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Coal Chamber / DevilDriver

Coal Chamber - Coal Chamber (1997)
6/10
Coal Chamber - Chamber Music (1999) 6.5/10
Coal Chamber - Dark Days (2002)
6.5/10
Coal Chamber - Giving the Devil His Due (2003)
5/10
DevilDriver - Devildriver (2003)
6/10
DevilDriver - The Fury of Our Maker's Hands (2005)
6/10
DevilDriver - The Last Kind Words (2007)
5.5/10
DevilDriver - Pray for Villains (2009)
5.5/10
DevilDriver - Beast (2011)
5.5/10



Capitanati dallo schizofrenico singer Dez Fafara, i Coal Chamber si formano nel 1994 e vedono il successo con il loro omonimo debutto nel 1997, per la Roadrunner (label che più di ogni altra cosa ha contribuito a creare il fenomeno nu-metal).
Fafara e soci (anche un mix etnico, un po' come i Deftones) propongono una variante oscura e rabbiosa del nu-metal, influenzata per nulla da crossover e rapcore, quanto semmai dalla decadenza goth e dark (si vedano non solo il look, ma anche il basso pulsante e inquietante di Rayna Foss, nonché le sabbatiche atmosfere generali). Il particolare growl "pastoso" di Fafara rimanda poi anche al metal estremo, alla tradizione death-metal.
Su questo debutto è presente la perla Loco, forse la miglior hit mai scritta dalla band (seppur costruita su di un riff plagiato da quello di Blind dei Korn), e a seguire una serie di pezzi appena sufficienti o trascurabili, che incrociano atmosfere gotiche all'alternative-metal e al nu-metal (spiccano forse solo I, Clock e Oddity).

Fafara condurrà nello stesso periodo una specie di battaglia personale nel voler esser riconosciuto come l'inventore del nu-metal, battaglia ridicola che lo vedrà perdente in partenza (il suo gruppo si è formato quando i Korn avevano già dato alle stampe un album).

Dopo i Deftones, sono i Coal Chamber la seconda band nu-metal ad allontanarsi dal genere in favore di sonorità più ricercate.
Chamber Music (Roadrunner, 1999) è un progetto inaspettato e ambizioso, con la volontà di contaminare il sound della band per raggiungere lidi più alternativi ed eclettici.
Nel disco sono presenti sezioni d'archi (Mist, Tragedy) ed elementi tipicamente gotici che rendono l'atmosfera generale mistica e opprimente (My Mercy, Tyler's Song). Il tutto viene contaminato da diversi campionamenti elettronici e industrial, che rendono il mood generale ancora più alienante.
Una certa vena prog influenza il background di alcune composizioni, e la cosa è sottolineata dalla presenza nel lotto di Shock the Monkey (cover di Peter Gabriel, qui cantata assieme a Ozzy Osbourne).

Dopo le sperimentazioni del precedente disco, con Dark Days (Roadrunner, 2002) la band torna al loro sound originario.
La cosa è preceduta dal rimpiazzo, dopo diverse vicissitudini, della bassista Rayna Foss con la nuova Nadja Peulen; ma la separazione tra Fafara e Rayna non è affatto tranquilla, e vede nascere una sorta di faida tra Dez e la coppia Foss-Rose (Morgan Rose, marito della Foss, è batterista nei Sevendust).
Senza più la Foss, forse motore "goth" della band, il terzo album è un'esasperazione estrema della vena groove-metal del loro disco di debutto, ma si dimostra superiore ad esso grazie ad un songwriting decisamente più coinvolgente.
Non si sente nulla di nuovo, se non una variante estremamente violenta, gotica e pacchiana della tradizione groove-metal/nu-metal, ma almeno si può contare su di una serie di chorus azzeccatissimi che entrano nella testa per restarvi: un susseguirsi di catchiness dinamitarda viene offerta dalla rabbiosa Beckoned ("You're just a fuckup, I'm just a fuckup, we're just two fuckups, at least we're fucked up together"), dalla quasi pop-metal Fiend ("Fiend for the fans and fodder for the press"), dall'infernale Alienate Me ("Here we go, down, down, down, down, away we go"), dalla malata Drove ("Why'd I do it? You drove me to it"), dalle più ricercate Empty Jar ("Mine is the empty jar, the empty") e Glow ("Get it you want it, I've got it, I'm gonna get it good, get it, I've got it, you want it, I'm gonna get it"), dalla cadenza panzer di Rowboat ("Get out of my rowboat"), dalla schizoide Something Told Me ("Something told me to tell you, don't give it to me").
Puntando tutto sulla semplice divisione in blocchi distinti nella struttura dei pezzi, sulla ripetizione estenuante dei sopraccitati hook (che però convincono) e sull'estremizzazione degli stilemi tipici di Korn (si ascolti specie la title-track) e Soulfly (si ascolti il growl infernale e pastoso di Fafara, derivante dal metal estremo, o interi pezzi come One Step), i Coal Chamber confezionano un lavoro godibile e coinvolgente, che sposta gli orizzonti del nu-metal verso una dimensione ulteriormente infernale.

Nel 2003 esce Giving the Devil His Due, trascurabile raccolta di tracce rare, remix e demo, che oltre a Blisters e Wishes offre ben poco.

