Home


FAQ


Music


Cinema


More Stuff




The Cure

Three Imaginary Boys (1979)
6.5/10
Seventeen Seconds (1980)
6.5/10
Boys Don't Cry (1980)
6.5/10
Faith (1981)
6.5/10
Pornography (1982)
7.5/10
Japanese Whispers (1983)
6/10
The Top (1984)
5.5/10
The Head on the Door (1985)
6.5/10
Kiss Me Kiss Me Kiss Me (1987)
7/10
Disintegration (1989)
8/10
Wish (1992)
7/10
Wild Mood Swings (1996)
5/10
Bloodflowers (2000)
5.5/10
The Cure (2004)
5.5/10
4:13 Dream (2008)
5.5/10




I The Cure nascono nel 1976 come il progetto musicale di Robert Smith, circondato di volta in volta da una line-up variabile.
Musicalmente figlio del punk-rock, Smith nei primi anni di carriera non trova ancora una sua strada musicale, suonando una versione più diluita del trend post-punk inglese; la differenza a livello concettuale arriva con il singolo Killing an Arab ed il conseguente primo album Three Imaginary Boys (Fiction Records, 1979), contenente piccoli psicodrammi in costante bilico tra un'anima sommessa e una vivace, come 10:15 Saturday Night, o ballad tese come la title-track.
I pezzi sono minimali e algidi, continuamente tesi sulla classica nevrosi post-punk dei Talking Heads, mentre Smith dimostra un primo timido interesse nel sofisticare gli arrangiamenti chitarristici e i tappeti ritmici, innestando le tracce con piccoli preziosismi.
L'album resta il manifesto della loro prima fase di carriera, che proseguirà sostanzialmente su tali coordinate fino alla svolta più autoriale ed esistenziale di Pornography (1982).

Il secondo album Seventeen Seconds (Fiction Records, Aprile 1980) aggiunge tra i cavalli di battaglia della band la cupa ed epica A Forest, la tetra title-track e la malinconica danza di Play for Today; non è più solo il contrasto chitarra-voce a trascinare i pezzi, ora si fa sentire anche l'ottimo appoggio di Simon Gallup al basso.
Inoltre, Robert Smith sembra aver trovato la sua strada espressiva come cantautore esistenzialista, sulla scia di Ian Curtis (ma con una sostanziale differenza: cantare il malessere e il vuoto esistenziale è in Smith solamente uno sfogo alla propria individualità, senza le riflessioni e le metafore sociali che fanno da tessitura nei drammi di Curtis).

Boys Don't Cry (Fiction Records, Agosto 1980) è la versione per il mercato americano di Three Imaginary Boys; essa eguaglia e anzi supera in qualità la release originaria, dato che contiene i singoli Killing an Arab (omesso dall'originale per presunte controversie liriche), Jumping Someone Else's Train, e soprattutto la title-track, quest'ultima una ballata pop-punk emotiva e immersa in uno spleen malinconico, che resterà uno dei più celebri classici della band.

Faith (A&M, 1981) è un album di transizione tra il primo periodo della band, in cui Smith stava cercando la sua strada, ed il secondo periodo (in cui diventerà consapevole dei propri obiettivi).
La maggior parte delle tracce sono eccessivamente languide, e gli arrangiamenti cercano di sopperire alla composizione non troppo ispirata; il disco viene trainato in avanti solo dagli ultimi due pezzi, The Drowning Man e la title-track, con le loro idee vocali e strutturali che si allontanano dai canoni post-punk del periodo. Delle rimanenti, suonano trascinanti le vivaci Doubt e Primary, mentre tracce di tipico post-punk gotico come Other Voices aggiungono un altro tassello all'immaginario esistenzialista di Smith.

