Il londinese Kieran Hebden, classe 1977, forma la sua prima band Fridge all'età di 15 anni, assieme ai compagni di scuola Adem Ilhan e Sam Jeffers; con il primo disco Ceefax, del 1997, entrano nel filone di band post-rock figlie dei Tortoise.
Ben presto Hebden, inizialmente chitarrista, si avvicina al mondo dell'elettronica, e dapprima introduce nei Fridge l'utilizzo dei sampler, poi decide di dar vita al proprio progetto solista Four Tet, con il quale esplorare senza vincoli quel sentiero.
Il primo full-length a nome Four Tet, ovvero Dialogue, viene registrato tra l'ottobre 1997 e il settembre 1998, per poi trovare pubblicazione nel 1999 sotto la label Output di Trevor Jackson (futura mente dei Playgroup), assieme al colossale singolo Thirtysixtwentyfive uscito l'anno precedente, una lunga composizione di 36 minuti che introduceva il suo approccio all'elettronica.
L'interessante miscuglio stilistico che riesce ad ottenere Hebden vede in primo piano dei beat secchi e penetranti, utilizzati con pattern ritmici e spesso anche linee di basso in chiave jazzata, sui quali si stendono avvolgenti e frizzanti tessiture sonore.
L'orecchio di riguardo non è tanto ai virtuosismi tecnologici ed alla componente ambient degli Autechre, già principale eredità di Aphex Twin e affini, quanto alla sublimazione compositiva dal piglio jazz appena concretizzata da Amon Tobin con il seminale album Bricolage del 1997 a partire da tutte le intuizioni del filone breakbeat e drum'n'bass; Hebden riprende quello stesso stile e lo applica a soluzioni sonore vicine anche all'illbient di DJ Spooky e a tratti al turntablism atmosferico hip-hop di DJ Shadow, entrambi divenuti star con i loro dischi del 1996.
Grazie ad una notevole sensibilità per timbriche e mixing, Hebden riesce a variare continuamente la materia d'origine tenendo sempre alta la qualità, infilando in successione tracce con delineate identità: The Space of Two Weeks (un intreccio di rilassanti sonorità cocktail-lounge e jazz fatta detonare da un tappeto ritmico frenetico), Chiron (con drumming jazzato campionato e remixato in forma breakbeat, mentre flussi di fiati e gorgoglii glitch vanno e vengono sul fondale), Alambradas (breve intermezzo con cascata di sample esotici), 3.3 Degrees from the Pole (che si lascia andare ad un baccanale di percussioni e fiati, senza però mai smarrire la centrale melodia al basso arrangiata dai layer ambient), Misnomer (forse l'intreccio più coinvolgente di figure jazzate, malinconici sample strumentali e drumming remixato), Liquefaction e She Scanned (i momenti più simili all'ambient-techno di scuola Autechre), Calamine (con maggior enfasi sui tappeti esotici, e sviluppata senza fretta per quasi 8 minuti), e la conclusiva The Butterfly Effect (con beat nuovamente frenetici, percussioni etniche, accordi al piano, sample ambientali e ruvidi assoli ai fiati).
Nella versione CD vengono inoltre aggiunte le tracce
Aying, Fume e Charm, costituenti una spinta ancor più evidente nei territori del jazz etnico, sino a toccare in Charm una commistione di lenti beat riverberati e strumenti mediorientali che pare una rivisitazione "new age" della The Private Psychedelic Reel dei The Chemical Brothers.
Questo debutto, ottima e fresca sintesi di un po' tutte le tendenze elettroniche nate lungo i 5 anni precedenti, gioca con forme già da altri ben codificate, e mostra dunque ancora un intrinseco limite nel campo dell'innovazione, limite che però Hebden supererà con il balzo stilistico che costituiranno i suoi due album successivi.
Il secondo album a nome Fout Tet, Pause, viene registrato tra la primavera e l'estate del 2000, ma pubblicato nel 2001 per la nuova label Domino Records.
Con questo nuovo full-length, Hebden evade dai confini e dimostra d'essere non più solo un buon discepolo di Amon Tobin, come si era presentato in Dialogue, ma un artista del suono che è ora riuscito a trovare una propria originale forma espressiva.
Già nell'opener Glue of the World si nota, oltre alla maggior limpidezza e freschezza in sede di produzione, anche una preminenza di elementi folkeggianti (chitarre acustiche, rintocchi orientali) rispetto alla vena jazz dell'esordio, rimasta ora parzialmente dominante solo nel drumming, divenuto però anch'esso più profondo e ipnotico, in stile trip-hop.
In Twenty Three è addirittura
un trascinante pattern di chitarra, a cui si aggiungono cascate di suoni percussivi, droni sintetici, beat quasi hip-hop e languidi fiati, a guidare e determinare l'umore centrale del pezzo.
