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Crossfade

Crossfade (2004)
6/10
Falling Away (2006)
5/10



I Crossfade, da non confondersi con l'omonima band svedese AOR, sono un gruppo post-grunge statunitense che si è fatto notare positivamente con l'album autoprodotto Cold/Dead Skin nel 2002; quella release ha guadagnato loro un contratto con la Columbia, tramite il quale hanno potuto dare alle stampe il loro esordio Crossfade (Columbia, 2004).
Il disco è molto breve, supera di pochissimo la mezz'ora, ma ciò non dev'essere visto come un elemento negativo. In questi 30 minuti la band concentra difatti un'accurata selezione di tracce, tutte inferiori ai quattro minuti, assai difficilmente tediose.
La peculiarità del lavoro è l'essere incentrato, più che sulle chitarre, sugli intrecci delle tre voci di Sloan, James e Byroads, creando delle melodie vocali avvolgenti che di fatto sostengono tutti i pezzi.
Starless apre l'album in maniera potente e decisa, con un riffing groovy di derivazione diretta dal nu-metal, ma la struttura della canzone è in realtà sostenuta dai cori vocali.
Cold, presa dal loro precedente demo, è anche il primo singolo, ed è una traccia di poche pretese ma di buon impatto: melodica, ritmata, dalle costruzioni vocali parecchio coinvolgenti.
So Far Away è un altro buon episodio, diretto, semplice e orecchiabilissimo.
Colors, molto più slegata delle precedenti dalle sonorità nu-metal, è un'ottima power ballad post-grunge, e le sue emozionanti e malinconiche strofe la rendono probabilmente il capolavoro del disco.
Le successive tracce sono tutte in costante equilibrio con il nu-metal più diretto e d'impatto e le melodie tipiche del post-grunge, raggiungendo l'apice qualitativo in pezzi come Dead Skin e The Deep End.
L'album viene chiuso abbastanza banalmente da una ballad acustica nella norma, The Unknown.
Sostanzialmente questi Crossfade non dicono nulla di nuovo, ma almeno lo dicono bene.
La loro formula è semplice: mescolano l'idea alla base del sound dei Chevelle (ovvero aggiornare il post-grunge ad un nuovo alternative-rock contaminato) agli stilemi nu-metal più diretti e potenti, suonando spesso e volentieri come i P.O.D. quando il frontsinger non rappa (anche se Sloan si lascia ugualmente sfuggire dei brevi rap, come in Death Trend Setta).
Di proprio, i Crossfade ci mettono una cura lodevole nel costruire le parti vocali, molto spesso malinconiche, che sostanzialmente risultano gli elementi più convincenti e coinvolgenti del lavoro, dato che le tracce sono sostanzialmente funzionali ad esse; il resto lo fanno le liriche, riflessive e per lo più avvolte da un alone autunnale.


Il ritorno sulle scene del gruppo statunitense Crossfade, con il loro secondo album Falling Away (Columbia, 2006), presenta una line-up differente: già durante il tour consecutivo al primo disco, il DJ e cantante Byroads aveva difatti abbandonato il progetto per dedicarsi alla propria famiglia.
Sembra ironico, ma con la dipartita di Byroads la band pare aver perso anche l'ispirazione.
Già nel precedente album non si poteva certo dire di avere fra le mani un gruppo particolarmente originale e dal potenziale artistico elevato, ma almeno in quel disco la band aveva sfornato una decina di pezzi direttissimi e coinvolgenti, mentre in questo sostanzialmente si aggira attorno le medesime idee senza mai arrivare al punto, senza mai aprire uno squarcio e mirare dritto al cuore dell'ascoltatore medio, come invece accadeva nell'album d'esordio.
Già dalle primissime tracce è la fiera del già sentito, anche se c'è "già sentito" e "già sentito". Quello del precedente disco era di un "già sentito" che a suo modo coinvolgeva, catturava, avendo un sapore sincero e rimodellato in maniera relativamente fresca. Il "già sentito" di questa release è invece profondamente annoiante e artificiale.
Si distinguono dalla massa la power-ballad Invincible, la ritmata title-track, la potente Anchor, e la particolare ballata conclusiva Never Coming Home, probabilmente il capolavoro del disco, sostenuta da un ottimo pianoforte steso su di una batteria sincopata, e cantata in uno stile sognante e di ispirazione soul.
Ma quattro tracce sono troppo poche per giustificare l'acquisto del disco, e i rimanenti pezzi risultano, ad eccezione forse della più ritmata e potente opener Washing the World Away, una ripetizione estenuante delle stesse idee; sembra di ascoltare sempre la medesima traccia, dato che il lavoro è essenzialmente una successione di power-ballad di matrice post-grunge poco ispirata.
Il difetto essenziale è che stavolta non sono presenti nemmeno i coinvolgenti e malinconici intrecci vocali che risultavano l'elemento più interessante del precedente lavoro: ora anche le voci sono diventate sostanzialmente anonime.





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