I Dredg sono Gavin Hayes (voce, chitarra), Drew Roulette (basso), Mark Engles (chitarra) e Dino Campanella (batteria).
Nati nel 1996 in California sulla scia del nu-metal contaminato dal post-hardcore in stile Deftones,
che stava nascendo in quegli anni, seppur con forti influenze (in un primo momento soprattutto a livello di liriche) anche dai più sperimentali
Tool, esordiscono lo stesso anno con l'EP Conscious, composto da 4 violenti pezzi
(Juggernaut, Ignore Me, la title-track e Nuhgm)
ancora acerbi e imitanti i Deftones di Adrenaline, ma trovano la strada
da seguire l'anno successivo con l'EP Orph, contenente
tre ottime tracce (Is Not Everything, la title-track e Kayasuma) anticipanti un innovativo
progressive-rock assimilante in sé
sia atmosfere languide che abrasivi riff alternative-metal, con maggior cura negli arrangiamenti, parti vocali più melodiche
e maggiori influenze dai Tool.
Presto danno alle stampe il loro full-length di debutto, ovvero Leitmotif, autoprodotto nel 1998.
L'intenzione stilistica del quartetto è quella di inventare un nuovo
tipo di prog-rock, ultra-contaminato, che peschi piccole influenze sia dal nu-metal, sia
dal post-grunge, sia dall'alternative-rock "heavy" alla Tool.
In questo, la loro innovazione è sorella di quella degli A
Perfect Circle, seppur molto differente sia nel concept che nel
sound; ciò che caratterizza fortemente i Dredg
è piuttosto l'essere molto influenzati anche dalle nuove tendenze emo-core, che contaminano
nei modi più sorprendentemente raffinati possibili.
Leitmotif viene registrato in appena dieci giorni,
e in piena tradizione prog-rock si presenta come un concept: tutti i testi ruotano attorno al racconto
di un uomo afflitto da un forte disagio spirituale, che cerca una
cura ai suoi mali entrando in contatto con differenti culture (storia presente
nel booklet e scritta dal bassista Roulette); i pezzi "reali"
sono intervallati e collegati da cinque "movimenti" strumentali
della lunghezza di uno, due o tre minuti.
Fedeli non solo da una parte alla contaminazione, ma dall'altra parte anche ad un concetto di rock più tradizionale, i Dredg
rifiutano qualsiasi sample, guest o arrangiamento elettronico, e cercano
unicamente tramite strumenti suonati da essi stessi le soluzioni più raffinate e d'atmosfera
presenti lungo il simbolico percorso di dieci tracce.
Percorso che si apre con la trascinante Symbol Song,
forse la traccia del lotto più influenzata dall'emo-core,
che presenta già un sound unico e fuori dagli schemi, per poi
proseguire con l'intermezzo Movement I: @45°N, 180°W,
il quale musicalmente serve soprattutto a far da ponte con la precedente scarica adrenalinica e la successiva spiritualità e
la raffinatezza di Lechium.
Un altro intermezzo è rappresentato dalle splendide melodie
atmosferiche di Movement II: Crosswind Minuet, che
introducono l'alternative-rock ricercato e dalle forti tinte etniche
di Traversing Through the Arctic Cold We Search for the Spirit
of Yuta, al termine del quale si trova l'ambient-noise
della traccia nascosta Intermission.
Il terzo intermezzo o "movimento", ovvero Movement III: Lyndon,
è ancora una pausa soffusa che si eleva in suggestioni orientaleggianti,
ed introduce l'episodio più heavy del disco, ovvero
l'ottima Penguins in the Desert, in equilibrio tra
soluzioni prog-rock e di soffusa atmosfera, post-hardcore e tenue
melodia.
Un altro intermezzo, Movement IV: RR, introduce Yatahaze,
influenzata ancora una volta dall'emo-core, specie nella voce di Hayes,
ma allo stesso tempo contaminata fortemente dal prog-rock nei fraseggi strumentali, e spinta verso lidi sonori ricercati ed eleganti.
