Nato nel 2006, Grinderman è il progetto parallelo di Nick Cave, formato assieme a tre membri già in line-up nei Nick Cave and the Bad Seeds, ovvero il tuttofare Warren Ellis (anche nei Dirty Three), il bassista Martyn P. Casey, e il batterista Jim Sclavunos.
Il primo omonimo album (Mute Records/ANTI-, 2007) rappresenta un cambiamento fondamentale nella carriera di Nick Cave: dopo aver percorso per anni un sentiero che l'ha portato sempre più lontano dai suoi esordi new wave, e sempre più vicino alla dimensione di maturo e raffinato cantautore, riconosciuto dal grande pubblico soprattutto perché capace di sfoderare cristalline e romantiche ballad, Cave con i Grinderman attua una reazione radicale, riparando a quella che probabilmente sente come una crisi di mezz'età, e cambia totalmente rotta sia a livello musicale che lirico.
Il sound di questa nuova band è un sagace mix di punk-blues alla Jon Spencer, di new wave dai toni industriali e dissonanti come nei The Birthday Party (il primo gruppo di Cave), e del cantautorato inquieto e gotico dei migliori Bad Seeds.
L'attitudine e la personalità di Nick Cave si trasformano, dando sfogo alle sue pulsioni più fisiche, lascive e luciferinamente decadenti, mentre il sound si esprime tramite febbricitanti blues-rock, wall of sound di distorsioni chitarristiche, clangori industriali.
L'apertura del disco viene affidata a quelle che sono forse le due tracce più travolgenti: Get It On parte come una declamazione vocale del solo Cave, a cui presto si aggiunge un riff di chitarra elettrica distorto in maniera terrificante, con funzione di infernale tappeto sonoro assieme alle percussioni, mentre brevi colpi di basso e pianoforte colpiscono la struttura come punti esclamativi; successivamente, la disillusa e sarcastica invettiva di No Pussy Blues descrive una serie di tentativi di seduzione che vanno inesorabilmente a vuoto ("I bought her a dozen snow white doves, I did her dishes in rubber gloves, I called her Honeybee, I called her Love, but she just still didn't want to. She just never wants to. Damn!") , mentre l'epilettico ribollire ritmico prepara per due volte l'esplosione nucleare di un devastante muro di distorsioni chitarristiche.
Il drumming epilettico di Depth Charge Ethel propelle un bizzarro incrocio tra chitarre noise tritatutto, progressione rock'n'roll di basso, e cori vocali da girl-group, con una potenza che torna più ferocemente in Honey Bee (Let's Fly to Mars), super-boogie a rotta di collo ricco di spunti psichedelici, e nel garage-rock in chiusura Love Bomb, cantato con declamazioni da serial killer e fatto vibrare da stecche chitarristiche che mescolano blues, country e noise. Questi pezzi tradiscono più degli altri una delle influenze fondamentali del progetto, ovvero i febbricitanti psychobilly dei The Gun Club, aggiornati qui in maniera violenta e dissonante, prosciugandone l'anima esotica e sostituendola con un inedito spirito post-industriale.
Lo spirito tradizionale dei Bad Seeds resta tuttavia molto presente nella formula, e si rende evidente in pezzi come Electric Alice, alienante e lento, sostenuto da percussioni selvagge, percorso da vibrazioni elettriche disarmoniche e ultra-effettate (arrangiamento magistrale da parte di Ellis), immerso in un umore cupo e gotico; così come nella più acustica e folkeggiante Go Tell the Women, minimalista e soffusa, ma resa ancora una volta alienante da un umore new wave e da memorabili stecche chitarristiche.
Un punto d'incrocio tra i classici Bad Seeds e questa nuova rotta viene ben rappresentato da (I Don't Need You To) Set Me Free, malinconica power-ballad in cui assumono ruoli fondamentali sia la rockeggiante linea di basso, sia i romantici arrangiamenti di pianoforte, sia le scariche chitarristiche da psychedelic-rock.
Il capolavoro dell'album resta però forse l'eccellente e tetra When My Love Comes Down, con dissonanze più avvolgenti e cantato più psicotico, in cui le ritmiche rallentano e Cave riesce ad entrare completamente nel ruolo di sciamano voodoo.
Quasi fuori posto suona invece il forse unico momento intimista e introspettivo, ovvero la breve confessione e riflessione di Man in the Moon, vicina al folk tinto di nero di Leonard Cohen, mentre forse troppo autoindulgente si rivela essere il continuo clangore dissonante di Grinderman, che scolpisce un'atmosfera disumanizzante ricordando più di ogni altro pezzo la new wave dei The Birthday Party.
Due relativi cali, questi ultimi, che comunque non impediscono a quest'abum di essere senza dubbio tra le migliori uscite dell'anno.
La line-up dei Grinderman non subisce cambiamenti, rispetto al debut album del 2007, per il nuovo Grinderman 2 (Mute Records/ANTI-, 2010): il mastermind Nick Cave a voce, chitarra elettrica, pianoforte e organo, e gli stessi tre fidati "Bad Seeds" polistrumentisti Martyn Casey (basso, chitarra acustica, cori), Warren Ellis (chitarra acustica, viola, violino, bouzouki, mandolino, cori) e Jim Sclavunos (batteria, percussioni, cori).
