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Breaking Benjamin

Breaking Benjamin EP (2001)
5/10
Saturate (2002)
4.5/10
Live EP (2004)
4.5/10
We Are Not Alone (2004)
5.5/10
So Cold EP (2004)
6/10
Phobia (2006)
6/10
Dear Agony (2009)
5/10



I Breaking Benjamin (nome preso dall'evidentemente egocentrico leader Benjamin Burnley) si formano nel 2000, e fin da subito si mostrano volenterosi di proseguire il discorso intrapreso da gruppi come i Chevelle nel voler scrivere un "nuovo" tipo di alternative-metal, che ponga ancora le sue fondamenta sul post-grunge ma assimili a sé anche l'esperienza nu-metal. Nel caso specifico, la band si distingue nel panorama per rileggere il tutto attraverso una propria influenza principale rintracciabile nell'emo-core (inteso nella sua "nuova" accezione).
Il loro disco d'esordio si intitola Saturate (Hollywood Records, 2002), ed esce contemporaneamente all'esordio dei 30 Seconds to Mars, nonché negli anni del boom dela nuova ondata emo (inaugurata de facto dai Jimmy Eat World di Clarity).
Il lavoro dei Breaking Benjamin, confrontato con gli artisti sopraccitati, è però trascurabile e se possibile completamente evitabile.
La band tenta in particolar modo di riesumare il post-grunge pi catchy, ma tutte le tracce vengono anche pervase da un insopportabile mood patinato tradotto dalle ballad pop più corrive, orecchiabili e in voga nelle chart. Questo loro "emo-pop" non dice niente di nuovo, e sa tanto di "prodotto adolescenziale" che dopo pochi minuti di ascolto, appunto, satura (in questo il titolo del disco si rivela assolutamente azzeccato), divenendo allo stesso tempo sia la caratteristica principale sia il più evidente guastatore di tutta la proposta musicale. E insopportabili suonano anche i brevissimi scream effettati, gettati a casaccio di tanto in tanto per ricordare a chi ascolta (o a se stessi?) di essere sulla carta una "heavy rock" band.
C'è davvero poco di salvabile nell'esordio di un gruppo che poi, fortunatamente, scriverà episodi un po' più felici.
Precisamente, sono le soluzioni di Wish I May e Home (puntualmente corrose dai ritornelli forzatamente catchy & cheesy), Polyamorous (leggermente più fresca delle altre tracce), e le finali Sugarcoat e Shallow Bay (quest'ultima probabilmente il capolavoro del disco) che finalmente mostrano qualche momento dal sound un po' sincero e potente, non del tutto corroso dalle velleità trendy.
Su alcune edizioni è presente anche la bonus-track Forever, che non aggiunge né toglie nulla al lavoro.

L'album viene preceduto dal Breaking Benjamin EP, che contiene sostanzialmente i migliori pezzi che verranno poi inclusi nel full-length (Home, Medicate, Polyamorous, Water e Shallow Bay; alla lista mancherebbero solo Sugarcoat e Wish I May), e seguìto dal promozionale Live EP, contenente quattro trascurabili ri-registrazioni dal vivo (Medicate, Water, Next to Nothing e Sugarcoat).

I Breaking Benjamin tornano con We Are Not Alone (Hollywood Records, 2004), fortunatamente un episodio migliore del precedente. In questo disco, la band della Pennsylvania dimostra di aver imparato la lezione degli ultimi Chevelle, degli Staind e di un paio di altri gruppi che si sono imposti come modello da seguire nel recente revival post-grunge; ciononostante, è ancora lontana dallo scrivere un lavoro davvero convincente.
Il quartetto torna quindi sui propri passi, in favore di un sound leggermente più legato a post-grunge e alternative-metal; le ambizioni non sono in ogni caso molto alte: probabilmente i Breaking Benjamin si limitano a riprendere le idee di chi ha avuto sufficienti intuizioni nel rinnovare il filone post-grunge (ovvero principalmente i Chevelle, ma nel loro caso anche i vari Staind, Creed e Nickelback del boom commerciale), assimilare leggere e diluite influenze dagli altri due celebri (e di gran lunga superiori) gruppi che hanno appena modificato il panorama l'alternative-rock legato al post-grunge (Dredg e A Perfect Circle), e rielaborare il tutto nel loro personale stile che sbuca fuori direttamente dalla scena emo. Tuttavia, stavolta confezionano un disco molto compatto e un po' più maturo, ed in particolar modo contenente alcune parti chitarristiche decisamente più ispirate. Il grosso problema sono nuovamente le pessime influenze dal melodic hardcore teenageriale più trendy e pop, che li continuano a rendere appetibili alle masse e allo stesso tempo rovinano l'intera opera.
So Cold apre l'album in maniera soddisfacente, con qualche reminiscenza tooliana, e ascoltandola viene da pensare che finalmente abbiano abbandonato la formula del ritornello catchy a tutti i costi.
Al contrario, le seguenti Simple Design e Follow sarebbero state delle buone composizioni (costruite su discreti riff), se non fossero rovinate dal solito chorus in salsa emo-pop, pensato unicamente per le classifiche.
Firefly suona un po' meno smaccata, ed quindi uno degli episodi migliori del disco, ma si regge sul medesimo assioma.
Break My Fall risulta piatta e monotona, e scorre via lasciando spazio a Forget It, una ballad soffusa che risalta di molto sulle altre tracce, mentre le successive Sooner or Later e Breakdown si tengono sullo stesso ascoltabile livello.
Away ricicla di nuovo gli stilemi emo per mescolarli ad un innocuo e piatto post-grunge, e Believe arriva per scuotere gli ascoltatori ormai addormentati dalla sequenza di pezzi troppo docili, essendo più violenta e influenzata da sonorità più hardcore.
Rain riprende uno stile di chiusura già utilizzato dai Chevelle, un pezzo di sole voce e chitarra acustica al termine di una serie di scariche post-grunge; i Breaking Benjamin la implementano con effetti ambient ed una sezione d'archi, e la riescono a tramutare in un finale relativamente curato.
Nelle versioni per il mercato nipponico è presente anche la bonus-track Ordinary Man.

