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Deftones
I Deftones sono riusciti nel tempo
a ritagliarsi uno spazio prestigioso e a sé stante nel panorama
dei gruppi heavy-rock nati nei 1990s dopo il declino del trend
grunge.
Il gruppo si forma a Sacramento (California, USA) nel 1988 e assume la
propria forma definitiva un paio d'anni dopo; dopo aver iniziato muovendosi sulla scia delle band hardcore-punk, musica più popolare nella skateboarding scene che frequentava il nucleo fondatore della band (gli amici d'infanzia Chino Moreno, voce, Stephen Carpenter, chitarra, e Abe Cunningham, batteria), la principale intenzione stilistica
della band diventa quella di proseguire il discorso appena cominciato
da gruppi come Faith No More e Rage
Against the Machine, ovvero degli artisti crossover/rapcore che per primi
avevano saputo mescolare sapientemente le sonorità più
dure del rock (metal, hardcore) a caratteristiche provenienti da generi
del tutto differenti come funk e hip-hop.
Ma i Deftones non sono gli unici ad avere tale intuizione,
e lo scoprono quando si spostano a suonare in sede live a San Francisco e Los Angeles, condividendo il palco con band come i Korn,
il cui debut-album nel 1994 avrà l'effetto di una piccola bomba atomica per tutto il oanorama crossover; eppure, tra i molti
giovanissimi gruppi che già avevano intrapreso una strada stilistica affine,
i Deftones riescono ad emergere, firmando nel 1995
un contratto con la Maverick, che tramite Terry Date (già produttore
di Pantera e Soundgarden)
registra e pubblica il loro primo lavoro, Adrenaline.
L'album viene da molti ridotto ad una derivazione non troppo originale dagli stilemi di Rage Against the Machine e Korn. Che la matrice
sia più o meno la stessa è vero, che i Deftones
si muovano imitando le medesime coordinate dei gruppi appena citati è
falso, e i loro lavori successivi lo dimostreranno ampiamente.
I Deftones tradiscono difatti un legame più forte con la vecchia scuola del crossover e dell'hardcore rispetto alla scena che si era appena formata, e simbolicamente
il loro è un crossover anche etnico (come confermano i cognomi dei singoli componenti); inoltre, la loro attenzione al
dettaglio appare evidente da subito sia nel gioco di parole dello
stesso nome scelto (che si può leggere sia come "Def Tones"
che come "Deft Ones") sia nella tracklist del debut (la traccia 7 intitolata 7 Words, la traccia
9 Engine No.9); e soprattutto, la loro formazione
musicale non comprende solamente crossover, DC hardcore e l'ultimo groove-metal
(Pantera, Sepultura,
Machine Head), ma anche la new-wave
e la dark-wave (nel caso di Moreno), l'heavy-metal classico, lo skate punk, e una forte influenza derivante dall'album Willpower (1994) dei Today Is the Day, all'epoca giovani promesse del metal estremo noise e alternativo.
Tutte queste influenze sono riconoscibili ma perfettamente amalgamate
in Adrenaline, che parte con la sensazionale
Bored (ottimo biglietto di presentazione
per la particolare e talentuosa voce di Moreno) per poi sparare a
raffica una serie di tracce immediate, viscerali e violente, cariche
sia di rabbia che di attenzione all'elemento melodico.
Su tutte spiccano le incisive e crude Nosebleed,
Birthmark e Lifter, lo sperimentalismo
di Root (continuamente in bilico tra distruzione
e melodia) e della conclusiva Fist (traccia nascosta),
ma soprattutto un gioiello rap-hardcore come Engine No.9,
in cui Moreno scaglia le parole a mitraglia contro l'ascoltatore,
come se volesse linciarlo, mentre la chitarra di Carpenter aggiunge al panorama groove-metal un nuovo stile di riffing.
Risultano sicuramente degne di nota anche One Weak e il
singolo poi divenuto più popolare, 7 Words, episodio più
catchy del lotto, nelle quali tuttavia appare un po' troppo presente
l'ombra dei primissimi Korn, richiamata forse per
avere più riscontri presso lo stesso pubblico. Eppure il disco non
viene affatto supportato dai media principali e ha uno scoppio molto
ritardato nelle chart statunitensi, complice anche il rifiuto da parte di MTV
di passare il video di 7 Words solamente per via
del chorus ("Suck! Suck! Suck! Suck!").
Anche se la voce di Moreno resta
ancora molto acerba e maturerà col tempo, la sua già evidente capacità di ritagliarsi melodie, unita al drumming creativo di Cunningham, ai riff taglienti di Carpenter, ai
testi ragionati, e all'equilibrio perfetto tra violenza primordiale
e raffinatezza, finisce per dare come risultato complessivo una sensazione di freschezza e spontaneità che rende il disco un'innegabile pietra miliare nell'evoluzione del crossover e del rapcore, contribuendo significativamente a delineare le caratteristiche di ciò che stava iniziando a venire definito nu-metal.
