-rock che non sacrifichi particolari possibilità commerciali. In questa operazione,
i loro maestri paiono essere Chevelle e A
Perfect Circle, al momento alfieri di tale transizione musicale. Tra i loro
fratelli si possono invece individuare gruppi come 30
Seconds to Mars, Breaking Benjamin
e Submersed, portatori di simili stilemi musicali nei loro rispettivi esordi.
Uscito inoltre contemporaneamente
a Blue-Sky Research dei Taproot,
come esso anche questo album segnala l'esistenza di nuove vie da percorrere per
scampare ai rantoli del morente nu-metal, pur senza rinnegarlo ma anzi trovandovi una continuità; la proposta dei Taproot
suona tuttavia più originale, avendo essi stessi contribuito all'evoluzione del nu-metal, e avendo accumulato poi le influenze più varie
(post-hardcore, emo, pop-rock) grazie ad una personalità più
convincente.
I 10 Years, difatti, lungo il corso dell'album si limitano a dire ciò
che è stato già detto e poco più:
le influenze di Chevelle e A Perfect Circle (ma anche Incubus) spiccano come troppo
presenti e riconoscibili; specie nella voce il livello di "ispirazione"
si fa eccessivamente evidente, dato che Hasek in molti pezzi imita
spudoratamente Keenan (ascoltare l'incipit di Cast It Out
come esempio).
Ciò che comunque riesce a distinguere il quintetto dalla massa è
che il loro "già detto" viene sicuramente detto
meglio, con più compattezza, con più maturità
stilistica, e con più classe rispetto a quello di tanti loro
contemporanei.
Di suo, la band ci mette specialmente qualche spruzzata di My
Dying Bride nel sound, un'innegabile sapienza nel
creare atmosfere e melodie, una sezione d'archi
che affiora di tanto in tanto, ed un occhio di riguardo alle chart: la formula
del loro "nuovo" post-grunge/alternative-rock è principalmente
incentrata sulla compattezza, e sul voler rendere più accessibile
la musica dei progetti di Keenan.
Ad ogni modo, difficilmente i 10 Years possono esser definiti eredi dei Tool, come è stato azzardato in alcune recensioni d'oltreoceano, perché
musicalmente la band ne resta parecchio lontana, e si rifà
molto più ai gruppi già citati (sarebbe ora di capire
la differenza tra rifarsi agli A Perfect Circle
e rifarsi ai Tool).
The Autumn Effect ha avuto successo specialmente nel suo
essere un lavoro di simbolica transizione e chiusura dell'era nu-metal, indice del cambiamento in corso all'interno
dell'alternative-rock americano e del post-grunge: godibile e suonato
con competenza, musicalmente curato ed elegante, ma lontano dal capolavoro.
Gli americani 10 Years
tornano alla carica, dopo tre anni dal debutto, con il loro secondo
album Division (Universal Republic, 2008).
La formazione è rimasta invariata, mentre la formula musicale
si è trasformata sensibilmente, nel complesso levigandosi ed
annacquandosi (e quindi peggiorando).
L'apertura del disco inganna, infilando di seguito quattro delle sei
tracce degne di nota di tutto il lavoro: l'opener Actions & Motives (una sorta di incrocio tra A Perfect
Circle e Jimmy Eat World, con un
chorus distorto ma dal retrogusto decadente), la più che buona Just Can't Win (che avrebbe potuto figurare senza problemi
sul primo buon disco dei Chevelle), il singolo
di lancio Beautiful (una ballad malinconica e vibrante
che coniuga melodie alla A Perfect Circle con
suggestive chitarre post-grunge che sembrano uscite dal primo disco
dei Crossfade), e 11:00 AM (Daydreamer),
che può ancora competere in melodie (specie nelle parti aggressive)
e suggestioni (l'ottima coda finale di chitarra e pianoforte) con i
pezzi precedenti, seppur mezzo gradino sotto.
Si prosegue quindi l'ascolto con aspettative positive, eppure le speranze
vengono infrante da una parabola quasi totalmente in discesa.
La voce di Hasek aveva stupito nell'opener Action & Motives,
mostrando una nuova dimensione canora (se nel disco di debutto sembrava
solamente un imitatore di Maynard James Keenan, ora si limita ad imitarlo
a sprazzi, preferendo degli acuti dal timbro a metà tra la voce
di Robert Smith e quella di Jim Adkins), ma quella novità vocale
torna poi nel disco in una miriade di salse identiche, così come
si ripetono senza idee anche le strutture dei pezzi e le melodie chitarristiche,
finendo per stancare e irritare (in Russian Roulette,
Drug of Choice e Alabama pare di ascoltare
i The Cure che suonano emo-core diluito, e non
a caso trattasi dei tre pezzi più scadenti del lotto). Qualche
leggera variazione a questa stanca formula è presente in Focus
(scritta assieme a Dean DeLeo, ex chitarra degli Stone
Temple Pilots), che tra percussioni orientali e vocalità catchy suona come un plagio di Who Feels Love? degli Oasis
(1999); al contrario Picture Perfect (In Your Eyes),
scritta assieme al produttore Travis Wyrick (presente anche nei credits
della precedente Beautiful), è un esperimento
di alternative-rock tedioso e sbiadito, e So Long, Good-bye
una banale e non coinvolgente ballad acustica sul tema dell'addio.
