Kid Rock, vero nome Robert James Ritchie, bianco di Detroit classe 1971, cresciuto fuori città in una fattoria e non nel ghetto come cercherà di far credere ai media lungo la sua carriera, rappresenta un po' la sublimazione eclettica della figura del
rapper bianco, e di tutte le potenzialità che un orecchio "white
trash" estremamente open-minded possa sviluppare se immerso in una cultura musicale prettamente black.
La sua iniziale formazione è quella country e root-rock (Bob Seger, Johnny Cash), ma la svolta avviene una volta entrato in contatto con la scena hip-hop newyorkese (The Fat Boys, Run-D.M.C., Eric B. & Rakim, Beastie Boys), che lo sprona sulla strada di rap e turntablism.
La lunga e durissima gavetta vede la pubblicazione in proprio di un pugno di dischi hip-hop/rapcore nella norma (Grits Sandwiches for Breakfast del 1990 per la Jive, The Polyfuze Method del 1993 per la Continuum, l'EP Fire It Up! del 1994 sempre per la Continuum, l'indipendente Early Morning Stoned Pimp del 1996 per la propria Top Dog) e un'intensa attività live, coronata da un contratto con major giunto appena verso il 1998, ovvero nel periodo in cui il rapcore conosce un nuovo
successo grazie agli innovativi, heavy ed eclettici sound di Korn, Deftones e soprattutto Limp Bizkit (ma Kid Rock aveva sperimentato con il rapcore già dal 1990, seppur prediligendo sempre una forma hip-hop più legata alle sonorità della old school).
Devil Without a Cause (Lava/Atlantic, 1998) è l'album che lo consacra
internazionalmente, e resta il suo unico episodio davvero degno di
nota (le seguenti release saranno una parabola discendente negli abissi del mainstream
e della commercializzazione).
Bawitdaba è uno dei rap-metal più esplosivi dell'epoca, con la sua ruvidità grezza (assolutamente non radio-friendly
i suoni di chitarre e batteria) ed il suo chorus epico e indimenticabile
(consistente tra l'altro in versi primordiali senza significato alcuno).
Cowboy contamina l'hip-hop da una parte con un'ironica parata di elementi da Far West (country, boogie, pianoforti impazziti, schitarrate e armonica
a bocca), e dall'altra con campionamenti provenienti dal blues-rock dei 1960s (Midnight Rider dei The Allman Brothers Band, L.A. Women dei The Doors).
La title-track è il riassunto di tutto ciò
che rappresenta il sound dell'album: tastiere e percussioni
in apertura, hip-hop metropolitano, campionamenti del genere più
disparato, esplosioni di chitarra e variazioni stilistiche a profusione.
I Am the Bullgod è un altro anthem, in bilico
tra hip-hop e grunge di stampo pienamente Alice
in Chains.
Le seguenti tre tracce sono tutte degli hip-hop da ghetto, nel puro
stile graffiante di Detroit, e raggiungono la vetta nell'old school style di Welcome
2 the Party (Ode 2 the Old School).
I Got One for Ya mescola questa stessa componente
a campionamenti soul-blues provenienti dalla Slow Slow Disco di Swamp Dogg, mentre Somebody's
Gotta Feel This riporta una forte vena grunge (stavolta più alla Soundgarden)
nell'umore generale, esplodendo sopra ai sampling di Kick out the Jams, storico pezzo degli MC5.
Una nuova scarica di furia arriva dal folle rapcore Fist of Rage (che suona
palesemente influenzato dai Rage Against the Machine),
guidato dai campionamenti di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, e appositamente seguito da un'inaspettata
tenue ballad che pare uscita dal repertorio del Mike Patton più eclettico, Only
God Knows Why, coinvolgente nella sua progressione verso un blues sinfonico quasi gospel, contaminato da parti vocali effettate elettronicamente.
Fuck Off riporta la rabbia e la psicosi, avvalendosi
di potenti chitarre elettriche su di una base hip-hop tagliente, nonché del rapper Eminem come guest al microfono.
Where U at Rock (anticipata sinistramente dall'outro
di Fuck Off, in cui se ne sentono degli echi mentre
scorrono inquietanti messaggi telefonici) è un'altra traccia
rapcore schizoide, mentre la conclusiva Black Chick, White
Guy confeziona ancora un hip-hop dai campionamenti eclettici e
dal chorus "pattoniano". Al termine di essa parte una seconda versione
di I Am the Bullgod, che in questa veste suona più come un delirio crossover ironico tipicamente alla Faith No
More, con continui avvolgimenti e stravolgimenti su se stesso.
Devil Without a Cause spicca nel panorama musicale come opera estranea al nu-metal così come al tradizionale rapcore.
Probabilmente si tratta dell'ultimo buon album di crossover-rock, discendente
in linea retta dai grandi dischi dei Faith No More e dei Primus (e le progressioni spesso funky, così come le parti tastieristiche,
non possono che sottolinearne tale codice genetico), oltre che dai più evidenti Rage Against the Machine.
L'incredibile successo del disco attraverso le stazioni radiofoniche statunitensi lo renderà uno degli album più venduti di sempre nella storia non solo del rapcore ma anche dell'hip-hop tutto.