Seppur i pareri buoni ma qualunquisti sull'album
portino i Deftones ad avere la possibilità
di andare in tour con i Korn, mantenendosi
ugualmente amici della band, dopo poco tempo i quattro smettono di farci concerti assieme,
sentendosi molto stretta e limitante l'etichetta di "fotocopia"
della band di Jonathan Davis e soci.
Per affermare davvero la loro identità ci sarà tuttavia bisogno
di qualche altro anno.
Adrenaline, partito in sordina, negli
anni a seguire diventa un album relativamente molto venduto negli USA,
dando ai Deftones il terreno pronto per rivelare
al grande pubblico le loro reali velleità stilistiche; nel frattempo escono anche
i rivoluzionari album Ænima dei Tool
e Roots dei Sepultura (di cui il video
promozionale Roots Bloody Roots mostra Max Cavalera con addosso una t-shirt dei
Deftones, accrescendone notevolmente la popolarità), oltre al secondo album Life Is Peachy dei Korn, in cui lo stesso Chino Moreno ha una breve apparizione come guest-vocalist.
La band assimilan ulteriori idee anche da
questi lavori, e tentandone una sintesi nel 1997 fanno uscire così il loro secondo full-length Around the Fur, destinato a diventare un'influenza fondamentale sui contemporanei filoni del nu-metal e dell'alternative-metal in generale.
L'album sfodera forse il miglior incipit della loro carriera, con l'eccellente My Own Summer (Shove
It), uno dei loro pezzi più travolgenti e originali,
in equilibrio tra melodie paranoiche, sussurri e violenti scream,
con un memorabile chorus dall'alto potenziale emotivo.
La seconda traccia Lhabia, dotata di strofe schizoidi
alla Korn, chiare influenze hardcore, e
melodie ancora una volta avvolgenti e tese verso l'epico, non è tuttavia da meno.
Lungo il corso del disco svettano inoltre i loro esperimenti sul formato della "power ballad", che, con i desolanti clangori chitarristici di Mascara
e l'esplosivo wall of sound di energia ottimista Be Quiet and Drive (Far Away), riescono a sconvolgere e rinnovare: comunicando quello che resta essenzialmente uno stato mentale di dolce quiete, sono tuttavia sostenute
per la maggior parte della loro struttura da stratificazioni chitarristiche molto pesanti e da
una sezione ritmica furibonda; il canto di Chino Moreno ne approfitta per mostrare così le sue svariate influenze (dark-wave in Mascara,
post-grunge in Be Quiet and Drive).
Una sfuriata rabbiosa arriva invece con le abrasiva urla della title-track (una perfetta miscela tra i Korn
e l'hardcore più violento), la cui violenza ritorna nella schizofrenica e potente Rickets,
mentre Dai the Flu riequilibra i torni grazie ad un contrasto melodico voce-basso
da brividi ed un chorus più catchy.
Episodi minori appaiono invece Lotion, chiaramente costruita sulla falsa riga di Lhabia,
e MX, che nonostante l'ottima partenza diventa in breve piuttosto
ripetitiva.
Poco prima della fine del disco compare anche la mosca bianca Headup,
differente rispetto alle altre tracce in quanto testo e musica sono un parto di Max Cavalera,
reduce dallo scioglimento dei Sepultura
e ormai amico e sostenitore della band; il furioso rap misto ad un monolitico riffing chitarristico e alle straziate urla fanno del pezzo uno dei più violenti mai apparsi su un album dei Deftones. Max collabora a Headup anche come seconda
voce, è lui difatti ad urlare "Soul fly, fly high" nel chorus (frase che lo ispirerà a tal punto da riutilizzarla entro breve nel nome della propria nuova band, i Soulfly), mentre il testo è una dedica a Dana Wells, figliastro di Max la cui
morte in un incidente ha sensibilmente influenzato il suo percorso;
a Dana è anche dedicato l'intero album Around the Fur, è tuttavia da specificare che la persona ritratta in copertina
non è Dana Wells, come falsamente riportato da diverse fonti, ma una modella di
nome Lisa di cui poco altro si sa.
La conclusione del disco è una sorpresa: dopo MX
arriva un lungo vuoto, seguito dal breve e goliardico skit Bong Hit, ed infine dalla traccia nascosta Damone,
un altro esempio del nuovo stile Deftones, nel suo riuscire a fondere melodie sognanti e furia chitarristica.
Il disco riesce finalmente a far riconoscere la band come nettamente differente e più ricercata rispetto alla maggior parte
dei gruppi nu-metal nati sulla scia dei Korn, facendole guadagnare un più ampio inquadramento nella generale storia dell'alternative-metal.
Dopo il successo di Around the Fur, i Deftones decidono di ampliare ulteriormente gli orizzonti del loro sound e della loro identità, dando alla luce il loro
capolavoro: White Pony (Maverick, 2000).
Il DJ Frank Delgado, già collaboratore nei due precedenti dischi,
entra finalmente in line-up stabile, e contribuisce sensibilmente alla
ricerca sonora raffinata e particolare dell'album; il successo di
questa operazione, che vantava ancora pochi esponenti celebri (Incubus e Limp Bizkit) porterà quasi tutte le band crossover/nu-metal
del periodo ad inserire nella loro formazione un DJ, trasformandolo
in un cliché.
