Home


FAQ


Music


Cinema


More Stuff




Clawfinger

Deaf Dumb Blind (1993)
7/10
Use Your Brain (1995)
6.5/10
Clawfinger (1997)
6.5/10
A Whole Lot of Nothing (2001)
6/10
Zeros & Heroes (2003)
5/10
Hate Yourself With Style (2005)
5.5/10
Life Will Kill You (2007)
5/10




I Clawfinger so
no una di quelle band crossover nate a fine anni '80 (sulla scia di Red Hot Chili Peppers, Living Colour, Primus e Faith No More) che, adottando uno stile più pesante dei loro contemporanei più celebri, si sono trovati la strada spianata dopo il boom dei Rage Against The Machine e, poco dopo, dei Korn.
Formatisi nel 1989 in Svezia, sono stati i primi europei a "sfondare" suonando crossover-rapcore.


Il primo album Deaf Dumb Blind (WEA/MVG, 1993), in fondo, non fa che imitare pedissequamente soprattutto Faith No More e Living Colour. Ma in mezzo al marasma di richiami al funk e all'hard-rock spiccano prepotentemente una forte vena sintetico-industriale (con vari campionamenti di chitarre e battiti ritmici) che sembra strizzare l'occhio ai White Zombie e ai Ministry, e una grande cura delle liriche (scritte tutte dal frontman Zak Tell); in particolare, l'opener (e primo singolo) Nigger, oltre a suonare fresco e coinvolgente, è un capolavoro a livello di liriche, denunciando in modo intelligente il razzismo.
I seguenti pezzi sono in fondo tutte variazioni più o meno riuscite di Nigger (la seguente The Truth è praticamente identica musicalmente), ma di tanto in tanto affiorano ugualmente episodi interessanti: la marcia sincopata di Rosegrove (strofe alla Faith No More più violenti, chorus tossico, distorsioni e battiti degni di Jourgensen), la malinconica I Need You (arpeggio alla Metallica, chorus trascinante e distorto), Wonderful World (con strofe esplosive e chorus melodico su arpeggiato di chitarra e con voce sintetica), la funkettara ma decadente I Don't Care, e la devastante Warfair (con liriche ancora una volta eccellenti).
L'anima del disco è decisamente quella più repulsiva, "punk" e tossica delle strade suburbane, il sound è quello tipico del crossover tra fine 1980s e inizio 1990s, la voce è quasi sempre rappata, l'attitudine è violenta ma sempre politicamente ragionata e anti-intollerante nei testi.
Band come Limp Bizkit o Marilyn Manson dovranno molto anche a questo album.



Il secondo disco Use Your Brain (WEA/MVG, 1995) purtroppo aggiunge molto poco a quanto già detto nell'esordio.
Nella prima parte dell'album sembra di sentire una mera imitazione del precedente lavoro, in cui è aumentata solamente la violenza chitarristica, e probabilmente solo perché l'anno precedente è uscito il debutto discografico dei Korn. Pezzi come Pin Me Down (il primo singolo) sono ormai scontati e noiosi, ma per fortuna almeno veloci bombe come Die High o parentesi autenticamente furibonde come Wipe My Ass quasi reggono da sole la baracca.
Nella seconda metà del disco è presente invece uno dei capolavori di sempre della band, ovvero Do What I Say, sincopatissimo rap-metal dalla ritmica trascinantissima, e con un chorus geniale cantato da un bambino psicotico (prima sulle note di un carillon, per poi esplodere all'entrata delle chitarre). Ma le tracce successive non sono nulla di notevole, anzi, la solita formula di crossover violento mescolato a richiami industriali (Ministry in primis) e richiami ai Metallica (stavolta soprattutto in Easy Way Out).
Unico nuovo vertice la conclusiva Tomorrow, molto fresca e trascinante; gruppi come i Methods Of Mayhem di Tommy Lee costruiranno un'intera carriera scopiazzando pezzi come questo.


Sul terzo album, omonimo (WEA/MVG, 1997), è presente un solo capolavoro, ovvero l'opener Two Sides, un pezzo dal testo causticamente critico nei confronti delle religioni, che incorpora al classico sound della band un chorus cantato da voce femminile e degli arrangiamenti melodici e percussivi mediorientali.
Delle restanti tracce, sono sopra la media la trascinante Chances, la cupa Don't Wake Me Up (che esplode in uno dei chorus migliori mai scritti dalla band), la rabbiosa Not Even You, la catchy Biggest & the Best, e la spiazzante chiusura melodico-acustica I Guess I'll Never Know.
Peccato solamente che i restanti pezzi non facciano che evidenziare un evidente debito con band come Marilyn Manson, Ministry e Powerman 5000.
Le liriche, come al solito, mostrano un'elevata temperatura politico-sociale.



Sul quarto album A Whole Lot of Nothing (GUN/Supersonic, 2001) le uniche perle sono i due singoli estratti (con tanto di videoclip in rotazione fissa in tutta Europa), ovvero la frizzante Out to Get Me (che finisce dritta tra i capolavori della band) e il disco-rap-rock Nothing Going On (più notevole per il testo che per la musica). Per il resto, il disco è un cumulo di rap-metal venato di industrial, ma diluito e orecchiabile al massimo, costruito su ritmiche e melodie scontate e prevedibili. A reggere la baracca sono solo i synth del tastierista Jocke Skog.
Diluendo il proprio sound e sfruttando commercialmente la moda del nu-metal (è l'anno successivo al boom di Linkin Park e Limp Bizkit), i Clawfinger si fanno conoscere in tutta Europa, ma questo è fin'ora il loro peggior album.



