I Clawfinger sono
una di quelle band crossover nate a fine anni '80 (sulla scia di Red
Hot Chili Peppers, Living Colour,
Primus e Faith
No More) che, adottando uno stile più pesante dei loro
contemporanei più celebri, si sono trovati la strada spianata
dopo il boom dei Rage Against The Machine e,
poco dopo, dei Korn.
Formatisi nel 1989 in Svezia, sono stati i primi europei a "sfondare"
suonando crossover-rapcore.
Il primo album Deaf Dumb Blind (WEA/MVG, 1993), in
fondo, non fa che imitare pedissequamente soprattutto Faith
No More e Living Colour. Ma in
mezzo al marasma di richiami al funk e all'hard-rock spiccano prepotentemente
una forte vena sintetico-industriale (con vari campionamenti di chitarre
e battiti ritmici) che sembra strizzare l'occhio ai White
Zombie e ai Ministry, e una grande
cura delle liriche (scritte tutte dal frontman Zak Tell); in particolare,
l'opener (e primo singolo) Nigger, oltre a suonare
fresco e coinvolgente, è un capolavoro a livello di liriche,
denunciando in modo intelligente il razzismo.
I seguenti pezzi sono in fondo tutte variazioni più o meno
riuscite di Nigger (la seguente The Truth
è praticamente identica musicalmente), ma di tanto in tanto
affiorano ugualmente episodi interessanti: la marcia sincopata di
Rosegrove (strofe alla Faith
No More più violenti, chorus tossico, distorsioni e battiti
degni di Jourgensen), la malinconica I Need You (arpeggio
alla Metallica, chorus trascinante e distorto),
Wonderful World (con strofe esplosive e chorus melodico
su arpeggiato di chitarra e con voce sintetica), la funkettara ma
decadente I Don't Care, e la devastante Warfair
(con liriche ancora una volta eccellenti).
L'anima del disco è decisamente quella più repulsiva,
"punk" e tossica delle strade suburbane, il sound è
quello tipico del crossover tra fine 1980s e inizio 1990s, la voce
è quasi sempre rappata, l'attitudine è violenta ma sempre
politicamente ragionata e anti-intollerante nei testi.
Band come Limp Bizkit o Marilyn
Manson dovranno molto anche a questo album.
Il secondo disco Use Your Brain (WEA/MVG, 1995) purtroppo
aggiunge molto poco a quanto già detto nell'esordio.
Nella prima parte dell'album sembra di sentire una mera imitazione
del precedente lavoro, in cui è aumentata solamente la violenza
chitarristica, e probabilmente solo perché l'anno precedente
è uscito il debutto discografico dei Korn.
Pezzi come Pin Me Down (il primo singolo) sono ormai
scontati e noiosi, ma per fortuna almeno veloci bombe come Die
High o parentesi autenticamente furibonde come Wipe
My Ass quasi reggono da sole la baracca.
Nella seconda metà del disco è presente invece uno dei
capolavori di sempre della band, ovvero Do What I Say,
sincopatissimo rap-metal dalla ritmica trascinantissima, e con un
chorus geniale cantato da un bambino psicotico (prima sulle note di
un carillon, per poi esplodere all'entrata delle chitarre). Ma le
tracce successive non sono nulla di notevole, anzi, la solita formula
di crossover violento mescolato a richiami industriali (Ministry
in primis) e richiami ai Metallica (stavolta
soprattutto in Easy Way Out).
Unico nuovo vertice la conclusiva Tomorrow, molto
fresca e trascinante; gruppi come i Methods
Of Mayhem di Tommy Lee costruiranno un'intera carriera scopiazzando
pezzi come questo.
Sul terzo album, omonimo (WEA/MVG, 1997), è presente un solo
capolavoro, ovvero l'opener Two Sides, un pezzo dal
testo causticamente critico nei confronti delle religioni, che incorpora
al classico sound della band un chorus cantato da voce femminile e
degli arrangiamenti melodici e percussivi mediorientali.
Delle restanti tracce, sono sopra la media la trascinante Chances,
la cupa Don't Wake Me Up (che esplode in uno dei
chorus migliori mai scritti dalla band), la rabbiosa Not Even
You, la catchy Biggest & the Best, e
la spiazzante chiusura melodico-acustica I Guess I'll Never
Know.
Peccato solamente che i restanti pezzi non facciano che evidenziare
un evidente debito con band come Marilyn
Manson, Ministry e Powerman
5000.
Le liriche, come al solito, mostrano un'elevata temperatura politico-sociale.
Sul quarto album A Whole Lot of Nothing (GUN/Supersonic,
2001) le uniche perle sono i due singoli estratti (con tanto di videoclip
in rotazione fissa in tutta Europa), ovvero la frizzante Out
to Get Me (che finisce dritta tra i capolavori della band)
e il disco-rap-rock Nothing Going On (più
notevole per il testo che per la musica). Per il resto, il disco è
un cumulo di rap-metal venato di industrial, ma diluito e orecchiabile
al massimo, costruito su ritmiche e melodie scontate e prevedibili.
A reggere la baracca sono solo i synth del tastierista Jocke Skog.
Diluendo il proprio sound e sfruttando commercialmente la moda del
nu-metal (è l'anno successivo al boom di Linkin
Park e Limp Bizkit), i Clawfinger
si fanno conoscere in tutta Europa, ma questo è fin'ora il
loro peggior album.
Sul quinto disco Zeros & Heroes (GUN/Supersonic,
2003) i synth
vengono messi parecchio da parte, e la musica si concentra sul riffing
chitarristico unito ad una sezione ritmica "boombastica".