Tuttavia pochi seguiranno in realtà le effettive orme sonore dell'album, che difatti rappresenta il passo più lontano e personale compiuto dalla band verso territori estranei al nu-metal (se non al metal in generale): con White Pony, i Deftones dimostrano di essere una realtà
separata e sconvolgentemente più matura, dando alle stampe quello che diventa un "instant classic" dell'alternative-metal, una pietra miliare tanto quanto Ænima dei Tool lo era stato quattro anni prima.
L'egregio incipit di Feiticeira appare
un aggiornamento più maturo delle idee già presenti
su Around the Fur: melodie vocali avvolgenti e
ricercate in contrasto con la potenza delle chitarre dagli spunti
noise e hardcore.
Il vero volto dell'album si rivela però con la seconda traccia Digital Bath, un pezzo dall'altissima
carica emozionale, fatto decollare in territori stellari dalla prova vocale incredibile di Chino Moreno.
L'effettiva carica metal della band entra in scena con la violenta Elite, capace di riprendere tutti gli stilemi ormai affermati del groove-metal e farli suonare nuovamente freschi grazie ad un oculato utilizzo dell'effettistica, mentre RX
Queen, scritta in collaborazione con Scott Weiland (ex Stone
Temple Pilots), lascia da parte la rabbia per sviluppare piuttosto un'anomala love-song le cui parole suggestive si accompagnano all'atmosfera surreale, resa inquietante dai tocchi industriali (sample di percussioni metalliche e scariche sintetiche) e dallo scarno arpeggio che sostiene le strofe prima che esploda l'avvolgente e distorto chorus.
La capacità di assorbire nella propria formula tanto il nu-metal quanto l'hardcore e l'emo-core viene resa evidente anche dalla breve e travolgente Street Carp (debitrice
anche delle melodie di Lhabia), mentre le ambizioni poetiche ed atmosferiche della band si palesano definitivamente con l'inclusione nell'album di Teenager, soffuso e riflessivo esperimento trip-hop (in origine concepito
da DJ Crook per i Team Sleep, progetto
parallelo di Chino Moreno).
Una formula più vicina a Digital Bath è invece quella di Knife Prty,
un altro pezzo in costante
equilibrio tra melodie cullanti e trascinante alternative-metal dagli
influssi orientaleggianti, con verso i due terzi un'emozionante sezione
in cui la guest-vocalist Rodleen sospira sul tappeto sonoro delle chitarre,
creando un effetto lisergico.
La furia di Elite torna sostanzialmente solo in un'altra traccia, ovvero Korea, in cui la violenza e la frustrazione post-grunge si sposano con un'altra delle particolari ricerche vocali di Moreno, prima di lasciare spazio a Passenger, scritta
e cantata in collaborazione con Maynard James Keenan dei Tool (a dimostrazione di quanto Ænima abbia influenzato il percorso di Moreno e soci), tesa ancora una volta verso alti picchi emozionali.
La dimensione del sublime viene tuttavia davvero raggiunta appena verso il termine dell'album, con il capolavoro Change (In the House of Flies), raffinato psicodramma dalle
atmosfere inquietanti, che diventerà in breve il pezzo simbolico della band grazie all'incredibilmente ispirato ed evocativo insieme di chitarre effettate, campionamenti minacciosi, bassi ribollenti, drumming dagli scatti epilettici, wall of sound distorti e indimenticabili melodie vocali.
L'album si chiude con l'ancora più inquieta e paranoica Pink
Maggit, un altro viaggio psichico da thriller, che lungo la sua durata
superiore ai 7 minuti fa detonare in una power-ballad travolgente l'alienante e desolato paesaggio dipinto nella prima parte dalle riverberate stecche distorte della chitarra, per poi concludersi con dei disturbanti battiti
cardiaci.
Con White Pony, i Deftones sono riusciti a ri-semantizzare il linguaggio sonoro di nu-metal e alternative-metal, elevandolo fino a farlo diventare poetico: ognuno di questi pezzi mira al cuore e allo spirito, e lo fa attraverso l'efficacia e l'immediatezza di una furia ritmica e chitarristica che dona il massimo del dinamismo e della modernità alle suggestioni emotive.
Il risultato finale appare tanto passionale ed equilibrato anche grazie alla parte sostenuta da ognuno dei componenti, sempre tesa ad esaltare l'umore essenziale del pezzo piuttosto che il proprio ruolo; fatto visibile specialmente nei campionamenti di Delgado, onnipresenti eppure
sempre amalgamati nel tappeto sonoro, mai in vera rilevanza, sebbene fondamentali nel loro intrecciarsi
alle chitarre ricche di effetti e riverberi di Carpenter per contribuire
alle particolarissime atmosfere ipnotiche e sognanti delle canzoni,
pregne delle influenze emotive più svariate (dall'emo-core alla dark-wave); Chino Moreno
utilizza ancor più effetti sulla voce rispetto ai due album
precedenti, facendo sì che ogni brano si distingua anche grazie ad un timbro vocale adatto e unico: i suoi sussurri, sospiri, grida
e melodie vocali lo confermano come uno
dei cantanti più unici e personali in circolazione (nonostante l'influenza che il suo stile avrà su altri vocalist).
