Il chitarrista James Christian "Munky" Shaffer, il batterista David Silveria e il bassista Reginald Quincy "Fieldy" Arvizu, californiani di Bakersfield, suonavano negli L.A.P.D., band alternative-rock.
Jonathan Davis, cresciuto a musica classica in un quartiere estremamente
conservatore (Huntington Beach, contea di Los Angeles), era invece un giovane coroner di professione, e cantava a tempo perso nel mediocre complesso
dei Sexart.
Dopo aver formato una nuova band con il nome Creep, prendendo anche il secondo chitarrista Brian Phillip "Head" Welch, i primi tre chiedono a Davis di entrare nel progetto, e il cantante, all'inizio non del tutto convinto, accetta. Passa poco tempo prima che vengano notati dall'allora
esordiente produttore Ross Robinson, incontro che porterà alla fama entrambi.
Il gruppo cambia nome in Korn (per via di una storia a sfondo
omopornografico che aveva sentito Davis da qualche parte) per registrare
il lavoro di debutto, ed esce così il loro album omonimo.
Il disco è uno dei più importanti della sua decade,
e fonda un nuovo modo di concepire la musica metal, chiamato poco
dopo dai critici, forse un po' a corto di idee, "nu-metal" (inizialmente da alcuni anche "post-metal", termine poi passato a definire il sound di Neurosis e discepoli);
e nu-metal saranno etichettate tutte le band che da qui in poi si
rifaranno alle sonorità di questo album, o comunque al crossover
più pesante (solo per citare i più popolari tra i primi seguaci: Deftones, Limp Bizkit, Coal
Chamber, System of a Down, Static-X, Slipknot, Mudvayne, Papa Roach, ma anche gli stessi Machine Head di The Burning Red, i Sepultura di Roots e poi i Soulfly).
I Korn si dimostrano dei maestri nel prendere gli stilemi più innovativi dei vari artisti metal e sperimentali che li affascinano: le chitarre scordate e abbassate lanciate in riff panzer come gli Helmet, il groove-metal delineato dagli esperimenti di Pantera, Machine Head e Sepultura, le distorsioni alienanti e industriali di Ministry e Nine Inch Nails, la furia crossover-hardcore
dei Rage Against the Machine, le cadenze ritmiche tipiche del funk se non dell'hip-hop, il
grunge più punk e nichilista dei Nirvana,
i micidiali colpi di basso dei Primus più violenti e distorti, e una spruzzata di estremismi che vanno da riff vicini al death-metal
in stile Morbid Angel (quelli di Covenant soprattutto) ad alcuni vocalizzi
che sfiorano il grindcore, riuscendoli a mescolare in una forma musicale incredibilmente omogenea e personale.
La genialità sta nel fatto che i Korn non si limitino ad un collage, ma riescano di fatto a creare
una fusione unica e indistinguibile reinterpretando il tutto in maniera altamente coerente, sentita e introspettiva. In questo nuovo stile, i suoni diventano bassissimi, opprimenti, pesanti, i ritmi
non sono sparati a mille ma prevalentemente cadenzati con violenza
micidiale, e la sensazione è quella di un carro armato che sfonda tutto ciò che trova sulla propria strada grazie ad una furia psicologica, ancor più che fisica, densa di disperazione
e rancore.
La differenza maggiore in tutto questo la fa Jonathan Davis, che si dimostra vocalist eclettico
ed inquietante, capace di inventare un inedito stile di canto che alterna
timidi sussurri, grida laceranti, crooning da oltretomba, scat in stile jazz (ma distorto in modi da incubo), flebili melodie da lullaby,
devastanti esplosioni di petto, timbriche imprevedibili; i suoi testi costruiscono
inoltre l'anima e in un certo senso la "mitologia" del gruppo: Davis utilizza difatti le liriche per sfogarsi
di tutte le atrocità e le violenze mentali e fisiche subìte durante la sua infanzia e adolescenza, riuscendo a comunicare una rabbia e un male interiore sinceri
e crudeli, senza lasciare alcun dubbio sull'origine autobiografica
o semi-autobiografica delle vicende scatenanti.
Il disco inizia con la disperata opener Blind, il
primo singolo e dunque sostanzialmente l'inno fondante della nuova corrente
musicale, dalla struttura lineare ma lontana dai classici cliché (ad esempio il chorus compare una sola volta), con un'intro
in crescendo (il cui tintinnare del ride sembra citare l'incipit di Too Many Puppies dei Primus, pezzo influente sul sound dei Korn per le esplosioni distorte di basso e chitarra) che esplode al grido "Are you ready?",
domanda simbolicamente rivolta a tutti coloro che per la prima volta
si mettono all'ascolto del disco, un particolare drumming dai colpi di snare imprevedibili che resterà una delle costanti lungo l'album, e un riff schiacciasassi che diventerà uno dei più plagiati negli anni a seguire.
