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Londinium (1996)
7/10
Take My Head (1999)
6/10
You All Look the Same to Me (2002)
7/10
Noise (2004)
6.5/10
Lights (2006)
6/10
Controlling Crowds (2009)
7/10
Controlling Crowds - Part IV (2009)
6.5/10




Gli Archive nascono nel 1994 a Londra per volontà di Darius Keeler e Danny Griffiths, due ex-membri del gruppo breakbeat Genaside II rimasti folgorati dal trip-hop di Massive Attack e Portishead.
Per registrare il loro primo disco reclutano anche la cantante d'origine iraniana Roya Arab e il rapper Rosko John.

Vede così la luce il debutto Londinium (Island, 1996).
L'album è un raffinato ed elegante compendio di trip-hop, rap, ambient, sottili tocchi elettronici breakbeat, reggae-dub, vocalizzi e pianoforti soul-jazz, atmosfere chill-out e infiltrazioni di sezioni d'archi da chamber-music.
La musica di Keeler e Griffiths è malinconica e autunnale, ma nelle sue tessiture anche più complessa di quanto potrebbe sembrare ad un primo ascolto; i background sono frutto di un certosino lavoro di contrappunto, e soprattutto riescono ad essere sempre orecchiabili e soffici anche incorporando archi acuti e avanguardisti o rumori bizzarri, grazie ad un sempre avvolgente e profondo tappeto "armonico".
Se le sonorità più sperimentali si trovano forse in apertura, con gli archi sofferenti su tappeto trip-hop percussivo di Old Artist, i vertici del connubio tra quelle sperimentazioni e la vena melodica viene raggiunto invece da So Few Words (con pianoforti, fiati, archi, litanie suonate ai synth, voce rappata di Rosko John), Dark Room (oscuro trip-hop in cui si alternano il rap di John e i vocalizzi della Arab, mentre il background passa da oscuro a soffuso, con parentesi noise-ambient), Skyscraper (il rap più riuscito di John, su tappeto trip-hop arrangiato da archi e synth eterei), Beautiful World (atmosfere nuvolose, forti bassi dub, synth malinconici in background, rap cadenzato), Last Five (vocalizzi femminili soul-jazz, battiti trip-hop soffocati, arpeggi di chitarra filtrati, esplosioni di rap, tessiture d'archi, coda d'archi e voce soul dopo un lungo silenzio), e dalla title-track (con un esplosivo climax di synth e archi).
Organ Song è un elegante dialogo strumentale tra strumenti classici ed elettronici, mentre All Time riprende le radici breakbeat della band innestandole con bassi dub e tenui vocalizzi femminili.
Negli anni di punta del trend trip-hop, Londinium ne diventa uno degli esempi più variegati e degni d'essere ascoltati.
Lunga la lista di guest che partecipano alle registrazioni: Ali Keeler (violino), Julia Palmer (violoncello), Jane Hanna (corno francese), Anita Hill (triangolo), Peter Barraclough (flauto e chitarre), Karl Hyde (chitarra e basso), Steve Taylore (chitarre) Matheu Martin (batteria e percussioni), Jane Wall e Siobhan Sian (cori).


