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Disturbed

The Sickness (2000)
6/10
Believe (2002)
5.5/10
Ten Thousand Fists (2005)
6/10
Indestructible (2008)
5/10



The Sickness
(Giant, 2000)
Album

I Disturbed si formano
ufficialmente nel 1996, quando a tre amici musicisti di Chicago si aggiunge il versatile cantante David Draiman.
Dopo due demo e un po' di gavetta, il contratto con la Giant arriva, e il loro esordio The Sickness esce nel 2000 (anno del boom commerciale del nu-metal).

Il disco si apre letteralmente in due con Voices: riffing travolgente e voce di Draiman che non lascia un attimo di respiro, indulgendo in parti vocali che stravolgono le ritmiche; questo suo cantato sconnesso e sincopato, unito al suo timbro unico, è la marcia in più che vitalizza tutti i pezzi dell'album (ed è il "marchio" che caratterizzerà tutti i lavori della band).
The Game pecca in un testo scritto davvero male, e musicalmente è incentrata praticamente solo sul chorus; ma non ha importanza, perché la successiva Stupify è forse il capolavoro del disco: le chitarre heavy e vibranti fanno un ottimo lavoro, e Draiman utilizza la sua voce come se facesse parte della sezione ritmica, sillabando le parole parallelamente al basso, mentre il chorus entra in testa e non se ne va più.
Stesso discorso per la seguente Down With the Sickness: percussioni tribali e vocalizzi assurdi in apertura, strofe e chorus carichi di frustrazione, e un'esplosione di rabbia e schizofrenia in chiusura (le liriche sembrano un puerile plagio ai testi sui traumi infantili dei Korn, ma le urla di Draiman su quella ritmica in tempo dispari sono qualcosa di eccezionalmente trascinante).
Parecchio trascurabile la banalità di Violence Fetish, mentre Fear è un altro buon episodio (struttura convincente, chitarre potenti, Draiman bravo sia nei vocalizzi che nelle liriche); la più riflessiva Numb è esplicitamente un filler, mentre Want un pezzo molto catchy e orecchiabile (dal chorus particolare e dalle ritmiche lente); Conflict si fa notare positivamente per il buon uso di effetti elettronici e l'ottimo drumming, mentre la successiva Shout 2000 è una cover di Shout dei Tears for Fears: episodio noioso e ai limiti del kitsch, si poteva certamente evitare.
Il disco si chiude con la molto heavy Droppin' Plates (convincente soprattutto nell'intro, ma purtroppo contaminata troppo dal trend rapcore) e la discreta Meaning of Life.

Quasi tutte le tracce si concentrano su due elementi: l'esplosione iniziale e l'esplosione del chorus. Questo, unito alla voce unica di Draiman, fa sì che entrino in testa sin dal primo ascolto.
The Sickness è in poche parole uno di quegli album semplici e senza pretese, ma molto trascinanti, che alla loro uscita portano una piccola ventata di freschezza nel panorama del rock.


Grande successo commerciale (triplo disco di paltino), negli anni del boom "mainstream" del nu-metal.


LINE-UP
David Draiman - Vocals
Dann Donegan - Guitars
Steve "The Fuzz" Kmak - Bass
Mike Wengren - Drums

TRACKLIST
1. Voices
2. The Game
3. Stupify
4. Down With the Sickness
5. Violence Fetish
6. Fear
7. Numb
8. Want
9. Conflict
10. Shout 2000
11. Droppin' Plates
12. Meaning of Life




Prendendo The Sickness, dandogli una produzione migliore (la band è passata sotto alla Warner)
e una maggiore compattezza, aumentando la "heaviness" dei riff, togliendo la maggior parte delle variazioni stilistiche che accompagnavano qua e là diverse tracce, i Disturbed di David Draiman confezionano il secondo capitolo Believe (Warner, 2002).
Particolarmente degni di nota l'opener Prayer (primo singolo, equilibrata tra emozionanti melodie e scariche di rabbia, con un testo raffinato), il drumming di Liberate, le linee di basso di Awaken, il riffing della title-track, e Remember (probabilmente il capolavoro del disco, impreziosita dai continui cambi di ritmo).
La seconda parte dell'album è solamente una lunga e inutile ripetizione di quanto già sentito, salvabile solamente nelle parti di chitarra e basso di Breathe e soprattutto nella conclusiva Darkness (in cui le parti vocali sono accompagnate da chitarra acustica, pianoforte, e una sezione d'archi).
Complessivamente, Believe è piuttosto monotono, testimonia un cambiamento nelle partiture di chitarra e basso (che si stanno avvicinando sempre più all'heavy-metal "classico"), e conferma il fatto che sia la particolare voce di Draiman a mandare avanti la baracca (in ogni traccia si dimostra essere lui l'anima della band).
Apprezzabile il cambiamento stilistico di Darkness, che almeno pone fine alla piattezza e ridondanza sonora del flusso musicale, ma purtroppo arriva al termine del lavoro.
Successo negli USA (prima posizione in classifica e disco di platino).