Nella trascinante Ball Tongue, Davis sputa le parole
in uno stile cantato che riprende lo scat tipico del jazz per distorcerlo mostruosamente,
trasformandolo in una sequela di crisi epilettiche e ruggiti animaleschi, mentre il tappeto sonoro verso metà lascia spazio a una trascinata base frusciante come un vinile hip-hop, per poi tornare e finire in una coda che aggiunge dei colpi di spranga di ferro al ritmo; si fa ora anche davvero notare il ruvido e innovativo talento del grande bassista Fieldy,
sorta di ibrido tra un Les Claypool dell'oltretomba e un Bill Gould in preda alle convulsioni.
Need To sembra voler cancellare a colpi di distorsioni gli accenni di melodia che essa stessa crea, in un conflitto schizofrenico che diventa
violenza catartica, per un altro tappeto sonoro che fa da sostegno alla folle voce di Jonathan; nel marasma si eleva ancora il maestoso basso di Fieldy,
colpito a velocità killer.
Lo psicodramma Clown prosegue la strada della violenza generata
dalla violenza; dopo un'intro ironica costituita da un "fuori
onda" della band durante le registrazioni, Davis spara in faccia all'ascoltatore
una denuncia ai teppisti tatuati che a scuola lo picchiavano e ridicolizzavano
a causa della sua diversità ("What's with you boy? Think hard / a tattooed body to hide who you are / scared to be honest, be yourself /
a cowardly man") sopra a delle progressioni chitarristiche
che prendono la lezione dei Nirvana e la
aggiornano in maniera tetra e gotica, sposandola magnificamente al digrignare tra i denti la melodia del chorus da parte di Davis.
Divine si riallaccia più delle altre alla tradizione crossover, ma trasfigurandola attraverso un'implacabile carica di violenza
psicotica.
Faget prende evidenti spunti dalle cadenze industriali di Ministry e Nine
Inch Nails, già nell'iniziale minaccioso riff su base percussiva, per evolversi in uno dei vertici assoluti del rancore di
Jonathan Davis, che ricorda il dispregiativo soprannome datogli da ragazzo
("faget" appunto); la composizione standardizza
anche un tipico stile di climax emotivo e sonoro (che torna due volte,
esplodendo prima alla frase "You can suck my dick and fucking
like it!" e poi alla frase "All my life, who am
I?") che, sebbene derivi evidentemente dai Rage Against the Machine, verrà tuttavia copiato da decine di band successive in maniera più affine a questa forma.
Shoots and Ladders sfodera un altro capolavoro:
dopo un'intro alla cornamusa suonata da Jonathan stesso (che ha origini
scozzesi ed è sin dall'infanzia un appassionato dello strumento),
un paranoico e inquietante tappeto di stecche chitarristiche accompagna i versi del
cantante, che sono tutti delle "nursery rhymes", con l'effetto di tramutare una canzone in una seduta psicanalitica, tesa a far riaffiorare il lato orribile e demoniaco dell'infanzia, sepolto negli abissi del subconscio.
La potenza rockeggiante della trascinante Predictable e il cantato tra i denti di Fake riprendono la lezione
del crossover alla Faith No More, ma
la sviluppano in maniera drammatica e apocalittica, mentre Lies raggiunge forse l'apice della violenza metal dell'album, accompagnata da un testo
ancora una volta allo stesso tempo introspettivo e furente, con le
voci di Davis e Head unite simultaneamente nell'urlo "Do
you ever see outside your fears? Thinking about your life, thinking
about your inner fears".
Si passa così alla freddezza del synth-rock di Helmet
in the Bush, in cui la batteria è elettronica, per
poi giungere al massimo capolavoro dell'album, Daddy, un lungo psicodramma in cui Davis racconta l'orrore della
violenza sessuale sui minori, dal suo punto di vista di vittima ora
adulta (pare infatti che la storia abbia radici autobiografiche, come
del resto anche le altre inquietudini narrate nei testi),
interpretando con la propria voce sia la personalità perversa dell'aggressore
sia quella straziata della vittima; un viaggio nel trauma psicologico
che si eleva a religiosità deviata (l'introduzione liturgica),
a schizofrenia (il canto a più personalità di Davis), a frustrazione e complessi edipici
(la donna che canta una ninna-nanna in sottofondo), fino
a sfociare in un finale spiazzante in cui la band improvvisa mentre
Davis dapprima urla soffocato dalle lacrime, e poi se ne va sbattendo
la porta dello studio di registrazione. Forse la canzone psicologicamente
più sconvolgente della sua decade, Daddy aggiorna alla propria epoca
la tradizione dello psicodramma musicale, tracciando un filo rosso con i The Doors di The End, e i Suicide di Frankie Teardrop.