Incastonati tra i due brevi intermezzi ambientali Harmony One e Leila Came Round and We Watched a Video, i 6 minuti di Parks partono da una puntina che sfrega sul vinile sovrapposta a rumori lontani di bambini che giocano, per aggiungervi un minimale e malinconico carillon, un beat sintetico, gravi vibrazioni d'archi e arpeggi orientali.
La ritmica diventa pulsazione techno in Untangle, sul cui fondale si alternano glitch minimali e arpeggiati celestiali, mentre la successiva Everything Is Alright prende un classico beat breakcore per stemperarlo e renderlo semplice cornice del gioco tra una melodia chitarristica bluegrass, intermittenze drone, e un giro di note a pioggia su tastiera.
Il beat lento e paludoso di No More Mosquitoes, che ricorda i trip-hop di Tricky, viene avvolto da cascate di glitch, e ruota attorno ad una frase cantilenata come filastrocca da una voce infantile, a sua volta contrappuntata da arpeggi folk orientaleggianti.
You Could Ruin My Day, il pezzo più lungo grazie ai suoi 7 minuti, raggiunge forse anche il vertice emotivo e creativo del lotto, grazie ad una impetuosa e neoclassica melodia centrale al clavicembalo su cui si innestano un pulsante beat ed una pioggerella d'arrangiamenti, che prendono il sopravvento durante una pausa ritmica, guidati da un nuovo arpeggio di chitarra, prima del ritorno di un beat due volte più potente rispetto all'iniziale, con coda finale a contrabbasso e drumming prima di auto-bloccarsi e lasciare spazio alla conclusiva Hilarious Movie of the 90's, costituita da un continuo remix e avvolgimento attorno ad una melodia di carillon.
La natura parzialmente ancora adolescenziale e giocosamente sperimentale dei processi compositivi di Hebden è rappresentata al meglio da una traccia come Tangle, in cui un rapido arpeggio chitarristico parte al contrario, viene girato nel verso corretto, lascia spazio a gorgoglii acquatici ambient, ed infine torna in versione contraria sino al fade-out finale.
Ma, nonostante l'ancora non raggiunta completa maturità, con questo full-length il giovane londinese consegna alla musica un lavoro assolutamente pionieristico nei campi della folktronica e del glitch-hop, anticipando in maniera decisiva alcuni dei sound più innovativi degli anni successivi (che saranno affinati al meglio dai vari The Books, Colleen, Clann Zú da una parte per il versante più folk, Prefuse 73 e Flying Lotus dall'altra per il versante più hip-hop, ma di cui si ciberanno anche l'IDM dei Boards of Canada, e il glitch-pop che adotteranno The Notwist, Hood, e molti altri nomi minori loro affini).
Ciò che realizza Pause è il conio di una prima e vera formula di folktronica radicale e indipendente, che si emancipa dalle radici dei songwriter (in particolare Beth Orton e Juana Molina) che timidamente ne avevano introdotto l'idea, lanciandola verso una dimensione puramente elettronica, free-form e sperimentale.
Ormai del tutto adulto anche anagraficamente, tramite il terzo disco Rounds (Domino Records, 2003), Hebden raggiunge la maturità ed anche quello che probabilmente resta il suo apice creativo.
Tale album non è solo un evoluto, focalizzato e consapevole riassunto di tutta la sua arte elettronica, ma anche un passo in avanti verso un linguaggio più complesso ed astratto, che trova una sua identità più distaccata nell'essere meno giocoso rispetto al passato, oltre che più "colto" e post-moderno rispetto agli altri dischi di folktronica e glitch-pop usciti nel frattempo.
Non a caso, apre l'album un pezzo disorientante come Hands, che prende vita da un accumulo di fonti sonore apparentemente slegate e contrastanti, in un caotico e sfavillante panorama psichedelico il cui collante diventa l'ingresso di un beat secco, prima che si spenga per lasciare le stratificazioni svanire in una coda riverberata.
Anche la successiva She Moves She, che riprende delle soluzioni folktroniche orientaleggianti tipiche del precedente album Pause,
costituisce in realtà una piccola evoluzione operativa, come testimoniano le nevrotiche interruzioni del panorama sonoro con incursioni intermittenti più violente, così come l'affine My Angel Rocks Back and Forth, la cui melodia di carillon si accoppia con un polveroso e desolato battito quasi trip-hop prima di venire accompagnata da synth, glitch, e archi dal sapore neoclassico.
In Spirit Fingers è solo un rapido battito di charleston a tenere il tempo, mentre il tessuto musicale nasce da cascate di epilettici sampling melodici che si fondono in un magma ribollente.