Anche i testi separano il disco dal panorama nu-metal (quasi completamente impegnato a scimmiottare gli psicodrammi dei Korn), tentando vie più riflessive e metaforiche (il testo di Knife Prty, ad esempio, descrive una società
segreta di combattenti che utilizzano i coltelli per uccidersi, come
metafora dell'essere feroci e taglienti come coltelli
quando si è in compagnia di persone non desiderate).
Leggermente caotica la storia delle edizioni di questo disco: successivamente alla prima release, vengono stampate le versioni limitate Red e Black,
con copertina differente e una nuova traccia, Boy's Republic,
un regalo ai fan più hardcore del gruppo; ancora più tardi, la Maverick pubblica una re-release
con, come prima traccia, l'inedito Back to School (Mini Maggit), una versione accorciata, più nu-metal e commerciabile della traccia finale Pink Maggit, nonostante i pareri contrari della band (Moreno
era stato accusato dai produttori di aver perso la pesantezza sonora
che piaceva ai fan, quindi ha rimaneggiato la traccia Pink
Maggit in versione radio friendly; la Maverick avrebbe inizialmente dovuto limitarsi a far uscire esclusivamente
la traccia come singolo in un secondo momento), che nel 2001 otterrà comunque di pubblicare l'EP
Back to School, dai contenuti ad ogni modo trascurabili (a
parte il suddetto singolo, e un'interessante versione acustica di Change).
White Pony conferma i Deftones come
una delle rock band più particolari e influenti in circolazione,
mentre un anno più tardi esce il trascurabile EP Back to School;
il 2003 invece vede finalmente la luce il nuovo album della band.
Il titolo è, curiosamente, Deftones. E il sound è diventato molto più heavy e molto meno ricercato rispetto alle
release precedenti.
Motivo principale: dopo il successo di White Pony, una lista
infinita di gruppi ha dichiarato di ispirarsi ai Deftones
nel sound, la maggioranza dei quali proponendo invece un misto di
innocuo nu-metal/post-grunge affogato nel pop adolescenziale (i più popolari Linkin Park e Staind),
inoltre la Maverick aveva anche già accusato Moreno e soci di aver perso molta
pesantezza e quindi aver messo a rischio la fetta più hardcore del proprio pubblico.
I Deftones, per prendere le distanze dalla scena andatasi a creare (il 2000 e il 2001 sono stati gli anni della totale svendita commerciale del filone nu-metal) e accontentare gli original fan,
pubblicano quindi un album di riaffermazione personale che suona come
un urlo di vendetta.
In questo omonimo lavoro il gruppo esalta le proprie radici più hardcore/post-hardcore, specie nella produzione delle chitarre (a
tratti sembra di sentire quelle di gruppi come Poison
the Well et similia, ad ogni modo anch'essi influenzati per un
certo verso dalla band di Sacramento) e della batteria. Moreno utilizza inoltre in modo abrasivo ed esasperato gli effetti sulla
voce, facndola suonare a tratti come un synth disumano e freddamente distaccato,
pur mantenendo le sue caratteristiche linee melodiche.
Il disco si apre con l'episodio forse più violento, Hexagram, un metalcore infarcito di urla e muraglie sonore di chitarre, con un chorus schizofrenico
e dalle ritmiche epilettiche che colpiscono l'ascoltatore come pugni in faccia.
La seguente Needles and Pins diminuisce la rabbia, ma non regge il confronto con l'opener: chitarra e batteria risultano monotone, e il pezzo
viene salvato solamente dalle coinvolgenti melodie vocali. Molto superiore, al contrario, il singolo di lancio dell'album, la maestosa Minerva,
una power-ballad sognante che segue la scia di pezzi come Be Quiet and Drive, Damone, RX Queen e Change, portando quello stile verso tempi ancora più dilatati e suggestioni ancora più oniriche.
La parte centrale del disco mostra un calo, ma si mantiene su di un livello sufficiente:
Good Morning Beautiful sfodera delle strofe incisive ma un chorus leggermente ripetitivo, Deathblow mostra una riuscita combinazione tra la tipica rabbia adolescenziale
di Adrenaline e la maturità compositiva ormai raggiunta, When Girls Telephone Boys
scoppia in un altro pezzo hardcore, urlato e violento; il momento migliore diventa così probabilmente Battle-axe, grazie alla sua combo di melodie vocali ricercate su di un tappeto sonoro apocalittico, dominato da un opprimente wall of sound di riff panzer alla chitarra.