Dopo un lungo silenzio, il punto finale è dato da una traccia
nascosta che contiene un grottesco dialogo tra un uomo e una donna.
Di tutti i gruppi che modelleranno il loro sound su questo (e sui
successivi) album della band, nessuno riuscirà a replicare
un cantato così versatile ed emotivo, né un basso così caratteristico ed in primo piano, né delle tematiche così intime e
profonde. Per questo motivo, i Korn riusciranno ad incarnare
lo spirito di un'intera generazione di adolescenti, quella nata sulle ceneri del grunge, e non ad essere solo una meteora, o una colonna sonora
da autoradio, come invece si riveleranno molti dei loro emuli.
Dopo il sensazionale omonimo album
di debutto, i Korn registrano e pubblicano il suo successore;
Life Is Peachy (titolo volutamente nonsense) esce
così due anni più tardi, e da subito riscuote molto più
successo nelle vendite, piazzandosi al terzo posto della Billboard
chart. Questo perché nel frattempo sono usciti altri dischi
di gruppi sdoganati dal sound dei Korn (uno su tutti Adrenaline
dei Deftones), che hanno avvicinato molti
nuovi ascoltatori al loro approccio musicale.
L'album ha un incipit devastante con la brevissima e sparata Twist,
assurda e brillante improvvisazione vocale scat di un Davis ai limiti
della pazzia, sorretta da una ritmica marziale e dalle chitarre distorte.
L'intro termina all'improvviso, facende partire Chi, in cui
resta ancora Davis il protagonista; le sue urla toccano improvvisi e paurosi picchi di violenza brutale,
ma si alternano a sussurri cantilenanti da psicopatico, e a ringhiate
a denti stretti in cui sputa il chorus "Sick of the same old things!
So I dig a hole, bury pain!".
Lost e Swallow sono invece riusciti pezzi di contrasto ed equilibrio, sorretti maggiormente
dal resto della band, nonché musicalmente tendenti a ricercare variazioni di stile rispetto al disco precedente.
Porno Creep è un raro (per il gruppo) momento
strumentale, ispirato dalle colonne sonore dei film pornografici dei
1970s, e serve ad introdurre Good God, probabilmente il vertice
del disco, in cui si ritrovano tutte le caratteristiche musicali che
hanno reso grandi le migliori tracce dell'album precedente, culminanti in un chorus memorabile.
Anche la seguente Mr. Rogers, scandita da schiocchi ritmici e avvolta da una tensione inquieta e psicotica, si posiziona tra i momenti più riusciti e positivamente differenti rispetto al debut.
La seconda parte del disco, tuttavia, palesa un grosso calo di
idee.
Low Rider non è altro che una (orecchiabile, ma breve e inutile)
cover dei War, sorretta da un avvolgente tappeto di cornamuse.
Wicked, le cui strofe rappate sono cantate da Chino Moreno
dei Deftones, è una cover del rapper
Ice Cube tesa a giustificare l'inserimento di una traccia
di innocuo ed orecchiabile rap-metal.
No Place
to Hide e A.D.I.D.A.S. si avvicinano pericolosamente all'essere eccessivamente catchy per comunicare il loro umore malato, ma restano due momenti coinvolgenti, anche se in ogni caso non è molto
giustificabile il fatto che la seconda sia stata scritta per fare pubblicità
all'omonima marca di vestiario prediletta dalla band, con cui l'anno precedente ha stipulato
un contratto di supporto (anche se Davis maschera tale
intenzione tramutando l'acronimo in "All Day I Dream About Sex"
nel chorus, con un umorismo tipicamente
korniano).
Ass Itch copia le soluzioni chitarristiche di A.D.I.D.A.S.
(l'incipit è quasi identico), e ad ogni modo non dice nulla
di nuovo o particolare, così come K@#Ø%!, un'insensato filler che contiene solamente volgarità gratuite.
Se ne conclude quindi che evidentemente Munky e Head sono due chitarristi
ancora acerbi, ora bisognosi di crescere per evitare di riciclare
sempre le medesime idee; ma, se nella prima
metà del disco questa lacuna viene colmata dai testi e dalla
personalità catalizzatrice di Davis, nella seconda metà anche lui
mostra un evidente calo d'ispirazione: due tracce sono cover e quindi
le parole non sono sue, mentre K@#Ø%! e A.D.I.D.A.S. restano testi elementari.