Il disco si chiude ufficialmente con il quinto movimento, Movement
V: 90 Hour Sleep, ma in realtà dopo un lungo silenzio è presente Untitled, una traccia nascosta dalle tinte
noise-ambient.
Leitmotif suona come un flusso continuo, una "rock opera", nei confronti della quale sarebbe uno stupro oltre che un'attività
sterile isolare e prendere in esame le singole tracce,
ed in cui gli strumenti creano delle composizioni musicali che tendono a riflettere
l'animo più spirituale ed emotivo dell'essere umano.
Ottima la prova a livello tecnico di tutti i componenti, in special modo del molto creativo
Campanella alla batteria.
L'uscita eccellente probabilmente arriverà anche alle orecchie di Adam Jones, in questo periodo
intento a comporre le parti di chitarra di Lateralus, quello che sarà il
capolavoro dei Tool.
Leitmotif sarà poi fatto uscire come re-release dalla Universal nel 2001, riscontrando un certo successo grazie all'ovviamente maggiore distribuzione e promozione.
TRACKLIST
1. Symbol Song – 4:23
2. Movement I: @45°N, 180°W – 1:02
3. Lechium – 6:25
4. Movement II: Crosswind Minuet – 1:23
5. Traversing Through the Arctic Cold We Search for the Spirit of
Yuta (+ Intermission) – 6:38
6. Movement III: Lyndon – 3:08
7. Penguins in the Desert – 4:13
8. Movement IV: RR – 3:00
9. Yatahaze – 3:45
10. Movement V: 90 Hour Sleep (+ Untitled) – 20:21
Il secondo album è El Cielo (Universal, 2002).
Progetto molto più ambizioso del precedente, il nuovo lavoro è
anch'esso un concept, e si articola attorno al significato del sogno,
del sogno ad occhi aperti, e dei disturbi del sonno; la quasi totalità delle composizioni sono ispirate dall'opera del pittore Salvador
Dalì Sogno causato dal volo di un'ape attorno a una
melagrana, un attimo prima del risveglio, a sua volta ispirata
dai saggi di Sigmund Freud, cosa ben chiara sin dai titoli delle tracce: l'opener cita apertamente il titolo del quadro surrealista, mentre An
Elephant In the Delta Waves e The Canyon Behind Her
indicano esplicitamente due soggetti presenti nel quadro (e nella seconda si sente
perfino una voce giapponese che, se tradotta, invita ad osservare
il quadro ascoltando l'album).
Gli intermezzi strumentali rappresentano invece il momento della pittura
(nell'opener si sente appunto il rumore dei pennelli).
Il concept si propone come un interessante esperimento di "pittura
messa in musica", eppure la sensazione è che la band abbia non
solo perso molta della propria spontaneità, ma anche ricalcato
con furbizia la struttura del disco precedente: l'idea del concept,
i vari intermezzi, le percussioni dai sapori etnici. L'unico passo in avanti è probabilmente
la produzione, senza dubbio superiore rispetto al disco di debutto,
mentre il più clamoroso passo all'indietro è la mancanza di un'anima incisiva e l'autoindulgenza nelle parti atmosferiche come da tradizione del più rilassato e soporifero prog-rock dei 1970s-1980s.
Ricercatezze sonore pervadono Same
Ol'Road, mentre un pop-rock soffuso e trasognante accompagna
Sanzen e Triangle.
Qualche timida influenza dall'emo-core si trova ancora su Convalescent
e sulla più rock Sorry but It's Over, tracce portate in alto specie dalla raffinatezza sonore, mentre
Eighteen People Live in Harmony, Scissor Lock
e Whoa Is Me si concentrano esclusivamente sui
giochi d'atmosfera, che a questo punto del disco mostrano la corda, risultando in un'evidente ripetizione delle stesse idee
e una mancanza d'evoluzione compositiva.