Su Pornography (Fiction, 1982) emerge la personalità più intellettuale e radicale di Robert Smith, dato che le liriche sono pesantemente influenzate dal Romanticismo letterario e dall'esistenzialismo di Sartre e Camus, mentre le composizioni si allontanano quasi del tutto dal linguaggio musicale punk-rock, per evadere verso paesaggi sonori più legati al post-punk e gothic-rock più sperimentale di Joy Division, Talking Heads e PiL (specie nella sezione ritmica, ripetitiva e ossessiva). Robert Smith diventa la seconda icona cantautoriale del gothic-rock, complementare a Ian Curtis.
Diventa inoltre centrale il profondo studio sugli arrangiamenti (ricercati e ovviamente malinconici) che d'ora in poi impegnerà Smith lungo il corso di tutta la sua carriera.
Vertici del lavoro sicuramente l'ipnotica The Hanging Garden, l'estremamente oscura e nervosa One Hundred Years, la malinconica Cold, e la chiusura fatalista con il baccanale orgiastico della title-track.

Japanese Whispers: The Cure Singles Nov 82:Nov 83 (Fiction, 1983) è una compilation atta soprattutto a raccogliere i singoli Let's Go to Bed, The Walk e The Lovecats; arrangiamenti e melodie sono ancora malinconici, ma Smith si sposta su lidi musicali synth-pop (comunque di livello qualitativamente superiore alla media di molti altri suoi contemporanei), che unisce a liriche ottimiste. The Lovecats, in particolare, mostra dei The Cure totalmente diversi e spensierati rispetto a quelli di Pornography.

Concert (Fiction, 1984) è il loro primo live album.

The Top (Fiction, 1984) mette da parte il massiccio uso di synth, ma non le melodie allegre. La musica cerca ancora la malinconia negli arrangiamenti, anche se strizzando costantemente l'occhio alle classifiche, ma è innegabile un grosso calo d'ispirazione a tutti i livelli, che Smith tenta di mascherare con qualche contaminazione, sulla scia di altre band post-punk inglesi. Tuttavia, gli unici episodi riusciti sono la graffiante Shake Dog Shake, l'allucinata Top, e la catchy The Caterpillar.
Gallup non c'è più, e si sente.

Simon Gallup torna per il seguente The Head on the Door (Fiction/Elektra, 1985). Il suo contributo sembra ridare a Smith l'ispirazione melodica e compositiva: il disco contiene ottimi pezzi pop-rock, come In Between Days, Close to Me, Six Different Ways e A Night Like This (con Ron Howe guest al sax), tutti in blico tra allegria e malinconia, in puro stile The Cure.
Peccato solo che il frammentarsi dei registri stilistici (punk-rock su In Between Days, musica etnica in Kyoto Song, sfumature spagnoleggianti su The Blood, etc.) porti Smith a divagare eccessivamente e perdere di vista l'insieme complessivo, risultando in un disco che, lungi dal suonare veramente eclettico, resta semplicemente una parata di piacevoli esperimenti pop-rock.

Standing on a Beach (Fiction/Elektra, 1986), che si trova sul mercato anche con il nome Staring at the Sea, raccoglie tutti i singoli dei primi dieci anni di carriera della band, ovvero da Killing an Arab fino a A Night Like This.

Kiss Me Kiss Me Kiss Me (Fiction, 1987) è un'apertura tanto commerciale quanto elegante. Robert Smith decide di scrivere un lavoro molto orecchiabile, ma non cede affatto alle tendenze synth-pop che impazzano nell'UK, e solo per questo già si eleva al di sopra dei trend di massa; inoltre, i pezzi di Kiss Me Kiss Me Kiss Me sembrano riassumere e unire in una formula solida e compatta tutta la sua parabola esistenzialista e romantica, portandola verso una nuova dimensione pop-rock.
Si consegnano subito ai grandi classici della band pezzi come la languida ballad Catch, vitalizzata da drumming frizzante e avvolgenti violini, la ritmata e spensierata Hot Hot Hot !!!, la trascinante Why Can't I Be You?, ma soprattutto la splendida Just Like Heaven, una delle ballate migliori della sua decade.
E, nonostante la maggiore commerciabilità dell'opera, Smith non si svende, trovando lo spazio per continuare la sua "cura" negli sperimentalismi più cupi ed espressionisti If Only Tonight We Could Sleep, Snakepit e The Kiss.
Gli arrangiamenti (archi, fiati, tastiere) raggiungono un nuovo livello di raffinatezza, azzeccando il giusto apporto di eccentricità (come i fiati su Why Can't I Be You?) e minimalismo (che ricorre nei synth sparsi lungo tutte le tracce).
Il sax su Icing Sugar e Hey You! è di Andrew Brennan.