Pochi mesi più tardi rispetto all'uscita del disco We Are Not Alone, i Breaking Benjamin pubblicano il So Cold EP, che contiene un paio di tracce live (Away e Breakdown), la versione acustica di So Cold, nonché i due inediti Blow Me Away (registrata per la OST del videogame Halo 2) e Ladybug.
Se la band avesse incluso Blow Me Away, Ladybug e Ordinary Man in pianta stabile nel full-length precedente, sarebbero risultate le tracce migliori del lotto (assieme all'opener So Cold e alla ballata Forget It). Incomprensibile la decisione di escluderle.

Pochi si aspettavano un buon ritorno da parte di questa band, dopo il pessimo esordio Saturate e il non eccelso precedente We Are Not Alone (salvabile solamente grazie ad una manciata di tracce e linee di chitarra), ed invece i Breaking Benjamin hanno in breve confezionato il loro disco migliore.
Album molto più maturo del precedente, Phobia (Hollywood Records, 2006) mostra una band che si allontana un po' di più dal post-grunge in favore di un avvicinamento maggiore all'alternative-metal; forse per andare incontro al nuovo trend metalcore (metalcore di cui comunque non c'è sostanzialmente traccia se non come lontana influenza), o forse perché hanno compreso la bassezza artistica della formula di post-grunge contaminata dall'emo che faceva sfoggio sul full-length d'esordio.
Qualunque sia stata la causa del cambiamento stilistico, non si può far altro che apprezzarla: atmosfere molto più sofisticate finalmente lasciano da parte l'eccessivo carico emo e catchy delle due scorse release, in favore di un collegamento diretto con la linea post-grunge tracciata nel 2002 dai Chevelle e soprattutto con la variante emo-core apportata dai Taproot nel 2005.
Le influenze emo sono ancora presenti, ma non soffocano più le tracce rendendole fazzoletti usa e getta per teenager, bensì contribuiscono solamente a creare le melodie vocali in alcuni chorus (Until the End, Unknown Soldier); altre tracce invece fanno proprio parte di quel percorso partito dal post-grunge con influenze nu-metal dei Chevelle e qui contaminato tramite il personale stile della band, costruendo strutture alternative-rock relativamente originali: The Diary of Jane, Breath, Dance With the Devil, Had Enough.
Sono presenti perfino esperimenti elettronici, nell'ottima You Fight Me. Il saldo è abbastanza positivo anche per You e Topless.
In alcune versioni, è inclusa come quattordicesima traccia una versione acustica di The Diary of Jane, peraltro interessante e ben riuscita.
Consigliato a chi apprezza sia l'alternative-rock sia l'emo non patinato (buona parte del disco potrebbe uscire da una sorta di Finch meno ricercati e più emo), nel complesso Phobia risulta un'uscita decente, anche se in molti passaggi evidenzia ancora una proposta un po' stantìa e soprattutto poco adulta (basti leggere i testi per rendersene conto).
Si spera che il futuro della band presenti ulteriori evoluzioni positive, magari restando a cavallo della nuova onda alternativa dell'heavy-rock e mollando un po' la presa per quanto riguarda le influenze troppo trendy.

Dear Agony (Hollywood, 2009) vede i Breaking Benjamin tornare sui loro passi, rinnegando buona parte dell'indipendenza stilistica guadagnata con il precedente Phobia, ed abbracciando del tutto la corrente post-grunge più vicina al pop da classifica dei trascorsi 15 anni, sulla scia dei vari Creed, Staind, ultimi Chevelle, etc., con un equilibrio tra riff e sprazzi vocali più "heavy" (a testimoniare solamente quanto la commercializzazione del nu-metal di inizio anni 2000 abbia contribuito a far acquisire al linguaggio del pop-rock alcune caratteristiche pesanti, diluendole) da una parte, e tuffi nella power-ballad più smaccata dall'altra (che avvicinano la band, più che altro, a Hoobastank e Switchfoot, ed alle loro hit da serie televisiva adolescenziale statunitense).
Qualche momento ascoltabile resiste in Fade Away, I Will Not Bow e Lights Out, ma è anche la produzione non eccessivamente pop di David Bendeth (già su Phobia ) ad evitare la caduta nel baratro.





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