Dopo l'uscita di Londinium, Keeler e Griffiths sciolgono per un breve periodo il progetto, unendosi nuovamente nel 1997.
Alla voce femminile viene reclutata Suzanne Wooder, ed esce così il secondo disco Take My Head (Independiente, 1999).
Il problema principale dell'album è la sua natura fortemente conflittuale tra un'anima pop e un'anima elettronica.
Il conflitto non viene mai risolto, con lo spiacevole risultato di un disco spezzato tra una metà di tracce prevalentemente pop e un'altra metà di tracce prevalentemente elettroniche. Il matrimonio riesce ad avvenire, forse, solo su The Way You Love Me, guidata da archi malinconici e dalla voce melodiosa della Wooder, ma distesa su un tappeto trip-hop.
Brother e The Pain Gets Worse sono pure ballate per pianoforte, archi e voce, che comunque regalano alcuni ascoltabili momenti melodici pur nella loro banalità formale; Woman è una scialba traccia pop-rock avvolta da cori e archi; Rest My Head on You ha un battito che ricorda il trip-hop, per il resto solo un'escursione vocale e tastieristica in territori pop malinconici e dilatati.
Le tracce guidate dall'elettronica sono invece Well Known Sinner (anche se flirta pesantemente con melodie brit-pop e leggeri strati di chitarre elettriche nel climax finale), Cloud in the Sky (con un ottimo tappeto trip-hop percussivo, peccato ancora una volta per le melodie non certo incisive di voce e archi), Love Summer (con ritmica quasi breakbeat e innesti latin-jazz); a trionfare sono però l'opener You Make Me Feel e la title-track, immerse in esplosioni trip-hop ed elettroniche, con la voce della Wooder finalmente utilizzata in maniera sperimentale (campionata, filtrata e stratificata).


Per il terzo album You All Look the Same to Me (EastWest, 2002) Keeler e Griffiths sostituiscono la Wooder con Craig Walker (ex leader dei pop-rock Power of Dreams) a voce e chitarra.
Il sound del disco rappresenta un forte cambiamento, dato che il duo si orienta nettamente verso sonorità post-rock alla Mogwai.
Il risultato sonoro è comunque unico, dal momento che le influenze vengono mediate dalle radici musicali dei membri (trip-hop, breakbeat, pop romantico, alternative-rock elettronico alla Radiohead).
Gli Archive esprimono tutta la propria capacità di songwriter, arrangiatori e producer nei veri e propri gioielli Again (una suite della lunghezza di 16 minuti, che si sviluppa tra soffusi fondali ambient, chitarre acustiche, armoniche, archi autunnali, melodie vocali malinconiche, esplosioni di trip-hop e drumming post-rock, sample di chitarre elettriche) e Finding It So Hard (un'altra lunga suite, stavolta di 15 minuti e mezzo, molto più elettronica, con voce dalle forti influenze alla Radiohead e in background scatenati ritmi acid-house accoppiati a bassi distorti e synth melodici).
Il resto del disco non è comunque da trascurare: Numb è anzi una delle tracce migliori (voce ancora alla Radiohead, ma su tappeto sonoro minimalista guidato dalle pulsazioni del basso, che evolve in un terrificante climax di chitarre elettriche stratificate accoppiate ai droni dei synth), e degne di nota sono anche Neon (un trip-hop con sfumature reggae che esplode in un climax d'archi struggenti) e Fool (8 minuti, altro lento trip-hop guidato dalle tastiere ambient e cantato con melodie pop).
Need, l'ultima traccia, è un pezzo di sola chitarra acustica e voce, forse anche troppo plagiato dai Radiohead, mentre non sono molto brillanti gli episodi più svenevoli, ovvero Goodbye (salvata dal tappeto elettronico, ma corrosa da un testo banale) e Hate (che scade in un eccesso di sentimentalismo).
Now and Then è una breve parentesi per pianoforte e voce femminile, mentre l'ambient di Seamless serve soprattutto ad introdurre Finding It So Hard.
Sulle tracce migliori, i climax tipici del post-rock vengono messi al servizio di un sound proveniente direttamente dall'universo trip-hop, per poi essere coniugati a melodie vocali e arrangiamenti d'archi malinconici. Il risultato ottenuto è altamente personale e difficilmente rintracciabile altrove.
Peccato per i tre pezzi più scontati e melensi, che trattengono l'album dall'essere ottimo. Ma anche così, il disco è senza dubbio una delle migliori uscite britanniche dell'anno.
Lunga la lista di musicisti unitisi al trio durante le registrazioni: Lee Pomeroy (basso), Steve Emney (batteria), Dominic Brown (chitarre), Steve Barnard (batteria), Pete Barraclough (produzione e chitarre), Dominic Brown (chitarre), Alan Glen e Tom Brazelle (armonica), Steve "Keys" Watts (organo e pianoforte), Anita Hill (triangolo), Carl Holt (tromba), Annelise Truss (viola e violino), Jane Wall e Maria Q (voci).