Spezza il flusso Lucky You, un interessante
esperimento elettronico/trip-hop che evidentemente prepara il terreno
per l'esordio dei Team Sleep (progetto
parallelo di Chino Moreno), ma che suona anche come una riproposizione formulaica della presenza di Teenager su White Pony; la successiva Bloody Cape riporta per un istante il disco ad una dimensione più hardcore e terrena,
ricordando i pezzi più heavy dei primi Deftones, ma anche il mix stilistico con riff a rotta di collo già sentito in Street Carp, prima di lasciar spazio alla decisamente inaspettata Anniversary of an Uninteresting
Event, un altro pezzo elettronico, lento e sognante,
oltre che probabilmente un altro parto di matrice Team Sleep, in cui la band si cimenta in una sorta di avvolgente e malinconico ambient-rock.
Chiude il lavoro Moana, la traccia più simile alla precedente Minerva, che ricorda ancora una volta le ballate in
bilico tra dolce melodia e potenza chitarristica che hanno fatto grandi
i due precedenti album del gruppo.
La vera debolezza del disco emerge nella monotonia e nella carenza di idee presente ora nei riff di Carpenter,
che non sono mai suonati tanto noiosi; inoltre, la produzione sonora
violentemente metalcore produce l'effetto di un wall of sound impastato,
che amalgamandosi con i metallici effetti vocali di Moreno può
facilmente indurre al mal di testa; i due episodi elettronici risultano
così più piacevoli di quanto in realtà presi a se stanti siano, dato che interrompono e stemperano la
violenza (a tratti anche forzata) del disco, e tuttavia suonano come un furto
ai danni dei Team Sleep per riempire l'album
del gruppo principale di Moreno.
In definitiva, questo omonimo pare un lavoro in cui i Deftones compiono un
passo indietro, abbandonando le soluzioni che li avevano lanciati,
fatti apprezzare e risaltare (ricerca sonora, atmosfere raffinate,
influenze dark-wave) in favore di un sound molto più duro,
heavy, ripetitivo e monolitico; una scelta speculare viene intrapresa qualche
mese più tardi anche dai soci Korn,
che con l'album Take a Look in the Mirror si propongono di
guardare al proprio passato più heavy.
Forse era l'unica cosa da fare per riaffermarsi e spiccare in mezzo
a tutte le band che stavano riciclando in versione pop le idee che
essi stessi avevano lanciato, ma il risultato è certo artisticamente
meno valido delle precedenti release.
C'è da aggiungere anche che l'anno 2003 vede il trend nu-metal cominciare
a spegnersi e scomparire; è comprensibile che quindi i Deftones abbiano cercato di epurare il loro sound dalle poche caratteristiche
che ancora tendevano ad accomunarli a tale filone, in favore di
una più decisa virata verso un sound più hardcore/emocore/metalcore
(elementi comunque sempre presente, in varia misura, lungo tutti i lavori
della band). L'unico reale punto a favore di tale svolta, però, è
che proprio in questi anni le sonorità metalcore rimontano per soppiantare il nu-metal e guidare un nuovo trend musicale:
i Deftones si dimostrano dunque ancora una volta
intuitivi precursori delle nuove svolte sonore, e la loro scelta, per quanto forse dettata dalla furbizia e non da esigenze evolutive, diventa
a conti fatti più fortunata rispetto a quella dei compari Korn.
Nel maggio 2005 esce finalmente il
primo album dei Team Sleep, progetto parallelo
elettronico di Chino Moreno, quindi il cantante è impegnato
con la promozione per il suddetto gruppo.
Per i fan dei Deftones esce invece per la Rhino/Maverick B-Sides & Rarities, antipasto
in attesa del nuovo lavoro della band di Sacramento, in edizione CD, con 14 tracce, e in edizione DVD, cui allegata
c'è anche la videografia completa del gruppo.
Come si intuisce dal titolo, il lavoro non è altro che
una collezione di b-side e rarità, come ad esempio tracce registrate
dai Deftones in collaborazione con altri artisti e mai rilasciate.
Tutti i pezzi sono stati registrati tra il 1995 ed il 2005; sono presenti
8 cover (di cui due, Savory e No Ordinary
Love, registrate assieme a Jonah Matranga), che testimoniano le influenze più particolari del gruppo, specialmente
la loro lontana parentela con la dark-wave, influenza che nel loro ultimo omonimo album era divenuta quasi
assente.
Su tutte spicca If Only Tonight We Could Sleep, cover
dei The Cure interpretata in occasione del tributo dedicato alla trasmissione MTV Icon.
Sono inoltre presenti anche alcune b-side inedite e versioni alternative
di alcuni dei migliori pezzi dei Deftones; inclinate verso il lato sognante del loro sound le versioni acustiche di Change, Digital
Bath e Be Quiet and Drive, molto fresca e spiazzante la versione alternativa di Teenager
(denominata "Idiot version" perché originariamente suonata in questo modo per la prima volta dal gruppo Idiot
Pilot, versione piaciuta a Moreno a tal punto da rifarla allo stesso modo).
La carriera dei Deftones si presta ad alcuni interessanti confronti.
