I Dälek nascono nel New Jersey dall'incontro tra MC Dälek e il producer Oktopus.
Il loro primo full-length Negro Necro Nekros (Gern Blandsten Records, 1998)
si impone nel mondo hip-hop come l'album più creativo e sperimentale nel genere sin dai tempi di Enter the Wu-Tang (36 Chambers) del Wu-Tang Clan.
Ampliando l'arsenale stilistico e sonoro oltre le barriere dell'hip-hop tradizionale, Oktopus trasforma ogni traccia in una seduta psicanalitica vitalizzata da una rara potenza di sfondamento e trascinamento, sin dalla breve opener Swollen Tongue Bums, con beat a singhiozzo, ritmo con colpi metallici, improvvisi arrangiamenti dissonanti, climax che autoimplodono, parentesi di quiete prima della tempesta.
I quasi 8 minuti di
Three Rocks Blessed trasformano un classico hip-hop drammatico (con riverberi di chitarra, rap in tonalità bassa e beat trascinato) in un'ipnotica jam percussiva indiana, con pioggia di tabla e sitar, prima che torni un beat hip-hop in climax a chiudere.
Ancora più tesi sono i 10 minuti di Images of .44 Casings, con voce sussurrata e droni onirici che ricordano i Massive Attack, reinventati però attraverso il pulsare in primo piano del micidiale beat unito a colpi dissonanti di pianoforte e martellanti piatti di drum-machine, fino ad una coda che enfatizza le texture drone-ambient e inserisce qualche fiato sullo sfondo.
Distorsioni lo-fi e fiati dissonanti trafiggono la breve The Untravelled Road, mentre la conclusiva Praise Be the Man si lancia in ben 12 minuti di stratificazioni bombastiche, tra digressioni mediorientali, rumorismi industriali e voci fatte girare al contrario.
I beat e gli arrangiamenti di Oktopus sono
tanto raffinati da ipnotizzare realmente, facendo smarrire il senso temporale: jam di 10 minuti fluiscono con una potenza e naturalezza tali da sembrare lunghe la metà. Il flow di MC Dälek passa facilmente in secondo piano rispetto a questi imponenti fondali sonori.
L'unico difetto dell'opera è quella di abbozzare un approccio rivoluzionario senza avere però il coraggio o la maturità adeguata per esplorarlo a fondo, ma d'altro canto così facendo questi 40 minuti di sperimentazione divisi in 5 tracce risultano compatti e fluenti ai massimi livelli, consegnando un discorso coerente e a suo modo completo, aperto ad eventuali futuri approfondimenti.
Il secondo From Filthy Tongue of Gods and Griots (Ipecac, 2002) mette su disco idee abbozzate nei 5 anni precedenti, e viene registrato con la collaborazione del producer Still.
Le tracce sono stavolta in numero maggiore, per una minore lunghezza media.
L'opener Spiritual Healing potrebbe essere un hip-hop nella norma se non venisse improvvisamente devastato da scoppi metallici all'arrivo del chorus; Speak Volumes combina beat grattati, tastiere oniriche e futuristiche nello stile di El-P, e dissonanze chitarristiche sullo sfondo, in una progressione nervosa più che esplosiva (come poteva esserlo l'opener), esaltata da una breve parentesi con lontani sample jazz prima della coda nero pece; clangori metallici formano una poliritmia che, assieme ai travolgenti scratch, fa detonare il profondo beat di ... From Mole Hills, accompagnato in coda da micidiali droni dissonanti; l'angoscia di cui è pregna Hold Tight, immersa in texture dark-ambient e trafitta da un beat industrial, è più che degna dei primi Throbbing Gristle; percussioni e stringhe indiane tornano in Trampled Brethren, ancora avvolta da una dissonante nebbia ambient; un continuo roller-coaster di invenzioni sonore vitalizza la più astratta e onirica Voices of the Ether.