Ten Thousand Fists (Reprise, 2005) è il terzo capitolo dei Disturbed, con il nuovo bassista John Moyer nella line-up.
Col finire del trend nu-metal, anche alla band di Draiman serve una nuova "etichetta" per continuare a cavalcare l'onda, quindi decidono di virare su di un sound molto più legato all'hard-rock/post-grunge e all'heavy-metal (soluzioni già intuibili nel riffing del precedente Believe)
.
Ten Thousand Fists non è sicuramente un disco da ricordare, ma non è nemmeno un buco nell'acqua, e complessivamente mantiene la band sulla sufficienza artistica.
Gli episodi migliori del lotto sono la title-track (ottima opener, carica di melodie orientaleggianti e di energia, si avvale di un bell'assolo chitarristico e di un drumming convincente), Guarded (chitarre esemplari e lodevole prova di Draiman), Stricken (Draiman eccellente, ottimi i suoi vocalizzi in contrasto con le linee di basso e chitarra), Overburdened (la ballad del disco, sostenuta egregiamente da Draiman e impreziosita da un ottimo basso) e Sacred Life (intro elettronica ed esplosione hard-rock, buon lavoro di tutti i membri).
Per il resto, il quartetto si dimostra davvero a corto di idee, specie nella banale cover di Land of Confusion dei Genesis, ma si mantiene su di un generale livello di ascoltabilità (tranne forse il pessimo filler Decadence e la mediocre chiusura di Avarice).
La pecca sostanziale della band resta però sempre la medesima: la prima metà del lavoro è nettamente più coinvolgente e ben fatta della seconda; una caratteristica che poco ha di artistico, e molto di prodotto commerciale stile fast-food.
Ancora successo commerciale negli USA, stavolta raggiungendo il doppio disco di platino.

Indestructible (Reprise, 2008), quarto album dei Disturbed, segna un ulteriore progresso della band nel passaggio da nu-metal ("genere" predominante in The Sickness, il debutto del 2000) ad una particolare forma di heavy-metal misto a hard-rock/post-grunge (già ascoltabile sin dalle parti chitarristiche del secondo disco Believe, del 2002).
Complessivamente, questo quarto capitolo è fin'ora anche il peggiore nella discografia della band: se con il precedente Ten Thousand Fists, del 2005, si era notata una positiva capacità di rinnovamento e di ritrovata freschezza (specie nel riffing), con Indestructible si assiste ad un deciso ed evidente calo qualitativo.
In realtà l'incipit dell'album è più che discreto, tra la suggestiva title-track (un po' una summa degli svariati marchi di fabbrica del quartetto: riffing a singhiozzo, voce di Draiman che passa da sincopata ed epilettica a melodica, arrangiamenti dai tocchi orientaleggianti), l'eccellente Inside the Fire (primo singolo estratto, nonché vero e unico capolavoro dell'album, dalle ritmiche e melodie travolgenti, e con un ispirato assolo chitarristico) e l'ascoltabile Deceiver (che avrebbe potuto figurare bene su Believe); ma ciò che segue è un vero e proprio crollo, una serie di tracce heavy-metal/hard-rock/post-grunge senza alcuna ispirazione o tratto esaltante, che sembrano quasi uscite dai mediocri dischi degli ultimi Sevendust o Ill Niño.
Tra la rimanente tediosa successione di pezzi tranquillamente dimenticabili, riescono a spiccare solamente Perfect Insanity (il secondo singolo estratto, con almeno qualche idea trascinante), il chorus post-grunge melodico e modulato di Torn, il riffing groove-metal iniziale di Criminal (la quale poi però si perde tra auto-plagi poco riusciti dai pezzi nu-metal di The Sickness), e forse le cavalcate caotiche (nel riffing chitarristico sposato alla sezione ritmica) della conclusiva Façade.
Qualche pezzo è influenzato anche più dall'estetica hard-rock degli 1980s rispetto all'heavy-metal misto a post-grunge che predomina il lavoro, e si tratta infatti degli episodi più banali e tedianti (si colloca proprio tra questi ultimi The Night, traccia scadente e forzatamente enfatica).
Improbabile che valga la pena spendere altre parole riguardo al disco, c'è solo da biasimare un ritorno di una piattezza e ripetitività simili dopo ben tre anni di pausa e senza alcuno sconvolgimento in sede di label o line-up (ovvero le condizioni perfette per lavorare ad un buon album).




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Copyright © Matthias Stepancich