Sul successivo Noise (East West, 2004) la formula si ripete, ma senza mai toccare i vertici strutturali ed emotivi di You All Look the Same to Me.
I pezzi che rendono valida l'uscita sono la title-track (trip-hop, chitarre acustiche, pulsazioni elettroniche, alternative-rock, arrangiamenti orientaleggianti e rumoristici), Fuck U (trip-hop che evolve in un climax di chitarre elettriche stratificate contrappuntate dagli archi, con un terrificante testo composto da insulti e minacce, reso ancora più gelido dal tono vocale disgustato e non infuriato), Waste (suite di 10 minuti fortemente influenzata dai Radiohead, guidata da chitarre distorte, battiti elettronici, archi, droni synth stranianti, voci filtrate), Get Out (che ricicla in una nuova veste graffiante alcuni cliché trip-hop e brit-pop, anche se copiando eccessivamente la melodia vocale di Stop Crying Your Heart Out degli Oasis) e Love Song (6 minuti di struttura oscillante, che presenta continue variazioni ritmiche e armoniche).
I restanti pezzi o sono troppo derivativi dalle ballad acustico-elettroniche dei Radiohead (Conscience, Me and You, la breve Wrong), o riescono a salvarsi dalla noia unicamente grazie alle soluzioni elettroniche di background in coda (Sleep, Pulse).
Here è una breve ma riuscita parentesi noise-shoegaze che introduce perfettamente Get Out.
Craig Walker stavolta imita troppo spudoratamente il timbro vocale di Thom Yorke.


Gli unici momenti degni d'interesse del quinto album Lights (East West, 2006) sono l'opener Sane (con trascinante battito elettronico, cascata di arrangiamenti sintetici, scariche elettriche distorte, melodie vocali azzeccate), Programmed (la ritmica elettronica più coinvolgente e ipnotica), Fold (eterea ballata guidata da pianoforte e grandi melodie vocali, con background di sample elettronici) e la title-track (18 minuti e mezzo di "trip", che rappresentano la summa stilistica della band, fra drumming instancabile, elettronica distorta, delay e droni psichedelici, stratificazioni dilatate e avvolgenti).
Le altre tracce proseguono lo stile dei pezzi più distesi, rilassati e tutto sommato prevedibili di Noise, enfatizzando solamente la cura per i fondali "ambientali" (ma il risultato è lungi dall'essere onirico, come probabilmente si sar
ebbe voluto).
La coda finale di Black è un plagio allo stile sonoro dei Muse, mentre la ballad acustica conclusiva Taste of Blood copia ancora una volta le ballate dei Radiohead.
La lista dei guest è lunga, ma sono per la maggior parte nomi già incontrati nelle session per You All Look the Same to Me.
Alla voce comunque non c'è più Craig Walker, bensì Pollard Berrier (anch'egli con un timbro vocale non a caso molto vicino a quello di Thom Yorke) e, con presenze minori, Maria Q e Dave Penney.
Le chitarre sono di Dominic Brown, Mike Hurcombe, Pete Barraclough (che torna anche in veste di ingegnere del suono), Steve Harris, e degli stessi Berrier e Penney. Steve Barnard torna al drumming, Steve Watts torna all'organo, Lee Pomeroy torna al basso (e stavolta anche al mellotron), Glen Gordon e Jane Hanna sono al corno, Adrian Northover è al sax alto.