La traccia di chiusura Kill You suona invece come una seconda versione di
Daddy: un brano inquietante ed angosciante posto a fine disco; ma il riciclo non può arrivare ai livelli dell'originale, ed
infatti stavolta suona sì opprimente, ma anche non più così
fresco, e perfino un po' forzato nel cercare il medesimo effetto, pur chiudendo il disco ad un livello paragonabile alle tracce iniziali.
Dopo di essa è presente un silenzio che precede la traccia nascosta: una versione "a cappella" di Twist, in cui si può ammirare la bravura di Davis nell'improvvisare vocalizzi non-sense.
Davis
muove la acque anche mostrando
la propria versatilità in un modo inedito, ovvero sotto il
profilo musicale: suona le cornamuse su Low Rider,
la chitarra su Mr. Rogers e Kill You,
e la batteria qua e là lungo i pezzi.
Tuttavia, nonostante le evidenti pecche, il disco entra nella storia del rock dei 1990s grazie all'ancora evidente influenza esercitata sulla scena artistica, complici le sorprendenti
vendite.
Ma non c'è confronto con l'album precedente.
Dopo Life Is Peachy, i
Korn si accorgono di essere sull'orlo di un ristagno creativo,
così decidono di dare la prima svolta al loro sound.
Innanzitutto cambiano produzione, abbandonando Ross Robinson in favore
di Steve Thompson e Toby Wright; in secondo luogo scrivono canzoni
molto più "heavy" e "metal" nel senso classico
del termine, ma anche più sonoramente mature e potenti, innestandole
con più distorsioni, dissonanze, e svariati effetti elettronici;
ed infine, amplificano la componente hip-hop
del proprio sound (ad ogni modo sposandola alla perfezione con la
componente inquietante/dark e la violenza da incubo).
Il risultato è Follow the Leader (Immortal/Epic, 1998), terzo album
del gruppo e disco della loro consacrazione totale (vendite superiori
ai 5 milioni di copie solo negli USA).
Follow the Leader non solo sdogana il sound cosiddetto nu-metal
alle masse e al mainstream, ma negli anni subito successivi sarà preso alla lettera
come un libro sacro che detta le coordinate stilistiche a chi vuole
suonare questo genere, raggiungendo un estremo livello di influenza. E mai titolo fu più azzeccato: "Follow
the leader" è una vecchia filastrocca infantile,
quindi simbolica delle ossessioni di Davis (soluzione ripresa da
Shoots and Ladders, uno dei pezzi più rappresentativi del loro primo disco),
ma è anche una frase di auto-affermazione nel calderone andatosi a creare nell'alternative-metal, dal momento che senza dubbio i Korn
sono leaders, e non followers, all'interno dello stesso, e vogliono evidentemente rendere chiaro il concetto.
Il
disco comincia con la traccia numero 13. Le precedenti 12 sono dei
brevi silenzi che, tutti assieme, formano un minuto; questo minuto
di silenzio è dedicato a Justin, un giovane fan che in punto
di morte espresse il desiderio di vedere i Korn, e a lui è anche dedicata la ventiduesima traccia, dal titolo Justin.
L'album si apre dunque in realtà con It's On!, la tredicesima
traccia, che fa notare subito il rinnovato stile della band, dalle cadenze panzer estremizzate nella potenza grazie ad un nuovo tipo di produzione. Ad ogni
modo tutto ciò è più chiaro nella successiva Got the Life, in cui le chitarre suonano distorte in
modo quasi elettronico, mentre Davis narra un testo sull'ego e sulla
religione lasciandosi andare al consueto mix di melodie, sospiri, urla e vocalizzi borbottanti in stile Twist,
e il battito della batteria di Silveria rasenta quasi la disco-music.
La successiva Freak on a Leash,
che diviene in breve un celebre singolo, resta probabilmente il miglior pezzo mai scritto dai Korn dopo
Daddy; infarcito di effetti elettronici su chitarre e voce,
sfodera melodie memorabili, repentini cambi di ritmo, bassi acuminati,
e dopo il secondo chorus esplode con una carica devastante e inarrestabile.
Segue a ruota Dead Bodies Everywhere, violento dramma
malato introdotto da un carillon, in cui Davis descrive i propri incubi
e visioni di morte e cadaveri, simpatici ricordi che gli
ha lasciato il mestiere di coroner quando era forse troppo giovane per
cose simili.
Children of the Korn, prima traccia
in cui può essere sentita esplicitamente la grossa importazione
di rap e hip-hop nel sound della band, vede ospite al microfono Ice Cube, che rappa delle violente strofe sulla mancanza
di ideali e abbondanza di deviazioni nelle nuove generazioni, mentre
Davis si diverte a distorcere la voce emettendo versi e grida sempre
più bizzarri; la musica è sostenuta ancora una volta
da una sezione ritmica pesante e tagliente, dalle opprimenti distorsioni
chitarristiche e dagli effetti elettronici.