Dying Youth avrebbe invece potuto essere una buona
ballad, cupa al punto giusto (come dimostra l'incipit), ma viene poi
travolta e rovinata dall'arrivo del distorto e di una stanca litania
emo-rock.
La qualità del disco viene risollevata con ancora solamente due
pezzi: All Your Lies (finalmente con un chorus azzeccato
e delle variazioni ritmiche e sonore, mentre le tracce appena precedenti
sono affogate in staticità e mancanza di inventiva) e la conclusiva Proud of You, malinconica ballad guidata solo da voce,
pianoforte ed effetti, con una coda che mostra ancora buone potenzialità
emotive (mentre, al contrario, in quasi tutto il resto del disco è
scomparsa la suggestione viscerale e profonda che animava le migliori
tracce del debut, per abbracciare piuttosto un'estetica più simile
all'emo, cosa davvero intollerabile; tanto più che
siamo nel 2008, e tali virate stilistiche modaiole verso l'emo-pop
sarebbe ora finissero per tutti).
Sei tracce ascoltabili su tredici non possono salvare il ritorno di
una band che, nel disco precedente, aveva fatto mostra di potenzialità
ben più interessanti.
Produzione (di Rick Parasher) pulitissima e annacquata, ovvero perfettamente
in linea con il mood generale: altro rimpianto se confrontata con quella
del primo disco (energetica e d'impatto, a cura di Josh Abraham).
Al quinto album Feeding the Wolves (Universal Republic, 2010), i 10 Years arrivano lasciando per strada il chitarrista Matt Wantland, non sostituito in line-up, e si affidano alla produzione di Howard Benson
(già producer di fin troppe band di tipico "alternative-metal" radiofonico e pop), tanto annacquata quanto quella di Parasher.
L'album segna un vero e proprio calo rispetto ai precedenti: la band si è decisamente svenduta all'heavy-rock/post-grunge più mainstream e radiofonico, seguendo ancora (ma stavolta in negativo) la scia dei colleghi Chevelle,
ormai caduti in basso con album da dimenticare come Vena Sera e Sci-Fi Crimes.
L'opener e singolo di lancio Shoot It Now è semplicemente un accumularsi di cliché (dai cambi di voce, alla struttura, al riffing) che già band mediocri come i Breaking Benjamin portano avanti da anni, mescolando pallidi retaggi nu-metal e post-grunge con sbiaditi risvolti emo, in formule musicali assolutamente innocue e da mainstream-radio.
Un arpeggio rapido e inquieto introduce invece la più alternative-rock The Wicked Ones, che per qualche momento fa tornare alla mente act alternative-rock/post-grunge interessanti del passato (Atomship su tutti), ma la band sta poco a distruggere le intriganti premesse, più interessata a sviluppare l'ennesimo corrivo bridge-chorus emo-grunge per il solito pubblico di riferimento, e un brevissimo istante in stile The Autumn Effect, con percussioni e riff prima del finale, non basta a redimerlo.
La qualità si risolleva temporaneamente con i due pezzi successivi, Now Is the Time (power-ballad che finalmente rinuncia all'enfasi esasperata e alle sbandate più emo) e One More Day (tipica ballad con strofe avvolte dalle chitarre acustiche e sviluppo che prevede l'ingresso degli archi, che pur sfociando in un ritornello assolutamente pop, riesce a mantenere una propria dignità emotiva), prima di cadere nuovamente con le piuttosto anonime Fix Me (che rivela la sua vera natura emo-pop nel momento con piano e voce), Chasing the Rapture (parzialmente riabilitata da un chorus effettivamente catchy), Dead in the Water (influenzata dai Taproot nelle chitarre e nei cambi di voce), Don't Fight It (forse il momento peggiore, degno delle sbandate mainstream di Nickelback e Switchfoot) e Waking Up the Ghost (che nonostante le strofe alla The Autumn Effect e l'enfasi melodica del chorus, arriva inevitabilmente fuori tempo massimo per poter dire qualcosa di interessante).
Il fatto spiazzante è che la band infili in chiusura un pezzo finalmente convincente come Fade Into (the Ocean), evidentemente più curato e raffinato rispetto ai precedenti: un arpeggio introduttivo più malinconico e atmosferico, un ingresso vocale degno degli A Perfect Circle, un compromesso melodico riuscito e felice nel chorus distorto, giochi percussivi e chitarristici che costruiscono un climax prima di un paio di stop-and-go e la ripresa della strofa, ed infine un nuovo climax con riff rallentato e palm-mute a scivolare nell'esplosione finale. Sarebbe stato troppo chiedere una cura per le strutture e una sensibilità musicale al medesimo livello anche per i pezzi precedenti? Così facendo l'album sarebbe risultato ascoltabile, se non come The Autumn Effect, almeno quanto Division.