Le ambizioni più neoclassiche vengono del tutto allo scoperto nel mixing certosino di Unspoken, 9 minuti che evolvono una romantica ballata al pianoforte su beat ruvido, aggiungendovi strati e strati sonori in un glorioso crescendo emozionale, per poi diradarsi e far tornare dominante il pianoforte, prima di un nuovo crescendo più atonale con pioggia percussiva e lamenti ai fiati, ed infine una coda senza più il battito ritmico.
Il giro groovy di As Serious as Your Life viene fatto scorrere avanti e indietro, soffocato e fatto incantare come un disco rotto, mentre il pattern ritmico gioca con variazioni caotiche e handclapping, in un clima di sperimentazione divertita che stempera per un momento i toni generali del disco.
Il caos ritmico di And They All Look Broken Hearted, ottenuto mixando e sovrapponendo vari sample ritmici jazzati, fa da base ad una malinconica e angosciata nenia orientale arpeggiata, prima di lasciare la chiusura alla più regolare e sognante Slow Jam, che con i suoi lontani echi shoegaze e post-rock si costruisce un'altra identità ben distinta.
Anche stavolta due brevi intermezzi
ambientali completano la tracklist (il minuto di First Thing ed il mezzo minuto di Chia).
Come il precedente Pause aveva definito in maniera radicale la formula folktronica, Rounds eleva la stessa alla completa maturità, svelandone le pulsioni più astratte e sperimentali, con quello che resterà l'album più autoriale e tendente all'avanguardia nella carriera di Hebden.
I singoli estratti saranno
She Moves She e As Serious as Your Life, mentre My Angel Rocks Back and Forth verrà pubblicato nel 2004 in forma di EP assieme a remix, inediti, ed un DVD contenente i video musicali dei tre pezzi più quello di No More Mosquitoes (da Pause).
Everything Ecstatic (Domino Records, 2005) è per Hebden il disco con cui prendere le distanze dai suoi precedenti lavori folktronici e glitch-pop, evitando di cadere nel manierismo.
Le tracce sono una sorta di compromesso tra la qualità di sampling e melodie sperimentate su Pause e Rounds, l'anima più jazzata presente nel debutto Dialogue, e più marcate divagazioni elettroniche di stampo IDM.
Apre il disco Joy, dialogo frenetico tra una linea di basso distorta e dei beat a metà strada tra breakcore e big-beat alla The Chemical Brothers, a cui tuttavia segue la più estatica e folkeggiante Smile Around the Face, che delinea un ponte con Rounds.
Ci vuole poco perché torni un sound più inquieto, breakcore e jazzato, con Sun Drums and Soil, una traccia costituita da 6 minuti perennemente sull'orlo della crisi nervosa, che si alterna tra sbotti caotici di drumming e percussioni, giochi ritmici da base ai contrappunti degli arrangiamenti drone, cascate di colpi metallici, attimi di voci effettate, lamenti ai fiati, sino ad una coda impazzita che raggiunge un turbinio free-jazz.
La languida And Then Patterns evolve attorno ad una tenera melodia pianistica tramite una giostra di effetti sbilenchi, glitch, disturbi noise di sottofondo, ritmiche sconnesse.
Hebden si diverte anche a mixare i rintocchi confusionari di High Fives con un'altra linea ritmica trascinante, aggiungendovi vari scratch, glitch ed eterei fondali synth-drone, per dipingere un altro quadro in continuo bilico tra sregolatezza e luminosità melodica.
Gli 8 minuti di Sleep, Eat Food, Have Visions iniziano con un crescendo di glitch, bizzarre melodie elettroniche e droni ambient, per poi togliere il fondale e lasciare il magma ribollire accumulandosi da solo, e spezzarlo introducendo una linea ritmica drum'n'bass, che in breve aumenta d'intensità fino a perdere il controllo e diventare caos puro, infine spegnendosi e lasciando la chiusura ad una coda di glitch.
You Were There With Me gioca ancora una volta con la sovrapposizione di percussioni metalliche e rintocchi di varia natura, ottenendo echi pastorali, contrappuntandoli con soffici droni, in un crescendo che prosegue dopo l'ingresso di una ritmica minimale che lentamente va a sfumare.
Clouding è un breve intermezzo ambientale, riequilibrato dall'altra breve traccia Turtle Turtle Up, al contrario più rumoristica e graffiante, con rumori sintetici da videogame e drumming caotico.
In fin dei conti, nonostante l'apprezzabile cambiamento di rotta per evitare il ristagno, pare che Hebden abbia effettivamente perso parte del proprio "tocco", mantenendo riconoscibile il suo stile assai personale ma lasciando sfuggire le idee che lo rendevano più "magico".