B.B.K. e Pretty sono altri due episodi
positivi, il primo abbastanza catchy e compiaciutamente grottesco, il secondo più maturo
e complesso, nonché immerso in una fluidità schizoide.
All in the Family è la seconda traccia rap-metal
del lavoro; stavolte ospite è Fred Durst dei Limp
Bizkit (gruppo "lanciato" dagli stessi Korn),
che si alterna al microfono con Davis in una serie di intricati rap
che hanno come scopo parodiarsi ed insultarsi a vicenda. L'originalità (rispetto agli standard del periodo) viene intaccata solamente dal chorus,
che melodicamente suona quasi identico a quello della precedente Children
of the Korn.
L'album prosegue con la devastante triade di Reclaim My Place
(folle, carica di rabbia e frustrazione), Justin (distorta digitalmente,
disperata, cadenzata in modo iper-violento a mo' di panzer) e Seed (leggermente più catchy delle precedenti, ma altrettanto violenta),
che mantiene il disco su di un ottimo livello qualitativo.
Poco prima della chiusura è presente Cameltosis,
un'altra traccia di rap-metal (stavolta come guest al microfono c'è
il rapper Tré Hardson dei The Pharcyde), interessante nei suoi esperimenti melodici, ma nel complesso non al livello delle altre due.
Il disco termina poi con la cupa e apocalittica My Gift
to You, pezzo di una violenza maestosa grazie alle pesanti e lente ritmiche (e ad un riff portante che ricorda la Seasons in the Abyss slayeriana, ma in versione ancora più opprimente e pesante),
in cui la voce di Davis suona tetra, bassa e infernale, e le cornamuse
che avvolgono l'efferatezza degli strumenti non fanno che accrescere
il senso di angoscia trasmesso.
Dopo un lungo silenzio, arriva la solita traccia nascosta: stavolta
consiste in un demenziale dialogo che introduce Earache My Eye, vero punto finale del
disco, una cover ultra-violenta del tema musicale del film Up in
Smoke, datato 1978; in questa traccia ognuno dei componenti dei
Korn suona uno strumento differente dal suo solito, a dimostrare
ancora una volta la versatilità del gruppo.
Alle soglie del 2000, i Korn continuano a mietere
successi, e sono uno fra i pochissimi gruppi nu-metal che riesce a reinventarsi sensibilmente e creare album sempre differenti e
di qualità sempre soddisfacente a uno o due anni di distanza l'uno dall'altro,
senza indebolirsi e senza adagiarsi sugli allori, nonostante il successo
di pubblico.
Con Issues (Immortal/Epic, 1999), loro quarto full-length, i Korn mostrano ancora una volta di tenere particolarmente
al loro fanbase, dato che di Issues esistono 5 copertine
differenti, ognuna disegnata da un fan, e scelte dalla band tramite
un concorso.
Musicalmente parlando, la band cambia nuovamente produttore (stavolta
rivolgendosi al noto Brendan O'Brien), e pulisce il proprio sound dalle
forti influenze hip-hop molto presenti nel precedente
Follow the Leader.
Un breve opener, Dead, in cui una batteria sincopata
e le fidate cornamuse di Davis accompagnano delle parole assai poco
rassicuranti ("Every time I get ahead, I feel more dead"),
introduce così il primo singolo Falling Away from
Me, maestosa ballata angosciante dagli echi liturgici e orrorifici.
Bastano pochi minuti per capire che i Korn, forti di un grosso
budget e di una buona maturazione compositiva e stilistica, si sono
ora chiusi nel proprio lato più alienante e dark; e, se il basso di
Fieldy non suona più slappato e tagliente come nei precedenti
dischi, è anche vero che ora è divenuto molto più amalgamato
al resto della band, che riesce così a costruire un nuovo tipo
di muro sonoro, dalle vibrazioni bassissime ma molto più avvolgenti
e tetre piuttosto che aggressive e heavy-metal.
Anche la successiva Trash si fa notare positivamente,
mentre 4 U è un semplice interludio; Beg
for Me è invece uno dei vertici del disco: devastante,
furiosa, paranoica, violenta e sorprendentemente oscura, nei riverberi delle strofe e nell'esplosione strumentale del chorus trova la propria essenza micidiale e infernale.
