Il chitarrista e cantante Joe Strummer (proveniente da una band di "pub-rock"
inglese dedita ad un caotico rockabilly) e tre membri dei London SS (piccola punk-band politica schierata apertamente a sinistra) formano i The Clash a Londra nel 1976,
dopo essere rimasti folgorati dalla musica di Sex
Pistols e Ramones. Bernie Rhodes, personalità controversa e manager
dei London SS (e poi dei The Clash), è per inciso l'uomo
che suggerisce ai tre (Mick Jones a chitarra e voce, Paul Simonon al basso, Tory Crimes alla batteria) di reclutare Strummer.
Così come i Sex Pistols si stavano focalizzando sull'attitudine,
sul nichilismo irriverente e sullo sgraziato caos sonoro in contrapposizione alle melodie pulite della musica da classifica, i The
Clash si focalizzano invece sul formato-canzone melodico e sulla
denuncia sociale ragionata. Il nemico ideologico di Sex Pistols
e The Clash pare essere il medesimo (la forza di controllo e squilibrio esercitata da governo, aristocrazia e monarchia),
ma il mezzo è differente (le schitarrate brutali di Steve Jones
contro le raffinatezze di Mick Jones), così come il fine (laddove
Johnny Rotten urla "no future", Mick Jones e Joe
Strummer prendono invece le difese della classe operaia con l'intento
di guidarla, se non alla lotta di classe, almeno alla consapevolezza di ciò che accade nel mondo). In questo senso, Sex Pistols
e The Clash risultano essere nei loro primi anni due band complementari: rappresentano le
due filosofie principali del "punk 77" londinese, simboleggiando
quindi le due facce della stessa medaglia.
Il debut album The Clash esce nello storico
anno 1977 per la CBS, e resterà nella storia uno dei dischi punk-rock
migliori di sempre.
Legati indissolubilmente ad una necessità comunicativa diretta
e semplice, tutti i pezzi (della durata media di due minuti e mezzo)
mantengono alta la tensione dall'inizio alla fine. Strummer e Jones
sono inventori di una formula vincente su tutti i fronti, dall'utilizzo
della vocalità (un incrocio tra il surf-punk dei Ramones
e il beat britannico) alle parti chitarristiche (che serpeggiano tra
ruvidità noise alla Sex Pistols e ricercatezze rhythm'n'blues),
alle liriche (una denuncia sociale frustrata ma allo stesso tempo
sarcastica).
Remote Control sputa veleno contro la grigia società automatizzata dal capitalismo, I'm So Bored with the USA è
un inno di denuncia alla società americana, Career
Opportunities riflette sui disagi giovanili causati dal mondo del lavoro, Hate
& War colpisce sia per i contenuti di denuncia sia per
la musica (uno stravolgimento del Merseybeat), What's My Name?
è un trascinante rhythm'n'blues aggiornato per i palati di una nuova generazione, London's Burning
un potente grido contro la solitaria disperazione metropolitana, Garageland chiude il
disco con l'ennesimo anthem per la gioventù punk.
Police & Thieves, cover dell'omonimo pezzo dei
jamaicani Lee "Scratch" Perry e Junior Murvin, è
probabilmente la prima canzone della storia a fondere assieme sia il reggae
che il punk-rock (nella versione dei The Clash è
presente anche la frase "They're going through a tight wind"
come omaggio ai Ramones), altra intuizione geniale che
avrà influenze musicali enormi (specie sul nascente
revival reggae-ska 2 Tone e in generale su tutto il punk-rock melodico).
La traccia più devastante del disco, nonché la più
vicina ai Sex Pistols, resta forse però White
Riot, potentissimo inno alla rivolta e alla lotta di classe.
Nella versione americana dell'album, uscita nel 1979, sono assenti
Deny, Cheat, Protex Blue
e 48 Hours, ma in compenso sono presenti la reggae
(White Man) In Hammersmith Palais, l'esplosiva Complete Control, le rockeggianti Clash City
Rockers e Jail Guitar Doors, e soprattutto
una splendida cover di I Fought the Law (celebre pezzo
scritto da Sonny Curtis dei The Crickets e reso celebre dalla
versione del 1965 dei Bobby Fuller Four).
Il secondo album dei The Clash, Give 'em
Enough Rope (CBS, 1978), è un lavoro di transizione: fa da ponte
tra il passato della band (quello degli inni "punk 77")
e il suo futuro (caratterizzato da una sempre più ricercata
eterogeneità stilistica).
Inoltre, nella line-up entra nel frattempo stabilmente il più tecnico batterista
Topper Headon.
Give 'em Enough Rope viene ampiamente criticato,
alla sua uscita, per via della cristallina produzione ad opera di Sandy Pearlman,
e a ragione: è proprio la produzione a smorzare la potenza
del disco, e (assieme ai più positivi sfoggi tecnici di Headon) a distaccare
brutalmente i The Clash dalla scena "punk" londinese
in un momento nel quale non sono ancora maturi e pronti al "balzo", all'apertura
eclettica.
