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Godflesh

Godflesh EP (1988)
7.5/10
Streetcleaner (1989)
8.5/10
Slavestate EP (1991)
6.5/10
Slavestate Remixes EP (1991)
6/10
Cold World EP (1991)
6/10
Pure (1992)
8/10
Merciless EP (1994)
6.5/10
Messiah EP (1994)
6/10
Selfless (1994)
7/10
Songs of Love and Hate (1996)
6/10
Us and Them (1999)
5.5/10
Hymns (2001)
5.5/10



Progetto nato dalla mente del talentuoso Justin Broadrick (ex chitarrista dei Napalm Death, con i quali è stato uno dei pionieri del grind, ed ex batterista degli Head of David, con i quali ha sperimentato anche con i sampling dell'industrial), i Godflesh sono uno dei progetti più innovativi e allo stesso tempo più violenti della loro epoca.

Il loro primo lavoro è l'EP Godflesh (Swordfish Records, 1988), uno dei debutti più sensazionali dell'anno, e sicuramente il più sensazionale nel campo del rock "estremo".
Pesantemente influenzato dall'industrial gotico, dissonante, violento e cadenzato
degli Swans, Broadrick plasma quella formula coniugandola ad una drum-machine asettica e penetrante alla Big Black, ad un basso distorto in maniera quasi rumoristica (ancora Big Black), ma anche ad un riffing "groove", cavernoso e schiacciasassi che è un po' un'evoluzione straziata del possente chitarrismo dei Black Sabbath.
Da questa sintesi di heavy-metal, "no wave" rumoristica e batteria sintetica post-punk nascono Avalanche Master Song (ancora poco distante dagli Swans, come dimostrano le strascicate ritmiche e la voce lamentosa), Veins (ritmica più veloce, guidata da un implacabile e minaccioso giro di basso distorto, mentre le voci si rincorrono nei riverberi), Godhead (ritorno a una ritmica più cadenzata, avvolta da distorsioni chitarristiche gravi e funebri), Spinebender (le distorsioni malate della chitarra si ergono a motore principale del sound), Weak Flesh e Ice Nerveshatter (sorta di aggiornamento sintetico e "industriale" delle orge tribali primitive, la seconda con una coda dissonante di infernali rumori pseudo-siderurgici).
I componenti sono solamente Broadrick (chitarra e voce) e G. C. Green (basso), autori anche della particolare produzione lo-fi, mentre la drum-machine viene indicata nei credits come "Machine" (joke ripreso dai Big Black).