Ma l'assenza di ispirazione si fa sentire pesantemente: su un totale
di una dozzina di tracce si salvano solamente l'opener title-track,
il primo e unico singolo Recipe for Hate (con un
eccellente testo antirazzista), le ricercatezze di Four Letter
Word, e la tagliente Blame. Per il resto,
una serie di pezzi stanchi che pescano a piene mani dagli acts americani
intenti a mescolare nu-metal e battiti industriali.
Piccole variazioni stilistiche come quelle di Bitch
o Step Aside, o ritmiche più trascinanti come
quella di Money Power Glory, sono formule ormai già
strasentite oltreoceano.
Se nel 1993 i Clawfinger potevano influenzare le tendenze, ben presto
si sono rivelati non all'altezza del ruolo di alfieri, finendo per
diventare dei followers.
La
punta di diamante del disco sono piuttosto le liriche, molto intelligenti
e stavolta anche più controverse del solito (un testo su tutti
quello di Step Aside, che sputa acremente su George
W. Bush e la politica estera americana).
Dopo la dipartita del chitarrista Erlend Ottem, la band scrive il
suo album più violento. Trattasi del sesto disco Hate
Yourself With Style (Nuclear Blast, 2005), non a caso prodotto
dalla Nuclear Blast. Pezzi esplosivi come le scariche sincopate e
rabbiose di Dirty Lies o le ritmiche furenti della
title-track mostrano chiaramente come la band guardi
ora principalmente al sound di Pantera e
Slipknot. Divagazioni come la power-ballad
rap-metal-grunge Without a Case mettono invece in
primo piano la ricercatezza delle liriche, ma la musica sembra un
plagio ai Mudvayne.
Sostanzialmente l'album è un passo in avanti, ma suona eccessivamente
derivativo per convincere davvero.
Life Will Kill You (Nuclear Blast, 2007) -titolo
forse ispirato dai Type O Negative?-
è il settimo album in studio degli svedesi Clawfinger,
storica band prima in Europa ad aver conquistato le classifiche suonando
crossover. Ricordiamo tutti con un po' di nostalgia quel debutto a
nome Deaf
Dumb Blind (1993), ad oggi imbattuto capolavoro del gruppo,
che li aveva posti in prima linea tra i padrini della seconda generazione
del crossover. Quella generazione figlia di Red
Hot Chili Peppers, Living Colour,
Primus e Faith
No More. Quella generazione nata con i Rage
Against The Machine ed esplosa con i Korn.
I Clawfinger hanno sempre saputo mescolare le influenze dai
grandi padri del crossover alle tendenze del momento, come testimoniano
soprattutto i loro album A
Whole Lot of Nothing (del 2001, a nu-metal ormai esploso
e quindi a strada spianata) e Hate
Yourself With Style (del 2005, che sancisce il passaggio
sotto la Nuclear Blast e vede il gruppo cercare appigli nell'ispirarsi
a Pantera, Mudvayne
e Slipknot, scrivendo il suo album più
aggressivo).
In particolare,
in questo album, il riffing è invece decisamente ispirato dai
Korn più aggressivi (vedesi la title-track
su tutte), mentre le ritmiche variano dall'ispirarsi all'industrial-metal
dei connazionali Pain alle sfuriate veloci ma "classiche"
stile hardcore contaminato dal thrash, alla Pro Pain.
C'è da sorprendersi che la band del frontman Zak Tell stia
ancora calcando le scene e stia ancora facendo parlare di sé,
nonostante il trend nu-metal (e di conseguenza il crossover) sia stato
spremuto al limite e dichiarato morto ormai anni fa.
Ciò che di nuovo offre il settimo album Life Will Kill
You è però, prevedibilmente, ben poca cosa. La
formula stilistico-musicale della band è sempre la stessa da
ormai troppo tempo, e potrà piacere solamente ai veri fan degli
svedesi, che si ritroveranno fra le mani un lavoro "duro e puro",
come ogni loro uscita - e in questo c'è da sottolineare quanto
i Clawfinger siano sempre stati dei campioni di etica più
che di musica, a partire dal rapporto faccia a faccia che hanno con
i fan e dai testi delle loro canzoni (quasi tutti di denuncia contro
razzismo, intolleranze politiche e religiose, problemi sociali e chiusure
mentali).
Si può dunque affermare che Life Will Kill You sia
il solito disco dei Clawfinger, i quali ormai da 5 anni a
questa parte non si reinventano più di tanto ma operano minimi
cambi stilistici per differenziare appena un'uscita dall'altra.
In questo ultimo lavoro ad esempio abbiamo le seguenti novità:
gli archi ad aprire l'opener The Price We Pay (primo
singolo estratto); le ritmiche sincopate e spezzate della title-track,
con riffing alla Korn; il chorus trascinante
e melodico di Prisoners; l'apertura mediorientaleggiante
di Final Stand (ma sono divagazioni stilistiche già
sentite in Two Sides, loro hit del 1997 nonché uno
dei loro capolavori storici); il climax di Little Baby
(con atmosfere languide e trip-hop su cui si adagiano la voce calma
di Tell e una guest femminile, e seguente esplosione hardcore nel
finale); il riffing singhiozzante con sezione ritmica "boombastica"
e chorus epico di It's Your Life; la chiusura di
Carnivore, con un riffing devastante. Non ci sono
altri elementi che differenziano l'album dai passati dischi della
band, e anzi stavolta purtroppo sono sotto il proprio standard anche
la cura per gli arrangiamenti (che ad esempio su A
Whole Lot of Nothing erano in primo piano, mentre qui
si tende ad affidare tutto all'effetto "wall of sound",
con il risultato di un continuo impasto trapanante ogni volta che
batteria e chitarra distorta suonano assieme) e perfino la cura per
le liriche (non sono nemmeno sfiorate le vette di denuncia sociale
intelligente e aggressiva delle hit del passato).