Con il successivo Disintegration (Fiction/Elektra, 1989) Robert Smith approda al capolavoro, grazie ad un evidente allargamento del proprio orizzonte stilistico, una più efficace e talentuosa vena romantica, e una mai così forte capacità di scrivere un concept, nel quale le tracce formano uno stream unitario introducendosi, sostenendosi e completandosi a vicenda.
Il disco presenta una serie di composizioni altamente melodiche, emotive, costantemente immerse in un tenue spleen decadente, e soprattutto di qualità sorprendentemente alta dalla prima all'ultima.
L'apertura Plainsong è la migliore possibile: tappeto di synth che coniuga un soffice avvolgimento ad una maestosità quasi sinfonica, arrangiamenti onirici, ritmiche dilatate, Smith trasognante, profondo e immerso nei riverberi; tale esplosione onirica sfocia nei 7 minuti e mezzo della seguente Pictures of You, magistrale ballad nostalgica ancora più dilatata; lo spleen percussivo e tastieristico Closedown lascia spazio a Lovesong, uno dei pezzi più dolci mai scritti da Smith, dal testo minimale ma significativo e dal chorus indimenticabile, la chanson d'amour per eccellenza (sin dal titolo) di tutta la carriera della band; Lullaby, distorsione da incubo della ninna-nanna e inno all'insidioso ignoto nascosto dall'oscurità, è il più visionario psicodramma di Smith, che delira i suoi ultimi momenti d'angoscia nell'attesa di venire inghiottito da un mostro, allegoria del buio e della notte; Fascination Street, dalla sezione ritmica trascinante, sfocia nell'oscura e gotica Prayers for Rain; il magniloquente trittico seguente comprende i 9 minuti e mezzo del riverberato e barocco synth-pop The Same Deep Water as You, gli 8 minuti e mezzo della title-track (fatta detonare da un'accoppiata di drumming sintetico e groove di basso), e i 7 minuti della sommessa Homesick (guidata da pianoforte e violino), altri episodi raffinati, eleganti, introversi, ricchi di tensione, e dal sapore neoclassico; e la chiusura, affidata ad Untitled, non porta nessuna luce a brillare o illuminare quest'universo, concludendo il disco sulle straziate note di un organo solitario e rassegnato.
Disintegration è un inno al dolce mal de vivre, alla malinconia, alla nostalgia, e non ultimo è il vero e proprio canto del cigno del movimento gothic-rock, nonché uno dei più toccanti testamenti simbolici dei 1980s.

Never Enough (Fiction, 1990) esce come singolo (non incluso in nessun album) l'anno dopo; guidato da chitarre rock distorte e melodie alla Depeche Mode, è uno dei più trascinanti pezzi di sempre della band.

Mixed Up
(Elektra Records, 1990) è una compilation di remix, tra i quali spicca quello di Close to Me.

Wish
(Elektra Records, 1992) alterna a pezzi pop-rock melodici discreti (High) e di ottima fattura (Friday I'm in Love, che diventa subito uno dei classici della band) una serie di tracce più introverse ed esplorative, delle quali i vertici sono la romantica A Letter to Elise, le atmosferiche Apart e Trust, e le più tese e oscure From the Edge of the Deep Green Sea e End, entrambe di lunghezza attorno ai 7 minuti.
Gli arrangiamenti alla viola sono di Kate Wilkinson.

Wild Mood Swings
(Fiction, 1996) esce dopo quattro anni di silenzio, e rivede Smith in crisi ispirativa. Al di là dell'opener trasognante Want e delle raffinate Jupiter Crash e Treasure, nel disco non c'è nulla degno di nota; e, al contrario, pezzi come la caotica Club America, la piatta Mint Car o la sintetica Strange Attraction, così come il latin-pop da nave da crociera di The 13th, fanno precipitare la qualità dell'album.