Il primo full-length Streetcleaner (Earache Records, 1989), molto probabilmente influenzato anche dai lavori di Ministry e Prong usciti l'anno precedente, porta le intuizioni dell'EP omonimo verso un livello di efferatezza, groove e devastazione ancora maggiori, personalizzando ai massimi livelli quella formula e riuscendo a svincolarla dai debiti più derivativi con gli Swans e i Big Black.
La materia sonora è la medesima dell'EP omonimo, ma il songwriting è decollato verso altissimi livelli di coinvolgimento.
Il capolavoro Like Rats apre il disco come un pugno nello stomaco: liriche minimali, sprezzanti e ciniche, scossoni infernali, chitarre dissonanti, growl sporco e malato; si notano anche già tutte le maggiori novità del sound: la voce si è fatta ancora più cavernosa e infernale (avvicinandosi ulteriormente a grindcore e metal estremo), le chitarre sono ancora più panzer, e la produzione (sempre opera di Broadrick e G. C. Green stessi, stavolta con anche l'apporto della seconda chitarra Paul Neville nella seconda metà del disco), pur restando lo-fi, è nettamente migliorata in nitidezza e imponenza.
Episodio al medesimo eccellente livello la seguente più lunga Christbait Rising, che contiene alcuni dei riff più devastanti mai scritti da Broadrick, innestati sulle trascinanti ed epilettiche ritmiche sintetiche dichiaratamente influenzate dal migliore hip-hop del periodo (nello specifico, dal pezzo Microphone Fiend del duo Eric B. & Rakim).
Pulp, dall'ossessiva drum-machine a marcia militare, è un'incarnazione musicale dei più trucidi spasmi industriali (fischi, urla, colpi di basso), mentre Dream Long Dead affoga in dissonanti acuti chitarristici il ruggito groove di un riff spaccaossa.
Le psicosi di Broadrick raggiungono l'apice su Head Dirt, all'apparenza un percorso nel buio guidato dalla follia, durante il quale si viene trafitti dalle distorsioni chitarristiche e passati attraverso una catena di montaggio azionata dalla sezione ritmica, con una coda finale d'avanguardia cacofonica.
I 9 minuti delle due Devastator/Mighty Trust Crusher non sono nemmeno classificabili come canzone o medley, ma solo come calderone di noise, campionamenti vocali filtrati e allucinazioni, elevato nella seconda metà da splendide chitarre orrorifiche.
Un altro dei vertici del disco è la malvagia title-track, che su una ritmica ultra-martellante costruisce un vero e proprio paesaggio demoniaco: tappeti di stratificazioni chitarristiche dissonanti, voce oltretombale, effetti rumoristici.
I quasi 7 minuti di Locust Furnace toccano invece forse l'apice di epilessia ritmica e cavernosità vocale.
Nella seconda stampa del CD, chiudono il lavoro quattro ulteriori pezzi, registrati in origine per un Tiny Tears EP poi cancellato, e inclusi nell'album come bonus-tracks: Tiny Tears è il pezzo che più di tutti rivela la lontana parentela con la prima new-wave (nelle ritmiche e nei riff), pur affogando ogni singulto in un lento pastone che rende appena distinguibili gli strumenti e le voci, Wound esplode in ritmiche trascinanti, Dead Head è un altro dei capolavori grazie a riff memorabili e potenza devastante (nonché effetti chitarristici e vocali che tradiscono lontane influenze dream-pop), Suction suona un po' come un riassunto sonoro di tutta la loro prima fase.


Nel 1990 viene ristampato il primo EP come full-length, aggiungendo alla tracklist anche le lunghe Wounds (13 minuti durante i quali viene ripreso lo stile sintetico con sampling a cascata di album come Twitch dei Ministry, ma soffocandolo in un mood più dark) e Streetcleaner 2 (8 minuti e mezzo di apocalisse sonora, con infinite stratificazioni rumoristiche introdotte da droni ambientali e scariche ritmiche).


Broadrick si fa presto prendere la mano con le release, e solo nel 1991 pubblica anche gli EP Loopflesh (uno split con i Loop), Slavestate (la migliore release del lotto, forse anche grazie a Paul Neville temporaneamente di nuovo in line-up, con l'industrial-rock straziato di Slavestate, Perfect Skin, Someone Somewhere Scorned e Meltdown), Slavestate Remixes (con due discreti remix elettronici di Slavestate e una poco memorabile rilettura dub allungata a 12 minuti di Perfect Skin), Cold World (con le discrete Cold World e Nihil, più due remix di quest'ultima), e il non molto brillante singolo Slateman.