Lo stesso anno la band si scioglie, e nel 2004 esce la compilation The Best of Coal Chamber.

Dez Fafara forma quindi i DevilDriver, progetto estremo che si propone di aggiornare il sound death-metal.

Il primo album DevilDriver (Roadrunner, 2003) è una sorta di incrocio genetico tra il groove-metal di Dark Days e la tradizione death-metal, con qualche sbandata infernale derivante dal black-metal a contaminare saltuariamente le scariche di furia.
Pezzi come Nothing's Wrong?, I Could Care Less, Die (And Die Now) e Meet the Wretched superano nettamente in violenza il repertorio dei Coal Chamber, ma cercano anche di mantenere intatto il trascinante cuore groovy di quello stile.
Devil's Son, con l'ex Snot Mike Doling guest alla chitarra, è il pezzo più vicino al vecchio sound.

Il successivo album The Fury of Our Maker's Hand (Roadrunner, 2005) stabilisce un passo in avanti, abbandonando molti degli elementi groove-metal in favore di una marcata affinità con la tradizione melodic death-metal europea.
Sicuramente influenzati dal recente emergere del filone "deathcore" (il metalcore più contaminato dal death-metal), portato alla ribalta nei 2-3 anni passati da band come All Shall Perish, Animosity, The Black Dahlia Murder e God Forbid, i DevilDriver operano difatti un sensibile cambiamento (non per forza di cose in meglio o in peggio) allo stile della precedente release, con un focus molto più centrale sul filone melodic-death/deathcore, che viene personalizzato dalle influenze groove, restando però sempre maggiormente ancorato a quelle death.
Le due tracce in apertura, End of the Line e Driving Down the Darkness, assieme alla conclusiva title-track, rappresentano al meglio questa nuova micidiale svolta metallica.

The Last Kind Words (Roadrunner, 2007) enfatizza ulteriormente le influenze melodic death-metal nella voce e nelle parti di chitarra, indulgendo in classiche formule di growl, riff e assoli standard del genere.
Elevando il tasso di violenza si eleva purtroppo anche quello di monotonia: sorpassate le prime ben costruite tre tracce (Not All Who Wander Are Lost, Clouds Over California e Bound by the Moon), non si trova più nulla di minimamente frizzante o interessante.

Con Pray for Villains (Roadrunner, 2009) la formula del precedente The Last Kind Words cambia poco o nulla: calano leggermente le influenze death, ora più bilanciate da fraseggi chitarristici thrash e riff groove-metal (che caratterizzano specialmente Back With a Vengeance e Fate Stepped In), ma la monotonia e la superficialità della chiusura formulaica restano a livelli ben poco sopportabili.
La situazione viene ulteriormente peggiorata dall'aumento del martellare batteristico (una continua scarica di grancassa mitragliante, quasi a tentare di compensare malamente l'assenza delle acrobazie ritmiche tipiche del miglior metalcore) e della dose di pacchianeria, alimentata da un rastrellamento di cliché dal melodic death-metal europeo più scadente (particolarmente evidente nella seconda metà del disco).
Non c'è una sola composizione che aggiunga qualcosa di originale o genuino alla formula dei dischi precedenti o ai filoni metal di riferimento, e si contano sulle dita di una mano le tracce godibili anche se sterili (i momenti migliori restano probabilmente, come già in The Last Kind Words, confinati nelle quattro tracce d'apertura).

Beast (Roadrunner, 2011) mostra una band costretta a riciclare vecchie sonorità perché evidentemente a corto di idee e obiettivi artistici. La formula ha in realtà abbandonato i picchi death-metal raggiunti dalle precedenti release, tornando ad un sound più groove, ma la forma mentis è purtroppo diventata ulteriormente simile a quella delle band del filone deathcore: l'esibizione di furia chitarristica, vocale e batteristica in strutture tanto minuziosamente calcolate (e a tratti tecnicamente impressionanti) quanto monotone e ripetitive nei toni e nell'umore, la stolida chiusura nel proprio guscio musicale e nel proprio fanbase (si concretizza così l'impressione che aveva lasciato il precedente Pray for Villains).
Un pezzo come Shitlist, che parte imitando i Metallica evolvendo poi in un groove ultraviolento alla Machine Head rivisto però attraverso la batteria a mitraglia e il growl vocale tipici del deathcore, è l'esempio migliore della formula musicale che è anche costante in tutti i pezzi del lotto. Non che la band non sappia più suonare autenticamente micidiale e travolgente, dato che l'energia non è diminuita rispetto ai precedenti lavori, ma la monotonia e l'assenza di spessore della proposta finiscono col sabotare la violenza stessa alla base dei pezzi, depurandoli da ogni potenziale ribelle. In tutto questo, l'accento sui riff groovy contribuisce in ogni caso a rendere la release più musicale di molte uscite deathcore degli ultimi anni, fatto testimoniabile da picchi come Hardened e Black Soul Choir (quest'ultimo il momento più vicino al death scandinavo che per il resto è stato minimizzato rispetto al passato).
Dopo le registrazioni, il bassista Jon Miller (causa o meno l'essere stato sepolto nel mixing in quest'album) lascerà la band.

 





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Copyright © Matthias Stepancich