A toccare gli estremi sperimentali arrivano le due lunghe Forever Close My Eyes (8 minuti, sostenuta da droni quasi liturgici e colorata da arrangiamenti visionari, un po' prog-rock e un po' new age) e Black Smoke Rises (12 minuti di dissonanza free-form, tesa tra fischi, spasmi, minimalismo e droni metallici, richiamando le composizioni d'avanguardia più violente degli ultimi cinquant'anni).
Classical Homicide chiude l'album con una tensione thriller verso l'esplosione distorta della coda, con MC Dälek a ripetere in continuazione il chorus ("Amplify brainwaves to condense my thought, bends the dark, why question my art?").
Il producer e turntablist Still resta nella formazione anche per il successivo Absence (Ipecac, 2004).
L'album, invece di ampliare il loro spettro d'azione
stilistico, si focalizza nel costruire una vera e propria fusione tra l'industrial e l'hip-hop, rallentando le ritmiche, incupendo l'umore, e finendo per trasformare i rap di MC Dälek in lamenti di fantasmi che si aggirano tra le rovine di un mondo post-apocalittico.
Sin dall'eloquente opener Distorted Prose, i collage sonori, per lo più atonali, oppressivi, stratificati e rumoristici, mostrano più tratti in comune con Einstürzende Neubauten e Throbbing Gristle che con qualsiasi altro act hip-hop.
Pezzi come Culture for Dollars, A Beast Caged, Eyes to Form Shadows, In Midst of Struggle (con cenni quasi post-rock) e Opiate the Masses, tutte sui 7 minuti di durata, perfezionano un vero e proprio aggiornamento espressivo degli hip-hop metropolitani più oscuri e inquietanti degli ultimi dieci anni.
Agghiaccianti dark-ambient strumentali come Köner e la title-track risultano perfettamente complementari al discorso intrapreso, e completano la formula.
Untitled è una colossale suite di 44 minuti, che i Dälek registrano nel 2005 ma che verrà poi pubblicata solo nel 2010 per la
label Latitudes.
I primi 3 minuti sono dedicati al sound-sculpting in maniera ambientale (con droni, voci campionate e distorte, tocchi di chitarra acustica), preparando il terreno su cui si inserisce poi il rap vocale; terminata questa prima strofa rap, verso i 6 minuti il tappeto di droni e campionamenti atmosferici torna protagonista in versione più ingombrante; verso i 10 minuti si tinge improvvisamente di nero, diventando cupo e industriale (con accenni di beat), per poi alternarsi più di una volta tra queste due dimensioni; a 14 minuti diventa più rarefatto, e vi si aggiungono timidi campionamenti di tabla e sitar, che assieme alle lontane variazioni armoniche gli conferiscono un sapore mediorientale (sulla scia di Praise Be the Man, uno dei loro capolavori); il tappeto drone entra in un lungo climax di ampollosità, e verso i 20 minuti incorpora nuovamente vaghi e distanti beat, a cui si aggiungono tappeti di chitarre elettriche distorte e, successivamente, una nuova successione di strofe in rap (recitate con sfasamento tra i due canali left e right); il paesaggio si calma poi improvvisamente, restano solo rumori ambientali d'alta tensione e una nota di pianoforte a scandire la ritmica; a 27 minuti il sottofondo ambientale collassa e finalmente entrano i beat di gran carriera, metallici e scanditi come quelli di una marcia militare, accompagnati da un muro di distorsioni elettriche ed elettroniche; assimilando campionamenti vocali e pulsazioni di varia natura, la parete sonora diventa sempre più assordante, ma per non cadere nel rumorismo astratto tiene sempre i beat in evidenza e, soprattutto, incorpora una melodia minimale (vagamente orientaleggiante) che si ripete di continuo; verso i 31 minuti il wall of sound implode, e si torna ad un paesaggio quasi del tutto silenzioso (si riconoscono stavolta degli arpeggi al sitar al posto del pianoforte); parte così un nuovo, lungo, crescendo dei droni di fondo, che costruisce un'atmosfera orrorifica e ancestrale tramite soluzioni d'effetto (le corde pizzicate che si tendono in rintocchi straziati e poi inanellano degli arpeggi d'accompagnamento, il gorgogliare indecifrabile di voci distorte che pare provenire dal calderone infernale, un drone di fondo che sembra un organo liturgico distorto in maniera abominevole); da questa atmosfera torna ad emergere la voce di MC Dälek in un'ultima breve recitazione, prima che il magma si spenga definitivamente.
