Mirrored
(Warp Records, 2007)
Album
I Battles sono il supergruppo il cui debutto su full-length era tra
i più attesi da parte dei critici di mezzo mondo.
L'eclettico quartetto consiste in John Stanier (alla batteria, ex
membro degli Helmet e colonna ritmica dei
Tomahawk), David Konopka (a chitarra e
basso, dalla semisconosciuta band math-rock Lynx), Ian Williams
(a chitarra e tastiere, leggendario membro di Don
Caballero e Storm & Stress)
e Tyondai Braxton (a chitarra e tastiere, nonché alle rare
voci, figlio del celebre jazzista avant-garde Anthony Braxton).
Con il bizzarro jazz-rock di Race:
In si apre il loro primo disco Mirrored
(preceduto in realtà da una breve serie di EP che, tra il 2004
e il 2006, avevano causato un piccolo terremoto nel mondo dei post-rockers).
Il successivo Atlas,
primo singolo estratto, riesce ad unire un riffing che parte direttamente
dal southern-rock ad una struttura di prog spigoloso, e immergere
il tutto in una cascata di "demenzialità" infantili
come nella Bjork più euforica; ma la
progressione armonica costruisce una suite che, man mano che prosegue,
assomiglia ai King Crimson più
sperimentali.
La folle vorticosità di Ddiamondd, su furibondi
patterns batteristici gonfiati da iniezioni sempre maggiori di chitarre
distorte, è uno degli episodi più travolgenti, mentre
al contrario la dissonante seduta psicanalitica di Tonto
è uno degli esperimenti più raffinati: sezione ritmica
bombastica che segue una suite allucinante, in cui il caos viene attratto,
masticato e riorganizzato; da notare in particolar modo le chitarre,
che si rincorrono in un labirinto di elementi il cui unico scopo è
quello di comunicare la loro stessa stranezza.
Il mood è quello del post-rock, ma l'esecuzione spazia in realtà
dalla forma-mentis del jazz a quella del rock "propulsivo"
alla Don Caballero, di cui pare proprio
che i Battles siano il naturale proseguimento, seguendo
un modo di intendere il rock sempre più bizzarro ma anche sempre
più analitico; nello specifico, il drumming di Stanier costituisce
l'ossatura dei pezzi dei Battles con la stessa centralità
che riusciva ad imporre Damon Che Fitzgerald, ma nei Battles
questo elemento funge da piedistallo per le sperimentazioni con la
tecnologia (spesso sono impercettibili, ma l'album fiocca di filtri,
distorsioni e digitalizzazioni) e con rapporti ritmico-armonici tipici
della "warp generation" (difatti non è un caso che
sia proprio la Warp la label a produrre il lavoro); e quando i virtuosismi
batteristici raggiungono l'apice, li si vede messi da parte in pezzi
come Bad Trails, che disegnano una versione minimale,
calma e atmosferica dei The Pop Group.
Evitando con gran maestria la possibile dispersività della
proposta sonora, brevi pezzi indie-prog come l'eccellente Leyendecker
(o la più bizzarra e tecnologica Snare Hanger)
si alternano a suite estremamente suggestive come Rainbow
(8 minuti, uno dei massimi vertici del lavoro), che combina il jazz
ad una voglia di decostruzione delle "atmosfere" (alla Brian
Eno).
Ancora i fantasmi dei The Pop Group, decostruiti
e acquietati a dovere, sono le presenze che stanno dietro alle danze
di Tij, dalla ritmica frenetica. In pezzi come questo
appare chiara l'influenza di Braxton su Williams: lui (Williams),
che nei suoi lavori sperimentali era diventato sempre più un
teorico della suite come improvvisazione progressiva (con l'effetto
di smarrire a metà traccia il punto di partenza), viene qui
trattenuto a terra dal più metodico Braxton, con il risultato
di avere costruzioni compatte, d'impatto, e sempre tenute assieme
da piccoli dettagli (un riff, un ritmo) ricorrenti all'interno dello
stesso pezzo, a dare un senso di completezza al tutto.
E su questo universo non domina un senso di terrore, violenza o psicodramma
(come le cupe sperimentazioni della new-wave), ma solo una gran voglia
di creatività e libertà (ne è simbolo la conclusiva
Race: Out, che esplode in una travolgente ritmica
prog dopo un preludio gotico). La guerra è verso i generi e
gli schemi fissi, e il filone di riferimento è quello del math-rock
americano.
Di fatto, senza esagerare, allontanandoci dal dettaglio ci troviamo
davanti a qualcosa di storico. Così come all'inizio degli anni
'90 band come Slint e Don
Caballero hanno costruito una rivoluzione sperimentale e intellettuale
che si contrapponeva alla rivoluzione grunge, ora band come Battles
e Tv On The Radio stanno costruendo
una scena (tanto intellettuale quanto, però, giocosa) che si
contrappone, con la cultura del prog e del jazz, al dilagare del "nuovo"
indie e degli schemi ormai prevedibili di gran parte del "post-rock".
LINE-UP
Tyondai Braxton - guitar, keyboards, vocals
Dave Konopka – guitar, bass
Ian Williams – guitar, keyboards
John Stanier – drums
TRACKLIST
1. Race: In – 4:50
2. Atlas – 7:07
3. Ddiamondd – 2:33
4. Tonto – 7:43
5. Leyendecker – 2:48
6. Rainbow – 8:11
7. Bad Trails – 5:18
8. Prismism – 0:52
9. Snare Hangar – 1:58
10. Tij – 7:03
11. Race: Out – 3:29