I Bon Iver sono la band fondata e gestita dal songwriter Justin Vernon, autore di tutti pezzi e circondato da membri di volta in volta differenti.
Il primo album For Emma, Forever Ago (Jagjaguwar/4AD), registrato a cavallo tra il 2006 e il 2007 e pubblicato solo nel 2008, è uno dei picchi del filone indie-folk del periodo, collocandosi tra le opere più rappresentative dello stesso (apertosi con Elliott Smith e Neutral Milk Hotel, ma fiorito nei primi 2000s grazie ai contributi di Iron & Wine, Okkervil River, The Shins, Beirut, etc.), e avvicinandosi particolarmente allo stile di Samuel Beam (Iron & Wine) e alle sue vignette intimiste, tendenti al versante minimale, ma allo stesso tempo altamente melodiche e orecchiabili.
A Vernon (voce, chitarra e produzione) si affiancano Christy Smith (batteria, voce), John Dehaven (tromba), Randy Pingrey (trombone).
Vernon si conferma un autore da tenere d'occhio anche col successivo EP Blood Bank, pubblicato nel 2009 per la Jagjaguwar, che raccoglie pezzi registrati tra il 2006 e il 2008 dal solo band-leader a voce, chitarra e piano. Se la maniera in cui sono condotti Babys e Woods tradisce un orecchio allenato agli arrangiamenti tipici dei 1960s, la più meditata e intimista title-track tocca forse il punto più emotivo e commovente di tutta la sua carriera.
Al contrario, uno dei più sopravvalutati dischi del 2011, il secondo full-length dei Bon Iver suona monotono esattamente quanto il suo titolo Bon Iver, Bon Iver presagisce. In queste 10 tracce, che assemblano parti registrate tra il 2008 e il 2010, il leader Justin Vernon ha sostanzialmente individuato ed eliminato tutto ciò che funzionava delle proprie precedenti release; forse in cerca di un salto qualitativo verso la maturità, ma evidentemente anche verso i gusti di un più vasto pubblico, il delicato equilibrio tra folk acustico-minimale intimista e sonorità indie-rock moderne che stava alla base del buon For Emma, Forever Ago (2007) e dell'EP Blood Bank (2009, la cui title-track resta ad oggi il suo capolavoro) è stato accantonato e rimpiazzato da un muro di arrangiamenti melliflui, over-production ed effetti che, assieme a delle parti vocali abusanti di falsetto, ritocchi post-produttivi e sovraincisioni, ha provocato un tuffo completo nel baroque pop.
I toni delicati e introspettivi sono rimasti, ma più come scialba riproduzione di se stessi; le melodie efficaci (che pure sarebbero presenti qua e là, specie nell'opener Perth, forse unico pezzo un minimo coinvolgente) sono state annegate in una continua rincorsa al sound retrò e sintetico alla 1980s tipicamente di moda da ormai fin troppi anni, tanto che sovente sembra di ascoltare un vecchio disco degli Alphaville (vedi specialmente Calgary e Beth/Rest per rendersene conto) invece che di una band sulla carta folk-rock; le basi di partenza sono state sviluppate così in un sound il più morbido possibile, piatto, generico e finto.
I molti critici caduti in estasi per un disco simile dimostrano solamente un imbarazzante vuoto cognitivo per quanto riguarda la storia dell'indie-rock e del folk-rock dal 1990 a questa parte, che ha prodotto lavori di ben altra caratura emotiva.
Da confrontare con Helplessness Blues dei Fleet Foxes, uscito un mese prima: anche quell'album aveva segnato una perdita del talento melodico e compositivo presente nelle precedenti release, tamponato in maniera non convincente da una virata netta verso un baroque pop scambiato da troppi come maturazione.