Jimmy Bones alle tastiere, Stefanie Eulinberg alla batteria, Jason Krause e Kenny Olson alle chitarre e Joe C. alla seconda voce completano la line-up della Twisted Brown Trucker Band, che non solo suona sul disco ma porterà anche la musica di Kid Rock in sede live nei tour successivi.
Tra i guest dell'album spiccano invece Shirley Hayden (ex Parlet) ai cori, Uncle Kracker a turntable e voce, Robert Bradley alla voce, e il già citato rapper Eminem.
Scontatamente, dopo il successo internazionale, Kid Rock
si abbandona lascivamente ad un lifestyle totalmente dipendente dal
music-biz e dai classici stereotipi delle rap-star.
Precipitato in un vuoto d'ispirazione, pubblica l'inutile The
History of Rock (Atlantic, 2000), un album di riedizioni
di suoi vecchi pezzi, per poi proseguire con il ruffianamente commerciale
e banale Cocky (Atlantic, 2001), contenente un primo avvicinamento al southern-rock in salsa pop radio-friendly e una riduzione massiccia delle influenze hip-hop in favore di quelle hard-rock. Il duetto Picture, cantato con Sheryl Crow, è sintomatico di dove Kid Rock stia dirigendo la propria carriera musicale.
Nel 2003 esce l'ennesimo album inutile, l'omonimo Kid Rock (Atlantic, 2003); è terminata la creatività anche nei
titoli, evidentemente.
Il successivo full-length di inediti Rock N Roll Jesus (Atlantic, 2007) è un'uscita decisamente più interessante:
abbandonati praticamente del tutto il rap (ad eccezione di Sugar)
e l'hip-hop, Kid Rock si giostra tra nostalgici riferimenti a hard-rock
e glam-metal stile 1980s (la title-track su tutte),
ma lungi dal fossilizzarsi sullo stesso schema evade anche in territori
delta-blues (New Orleans), southern-rock (So
Hott, dal testo divertentemente triviale: "I wanna
get you alone, I wanna get you stoned, I don't wanna be your friend,
I wanna fuck you like I'm never gonna see you again"), e
spesso inserendo parentesi soul o country all'interno di pezzi orientati
al riffing elettrico; riesce anche a scrivere due classiche ballad
power-pop (Blue Jeans and a Rosary e Amen)
che in un qualsiasi repertorio di una qualsiasi band pop-rock degli
1980s sarebbero diventate hit. Il southern-rock mescolato a soul nostalgico
di All Summer Long (modellata sulla base di Sweet
Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd) è uno dei vertici
del lotto, mentre il folk-rock con punte soul di Roll On è una personale riflessione di Kid Rock sulla propria maturità anagrafica.
Il grosso difetto dell'album è che, nonostante il proporre
stilemi molto eterogenei, tranne rare eccezioni (All Summer
Long su tutte) non riesce, o probabilmente non ha proprio
alcun interesse, ad innovarli (cosa che invece accadeva in Devil
Without a Cause). Il risultato suona quindi molto vario ma anche
molto anacronistico: una parata di pezzi che sarebbero stati innovativi
25 anni prima, e che ora suonano semplice divertissement (nel migliore
dei casi) o stanche operazioni di riesumazione (nel peggiore dei casi,
ad esempio le varie tracce hard-rock).
Kid Rock sembrava aver ritrovato un minimo di verve sperimentatrice con Rock N Roll Jesus, ma il successivo Born Free (Atlantic, 2010) mette le cose in chiaro: non c'è davvero più speranza che possa tirar fuori qualcosa di buono.
In questo lavoro, Ritchie ha unito le forze con il furbo produttore Rick Rubin per confezionare un disco completamente volto al country-rock e al folk-rock, lasciando da parte qualsiasi altra influenza musicale. Il problema non è tanto il fatto che Kid Rock si dimostri improvvisamente fanatico del genere, avendo in realtà dichiarato di essere cresciuto ascoltando roots-rock prima dell'incontro con l'hip-hop di New York, ma che questi pezzi siano smaccate, annacquate e innocue scopiazzature dei cliché del genere senza l'aggiunta di alcuna idea creativa o personale, e suonano perfino a livello di produzione come provenienti da un album uscito 25 anni prima (credevamo di esserci lasciati alle spalle da decenni suoni di batteria e chitarra tanto asettici, anonimi e fasulli).
Se la title-track in apertura e qualcosa delle due tracce immediatamente successiva
possono forse suonare ascoltabili (complice, c'è da dire, il comico involontario dei testi), andando avanti si ha a che fare con il pop-rock più banale e già sentito che si possa concepire. Una ballad blues come Rock On e il blues-rock con armonica e cori Rock Bottom Blues riescono a sollevare vagamente le sorti (ma si tratta comunque di parate di cliché), ma arrivano appena alla fine.
Per questa misera operazione, i produttori arrivano perfino a scomodare Bob Seger per fargli suonare il pianoforte su Collide, un banale pop uscito dagli anni '80 cantato in duetto con Sheryl Crow.
L'unica comparsata di voce rap, su Care, suona come un'aggiunta inutile e ridicola (e proviene oltretutto dal guest T.I., non sia mai che Ritchie si ricordi di quei brutti tempi in cui rappava).
In tutto questo ruffiano cambiamento stilistico, Kid Rock vorrebbe suonare come Bruce Springsteen o Tom Petty, ma al massimo sembra di sentire gli Aerosmith eseguire delle cover del repertorio di Sheryl Crow.