Fortunatamente, la più alternative-rock It
Only Took a Day, il singolo Of the Room, e
la sublime conclusiva The Canyon Behind Her, che conduce
dritta al mondo onirico, risollevano fortunatamente il lavoro in freschezza.
El Cielo, sostanzialmente, avrebbe potuto essere un disco di
rock raffinatissimo e coinvolgente ai livelli del precedente, ma lungo
le tracce emerge una band che ignora molto del proprio potenziale, perdendosi
talvolta in ridondanze eccessive, e talvolta in soffusissime melodie
che, dopo un momento iniziale in cui trasportano e cullano, rischiano
purtroppo di concedere più spazio ad un effetto soporifero che
ad altro. Inoltre, si ha la netta sensazione che le idee potenzialmente
più incisive del lavoro si diluiscano eccessivamente nella troppa
cura a livello sonoro di intervalli, soluzioni d'atmosfera e arrangiamenti, favorendo
una dimensione quasi non-compositiva.
La chiave di lettura per Leitmotif e El Cielo è
il loro concept: il primo è incentrato su una storia di rinascita
spirituale attraverso l'apertura mentale (simboleggiata dal crossover
stilistico dei pezzi, e dalla loro "carica" metafisica), il
secondo è un gioco intellettuale che cerca di mettere in musica
le impressioni date da un quadro (e quindi punta sullo studio sonoro
e atmosferico più che su quello compositivo).
TRACKLIST
1. Brushstroke: Dream Caused by the Flight of a Bumblebee Around a Pomegranate
a Second Before Awakening – 0:57
2. Same Ol' Road – 5:14
3. Sanzen – 4:34
4. Brushstroke: New Heart Shadow – 1:33
5. Triangle – 5:03
6. Sorry but It's Over – 4:08
7. Convalescent – 3:32
8. Brushstroke: A Walk in the Park – 1:40
9. Eighteen People Live in Harmony – 4:28
10. Scissor Lock – 3:23
11. Brushstroke: Reprise – 1:33
12. Of the Room – 3:44
13. Brushstroke: An Elephant in the Delta Waves – 1:47
14. It Only Took a Day – 3:16
15. Whoa Is Me – 5:36
16. The Canyon Behind Her – 6:40
Dopo un completo passaggio alla sub-label Interscope, i Dredg si allineano alle direttive della produzione, facendosi più smaliziati
e guardando maggiormente alla classifica.
Il terzo disco Catch Without Arms (Interscope, 2005) difatti abbandona la prediletta struttura da concept totale in favore di una
più semplice suddivisione in due "movimenti" (le
prime 7 tracce rappresentano il primo, le ultime 5 tracce il secondo) composti
da pezzi dalla struttura canonica di forma-canzone, dalla lunghezza
radio-friendly, e dalle melodie molto più catchy e immediate. Il gruppo
dunque non suona più un "nuovo" prog-rock,
ma semplicemente un alternative-rock melodico pių ricercato e personale della
media.
Fortunatamente i Dredg mantengono la loro anima "spirituale" e i loro
stilemi sonori, ed anzi il cantante Hayes mostra addirittura una notevole
maturazione vocale, ma il lavoro non possiede la qualità artistica
dei due predecessori.
Se la travolgente opener Ode to the Sun e la raffinata Jamais
Vu svettano come episodi ottimi (che in elevazione metafisica quasi ricordano i Godflesh di Xnoybis),
così come l'emotiva miscela di emo-core e post-rock Not That Simple, l'elegante title-track e l'altamente emotiva Matroshka (il pezzo conclusivo, nonché l'unico a superare i 5 minuti), la band strizza però
eccessivamente l'occhio al mainstream nelle corrive Zebraskin,
Tanbark, Sang Real, Spitshine e Planting Seeds,
semplici pezzi pop-rock privi di mordente e costruiti su melodie tutt'altro che fresche, distanziandosi ben poco da tale formula
anche nelle leggermente più coinvolgenti Bug Eyes e Hung Over on a Tuesday.