Dapprima presenta similarità con quella dei Tool:
entrambi nascono alla fine dei 1980s, entrambi danno alle stampe il primo album
cavalcando il successo di un genere nascente (il grunge per i Tool,
il nu-metal per i Deftones), entrambi se ne staccano in fretta
e inaugurano un percorso evolutivo che ha dell'incredibile, entrambi
i singer aprono progetti paralleli con lo scoccare del 2000 (Keenan
con gli A Perfect Circle, Moreno con i Team
Sleep).
Nel 2003 questi parallelismi crollano: i Deftones danno alle
stampe un album poco ispirato sia nelle soluzioni elettroniche (che
sembrano trovarsi lì solo perché "rubate"
ai Team Sleep) sia negli altri pezzi, a maggioranza dal sapore molto
"core" e heavy (uno sguardo al passato con l'intenzione
di riaffermarsi in mezzo alle band che stavano plagiando malamente
il loro alternative-metal). Qui inizia piuttosto un parallelismo con
i "soci" Korn: anche Davis e compagni,
dopo una serie di ottimi album, hanno compiuto un passo falso poco ispirato e molto heavy in cerca di riaffermazione (Take a Look in the Mirror).
I Korn hanno poi proseguito sulla strada della mediocrità
con See You on the
Other Side, più elettronico, più vario, ma anche
molto piatto. I Deftones sembravano essere anche maggiormente
in crisi. Finalmente uscito, nel 2005, l'album d'esordio del progetto
alternative-dark-ambient-rock Team
Sleep, purtroppo inferiore alle aspettative, sembrava invero
lontana l'uscita di un nuovo soddisfacente capitolo del gruppo principale.
Invece, dopo una raccolta di rarità e b-sides, i Deftones
tornano sulle scene appena l'anno successivo con un nuovo full-lenght,
sotto la produzione del grande Bob Ezrin (Pink
Floyd, Nine Inch Nails), compiendo un ulteriore cambiamento di rotta nel sound, e allo stesso tempo tornando alla composizione di pezzi più suggestivi, raffinati e complessi.
Il quintetto avrebbe potuto percorrere qualsiasi
evoluzione verso territori già annunciati: inasprirsi, addolcirsi, elettronicizzarsi. E invece ha
preferito, fortunatamente, seguire una strada più enigmatica. L'album Saturday Night Wrist ripudia difatti quasi completamente
il precedente album omonimo, ma non si ricollega con chiarezza
a nessuno degli altri lavori; la band ha proseguito senza dubbio lungo
i propri personali binari evolutivi, incorporando nel proprio sound nuovi
e peculiari elementi. Stavolta le influenze più presenti
sembrano essere proprio i Team Sleep, con annessi
i vantaggi (una cura particolare per i passaggi più elettronici,
ambient e onirici) che tale scelta comporta, ma allo stesso tempo elettronica ed ambient non prendono mai il ruolo di protagonisti.
Questo nuovo album del gruppo di Sacramento non può avvicinarsi
al loro capolavoro (che resta l'ottimo White Pony),
ma è un deciso passo qualitativo in avanti rispetto alle ultime prove (un passo molto più ampio e soddisfacente
di quello compiuto dai Korn, per tornare ai parallelismi).
Cercando in tutti i modi di far sposare la loro evoluzione nei gusti musicali ai mutamenti della nostra epoca, Chino e compagni scrivono un disco
che può considerarsi il "trait d'union" tra un passato
fortemente influenzato da hardcore e nu-metal ed un futuro ricco di sfumature
indefinibili, in sostanza forse il "trait d'union" tra due epoche musicali.
Quel che è certo
è che tutti gli elementi messi sul piatto dal progetto Team
Sleep sono qui sviluppati nella stragrande maggioranza dei
casi in maniera molto più diretta ed incisiva, quindi superando
nettamente in qualità il side-project di Moreno; seconda cosa
certa è che non dai soli Team Sleep si sono
ispirati i cinque californiani per comporre questo disco: altre influenze
evidenti sono alcuni act trip-hop britannici (ad esempio gli Archive,
che già facevano capolino nei Team Sleep e
nei pezzi più elettronici dei Deftones) e
le evoluzioni più moderne del dream-pop e del post-rock attuale, compreso il post-metal più atmosferico (piccole
tracce di Mogwai, Explosions
in the Sky e Isis riescono ad emergere, disseminate qua e là).
Il risultato è un genere indefinibile, a causa delle molteplici
sorgenti, ma sorprendentemente omogeneo e compatto.