Il vero e proprio secondo full-length sarà però Pure (Earache Records, 1992).
Il cambiamento dal precedente Streetcleaner è evidente: in Pure le composizioni sono molto meno influenzate dal metal estremo, e molto più influenzate dall'industrial-rock più "canonico" (specie dai KMFDM di Naïve e dai Ministry di Twitch e The Land of Rape and Honey), cosa che era oltretutto emersa progressivamente nei poco precedenti EP.
Spite apre l'album ottimamente (riff potentissimi, martellamento assordante), ma Mothra mostra già segni di cedimento: sembra che Broadrick sia poco capace di evolvere le formule dell'industrial-rock alla 1980s (o almeno cadenza vocale e drum-machine lo dicono apertamente, mentre le chitarre sollevano di molto il pezzo). I Wasn't Born to Follow è ancora debitrice di troppa new-wave (Killing Joke in primis), e in particolare contiene poche idee, ripetitive al massimo. Predominance, al contrario, è assolutamente malvagia e si concede sfuriate apocalittiche.
Don't Bring Me Flowers è un synth-rock centrifugato da tappeti d'arrangiamenti dissonanti alla chitarra, mentre la voce intona una malinconica e quasi funerea nenia nel background.
Capolavoro dell'album è però senza dubbio la title-track: trafitta da una drum-machine a martello pneumatico, si apre in un riff devastante che a tratti si autodistrugge nelle sue stesse dissonanze, e la struttura minimalista (ripetizione di strutture, quasi nessuna voce) è stavolta azzeccata, senza portare alla ridondanza.
Un altro pezzo distruttivo è la fucilata Baby Blue Eyes, mentre sono opere altamente tragiche e avanguardiste le due tracce Monotremata e Love, Hate (Slugbaiting), entrambe sui 10 minuti di lunghezza ed entrambe magniloquenti odi alla dissonanza (con la seconda completamente immersa in stratificazioni cacofoniche e metalliche).
Idem dicasi per la chiusura, lo strumentale dark-ambient di Pure II, consistente in 21 minuti di droni allucinanti e atmosfere inquietanti degne del più truculento e disturbante cinema horror.
Lavoro che ormai ha poco in comune con il resto del panorama rock (utilizza gli strumenti dell'industrial-rock per costruire un'opera che, nella maggioranza dei casi, è avanguardia della noise-music), Pure ha l'unico grosso difetto di abbracciare lo sperimentalismo sottoforma di autoesaltazione, e in troppe occasioni il percorso di Broadrick sembra rischiare di intraprendere un circolo vizioso anti-evolutivo, nel quale la partenza corrisponde all'arrivo.
Sicuramente un'uscita molto coraggiosa, difficile da assimilare quanto da dimenticare, ma a tratti talmente straniante da far nascere diversi dubbi sul significato della sostanza sonora della band: l'anima industrial-rock è spezzata tra evoluzioni dissonanti pirotecniche e grossi debiti con dischi usciti qualche anno prima, mentre l'anima avant-garde è spezzata tra distorsioni allucinate dell'ambient e ridondanze autoindulgenti.
Contributo non indifferente ai lavori più stratificati lo dà Robert Hampson (alla chitarra), proveniente direttamente dai Loop.


Merciless (Earache/Columbia, 1994) è un EP che funge da perfetta transizione tra il sound di Pure e quello di Selfless.
Contiene le discrete Merciless, Blind e Unworthy, ma anche l'ottima Flowers, all'altezza dei migliori episodi di Pure.

Messiah (AvalancheInc, 1994) è invece un raro EP distribuito ai membri del loro fan club, che verrà ristampato nel 2003 dalla Relapse Records.


In Selfless (Earache Records, 1994) Broadrick rinuncia in parte alle ambizioni compositive avanguardiste, ma mantiene intatta la propria passione per abrasioni e dissonanze; equilibrando la formula, però, torna anche a concentrarsi sui riff chitarristici come anima e motore dei pezzi, intenzione che lo lega in questo senso al primo periodo del gruppo.
Ciò che stupisce di più nel disco sono, però, il quasi abbandono del suo caratteristico growl nelle parti vocali (Justin predilige stavolta uno stile vocale pulito ma allucinato, a metà strada tra lo scream hardcore, i fraseggi di Steve Albini e le paranoie espressioniste degli artisti "no wave") e una certa attitudine esoterica (molte delle tematiche e delle atmosfere sono debitrici dello spiritualismo orientale).
Apertura anthemica con Xnoybis: drumming orientaleggiante, riffing esplosivo, voce che pare provenire da un'altra dimensione.
Capolavori del disco sono però la grandiosa Black Boned Angel (con sequenze di puro terrore viscerale), la furibonda Anything Is Mine (iper-distorta e sostenuta da un basso apocalittico), il singolo estratto Crush My Soul (che mescola il suo lato più noise-rock con ritmiche mitragliate prese in prestito dall'EBM) e la terrificante e ossessiva Heartless.
Chiudono il disco la lunga preghiera distorta di Mantra e l'assurdo viaggio da incubo di Go Spread Your Wings, consistente in 24 minuti di follia psicotica.


