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Chevelle

Point #1 (1999)
7/10
Wonder What's Next (2002)
7/10
This Type of Thinking (Could Do Us In) (2004)
6/10
Vena Sera (2007)
5/10
Sci-Fi Crimes (2009)
5/10
Hats Off to the Bull (2011)
5/10



Point #1
(Squint, 1999)
Album

I Chevelle si formano in Illinois nel 1994, ma vengono alla ribalta solamente nel 1999, con il loro primo lavoro Point #1, pubblicato dalla Squint e prodotto dal leggendario Steve Albini.
Il merito (o particolarità che dir si voglia) dei Chevelle è di essere fondamentalmente i primi a suonare un nuovo tipo di unione tra hard-rock e alternative-metal,evolvendo il post-grunge in modo che in sé filtri ed assimili l'esperienza nu-metal. Sono difatti loro la band che per prima, assieme a Cold e Dredg, e poco prima degli A Perfect Circle, indica una nuova via musicale nel bel mezzo del boom di Korn e Slipknot.
Il loro sound, sempre in secondo piano finché il trend del nu-metal continua a resistere, esplode invece quando esso mostra evidenti segni di cedimento, influenzando così una serie di band che vareranno una proposta personalizzata di esso: quello furbo e da classifica dei Crossfade (e, sebbene ibridato con i Creed, anche degli Staind), quello più alternative-metal dei Breaking Benjamin, quello spruzzato di post-hardcore ed emo del terzo album dei Taproot, quello keeniano dei 10 Years.

Caratterizzato per la maggiore da tracce brevi e iper-dirette, l'esordio dei Chevelle è molto grezzo rispetto ai loro futuri lavori, tuttavia suona sincero, potente, freschissimo.
Il breve opener strumentale Open, la title-track e Prove to You mostrano un gruppo sorprendentemente convincente, che si è ascoltato per bene non solo i Tool (i vocalizzi di Pete), ma anche e soprattutto la prima onda grunge (Green River, Mudhoney) e lo stoner-rock (i muri chitarristici che sembrano fagocitare il resto dei componenti, particolarmente evidenti in Prove to You).
Mia appare invece come un fulmine, una scossa elettrica, una traccia che potrebbe andare continuamente in loop per quanto suona fresca e assimilata bene nel lavoro.
Skeptic
mostra alcune delle prime incertezze: troppe influenze dai primi lavori dei Tool; la band evidentemente vuole costruire un nuovo grunge, e prende ispirazione dal gruppo che più di tutti è riuscito ad elevarsi dal grunge verso lidi alternativi e inaspettati, ma in episodi come questo sono troppi i debiti non pagati a Keenan e soci.
Fortunatamente i Loeffler tornano ad una formula molto più personale su Anticipation (dal drumming particolarmente fresco) e soprattutto sul capolavoro Dos: il pezzo è sostenuto da arpeggi quieti e riflessivi in cui si incastonano vocalizzi da brivido, prima che le chitarre si concedano sfuriate e parentesi noise; Dos è un vero e proprio nuovo alternative-rock, e sorprendentemente anticipa di un anno netto il sound degli A Perfect Circle.
I quattro pezzi finali sono tutti episodi più o meno positivi, e costituiscono altri ottimi esempi di una commistione fra hard-rock, post-grunge, e piccole influenze dalla prima onda nu-metal.

La particolarità del gruppo è che, dopo qualche cambiamento di line-up, all'esordio i tre componenti sono tutti fratelli. Questo giova moltissimo in termini di compattezza, unitarietà ed omogeneità al disco.
Il sound che propongono i Chevelle nel loro debut ha una sola pecca: suona "grezzo", ma non perché la produzione in sé sia grezza (questo anzi è un netto punto a favore, essendo opera come sempre impeccabile di Steve Albini), bensì perché i debiti non dichiarati sono un po' troppo evidenti (in particolar modo il registro di voce adottato da Pete suona un po' un'imitazione di Keenan). La band, però, è decisamente sulla strada buona, le manca solo una complessiva maggior personalizzazione per poter riuscire a fare scuola.




Wonder What's Next
(Epic, 2002)
Album

Dopo un buon esordio con il grezzo, originale e sincero Point #1, i Chevelle passano sotto alla Epic, label che ha giustamente fiutato il potenziale della band, e possono crogiolarsi in una produzione raffinata e ricercata, sebbene necessariamente più pulita.
Il secondo disco del gruppo esce nel 2002, e si intitola Wonder What's Next; è anche il loro capolavoro.