Le inedite peculiarità sonore sono disseminate lungo il corso di tutto
il resto dell'album, in cui compaiono altri tre interludi di
carattere psichedelico-sperimentale ma sempre in chiave dark e angosciante
(It's Gonna Go Away, Am I Going Crazy,
Wish You Could Be Me), e memorabili chorus come quelli di
Make Me Bad (destinata a diventare in breve, sorprendentemente,
una hit anche in Europa), Hey Daddy (rabbiosa e tagliente)
e Somebody Someone (dalle cadenze mostruose e trascinanti, con una serie di vocalizzi eccelsi da parte di Davis, ma soprattutto uno dei riff migliori mai sfoderati dalla band, che in coda si fa ancora più lento e micidiale).
Il sound e la cura per i dettagli trovano su questo disco una nuova dimensione, che riesce a tenere magicamente in equilibrio sfuriate da maniaco omicida, morbidezza melodica e sonora, ed un umore tragico, gotico e infernale che fa suonare ogni nota come proveniente dalla gola di un lupo mannaro indemoniato; pezzi come Somebody Someone (che passa senza alcuna sbavatura dalla filastrocca melodica degli strumenti nelle strofe alla progressione panzer finale), Make Me Bad (che riesce a far suonare estremamente catchy un chorus amaro e schiumante rabbia) e Wake Up (che lega assieme urla su riff groove ribassato, chorus melodico viscerale, impreziosimenti produttivi, scariche da elettroshock, breakdown depresso e soffuso prima di un nuovo crescendo), senza contare il ruolo che gli interludi hanno nel definire l'umore e l'atmosfera dei pezzi precedenti e successivi, rivelano una maestria e maturità ormai indubbia.
Il disco si chiude ancora una volta con un episodio estremamente angosciante,
che stavolta risponde al nome di Dirty, pezzo che
termina in un rumore elettronico che dura diversi minuti prima di
spegnersi in un fade-out. Stavolta è assente la consueta traccia
nascosta, dunque, ed è un segnale che accresce i toni pessimistici
del lavoro.
Il cardine di Issues è ancora una volta la voce di Jonathan
Davis, che dimostra tutta la sua versatilità adottando registri,
inflessioni e timbri continuamente differenti, dimostrandosi dunque
come il cantante metal più originale ed eclettico della sua epoca, essenzialmente
una versione oscura e malata di Mike Patton. Davis dimostra inoltre anche il proprio talento musicale suonando non solo le sue tipiche cornamuse, ma anche curando i vari interludi
presenti nel disco, e occupandosi del drumming nei brani Trash e Dirty.
Issues è quindi fortemente retto da lui, e i suoi
vocalizzi (mai così profondi e psichici) suonano come una disperata
richiesta di aiuto rivolta a qualcuno che sembra non sentire.
Quinto album in studio
per i Korn, Untouchables (Immortal/Epic, 2002) già dal titolo palesa nuovamente un sentimento
di auto-affermazione, come già Follow the Leader;
i Korn sembrano voler guardare dall'alto tutto
il panorama metal moderno e dichiararsi "intoccabili".
Ancora una volta il gruppo, fortunatamente, decide di cambiare il
proprio stile, a partire dalla produzione; stavolta ingaggia Michael
Beinhorn, e utilizza un budget elevatissimo rispetto ai propri standard.
Untouchables è all'atto pratico quasi l'album solista
di Jonathan Davis; il singer è in realtà sempre stato
la vera anima del gruppo, colui che fa la differenza, ma se già
con il precedente Issues aveva decisamente preso in mano
anche le redini musicali verso una dimensione più oscura e tetra, ora la band piega completamente il sound alla
sua voce, la produzione obbedisce alle sue idee, e lui finalmente
libera del tutto la sua creatività.
Rabbia ed esaltante spirito di auto-affermazione
caratterizzano la potentissima opener Here to Stay
(anche fatta singolo di lancio, accompagnata da un caustico video denunciante l'effetto della
televisione-spazzatura sui bambini), con un inarrestabile e devastante mix di riffing groove, voli vocali e sezione ritmica panzer.
Le successive Make Believe e Blame, ai limiti della power-ballad, conducono invece all'interno del nuovo universo korniano
tramite fastosi arrangiamenti elettronici e suggestioni più eteree; Bottled Up Inside
ristabilisce il giusto apporto di furia metal, mentre Thoughtless,
nuovamente in equilibrio tra elettronica, heavy-rock e melodia, risulta
eccezionalmente catchy se confrontata con i passati singoli del gruppo.
Hating, uno dei capolavori del disco, un
maturo e consapevole dramma sull'animo di chi sta perdendo la propria
vita a partorire sentimenti negativi senza poterne fare a meno, viene sorretto
da soluzioni sonore melodiche e potenti allo stesso tempo, mentre in One More Time tornano ritmiche più veloci e cattive, in entrambi i casi senza rinunciare (forse anche in modo leggermente forzato) all'orecchiabilità.