Un netto passo in avanti rispetto ai precedenti full-length Noise e Lights viene compiuto dagli Archive tramite Controlling Crowds (Warner, 2009), un lavoro massiccio e pregno di idee, con 13 pezzi per la durata complessiva di ben 78 minuti, che allo stesso tempo da una parte ripudia ogni sbandata pop, e dall'altra smantella i vari cliché e i vari momenti triti e noiosi delle precedenti release, grazie ad una continua variazione stilistica, un continuo velo malinconico accentuato dagli archi, e una certosina cura per le ritmiche.
Il disco, che vede come principale vocalist ancora Pollard Berrier affiancato da vari guest, trasporta letteralmente il trip-hop di Londinium verso il 2009, rimasticandolo tramite una serie di influenze (dall'indietronica all'ambient all'hip-hop) e aggiornandone la formula.
La title-track, piazzata in apertura e lunga 10 minuti, è la loro classica suite alla Again, ma stavolta con divagazioni ridotte al necessario e quindi con meno autoindulgenza; Bullets è l'emozionale, catchy e potente singolo di lancio; Words on Signs un perfetto incrocio tra indie-rock, trip-hop e rassegnata confessione a pianoforte e voce (di Dave Pen); il climax di Dangervisit passa con agilità da un'apertura intimista ad un'esplosione prog-rock alla Porcupine Tree; Quiet Time è un pulsante e struggente hip-hop (le parti rap sono di Rosko John) che ricorda felicemente le atmosfere della Skyscraper di Londinium.
I 9 minuti di Collapse / Collide, influenzati dai Massive Attack, vengono condotti dalla penetrante voce di Maria Q sopra a monumentali arrangiamenti stratificati; Clones si rivela un calderone di influenze, citando perfino l'indie-folk di Fleet Foxes e Animal Collective prima e dopo una full-immersion in potenti pulsazioni elettroniche; Bastardised Ink, un altro hip-hop cantato da Rosko John, è uno degli episodi meno convincenti, con eccessivi tocchi kitsch e poca originalità; Kings of Speed, con voce di Dave Pen, esplode da un trip-hop alla Massive Attack ad una cavalcata a metà tra prog-rock e indietronica, anche se il pezzo più vicino al classico sound di Bristol è probabilmente il successivo Whore, cantato da Maria Q.
L'eterea Chaos, elevata da celestiali stratificazioni di archi e voce, introduce Razed to the Ground, terzo e ultimo hip-hop rappato da Rosko John, che stavolta sfoggia forti contaminazioni con il dubstep, dopodiché l'album viene concluso dai 7 minuti in crescendo della dimessa Funeral, forse anche l'unico momento non molto convincente assieme a Bastardised Ink.


Alle tre parti costituenti il precedente Controlling Crowds, gli Archive ne aggiungono anche una quarta, pubblicata successivamente lo stesso anno con il titolo Controlling Crowds - Part IV (Warner, 2009).
Le prime due tracce, Pills (ipnotico e fibrillante pattern ritmico, pioggia di tastiere, melodie vocali femminili prominenti) e Lines (con uno dei rap più oscuri e travolgenti mai confezionati dalla band), svettano a tutti gli effetti come perfettamente all'altezza dell'opera principale, mentre i restanti pezzi suonano come leftovers pesantemente intaccati dalla tradizione pop romantica britannica (The Empty Bottle, Remove, la pianistica To the End) oltre che dai cliché del revival new-wave (specialmente nelle parti vocali, spesso modulate sulla scia di Win Butler) e synth-pop (nelle melodie tastieristiche).
Thought Conditioning ravviva il panorama con un altro rap, The Feeling of Losing Everything è forse l'unica ballad realmente emotiva anche grazie all'assenza della sezione ritmica (sostituita da strati di impalpabili fondali tastieristici), Pictures pare ottenere il perfetto incrocio tra i crescendo estasiati dei Sigur Rós e l'elettronica etereo-magniloquente degli M83, e Lunar Bender chiude con una sorta di malinconico ambient.






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