I Chevelle finalmente non suonano più come un collage di influenze disparate, ma semplicemente come una vera band che propone il proprio personale sound; la loro commistione di post-grunge e hard-rock contaminata dalle migliori intuizioni del nu-metal giunge a compimento, a completa maturazione, e si cristallizza in uno stile che influenzerà, nel bene e nel male, tutta la scena alternative-metal.
Family System è un'introduzione tanto violenta quanto fresca, lungo la quale si riconoscono echi di Incubus e della scena grunge di Seattle, ma che può trarre in inganno per alcune forti influenze nu-metal provenienti delle chitarre; ci pensa tuttavia la seguente Comfortable Liar a sfatare i dubbi di chi crede di stare per ascoltare un disco di pezzi post-nu-metal tutto sommato già sentiti.
Ma gli episodi migliori devono ancora arrivare. Difatti le seguenti cinque tracce risultano essere una combo di brani travolgenti, che scrivono le coordinate di un nuovo alternative-rock, fratello di quello di Dredg e A Perfect Circle; pervase da una percepibile e delicata malinconia, pezzi come Send the Pain Below e Closure cullano l'ascoltatore in un limbo di rock melodico ispirato e fresco, costruendo lentamente un climax che si conclude con l'arrivare dell'eccellente The Red, la quale in un crescendo verso l'esplosione finale si libera di tutta la frustrazione e la tensione accumulate sino a quel momento. La title-track, furibonda ma molto equilibrata, prosegue la strada dell'esplorazione di queste nuove sonorità, allo stesso modo di Don't Fake This, un altro episodio che si fa notare positivamente.
La conclusione del disco purtroppo non è ai livelli dei momenti precedenti, e svela un calo di idee, dato che Forfeit, Grab This End e An Evening with el Diablo sostenzialmente ripetono le idee delle tracce precedenti, innestandole unicamente con una potenza heavy-rock più sentita (e talvolta divagazioni di ispirazione alternative-rock di inizio 1990s), ma a conti fatti con risultati più blandi.
La chiusura One Lonely Visitor è acustica, un delicato brano di sole voci e chitarra.

Il disco riesce a guadagnarsi un ottimo responso di pubblico, grazie soprattutto all'enorme successo appena avuto da Staind e Creed, che ha riportato prepotentemente in classifica le sonorità post-grunge. Inutile dire che, però, la proposta dei Chevelle è nettamente più inedita e interessante. Assieme all'esordio dei 30 Seconds to Mars, è forse la rivelazione alternative-rock/alternative-metal più piacevole dell'anno.





Dopo il molto valido Wonder What's Next, i Chevelle danno alle stampe dapprima un album live (Live from the Road, 2003) e poi il nuovo full-length di inediti This Type of Thinking (Could Do Us In) (Epic, 2004). Ma purtroppo il disco è, sostanzialmente, solo una ripetizione meno ispirata e più mainstream delle idee già presenti sul lavoro precedente. Ripetizione che, con il suo sound meno abrasivo e le sue melodie più orecchiabili e meno complesse, servirà loro ad aprire la propria formula verso il mercato di massa, ma che in termini artistici rappresenta un passo indietro rispetto ai due lavori precedenti.
L'opener The Clincher non convince pienamente se confrontata ai loro opener passati, eppure a posteriori risulta essere uno degli episodi migliori, costruita sul loro tipico buon gusto nel riucire a suonare un alternative-rock/post-grunge allo stesso tempo orecchiabile e venato di una malinconia quasi esistenziale, mentre la successiva Get Some, più eccitata, viene valorizzata solo dalle non banali soluzioni della sezione ritmica.
Si giunge rapidamente al singolo di lancio Vitamin R (Leading Us Along), convincente ma legatissima lo stesso a melodie già sentite nel disco precedente, in cui il dialogo tra chitarre e cantato stabilisce forse il modello più compiuto ed evidente della loro nuova svolta mainstream (modello che influenzerà ulteriormente il resto del panorama pop-rock/post-grunge mondiale).
La successiva Still Running è invece il capolavoro dell'album: diretta, up-to-face e fresca, un po' punk-hardcore, un po' grunge, un po' alternative-rock sofisticato in un mix travolgente che, come i migliori episodi dei lavori precedenti, non si fa problemi a spingere in alto il livello di volume e rabbia, problema che invece si pongono troppe altre tracce del presente disco; ma la versione contenuta nella OST del film The Punisher era perfino migliore (questa ha una produzione lievemente troppo ricercata e pulita, che nel chorus ne smorza la potenza).
E, se Breach Birth (un altro post-grunge tanto rockettaro quanto radiofonicoi) e Panic Prone (un'avvolgente e depressa ballad) suonano come due episodi discreti dalle influenze emo-core, le seguenti tre tracce (Another Know It All, Tug-O-War e To Return) sono trascurabili se rapportate al resto, visto che si basano sostanzialmente su stereotipi annacquati del loro stile musicale, più che cercare soluzioni sinceramente sentite; un lieve miglioramento arriva invece con le finali Emotional Drought e Bend the Bracket, anche se quest'ultima non fa che ricalcare l'idea del lavoro precedente (un brano di sole chitarra acustica e voce in chiusura), stavolta aggiungendoci semplicemente qualche percussione per differenziarsi.
Da una band che si è saputa fare alfiere di una nuova corrente musicale come quella dell'alternative-hard-rock americano di inizio terzo millennio era lecito aspettarsi qualcosa di nuovo, non una poco convincente riproposta in versione semplice e mainstream (e con qualche influenza emo in più) della formula che li ha fatti entrare in classifica; ma forse i tre fratelli Loeffler, invece che perdere l'ispirazione, hanno solo deciso di aprirsi alle masse e suonare più generici e innocui. Eppure il disco, ironicamente, non diventerà nemmeno un grosso successo di pubblico ai livelli sperati, seppur vendendo il suo bel milione di copie e in ogni caso costituendo ancora una volta un episodio estremamente influente sul rock dell'epoca (tanto quanto i due precedenti, ma stavolta in una direzione diversa).
Si tratta anche del disco che bene o male chiuderÓ il loro periodo creativo e interessante.