Alone I Break e Hollow Life sono
sorrette dalle melodie oniriche di Davis, e suonano nuove e inedite
per il gruppo (la prima è una triste e delicata ballad come ai
tempi dell'album di debutto pareva impossibile, e la seconda si dilata nell'etere mostrando influenze addirittura dal dream-pop).
Embrace riporta il disco sui binari della furia,
dato che Davis non ha mai urlato un growl in maniera così feroce
e aggressiva; il brano ad ogni modo non possiede nulla di nichilista,
ma resta "violenza ragionata", con bombardamenti mostruosi organizzati in una tessitura
sincopata e matura, con una struttura ad evolversi senza mai
smettere di coinvolgere.
Beat It Upright ha una produzione che fa sembrare
chitarre e basso quasi dei sintetizzatori, mentre la batteria sostiene
una ritmica perfettamente in tono, assomigliando ad un colossale elastico e suonando più digitalizzata del solito; fresco e catchy, resta comunque un episodio minore se paragonato ai momenti più seri.
Wake Up Hate cerca una via anche più sperimentale,
dato che si concede dei violenti rap riverberati su base synth-rock e delle
melodie vocali bizzarre, al limite della dissonanza.
Il finale del disco tocca invece altri due vertici con I'm Hiding e No One's There, un'accoppiata
di magniloquenti power-ballad heavy rock introspettive e riflessive, che musicalmente si spingono
verso lidi inesplorati per toccare in profondità l'anima di
chi ascolta.
In alcune edizioni limitate, dopo qualche minuto di silenzio
dal termine di No One's There è presente una versione remixata di Here To Stay, tutto sommato
inutile, ma che si sposa bene con le sonorità dell'album.
In definitiva, i Korn suonano
piegati alla volontà di Davis (che non sembra più un
folle ossessionato da incubi di morte, bensì un adulto maturo
che, pur continuando a soffrire, ha trovato la propria strada nella vita), e il risultato è un disco
sorprendentemente omogeneo, compatto e ben strutturato, che riesce
a far suonare perfettamente complementari le molteplici sperimentazioni stilistiche di ogni traccia, e allo stesso tempo a mantenersi fresco, originale e all'avanguardia nel mercato del terzo
millennio.
Il rancore e la disperazione interiore sono ancora ben presenti, ma
non compaiono più la furia nichilista e la folle schizofrenia
che hanno caratterizzato i dischi precedenti; le soluzioni elettroniche
e atmosferiche balzano invece in primo piano, basti ascoltare
le avvolgenti ed estatiche sonorità di Hollow Life
o Alone I Break, immerse in una riflessiva maturità compositiva.
Ma, principalmente, sono estremamente godibili le soluzioni canore di
Davis, che finalmente svela il proprio lato di cantante completo, in grado
di inventare costruzioni i vocali superbe.
Il massiccio utilizzo di produzioni elettroniche e la mancanza di
violenza metal vengono però viste male dalla maggior parte
dei fan del gruppo; Untouchables infatti, nonostante la costosissima
produzione, non vende come sperato negli USA, riscuotendo però un grosso successo di critica (mentre in Europa viene premiato da
entrambi).
Dopo la produzione high-budget
di Untouchables, album che non vende quanto aspettato pur essendo
un lavoro indubbiamente riuscito, i Korn sentono il bisogno di un ridimensionamento
nei costi e nelle ambizioni; inoltre, nel 2003 il cosiddetto nu-metal (filone di cui
sono riconosciuti come i padri fondatori), ormai da qualche anno (dal
2000 circa, per la precisione) ha creato un fenomeno deplorevole:
la nascita di decine di gruppi che artisticamente non hanno assolutamente
nulla da dire, i cui continui ricicli di stilemi altrui in chiave mainstream hanno portato l'intera scena nel baratro. La band decide dunque, contemporaneamente e specularmente
alla svolta dei Deftones con il loro disco
omonimo, di tornare al proprio passato, di ricercare la propria identità
"guardando nello specchio"; ecco dunque perché nasce
un disco come Take a Look in the Mirror (Immortal/Epic, 2003).
Ma, se i Deftones intercettano abbastanza
i gusti del pubblico e soprattutto un sound piuttosto "attuale",
i Korn tornano fondamentalmente a ribadire cose già
dette e ormai da altri abusate, senza oltretutto riuscire a replicare la stessa dose di angoscia e profondità psicologica dei dischi precedenti.
Play Me è sicuramente
una buona traccia di rap-metal (al microfono c'è infatti Nas,
rapper tra l'altro estimatore della band), ma serve ancora scrivere canzoni
del genere 5 anni dopo Follow the Leader?