Galore
(Elektra Records, 1997) raccoglie tutti i singoli della seconda decade della band, da Why Can't I Be You? all'inedito Wrong Number.

Bloodflowers
(Fiction, 2000) è un'opera dilatata, magniloquente e personale, che trova croce e delizia nella propria sfrenata autoindulgenza. Smith si lascia andare allo stream of consciousness, specie a livello musicale più che lirico, scrivendo piccole odissee private (tre pezzi sono sui 7 minuti, uno addirittura sugli 11), ma, dall'opener Out of This World sino alla conclusione, il continuo tono sommesso e riflessivo finisce per risultare ridondante.
Watching Me Fall
, lungo i suoi 11 minuti, cerca l'altalena tra climax e relax sino al potente finale, tuttavia i tempi risultano decisamente eccessivi per le poche idee compositive in essa racchiuse.
Smith riesce piuttosto a dare il meglio di sé nella parte centrale, con le malinconiche e tenui riflessioni Maybe Someday, The Last Day of Summer e There Is No If..., anche se il disco ha un ultimo sussulto emotivo nella finale title-track, costruita ancora su di una forma di climax molto simile a quella di Watching Me Fall.

Greatest Hits
(Fiction, 2001) copre vent'anni di singoli; la parte più interessante dell'operazione è un bonus-disc allegato alle prime stampe, in cui Robert Smith ri-arrangia e ri-registra in chiave acustica le varie hit della compilation.

The Cure
(I AM/Geffen, 2004) vede la fine del sodalizio con la storica etichetta Fiction, e Smith chiama l'acclamato Ross Robinson, guru del nu-metal americano, a produrre il nuovo disco, che curiosamente (o per mancanza di idee?) si intitola come la band; eppure l'album non è assolutamente rappresentativo del gruppo, anzi snocciola una serie di tracce nel migliore dei casi manieriste e nel peggiore dei casi poco ispirate. L'opener Lost è una parata di cliché, a partire dal testo ("I can't find myself") per finire allo scontato climax di "angoscia"; Labyrinth e Before Three cercano di stare al passo con i tempi ma non fanno che dire cose che dicono già altri (tramite anche una discutibile venatura alla Placebo).
Per fortuna la qualità dell'album viene portata in alto dai gioielli The End of the World, Taking Off e Anniversary, che si collocano tra le migliori composizioni della terza decade della carriera del gruppo.
Inoltre resta comunque apprezzabile la produzione di Robinson, in bilico tra dissonanze un po' industriali e melodie pulitissime, e dal sound molto più aggressivo e diretto rispetto agli ultimi dischi della band di Smith.

4:13 Dream (I AM/Geffen, 2008) prosegue il discorso del precedente The Cure, ma modificando il panorama sonoro: il songwriting viaggia sempre sulle medesime coordinate, però il sound lascia da parte la ruvidità e la pulizia penetrante per concentrarsi su dilatazioni oniriche, stratificazioni sognanti e tappeti d'arrangiamenti trastieristici soffici ad avvolgere tutte le tracce (la produzione non è più affidata a Ross Robinson ma è opera di Keith Uddin e Robert Smith stesso), tracciando un legame più forte soprattutto con album come
Disintegration e Wish.
Su questo fondale, sempre mantenuto come "anima" delle composizioni, si muovono poi alcune variazioni: dal sogno malinconico e poetico Underneath the Stars (6 minuti e probabilmente il capolavoro dell'album) alla più spigliata Freakshow, dal gothic-rock avvolto nei riverberi Sleep When I'm Dead al pop romantico e retrò The Only One, dalle stratificazioni caotiche e aggressive di Scream al rock immerso negli effetti "acquatici" di It's Over.
Si tratta di un album che raccoglie un po' tutte le sfaccettature del Robert Smith degli album più pop-rock: nulla di nuovo sotto il sole, con pochi veri picchi, ma sempre rilassante e piacevole all'ascolto.
Non c'è più Roger O'Donnell alle tastiere, e Perry Bamonte è stato sostituito alla chitarra dal membro storico Porl Thompson, che aveva lasciato la band dopo Wish.





Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
Copyright © Matthias Stepancich