Il quarto album Vena Sera (Epic, 2007) è il primo registrato senza Joe Loeffler, cacciato
nel 2005 dai suoi fratelli e rimpiazzato al basso con il loro fratellastro Dean Bernardini.
L'album è ancora meno ispirato rispetto al precedente, limitandosi a ripetere per 11 tracce idee già presenti nei lavori scorsi.
L'opener Antisaint è una discreta cavalcata post-grunge; Brainiac e Midnight to Midnight sono le tracce più aggressive e dirette del lotto, ma anch'esse hanno la tendenza a perdersi nella propria formula senza lasciare alcuna impronta in chi ascolta; I Get It (con un battito ballabile, strofe alla Muse, e chorus classicamente "chevelliano"), Humanoid,
Straight Jacket Fashion, e soprattutto il primo singolo Well Enough Alone sono gli unici pezzi davvero riusciti del lavoro.
Nell'album compaiono spesso le ombre di A Perfect Circle e Incubus, da cui i Chevelle prendono diversi spunti per poi evolverli nel proprio personale stile, innestandoli in un terreno grunge e hard-rock.
La produzione è purtroppo affidata nuovamente a Michael "Elvis" Baskette, come nel precedente album, che ha la capacità di diluire e rendere piatta la già diluita e monotona proposta musicale. I primi due dischi erano invece prodotti rispettivamente da Steve Albini e Garth "GGGarth" Richardson, e la differenza nel sound è enorme (ma è enorme anche la differenza tra la creatività della band agli esordi e il ristagno creativo attuale).

Con il quinto album Sci-Fi Crimes (Epic, 2009), i Chevelle si sbarazzano finalmente del pessimo producer Michael "Elvis" Baskette sostituendolo con il più capace Brian Virtue; il sound migliora nettamente, ma resta ancorato ad una certa volontà di piacioneria mainstream che, tanto quanto l'invariato songwriting, continua a tener lontana la band dalle vette del passato.
Dopo la convincente opener Sleep Apnea, gli stessi stilemi sonori e compositivi si ripetono ancora e ancora sino alla fine, al massimo peggiorando verso toni da velata power-ballad già dalla terza Shameful Metaphors in poi, fino ad una seconda metà disco pessima in cui la band azzecca un nuovo rock trascinante appena con la conclusiva This Circus.
Poco importa tenere sempre incalzante il ritmo e distorti i chitarroni, se poi le poche idee si riciclano e suonano pericolosamente più vicine al pop-rock "emo" trendy (e quando se ne vanno le distorsioni, nell'unica acustica Highland's Apparition, il fatto emerge ancor meglio) che all'alternative-grunge a suo tempo personale inventato dai propri primi dischi.

Per il successivo Hats Off to the Bull (Epic, 2011), la band a tratti cerca più idee nel proprio passato e nel vario calderone alternative metal/post-grunge degli ultimi 10 anni che essi stessi hanno contribuito a creare; tali momenti, grazie a sound di produzione più attenti, producono ancora qualche scarica, come nell'opener Face to the Floor e nella title-track. Peccato che, al contrario, il quasi totale restante dell'album e la situazione generale non migliorino di una virgola, anzi.

 




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