Se le prime tracce non svelano ancora il nuovo corso degli eventi
ma si limitano ad introdurli (Hole in the Earth è
un alternative-metal imbevuto di post-rock, in cui questi due aspetti
riescono a convivere senza sbavature, mentre Rapture è
un metalcore anomalo e accompagnato dai synth), sono i pezzi
successivi a raggiungere nuovi picchi qualitativi: Beware
incrocia melodie avvolgenti e oniriche a riff monolitici, ricordando
nei suoi 6 minuti power-ballad mozzafiato come Minerva
(una delle tracce più riuscite e sognanti del precedente album)
o gli episodi più riflessivi di Around the Fur;
Cherry Waves si muove sulle medesime coordinate,
con un'altra power ballad dagli spunti post-rock e dark-wave che disegna
un'incantevole paesaggio rarefatto; Mein si altalena
tra riff punk-rock carichi di delay e ritmiche schizoidi mentre Chino
ricama melodie sempre più oniriche, e al momento del chorus
entra come guest un Serj Tankian perfettamente incastonato nel
brano (ancora una volta, come già con Passenger
in cui cantava Keenan, i Deftones sanno valorizzare i guest rendendo la traccia
omogenea ed integrata al disco, senza esasperare il fatto di avere
un ospite importante al microfono).
L'enigmatica U,U,D,D,L,R,L,R,A,B,Select,Start
(titolo derivante da un codice per le cheat nei videogiochi Konami)
è una strumentale rilassata ma dalle vibrazioni profonde, valorizzata da un
drumming a metà tra trip-hop e jazz; Xerces si avventura in un collage di trip-hop (il
drumming secco di Cunningham), post-rock (il pianoforte, gli echi)
e hardcore (così contaminato da non avere più nulla
di hardcore in senso stretto), su cui Chino disegna un chorus estremamente
emozionale.
Una potente carica di hardcore vecchio stampo caratterizza piuttosto
le strofe di Rats!Rats!Rats!, pezzo percorrente uno
zig-zag continuo tra sferzate heavy ed escursioni melodiche, in uno stile sostanzialmente ripreso e aggiornato da Around the Fur.
A questo punto dell'album arriva l'unica traccia deludente, ovvero Pink
Cellphone, parentesi elettronica insulsa contenente un monologo weird e stupido (tagliato nella versione "clean" del disco) di Annie Hardy dei Giant Drag, un tentativo fallito di inserire dell'humor triviale e malato in maniera amalgamata al resto (tutt'altra pasta insomma rispetto ai ben più riusciti e suggestivi intermezzi dei Tool come Message to Harry Manback).
Il finale dell'album
non scende invece di livello rispetto ai primi pezzi: Combat
sembra voler riassumere svariati stilemi del rock alternativo (una lunga intro
ambient, un'esplosione con riff spettacolare di Carpenter, melodie
non banali concatenate a raffica, urla hardcore su tappeto chitarristico), un altro vertice come
Kimdracula discende direttamente dalle power-ballad
di White Pony (risultando quindi di molto facile assimilazione,
complice un chorus magnetico e altamente emotivo), mentre la conclusiva
Rivière, forse il pezzo meno immediato
e più sperimentale del disco, richiama alla mente Pink Maggit, il finale di White Pony.
I Deftones hanno fatto centro un'altra volta, e lo
hanno fatto con la classe che manca alla stragrande maggioranza delle
band sventolanti la bandiera "alternative metal" sopra alle
loro teste. Particolarmente apprezzabile la volontà di non
ripudiare nulla del sound sviluppato lungo tutti i precedenti album (restano presenti le venature dark,
l'elettronica, l'hardcore) pur riuscendo a modificare ancora una volta lo stile espressivo, inserendo elementi tanto inaspettati quanto ben incastonati.
Saturday Night Wrist è un disco che evita
l'impatto frontale e più easy-listening, ma qualitativamente
è di poco inferiore ad un Around the Fur (disco più heavy e immediato, ma suppergiù al medesimo livello per qualità,
forza e ispirazione), e probabilmente supera l'esordio Adrenaline, consacrandosi dunque uno dei tre album
migliori fin'ora scritti dalla band di Sacramento. Ha solo due difetti:
il primo è Pink Cellphone, il secondo è
l'accidentale "import" dei difetti firmati Team
Sleep (eccessiva rarefazione, eccessivo impegno in ritmiche simil-ballad),
che comunque la band cerca di tener lontani grazie ad un songwriting
più tagliente e vario, oltre che concedendosi sfuriate come quelle
di Rats!Rats!Rats! e Rapture.
Tutti i componenti offrono una prova convincente, specialmente Moreno
(sempre più sognante) e Carpenter, il quale ritrova finalmente
l'ispirazione per quanto riguarda i riff (viene a volte messo da parte in favore dei campionamenti,
ma quando entra in scena supera senz'altro ciò che aveva tirato fuori per il disco omonimo).
I fan dei Deftones più cattivi e urlati resteranno delusi, qui non c'è nulla per loro, ma continuino pure ad ascoltare
lavori tanto violenti quanto (ormai) superati, e lascino Moreno e soci (auspicabilmente) proseguire lungo quest'ottima
strada di sperimentazione.
La maggior disgrazia nella carriera dei Deftones è avvenuta nel novembre 2008, quando il bassista Chi Cheng è rimasto vittima di un incidente stradale che l'ha ridotto in stato minimamente cosciente.