Il fatto positivo è che in questa release la band abbia sopperito alle
pecche del precedente El Cielo, ovvero sia tornata a
concentrarsi sulla dimensione compositiva e "rock" che più gli appartiene, ma tale passo è stato compiuto sacrificando allo stesso tempo la vera personalità che aveva reso grandi le precedenti release.
The Pariah, the Parrot, the Delusion (Ohlone/Independent Label Group, 2009), il quarto full-length,
presenta a prima vista un inganno: la sua struttura simil-concept, con tematiche liriche ricorrenti e pezzi "reali" separati da vari brevi intermezzi,
sembra rappresentare un ritorno di forti influenze prog-rock nel sound della band, che invece è cambiato poco o nulla rispetto alla svolta catchy del
precedente Catch Without Arms.
Le prime tracce del disco mostrano comunque uno stile discreto, sorta di versione edulcorata dei pezzi pių alternative-rock di Leitmotif, con la quasi-title-track
Pariah (seguita dall'intermezzo digestivo Drunk Slide) e la successiva più coinvolgente Ireland
(con seguente intermezzo digestivo Stamp of Origin: Pessimistic), arrivando a centrare il pieno coinvolgimento con l'energica ed emotiva
Light Switch.
Tale incipit in realtà confonde, dal momento che pare introdurre una versione più mainstream e pop del loro capolavoro Leitmotif prendendo tuttavia almeno un po'
le distanze dalle melodie più corrive di Catch Without Arms, ma i successivi pezzi mettono in chiaro che quella fastidiosa patina
radio-friendly è stata tutto fuorché distanziata: Gathering Pebbles e Information riprendono esattamente
quegli stessi difetti, così come la più emo-pop Saviour (che si impegna presto ad accantonare gli accenni stratificati e
dissonanti sbucanti brevemente a metà traccia).
L'unico momento a portare nuovamente una certa freschezza, ovvero la coinvolgente ed energica I Don't Know, arriva prima del crollo definitivo
rappresentato dalle varie Mourning This Morning, Cartoon Showroom e Quotes, semplici pop-rock con leggere
influenze emo-core e alternative-rock, che nei momenti migliori sembrano un riciclo dei Taproot ed in quelli peggiori un riciclo
degli U2.
Un tentativo non troppo riuscito di inglobare alcune nuove tendenze è la seguente Down to the Cellar, sostanzialmente una strumentale
post-rock che ormai non aggiunge nulla a quel panorama, mentre dei vari intermezzi che ricorrono lungo il disco riescono a dire qualcosa di interessante forse
solo la quasi post-rock R U O K? (con un trascinante arpeggio portante) e Long Days and Vague Clues (con violini e pianoforte
da freak show).
I Dredg hanno deciso di continuare lungo la loro scia più "rock" e vicina al formato-canzone, ma senza volere o riuscire ad abbandonare
l'anima più pop, noiosa e già sentita che emergeva lungo soprattutto la seconda metà di Catch Without Arms, e anzi, in molti
momenti i quattro musicisti sono anche riusciti a peggiorarla, privandola degli spunti più energici e catchy che pur erano riusciti a partorire le
varie Bug Eyes o Hung Over on a Tuesday; di composizioni davvero coinvolgenti (come Ode to the Sun) o davvero emotive
(come Matroshka), poi, non c'è proprio traccia, e il tutto si riduce ad un alternative-rock molto radio-friendly e abbastanza spento,
il cui unico pregio è di risultare più elegante e autoriale rispetto alla media del mainstream.
L'album è dedicato a Chi Cheng, bassista dei Deftones (che sono stati una delle principali influenze sui primi lavori della band)
rimasto vittima di un grave incidente stradale nello stesso periodo delle registrazioni.