Questa composizione mostra in maniera evidente le ambizioni avanguardiste del duo: nel loro hip-hop sperimentale, noise e industriale è sempre vissuta anche un'anima intellettualmente e positivamente ambiziosa, consapevole della storia delle avanguardie e del loro vero spirito.
Tornati ad essere un duo, dopo la separazione da Still, i Dälek pubblicano Abandoned Language (Ipecac, 2007).
Il sound si rilassa e acquisisce tonalità, diventando meno violento e più vicino ad una sorta di stasi ambient (pur puntellata dai soliti beat trascinanti), mentre i rap di MC Dälek conquistano più spazio e importanza nell'espressione finale, finendo per rendere l'album il loro lavoro meno shockante e frizzante.
L'album si apre con la title-track, anche il momento più sperimentale, 10 minuti di hip-hop affogato in stratificazioni ambient, ma prosegue con una serie di hip-hop più ortodossi, come Bricks Crumble (bassi pulsanti contrappuntati da cori celestiali), Paragraphs Relentless (in cui torna il tocco graffiante e dissonante di Absence), l'onirica e quasi strumentale Content to Play Villain, la quasi radio-friendly Stagnant Waters, la paranoica Starved for Truth (con un dialogo tra fiati depressi e tintinnii dissonanti), la stratificata Isolated Stare (che quasi rimanda ai trip-hop onirici degli Archive di Londinium), le angosciate Corrupt (Knuckle Up) e Tarnished (vitalizzata dal tappeto di archi in punto d'ebollizione), la conclusiva (Subversive Script).
Un intermezzo stranamente più avanguardista del restante materiale è Lynch, che si apre con un turbinio di strumenti dissonanti e loop rumoristici per poi calmarsi in un drone ambientale.
Forse consci di essersi tenuti anche troppo sottotono nel precedente Abandoned Language, i Dälek si riavvicinano al sound di Absence, tentando l'incrocio stilistico tra i due precedenti dischi con il nuovo Gutter Tactics (Ipecac, 2009).
Dopo una breve intro, il panorama viene detonato dalla base forse più trascinante, No Question, che mette in chiaro il ritorno prepotente delle dissonanze metalliche in arrangiamento come protagoniste, e ulteriormente straziato dall'angosciante Armed with Krylon, con voce che sparisce a singhiozzo lasciando il flow alle ritmiche, e ritmiche che spariscono a singhiozzo lasciando spazio alle stratificazioni dark-ambient opprimenti.
Who Medgar Evers Was... (8 minuti, con coda sempre più rallentata), Street Diction, Los Macheteros/Spear of a Nation (con beat epilettici e sporchi come colpi di cannone), la title-track (con beat quasi dub-step e distorsioni infernali) e Atypical Stereotype (con droni quasi shoegaze, ad echeggiare Jesu e Nadja) seguono più o meno le stesse coordinate, variando di volta in volta la formula con qualche particolare in arrangiamento, ma risultando sempre godibili.
La quasi strumentale A Collection of Miserable Thoughts Laced with Wit (con le poche voci sepolte nelle evoluzioni ambientali) contribuisce soprattutto a definire il mood generale, mentre le più catchy We Lost Sight e 2012 (The Pillage) paiono influenzate più che altro dallo stile di Cannibal Ox e El-P.
Mancano la spettacolarità e l'innovazione dei primi album, ma lo stile suona ancora evocativo e psichico.