Sul quinto disco Zeros & Heroes (GUN/Supersonic, 2003) i synth vengono messi parecchio da parte, e la musica si concentra sul riffing chitarristico unito ad una sezione ritmica "boombastica". Ma l'assenza di ispirazione si fa sentire pesantemente: su un totale di una dozzina di tracce si salvano solamente l'opener title-track, il primo e unico singolo Recipe for Hate (con un eccellente testo antirazzista), le ricercatezze di Four Letter Word, e la tagliente Blame. Per il resto, una serie di pezzi stanchi che pescano a piene mani dagli acts americani intenti a mescolare nu-metal e battiti industriali.
Piccole variazioni stilistiche come quelle di Bitch o Step Aside, o ritmiche più trascinanti come quella di Money Power Glory, sono formule ormai già strasentite oltreoceano.
Se nel 1993 i Clawfinger potevano influenzare le tendenze, ben presto si sono rivelati non all'altezza del ruolo di alfieri, finendo per diventare dei followers.

La punta di diamante del disco sono piuttosto le liriche, molto intelligenti e stavolta anche più controverse del solito (un testo su tutti quello di Step Aside, che sputa acremente su George W. Bush e la politica estera americana).


Dopo la dipartita del chitarrista Erlend Ottem, la band scrive il suo album più violento. Trattasi del sesto disco Hate Yourself With Style (Nuclear Blast, 2005), non a caso prodotto dalla Nuclear Blast. Pezzi esplosivi come le scariche sincopate e rabbiose di Dirty Lies o le ritmiche furenti della title-track mostrano chiaramente come la band guardi ora principalmente al sound di Pantera e Slipknot. Divagazioni come la power-ballad rap-metal-grunge Without a Case mettono invece in primo piano la ricercatezza delle liriche, ma la musica sembra un plagio ai Mudvayne.
Sostanzialmente l'album è un passo in avanti, ma suona eccessivamente derivativo per convincere davvero.


Life Will Kill You (Nuclear Blast, 2007) -titolo forse ispirato dai Type O Negative?- è il settimo album in studio degli svedesi Clawfinger, storica band prima in Europa ad aver conquistato le classifiche suonando crossover. Ricordiamo tutti con un po' di nostalgia quel debutto a nome Deaf Dumb Blind (1993), ad oggi imbattuto capolavoro del gruppo, che li aveva posti in prima linea tra i padrini della seconda generazione del crossover. Quella generazione figlia di Red Hot Chili Peppers, Living Colour, Primus e Faith No More. Quella generazione nata con i Rage Against The Machine ed esplosa con i Korn.
I Clawfinger hanno sempre saputo mescolare le influenze dai grandi padri del crossover alle tendenze del momento, come testimoniano soprattutto i loro album A Whole Lot of Nothing (del 2001, a nu-metal ormai esploso e quindi a strada spianata) e Hate Yourself With Style (del 2005, che sancisce il passaggio sotto la Nuclear Blast e vede il gruppo cercare appigli nell'ispirarsi a Pantera, Mudvayne e Slipknot, scrivendo il suo album più aggressivo).
In particolare, in questo album, il riffing è invece decisamente ispirato dai Korn più aggressivi (vedesi la title-track su tutte), mentre le ritmiche variano dall'ispirarsi all'industrial-metal dei connazionali Pain alle sfuriate veloci ma "classiche" stile hardcore contaminato dal thrash, alla Pro Pain.
C'è da sorprendersi che la band del frontman Zak Tell stia ancora calcando le scene e stia ancora facendo parlare di sé, nonostante il trend nu-metal (e di conseguenza il crossover) sia stato spremuto al limite e dichiarato morto ormai anni fa.
Ciò che di nuovo offre il settimo album Life Will Kill You è però, prevedibilmente, ben poca cosa. La formula stilistico-musicale della band è sempre la stessa da ormai troppo tempo, e potrà piacere solamente ai veri fan degli svedesi, che si ritroveranno fra le mani un lavoro "duro e puro", come ogni loro uscita - e in questo c'è da sottolineare quanto i Clawfinger siano sempre stati dei campioni di etica più che di musica, a partire dal rapporto faccia a faccia che hanno con i fan e dai testi delle loro canzoni (quasi tutti di denuncia contro razzismo, intolleranze politiche e religiose, problemi sociali e chiusure mentali).
Si può dunque affermare che Life Will Kill You sia il solito disco dei Clawfinger, i quali ormai da 5 anni a questa parte non si reinventano più di tanto ma operano minimi cambi stilistici per differenziare appena un'uscita dall'altra.
In questo ultimo lavoro ad esempio abbiamo le seguenti novità: gli archi ad aprire l'opener The Price We Pay (primo singolo estratto); le ritmiche sincopate e spezzate della title-track, con riffing alla Korn; il chorus trascinante e melodico di Prisoners; l'apertura mediorientaleggiante di Final Stand (ma sono divagazioni stilistiche già sentite in Two Sides, loro hit del 1997 nonché uno dei loro capolavori storici); il climax di Little Baby (con atmosfere languide e trip-hop su cui si adagiano la voce calma di Tell e una guest femminile, e seguente esplosione hardcore nel finale); il riffing singhiozzante con sezione ritmica "boombastica" e chorus epico di It's Your Life; la chiusura di Carnivore, con un riffing devastante. Non ci sono altri elementi che differenziano l'album dai passati dischi della band, e anzi stavolta purtroppo sono sotto il proprio standard anche la cura per gli arrangiamenti (che ad esempio su A Whole Lot of Nothing erano in primo piano, mentre qui si tende ad affidare tutto all'effetto "wall of sound", con il risultato di un continuo impasto trapanante ogni volta che batteria e chitarra distorta suonano assieme) e perfino la cura per le liriche (non sono nemmeno sfiorate le vette di denuncia sociale intelligente e aggressiva delle hit del passato).

 




Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
Copyright © Matthias Stepancich