Ma il secondo full-length sembra riflettere una maggior coesione interna tra i componenti, una maggior chiarezza rispetto alla strada da seguire con questo side-project dei Bad Seeds: il sound si è difatti allontanato di un netto passo dai momenti ancora vicini al Nick Cave solista presenti in Grinderman, lato che qui torna solamente nella ballad Palaces of Montezuma, piazzata verso fine album.
L'omogeneità e la compattezza dell'album superano così indubbiamente quelle del debut, tanto quanto la cura per i dettagli sonori, l'energia primordiale dei pezzi, e il livello di violenza del sound in generale.
Che la produzione del disco venga curata non solo da Nick Launay ma anche dagli stessi membri della band appare già chiaro con l'opener Mickey Mouse and the Goodbye Man, dimostrazione della dettagliata cura nei confronti del wall of sound: sezione ritmica penetrante come una cannonata, intreccio trascinante di chitarre acustiche e chitarre elettriche distorte con effetti abrasivi, mentre Cave si lancia ora in esagitati proclami, ora in ululati in falsetto che sembrano una versione anfetaminica dell'Howlin' Wolf di Smokestack Lightning.
In realtà questa prima traccia non è rappresentativa del resto del disco, che si muove su binari anche più raffinati nel sound, e sperimenta con strutture anche più disorientanti; lo dimostra già la successiva Worm Tamer, costruita su di un tappeto ritmico in tensione psicotica, mentre un possente muro di distorsioni rumoristiche e psichedeliche avvolge le declamazioni di Cave, senza sfociare mai in un chorus ma esaltate dai cori vocali.
La dimensione lirica di Cave prende il sopravvento in Heathen Child, il cui blues-rock malato e distorto con altri effetti taglienti si sviluppa come sostegno ad uno dei suoi testi più decadenti; l'alienante assolo chitarristico finale è tanto effettato da sembra uscire da un synth impazzito, e nel essere perfettamente amalgamato ma allo stesso tempo in contrasto con il tappeto più vicino al blues-rock rappresenta al meglio l'umore del disco: tanto vicino allo spirito del blues quanto a quello della new-wave.
La struttura più ricercata è quella di When My Baby Comes (quasi 7 minuti), che da una partenza soffusa e sofferente (lievi percussioni, chitarre acustiche latin-jazz, lontani andirivieni di cori vocali e feedback), entra in un ripetuto chorus esaltato dal crescendo d'archi del grandioso Warren Ellis, per poi scivolare in un lento e paludoso rock, trascinato da un'irresistibile linea di basso ed avvolto da un muro di distorsioni psichedeliche, su cui si innesta un secondo chorus cantato da lontane voci in falsetto, e che dopo un breve break-down riparte con un drumming più chiassoso.
L'eterea What I Know ricorda gli esperimenti più minimalisti del precedente disco: il canto di Cave ha come contrappunto solo un battito soffocato di grancassa, una lontana chitarra acustica e degli sparuti cori vocali, ma viene dominato soprattutto dal sommesso friggere, rintoccare e sbuffare dei campionamenti sul fondale.
I feroci cori vocali di Evil esaltano un delirio infernale di chitarre accoppiato al caotico e febbricitante drumming, mentre Cave si getta in un'altra delle sue narrazioni decadenti.
Ma tocca corde emotive più scoperte l'unica vera ballata dell'album, Palaces of Montezuma, un folk-rock trascinato da una grandiosa sezione ritmica, esaltato da un chorus epico, e arrangiato da tocchi di pianoforte e ricorrenti cori vocali rasentanti il gospel; Nick Cave, nell'unico momento davvero vicino ai suoi passati dischi da solista, si rivela capace di ricordare il Bob Dylan del periodo d'oro, senza per questo suonare nemmeno lontanamente un'imitazione.
Un lento blues-rock come Kitchenette vive sostanzialmente solo del continuo mutarsi e delirare degli arrangiamenti, divisi tra sbuffi d'organo, distorsioni e fischi di chitarra, cori vocali; ma ancor meglio riesce a fare, con gli stessi stratagemmi, il grandioso pezzo finale Bellringer Blues, in cui arrangiamenti da raga orientale, feedback di chitarra e melodie vocali di Cave (che poi sfociano in un chorus a più voci cantato con intensità viscerale) raggiungono uno dei vertici espressivi dell'album, crescendo in un intreccio memorabile.
Quello dei Grinderman si è ora definitivamente rivelato come un progetto degno di avere vita propria, e non più solo un side-project in cui Nick Cave possa sfogare il proprio lato più selvaggio. Con il loro secondo full-length, appare più evidente l'originale e inedito approccio al punk-blues tipico di Jon Spencer, formula da cui i Grinderman partono, ma che rimodellano in maniera personale grazie alla massiccia dose di influenze dark-wave, industrial, noise e folk, un riassunto insomma di tutte le sfaccettature sperimentali della carriera di Nick Cave a partire dalla new-wave dei The Birthday Party.
Questa maggior chiarezza d'intenti, coesione e potenza del sound viene riflessa dalle sempre intriganti dichiarazioni di Nick Cave ai media. Rappresentativa della forma mentis alla base dei Grinderman resta la chiusura di un'intervista rilasciata a Pitchfork nei giorni della release: "There are people who have been longtime Bad Seeds fans who just think Grinderman is a pile of shit. But there's nothing that satisfies me more than upsetting people in my own milieu. There's something far more exciting about being a contrarian among your friends and colleagues than pissing-off the status quo".