Già dal 2007, la band aveva iniziato, assieme al produttore Terry Date, a registrare un nuovo disco dal titolo Eros, che nei progetti avrebbe dovuto essere cupo, atmosferico e aggressivo. Dopo l'incidente, i Deftones hanno deciso di posticiparne indefinitivamente l'uscita, e registrare daccapo un nuovo disco assieme al sostituto bassista Sergio Vega (un tempo nella band post-hardcore Quicksand, e già entrato temporaneamente nei Deftones nel 1998).
L'album, prodotto da Nick Raskulinecz e intitolato Diamond Eyes, viene registrato nel 2009 e pubblicato nel maggio 2010 per la Reprise/Warner Bros.
Il disco è stato palesemente creato ben più in fretta rispetto alle scorse release, e la conferma arriva non solo dalla struttura piuttosto prevedibile e ripetuta dei pezzi, ma anche dal sound maggiormente scarno e spoglio, sia nei momenti più duri (che non arrivano ai livelli del wall of sound sfoderato nell'album omonimo) che in quelli più emotivi (che non presentano il certosino lavoro di stratificazioni di Saturday Night Wrist). Oltre a ciò, sembrano mancare anche delle melodie effettivamente memorabili, fino a questo momento sempre state presenti negli album del gruppo. Il difetto principale, comunque, è che l'album non dà la sensazione di aggiungere qualcosa allo stile e al repertorio dei Deftones, come invece avevano fatto i precedenti: ogni traccia rimanda ad un modello eretto e perfezionato in precedenza, con rarissime e solo parziali eccezioni.
Sarà infatti anche piacevole ritrovare la furia metal della band nelle prime tracce in apertura, ma è innegabile che ad esempio il sound di Royal provenga da pezzi di Around the Fur come Lhabia e Rickets; e proseguendo, incontrando i consueti episodi meno violenti, si riconoscerà nelle power-ballad sognanti e avvolgenti Beauty School e Risk (la prima, in ogni caso tra i pezzi migliori, con anche arpeggio post-rock) il tipico stile delle power-ballad già presenti in Saturday Night Wrist, come Beware e Cherry Waves; o ancora, nella più distorta e comunque ispirata Prince, sarà facile notare la somiglianza con le strofe di RX Queen (da White Pony), battito sintetico e sincopato e annesso giro di basso riverberato con incastonamento pari pari della melodia vocale, almeno sino all'esplosione dell'acuto di Chino sul fondale che mixa distorsioni e arpeggi dilatati, che ritaglia una buona accoppiata bridge-chorus.
Altrove ci si avvicina anche pericolosamente alla non esaltante imitazione altrui, ad esempio nella scontata title-track (messa anche in apertura, scelta non molto condivisibile),
su cui c'è poco da dire, strofa con semplice riff sincopato di diretta derivazione Helmet (o Korn), e chorus dalla melodia che un tempo ci si sarebbe aspettati più dagli Ill Niño che dai Deftones.
Fortunatamente sono presenti anche episodi più validi: le strofe scandite in voce acuta sputante rabbia su riff abrasivo e battito secco in CMND/CTRL sono accoppiate ad un fondale sonoro drone-noise, tanto da farle sembrare il sogno metal proibito di una band electroclash; You've Seen the Butcher rallenta ritmica e riffing, affogandoli in una progressione paludosa a cui fanno da contrappunto le note sostenute dalla voce di Chino; il singolo di lancio Rocket Skates, pur nella sua semplicità strutturale, fa perno su di un chorus catchy che non solo entra facilmente in testa, ma gioca anche su di un indovinato e imprevisto stacco ritmico; la rockeggiante power-ballad 976–EVIL scova la propria forza nelle aperture melodiche, con annessi falsetti, della voce di Chino, che riescono a costruire alcuni dei momenti migliori del disco.
Completano il quadro un paio di tracce ascoltabili ma tutto sommato piuttosto anonime, ovvero la ballad Sextape (una sorta di incrocio tra Teenager e una band emo-core ispirata, tipo Finch), e la power-ballad ultra-distorta ma non abbastanza graffiante This Place Is Death, che chiude il disco su toni smorzati rispetto ai pezzi che l'hanno preceduta.
In buona sostanza, chi pensava di ritrovare i Deftones più ammorbiditi con il passare del tempo (seguendo in parabola lo stacco avvenuto tra l'omonimo e Saturday Night Wrist) rimarrà felicemente sorpreso nel sentirli nuovamente sprigionare una sana dose di potenza e cattiveria più vicina allo stile del periodo 1997-2003, ma il tutto è avvenuto al prezzo di aver scarnificato parecchio la loro ricorrente complessità sonora, solitamente ben più ricca di variazioni, con un occhio di riguardo alle atmosfere oniriche, e spesso forte di melodie incredibili, che qui paiono, a voler essere buoni, eccessivamente ben nascoste.
Inoltre, come già anticipato, il disco non segna un netto passo evolutivo in avanti
nella medesima misura dei suoi predecessori, ma sembra più che altro un assemblamento e consolidamento di idee già belle che sperimentate, messe assieme un po' sottotono: un lavoro diligente, muscolare, di mestiere, senza crolli qualitativi, ma certo non uno dei vertici nella carriera di quest'ottima band.
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