I Cream si formano nel 1966 dall'incontro
del chitarrista blues Eric Clapton (appena reduce dall'esperienza
con i The Yardbirds) e del batterista
jazz Ginger Baker; ai due
presto si aggiunge (per volontà di Clapton) anche Jack Bruce
a basso e voce (già di passaggio nel collettivo Blues Incorporated di Alexis Korner, come lo era stato anche Baker), ed entro pochi mesi esce l'album di debutto Fresh
Cream (Polydor, 1966). I pezzi sono per metà cover,
e gli inediti (scritti tutti da Bruce e Baker, con qualche collaborazione,
tra cui quella del poeta Pete Brown) a livello di songwriting non
sono molto differenti dai classici del blues; ma lo stile di Clapton
negli arrangiamenti e negli assoli, allo stesso modo dello stile di
Baker nel compiere escursioni lisergiche e costruire ponti percussivi
febbricitanti, rendono i pezzi sufficientemente differenti da tutto
ciò che si sentiva in giro all'epoca nell'UK (anche se certo
non ai livelli degli inediti dei The Yardbirds).
Tra i pezzi scritti da Bruce spicca l'opener I Feel Free
(scritta assieme a Brown), e tra quelli scritti da Baker si eleva
sopra a tutti la conclusiva Toad.
Sul secondo album Disraeli Gears (Reaction/Atco,
1967) sono la chitarra di Clapton e la mente di Bruce a prevalere
su tutto il resto. Fin dall'opener elettrica Strange Brew
e dalla successiva Sunshine of Your Love (quest'ultima
il capolavoro dell'album) il trio mescola melodie Merseybeat, cantato
ora tagliente ora in falsetto contrastante con le chitarre ruvide,
atmosfere psichedeliche (sono gli anni in cui l'acid-rock è
ormai esploso, dopo dischi come il debutto dei 13th
Floor Elevators), accoppiate chitarra-batteria che spingono il
blues verso i lidi hard-rock travolgenti la cui strada era stata appena
spianata dai The Yardbirds (con l'album
omonimo, del 1966) e dall'album di esordio di Jimi
Hendrix (uscito nello UK sette mesi prima). L'influenza di Hendrix sui
Cream è poi esplicita in pezzi come Tales
of Brave Ulysses (scritta da Clapton e Martin Sharp), mentre
il rock lisergico di San Francisco si fa sentire soprattutto su tracce
come We're Going Wrong.
Ad ogni modo, sono proprio Disraeli Gears e gli altri
due sopraccitati dischi quelli che più di tutti trasformeranno
il blues-rock nell'hard-rock, stile che toccherà poi il proprio
vertice di popolarità con i Led Zeppelin.
Il terzo Wheels of Fire (Polydor, 1968) è
il risultato dell'essersi fatti contagiare dalla novità degli
album doppi (il primo disco è registrato live, il secondo in
studio), ma anche di essere stati assorbiti dall'ondata hippie e psichedelica statunitense (componente che comunque nei Cream
era già presente, anche se mai a questi livelli), e dulcis
in fundo anche dell'aver voluto puntare troppo sul produttore (Felix
Pappalardi), confezionando un lavoro molto dispersivo, mixato e arrangiato
in maniera troppo barocca, modaiola e forzatamente "psych".
Il disco in studio ha pochi picchi, ma tra quei pochi è anche presente l'ottima White Room, uno dei loro capolavori, in equilibrio tra potenza chitarristica e soffice malinconia esistenziale.
La salvezza tuttavia è rappresentata dal secondo disco (quello live),
contenente quattro tracce: una potentissima cover blues-rock della Crossroads di Robert Johnson, la più canonica Traintime (scritta da Bruce),
ma soprattutto le versioni lisergiche di Spoonful
(cover del classico di Willie Dixon, qui trasformato in una jam di 17 minuti)
e Toad (qui allungata a 16 minuti); è in questa
sede che si apprezzano appieno il basso tagliente di Bruce, la chitarra
esplosiva di Clapton, e le percussioni "in trip acido" di
Baker.
Seppur con gli evidenti difetti del disco in studio e con l'eccessiva autoindulgenza del disco live, in generale l'opera resta comunque un manifesto storico, a testimoniare le maggiori novità musicali introdotte in quegli anni dai Cream in Europa: da una parte l'evoluzione del blues-rock verso territori sonori più graffianti, tecnicamente ricercati ma allo stesso tempo violenti, psichedelici e caotici (sulla scia dei contemporanei The Yardbirds e Jimi Hendrix); dall'altra la jam dal vivo lunga 10-20 minuti, semi-improvvisata e dalle sonorità rock taglienti, ovvero una loro personale versione della jam live blues introdotta dai collettivi di Alexis Korner e John Mayall, ma rivoluzionata grazie a delle sonorità psichedeliche e rock che la rendono corrispettiva a quella coniata degli statunitensi Grateful Dead, e che grazie al sound più d'impatto e all'assenza di velleità avanguardiste aveva attirato ai live dei Cream enormi folle giovanili.
Nel Novembre 1968, dopo aver registrato il quarto album, la band si
scioglie; le cause sono principalmente le personalità egocentriche
dei tre artisti (che avevano causato scontri specie tra Bruce e Baker)
e la loro voglia di proseguire da solisti.
Il quarto album Goodbye (Polydor, 1969) esce quindi
"postumo", e si divide ancora una volta tra una parte live
(le prime tre tracce) e una in studio (le restanti tre).
Il disco, con una durata di mezz'ora e soli 4 inediti, è una
mera operazione commerciale (i Cream erano diventati tra
le band più celebri e seguite dello UK, spianando la strada
a tutto l'hard-rock che arriverà di lì in poi); l'unica
traccia che vale la pena ascoltare è l'opener I'm So
Glad, una versione di 9 minuti di jam schizoide, registrata
dal vivo, dell'omonimo brano di Skip James.
Ancora una volta ha collaborato al disco anche il poeta Pete Brown,
sulle tracce Politician e Doing That Scrapyard
Thing (così come in passato aveva collaborato, assieme
a Bruce, ai testi di I Feel Free e White
Room - e, assieme a Clapton, a quello di Sunshine
of Your Love).
Live Cream (Polydor, 1970) e Live Cream Volume
II (Polydor,
1972) contengono alcune delle migliori jam dal vivo della band, ormai
diventate leggendarie.