Per il loro quarto album Songs of Love and Hate (Earache Records, 1996), i Godflesh di Justin Broadrick abbandonano per la prima volta la drum-machine in favore di una batteria reale (e di un batterista reale, il turnista Bryan Mantia, che poi lavorerà anche con i Primus). Altri due nuovi elementi sono la tonalità vocale di Broadrick (qui più che mai influenzata dal groove-metal) e le linee di basso di Green (sempre pulsanti, ma stavolta ispirate più all'EBM che al metal o all'hardcore).
Le chitarre di Broadrick sono oltretutto anche pių vicine del solito al metal: i riff che valorizzano l'apertura devastante di Wake (uno dei vertici del disco) e Sterile Prophet (dal drumming hardcore) esplodono in martellamenti metallici furibondi.
Un tappeto di sample elettronici e di avvolgenti distorsioni chitarristiche compone invece Circle of Shit, forse ispirata dai Techno Animal (progetto parallelo che Broadrick porta avanti assieme a Kevin Martin), altra buona traccia assieme al lungo delirio distorto di Gift from Heaven.
Sostanzialmente però, stavolta, i Godflesh non scrivono un disco innovativo quanto si sarebbe sperato; si limitano, nella maggior parte dei casi, a ripetere stereotipi (Hunter e Angel Domain avranno anche dei buoni riff, ma non aggiungono davvero nulla al panorama dell'industrial-metal, mentre Frail parte bene per poi rovinare le proprie premesse in un claudicante finale).
Per la prima volta un disco dei Godflesh suona prevedibile, quasi piatto, e i pochi episodi convincenti (tra i quali anche la buona chiusura della stratificata e dissonante Almost Heaven) non bastano a risollevare il tutto.


Quinto album per i Godflesh, Us and Them (Earache Records, 1999) è anche quello recante i cambiamenti più radicali.
Forse eccessivamente preso dal suo progetto parallelo Techno Animal, forse troppo affascinato dal "big beat" europeo di band come i The Prodigy, Broadrick si distacca quasi del tutto da quello che è stato il percorso della band, scrivendo un album di electro-rock.
I, Me, Mine, così come Endgames e Controlfreak, sono semplice industrial-rock che strizza l'occhio al trend del drum'n'bass.
Pezzi come Witchhunt e Descent cercano invece escursioni nell'hip-hop, purtroppo con risultati maldestri.
Psicosi e psicodrammi in stile Godflesh tornano a galla nella title-track, ricca di riverberi e dissonanze; un buon lavoro di sampling caratterizza invece Whose Truth Is Your Truth?, mentre Bittersweet flirta con un gothic-rock dal sapore epico. Infine, la chiusura di Live to Lose è l'unica a sfoggiare un riffing decadentemente metallico come quelli che avevano resi grandi i primi dischi della band.
Sicuramente spiazzante, Us and Them è purtroppo anche un lavoro per la maggiore deludente e sviluppato malamente.


Passati sotto a una nuova label, i Godflesh di Broadrick pubblicano il loro sesto e ultimo album, Hymns (Music for Nations, 2001).
Recuperato il proprio tipico growl, così come il riffing metallico distorto, e sostituita nuovamente la drum-machine con un batterista reale (trattasi stavolta di Ted Parsons, dei Prong), Broadrick prende le distanze dall'ultimo (deludente) Us and Them, ma nonostante tutto non riesce a scrivere un capitolo di molto migliore.
Carico di potenza il riffing di Deaf, Dumb and Blind, mentre White Flag è psicoticamente violenta e vibrante; ottima anche la dissonante Anthem, mentre è un discreto pugno nello stomaco la distorta For Life.
Eppure sono solo bagliori in un cielo buio: Broadrick si limita a flirtare con alcuni cliché delle band groove-metal, thrash-metal e perfino post-grunge, mettendoci poco di suo e impegnandosi quasi solamente a raggiungere un risultato sonoro assordante privo di fondamenta solide; ma la potenza e la carica non emergono dal marasma, e simili bordate chitarristiche noise coniugate a vocalizzi quasi anonimi non sono perciò granché giustificabili.


Green lascia la band a fine 2001, e nel 2002 Broadrick decide di sciogliere i Godflesh.

Nel 2004 Broadrick aprirà un nuovo progetto, i Jesu (nome preso dall'ultima traccia di Hymns, in modo da simboleggiare un percorso di mutazione naturale), orientati verso un mix di drone-ambient, shoegaze e industrial metal.

 




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