Un'edizione DVD dell'album, con video delle tracce, contiene anche un CD bonus dal titolo Everything Ecstatic Part 2, con 5 tracce inedite (tra cui una versione estesa a 16 minuti di Turtle Turtle Up, e una seconda parte di Sun Drums and Soil).
Remixes (Domino Records, 2006) è un doppio album, il primo disco contiene 12 remix ad opera di Hebden per altri artisti, ed il secondo disco contiene 12 remix ad opera di altri artisti delle tracce di Four Tet.
Ringer (Domino Records, 2008) è un EP con 4 tracce inedite: Ringer (10 minuti), Ribbons (5 minuti e mezzo), Swimmer (quasi 9 minuti) e Wing Body Wing (7 minuti e mezzo), che introduce toni più minimalisti.
Dopo ben 5 anni dal suo ultimo full-length Everything Ecstatic, durante i quali ha intrattenuto i fan con una raccolta di remix, un EP con 4 inediti, una collaborazione con il guru del dubstep Burial (uscita solo in versione vinile 12") e addirittura un nuovo album della sua prima formazione Fridge, Kieran Hebden torna con un nuovo album a nome Four Tet, il quinto, There Is Love in You (Domino Records, 2010).
Immediatamente riconoscibile fin dalle prime note una nuova veste stilistica per il progetto, che ora, dopo il non troppo convincente detour del disco precedente, lascia perdere le influenze breakcore per assimilare, piuttosto, alcune soluzioni tipiche della microhouse e della minimal-techno di The Field, Pantha du Prince e Gas, ma anche dell'atmosferico dubstep di Burial.
L'opener Angel Echoes è solo un'introduzione al nuovo sound: battito minimale e pulsante, ripescaggio dei classici arrangiamenti metallici e ambientali alla Four Tet sul fondale, seminascosti accompagnamenti drone, e soprattutto un ripetuto campionamento di melodia vocale femminile dai toni angelici.
Il climax conduce alla successiva magistrale Love Cry (9 minuti), introdotta da fruscii di puntina su vinile, lontani rintocchi metallici e glitch, sui quali a breve irrompe un drumming a metà tra la pulsazione techno ed il dubstep in stile Burial; verso il giro di boa della traccia entrano un nuovo campionamento di voce femminile ed un nuovo layer ritmico sovrapposto al battito, ma il pezzo raggiunge l'apice quando entra anche un'irresistibile e graffiante tappeto synth distorto, sul quale Hebden si diverte a manipolare e mixare sprazzi vocali e arrangiamenti di ogni tipo, raggiungendo presto un'intensità ed una stratificazione ipnotiche, prima di una coda affidata a sample di chitarra riverberati e glitch.
Circling riprende verso la fine alcuni sound tipici di Four Tet (arpeggiati celestiali, pioggerelle di note metalliche), ma solo dopo aver curato un tappeto molto più simile ad un incrocio tra i synth glaciali di Fever Ray e l'IDM ambientale dei Boards of Canada, elevando a paesaggio sonoro positivo e solare delle premesse alienanti, ed utilizzando ancora una volta lontane voci femminili eteree.
I sound da videogame già sentiti distrattamente in intermezzi come Turtle Turtle Up diventano in Sing ossatura principale, mentre attorno ad essi rotea un turbinio di glitch, droni e lamenti vocali, il tutto al ritmo di un'altra pulsazione microhouse alla The Field.
Hebden non accantona tuttavia il proprio lato più incline alla folktronica, e prosegue quel discorso nei quasi 8 minuti di This Unfolds, traccia che nella prima estatica metà pare uscire direttamente da Rounds, per poi cambiare faccia con l'ingresso di un battito techno e una cascata di glitch, che confondono il paesaggio.
Il breve intermezzo Reversing, immerso in un'avvolgente drone glitch-pop, termina con un pattern ritmico al contrario che si spegne e lascia spazio ai 6 minuti e mezzo di Plastic People, altro esempio dell'aggiornamento ritmico microhouse applicato alle idee melodiche di tradizione Four Tet (compare anche un carillon).
L'arpeggio chitarristico della conclusiva She Just Likes to Fight viene salutato da una sarabanda di bizzarre percussioni metalliche, per poi costruire e rilasciare climax (con anche ingressi di altri battiti minimal-techno) che, date le sonorità vagamente più post-rock rispetto al resto del disco, paiono incarnare una nuova Slow Jam, traccia che chiudeva Rounds.
Composizioni più lunghe ed articolate, inedito utilizzo di voci, e soprattutto assorbimento nel proprio stile di influenze decisamente lontane rispetto a quelle degli esordi hanno, in conclusione, saputo dare al sound di Four Tet una nuova luce.