Il disco contiene quattro trascinanti inni: Safe European
Home, English Civil War, Tommy Gun
e All the Young Punks; per il resto, non colpisce
affatto con la stessa potenza dell'esordio; la band sembra voler
abbandonare il punk-rock, ma i risultati non impressionano a sufficienza: deboli i flirt stilistici dello swing Julie's Been Working
for the Drug Squad e del blues Last Gang in Town,
decisamente già sentito l'hard rock di Drug-Stabbing Time.
London Calling (CBS, 1979), terzo disco dei The Clash,
è a tutti gli effetti l'ampliamento e perfezionamento della
volontà stilistica presente sul precedente Give 'em Enough
Rope; notevolmente maturati, nonché maggiormente smaliziati,
stavolta Strummer e soci compiono un esperimento che va a buon fine.
London Calling è un doppio disco
spiazzante per chi aveva visto la nascita della band e seguito i suoi
primi passi, oltre che una sorta di trattato sulle potenzialità melodiche e commerciali costruibili a partire dal punk-rock.
I The Clash si dimostrano infatti musicisti eclettici, capaci
di un buon songwriting melodico e soprattutto di una sorprendente
capacità nel mescolare stili differenti: London Calling
balza dal garage-rock al pop, dal reggae al rocksteady, dall'hard rock al
rhythm'n'blues.
Il risultato è il boom sia sul piano delle vendite (con finalmente
la conquista del mercato americano) sia sul piano della critica (l'album
verrà esageratamente acclamato come un capolavoro massimo, anche negli
anni e nei decenni a seguire, finendo per diventare uno dei dischi più sopravvalutati della storia).
La forza comunicativa di London Calling risiede nel riuscire
a coniugare una musicalità pop che suona quasi sempre ottimistica
e spensierata con delle liriche di sentita denuncia, spezzando soltanto raramente
le atmosfere con degli scossoni che riportano immediatamente in una
dimensione drammatica (ad esempio con The Guns of Brixton);
tuttavia, la fama del disco non è dovuta a questo: il successo
di London Calling è, in realtà, basato unicamente sull'orecchiabilità estremamente
pop, che lo rende fruibile da chiunque. In questo senso, London
Calling acquista importanza storica per costituire una rottura decisa
e spiazzante con la scena "punk 77", e acquista valore per
il suo mostrare con quanta eterogeneità possa trasformarsi il punk-rock
e di conseguenza a quanto pubblico differente possano riuscire ad arrivare i suoi messaggi; di
contro, però, perde valore se considerato che, parallelamente,
esso snatura la musica punk-rock e il suo significato primo. I The Clash
riescono a vedere più in là di molti altri loro contemporanei,
e scorgono un grande universo musicale esistente oltre a quello punk (restando
stregati specie dalla musica latina e jamaicana), ma abusano dell'orecchiabilità,
e questo rende il lavoro meno credibile di quanto dovrebbe, finendo per dare un senso al disco più come hitmaker che come opera artistica o espressiva.
C'è poi da aggiungere che due dischi rendono il contenuto molto
meno incisivo di ciò che avrebbe potuto essere, dato che un
certo numero di tracce suona, nell'insieme, piuttosto ridondante.
I pezzi migliori del lavoro restano quelli in cui i quattro riescono a
mantenere una certa atmosfera di tensione e pathos emotivo, in special
modo la title-track, Death or Glory,
The Guns of Brixton, The Card Cheat
e Spanish Bombs. Il capolavoro del disco resta
però la conclusiva Train in Vain (Stand by Me),
una canzone pop-rock dal sapore epico che si classifica tra le loro migliori composizioni di sempre, che nel tipico spirito della band viene originariamente inserita nell'album come traccia nascosta.
L'album segna più di ogni altro la fine dell'era punk, e l'inizio dell'acquisizione di sfumature "world music" da parte della new wave, parallelamente a ciò che stavano facendo in maniera più spinta i The Pop Group e, negli USA, i Talking Heads.
Sandinista! (CBS, 1980) è un'opera ancor più
di rottura rispetto al precedente London Calling, del quale ne
accentua anche uno dei principali difetti, ovvero la grande dispersività
(stavolta i dischi sono addirittura tre), anche se di contro ne perfeziona
lo stile. I The Clash sono al vertice della loro maturazione
stilistica, e compongono un'opera monumentale che dimostra quanto
lontano possa spingersi l'esplorazione musicale di quattro artisti
nati come semplici punk-rockers.
L'anno è il 1980, ed il "punk 77" londinese viene
oramai accettato come un trend commercialmente sfruttato ed esaurito; Strummer e
soci scrivono il loro disco più ambizioso e sperimentale: rifiutano
i facili melodismi pop di London Calling in favore di un
lavoro molto più ermetico e d'attualità nelle tematiche
(Strummer dimostra di essere un predicatore acculturato e sincero,
a partire dalla scelta del titolo dell'album, un tributo al Frente
Sandinista de Liberación Nacional che nei due anni precedenti
aveva rovesciato la dittatura di Anastasio Somoza Debayle in Nicaragua),
e osano nell'elaborare una serie di tracce di ostica assimilazione.
