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Joy Division

Unknown Pleasures (1979)
8/10
Closer (1980)
7.5/10



I Joy Division (nome preso dai racconti di Yehiel De-Nur, che descrivevano gli orrori dei campi di concentramento nazisti) si formano nel 1976, dopo essere rimasti folgorati dal punk-rock dei Sex Pistols.
I membri sono il vocalist Ian Curtis, il chitarrista e tastierista Bernard Sumner, il bassista Peter Hook e il batterista Stephen Morris.

Il loro debutto Unknown Pleasures (Factory Records, 1979) è uno dei padri fondamentali di tutta la musica "dark" successiva, nonché ovviamente del movimento gothic-rock, sotto-genere del post-punk che loro più di tutti, assieme ai Public Image Ltd. di Lydon, contribuiranno a creare.
L'opener Disorder, forse anche il capolavoro del disco, mette già in luce le coordinate stilistiche del lavoro: atmosfere malinconiche e lacerate da dubbi esistenziali, drumming secco e quasi sintetico, chitarre ruvide che recuperano la lezione del punk-rock ma la evolvono in un tono rassegnato e ricercante i toni funebri dei Black Sabbath più sommessi; lo spazio viene lasciato poi a Day of the Lords, con strofe abrasive (che anticipano addirittura i malesseri del grunge) e chorus epico; Candidate e Insight sono tappeti sonori in pieno stile new-wave (specie nel drumming ripetitivo e ossessivo, alla Suicide) stesi sotto ai monologhi introspettivi di Curtis, così come accade anche nella più febbricitante New Dawn Fades e nella dissonante danza meccanica di She's Lost Control (con drumming ossessivo ma minimale, chitarre stratificate, rumori sintetici). Shadowplay e Wilderness ripetono questi stessi stilemi, aumentando la ridondanza con le chitarre distese su di un tappeto dilatato e sommesso, diventando, più che composizioni musicali, semplici pretesti per il recitato melodico di Curtis.
La chiusura è in ogni caso lasciata a Interzone, la traccia più cruda e "punk" del disco, e all'oscura I Remember Nothing, lo psicodramma per eccellenza della band, con Curtis a richiamare esplicitamente Jim Morrison.
Le melodie sono immerse in echi, effetti, campionamenti dark-ambient, e come risultato le atmosfere suonano tanto languide quanto tese verso il nichilismo, tanto tenui quanto grondanti malessere; sono tutti elementi che sapranno suggestionare un'intera generazione di kids (ed ex-kids).
La parte più interessante del disco restano però le liriche di Curtis, poeta-rocker attanagliato dalla noia sartriana come Robert Smith, sognatore come Morrison, ma anche attratto dalla parte più oscura e lugubre dell'animo umano. Con lui il concetto di "denuncia del male socio-politico nella società inglese" di punk-rockers come The Clash e Crass si trasforma in quello di "denuncia del male esistenziale (individuale e collettivo) nella società inglese" del post-punk britannico. La traccia seguita è quella della new-wave americana (Suicide, Devo), ma stavolta portata avanti da una figura poetica sulla scia di Morrison, tracciante una discendenza musicale dal punk-rock europeo, e affogata in un mood oscuro di pura tradizione gotica europea.

Nel secondo disco Closer (Factory Records, 1980), i Joy Division sperimentano con arrangiamenti più stranianti, e Curtis si avvicina sempre maggiormente al modello di Jim Morrison, recitando le proprie poesie in modo trasognante, ora enfatico ora sommesso.
L'apertura di Atrocity Exhibition è tribale e avvolta da arrangiamenti abrasivi e dissonanti (synth e chitarre di Bernard Sumner); Isolation riprende il drumming ossessivo da drum-machine alla She's Lost Control, stavolta implementandolo con percussioni e synth in linea con le nuove tendenze delle band "industriali"; gli episodi centrali mostrano una certa tendenza ad avvicinarsi sempre più ai ritmi sintetici, chi in un modo chi nell'altro, ma tutti stravolgendolo
(Colony è un disco-dub, A Means to an End un synth-pop decadente, Heart and Soul una danza intimista e alienata): il modello principale per questi pezzi sono probabilmente i Suicide.
Le ultime tre tracce sono tra i vertici del disco: Twenty Four Hours, ritmiche punk in un oceano di malinconia rassegnata e languida; The Eternal, splendida ballad estremamente emotiva, arrangiata da droni, echi, battiti sintetici e pianoforte (nonché probabilmente il capolavoro dell'album); Decades, danza sintetica statica e amareggiata.
Le atmosfere del disco sono fataliste, e la voce di Curtis più rassegnata che mai, come se sentisse prossima la fine.

Alla vigilia del loro primo tour americano, Ian Curtis si suicida, impiccandosi (18 maggio 1980).

Il loro ultimo pezzo registrato, Love Will Tear Us Apart, viene rilasciato come singolo, e nell'estate del 1980 diventa la loro maggiore hit di sempre. Musicalmente, rappresenta un ulteriore passo verso le tendenze synth-pop, ma decostruendole e appesantendole con le classiche atmosfere malinconiche e sommesse di Curtis e Sumner.

I Joy Division si sciolgono lo stesso anno, e la vena synth-pop della band trova completo sfogo nei New Order, nuovo gruppo in cui i restanti membri (assieme a Phil Cunningham e alla moglie di Morris) proseguono la propria evoluzione musicale da dove l'avevano lasciata, unendo i ritmi dance ballabili al post-punk e al gothic-rock.
Tra molti dischi nella norma, spiccherà anche il loro capolavoro Power, Corruption & Lies (Factory, 1983).

Still (Factory Records, 1981) contiene una serie di tracce rare, ma anche la registrazione dell'ultimo concerto dei Joy Division, tenutosi all'università di Birmingham, il 2 maggio 1980.

Substance (Factory Records, 1988) è la collezione di tutti i singoli dei Joy Division.

The Peel Sessions (Strange Fruit Records, 1990) contiene 10 tracce registrate dalla band nel 1979 per BBC, Something Else e Radio One, più un'intervista di Richard Skinner a Ian Curtis e Stephen Morris.

Le seguenti uscite saranno totalmente inutili, atte unicamente a capitalizzare sulla scomparsa di Ian Curtis; a cominciare da Permanent (London Records, 1995), compilation delle tracce più celebri della band con in più un inedito (discutibile) remix della hit Love Will Tear Us Apart.





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