Per il mainstream e gran parte della critica è un passo falso,
ma in realtà è questo l'album che dimostra realmente
le qualità che erano state attribuite a London Calling:
è in Sandinista! che si possono notare i reali apici
dell'eclettismo e dell'abilità compositiva dei The Clash,
e il fatto che abbiano perfino smesso di cercare l'orecchiabilità
a tutti i costi rende l'espressività dei pezzi ancora più incisiva. Le
palesi strizzate d'occhio al pubblico sono presenti solamente nei
pochi brani funk-disco-pop, ad esempio The Magnificent Seven
e Lightning Strikes, ovvero i pezzi più in
linea con le tendenze pop del periodo e quindi più banali
e trascurabili.
Per il resto, Sandinista! è un grande carrello di
sperimentazioni e ricercatezze, che pecca unicamente nell'essere incredibilmente
lungo e quindi facilmente dispersivo e tediante.
Il problema di album come London Calling e Sandinista! consiste, a livello artistico, esattamente nelle caratteristiche che li renderanno popolari a livello commerciale (specie il primo, ma anche il secondo raggiungerà il disco d'oro in UK e USA): il loro non è un vero mix stilistico, ma un pop arrangiato in maniera eclettica che ricorda il modus operandi alla base del White Album firmato The Beatles; come in quel disco, anche in questi due capitoli dei The Clash la band suona canzoni melodiche basate su generi musicali diversi le cui caratteristiche originarie vengono smussate, appianate ed assorbite dagli stilemi pop in voga nel periodo. Esattamente come i The Beatles, anche i The Clash per tale motivo non si sono dimostrati dei maestri in alcuno dei diversi generi sperimentati, e per lo stesso motivo non sono riusciti a confezionare dei capolavori.
Il punk-rock del debut The Clash aveva nel 1977 ben pochi rivali in termini di coerenza, ispirazione e innovazione, ma i dischi del 1979 e del 1980 devono fare i conti con gli album contemporanei firmati The Pop Group e Talking Heads, che mescolano influenze world music e tensioni new wave a livelli ben più profondi e completi.
Dopo le ricercatezze sperimentali di Sandinista!, i
The Clash tornano ad un formato "normale" (un solo
LP, anche se il progetto iniziale era far uscire un altro doppio album)
con Combat Rock (CBS, 1982).
Il disco è ancora ricco di tematiche sociali e politiche nei
testi, ma musicalmente sviluppa il lato più ballabile del sound
della band, risultando perfettamente inserito nell'epoca in cui esce
(sono gli anni in cui esplode la tendenza del synth-pop);
il risultato è un nuovo boom di vendite sia nello UK sia negli
USA.
In realtà i pezzi davvero buoni del lavoro sono davvero
pochi; su tutti, spiccano decisamente la ballata conclusiva Death
Is a Star, il singolo infarcito di world-music Rock
the Casbah (scritta da Headon), lo ska-punk di Know Your Rights,
e soprattutto l'ottima Should I Stay or Should I Go,
il perfetto incrocio tra le vecchie radici punk-rock e i nuovi ritmi
ballabili.
Purtroppo, per il resto, il disco è eccessivamente ordinario,
banale, e ricalcante le tendenze del periodo senza mai passare il confine verso la sperimentazione (non c'è davvero
più nulla dei The Clash su pezzi come Overpowered
by Funk e Red Angel Dragnet).
Poco più tardi Topper Headon e Mick Jones abbandonano (o meglio,
vengono spinti ad abbandonare) il gruppo, il primo a causa delle sue dipendenze autodistruttive e il secondo a causa di tensioni e divergenze
musicali con gli altri membri, Strummer stesso in primis.
Mick Jones continuerà la carriera nei Big Audio Dynamite.
Ultimo album a nome The Clash, Cut the Crap
(Epic, 1985) viene registrato in un clima di confusione e tensioni.
Senza più Headon e Jones nella line-up, ci sono continui litigi
fra Strummer e il manager Rhodes per il controllo della band e del
materiale. Dopo una serie di contrasti, Strummer abbandona le registrazioni.
Cut the Crap esce nel 1985, e non contiene nulla dei The
Clash: Bernie Rhodes ha manipolato il materiale registrato completandolo
a modo suo, riempiendo il disco di battiti alla drum-machine, di synth,
di cori calcistici.
This Is England e We Are the Clash
sono forse gli unici pezzi degni di nota in un disco del tutto trascurabile
(verrà poi disconosciuto sia da Strummer che dai fan della band).
Joe Strummer continuerà la carriera musicale, prima da solista
per qualche colonna sonora cinematografica, e poi assieme alla nuova band The Mescaleros, fino alla sua prematura scomparsa nel 2002.
La sua vita, continuamente tesa tra voglia esplosiva di creatività e periodi di isolamento e frustrazione, alla ricerca di un'integrità morale che metta in equilibrio la necessità di ribellione e i compromessi del successo, verrà raccontata tramite un vastissimo utilizzo di materiale filmico nell'eccellente documentario Joe Strummer: The Future Is Unwritten, diretto nel 2007 dallo stesso Julien Temple che già aveva firmato i due film sui Sex Pistols.