Alive è coinvolgente, ma è stata ripescata
direttamente dalle prime sessioni del gruppo, ed infatti suona come
il loro debut album, non aggiungendovi niente di nuovo.
Mancano idee anche in Y'All Want a Single (che appare
falsa nel suo denunciare il mercato discografico, viste le passate
vendite stratosferiche della band, ed inoltre, dopo un incipit che
sembra tradire grandi sviluppi, in realtà risulta ripetitiva
al limite della noia), I'm Done e Let's Do
This Now (le quali si riciclano continuamente in una spirale
di rabbia ridondante che non trova mai la giusta esplosione).
Tuttavia sono presenti anche degli episodi freschi e godibili: Did
My Time è probabilmente il capolavoro del disco, dalle
memorabili melodie furiose ma studiate, così come anche Deep Inside.
Non è un caso che, difatti, siano entrambe degli out-takes
dal precedente Untouchables. Entrambe si vanno a collocare tra i migliori
pezzi di sempre della band.
Un'altra traccia decisamente riuscita è la conclusiva When
Will This End, al termine della quale è presente un
lungo silenzio che anticipa una notevole cover di One
dei Metallica (registrata dal vivo in
occasione del programma televisivo MTV Icon Metallica).
Dei restanti pezzi sono apprezzabili la violenza schizoide e paranoica
di Right Now (fatta singolo, e promossa con un disturbante
video degno di nota), il singolo catchy Everything I've Known, la furia
cieca alla Pantera di Break Some
Off, la pesantezza tetra di Counting on Me, e i giochi melodici tra chitarra e voce di Here It Comes Again.
Ma, nel suo complesso, l'album non convince
né la critica né i fan, ed è facile capirne i
motivi: innanzitutto si regge su poche idee, che pretendono di venire
compensate da una violenza sonora ed una furia metal molto più
dure anche a confronto degli esordi, sfiorando il death-metal sia
in alcuni riff sia nella voce di Davis (il quale non ha mai urlato
in maniera così feroce, spaziando dal growl più truce
alle distorsioni digitali, quasi nella necessità di negare
con disprezzo le melodie studiate e ragionate dei due album precedenti).
E, sebbene il basso di Fieldy convinca sempre (tornando a slappare
furioso come nei primi tre dischi), la batteria di Silveria sembra
purtroppo un giocattolo, dato che suona come una drum-machine priva di mordace e personalità; tutto ciò
è evidentemente colpa della produzione, visto che, per contro
alle fastose produzioni di Untouchables, il quintetto ha stavolta
registrato tutti i pezzi nello studio casalingo di Davis.
Un inaspettato tonfo per una band che ha saputo rinnovarsi di album
in album mettendo a segno una serie di ottimi colpi, risultando continuamente
uno dei punti di riferimento per il sound della propria epoca.
C'è di buono che l'insoddisfazione da parte dei fan di vecchia
data, che aspettavano con ansia questo "ritorno alle origini" e ne sono rimasti delusi, ha spinto gli stessi a rivalutare ed apprezzare
i due album precedenti.
Come in Take a Look in the Mirror, anche per il successivo See You on the Other Side (EMI/Virgin, 2005) i Korn
registrano ancora una volta nello studio casalingo di Jonathan Davis,
ora però con l'aiuto dei produttori Atticus Ross e The Matrix,
curatori delle soluzioni elettroniche e di alcune melodie. Stavolta
quindi il risultato sonoro è decisamente migliore, specie per
quanto riguarda la batteria; il basso di Fieldy però sperimenta effetti
inediti ma che lo pongono nettamente in secondo piano rispetto al
resto del gruppo nella maggioranza delle tracce.
Le registrazioni sono anticipate da Greatest Hits, Volume 1,
che celebra i dieci anni di vita della band (uscito nel
2005 e contenente solo 20 tracce, tra cui le riuscite cover di Another
Brick in the Wall dei Pink Floyd
-che, nel momento in cui i cori dei bambini entrano in scena sopra al gotico e pesante tappeto di distorsioni, riesce a gettare tutta una nuova luce korniana sul pezzo originale- e Word Up dei Cameo, ma anche un inutile remix
di Freak on a Leash), e poi dalla rottura del contratto con
la Sony, etichetta che ha pubblicato tutti i precedenti lavori della
band e che come ultima mossa commerciale pubblicherà l'inutile
raccolta Live and Rare nel 2006.
C'è
da segnalare anche che Head, storico chitarrista della band, prima
delle registrazioni dell'album ha lasciato il gruppo in via definitiva,
per ritirarsi, nelle sue parole, ad un improbabile futuro da predicatore religioso.
Con questo See You on the Other Side la band compie
un altro passo evolutivo, che la distacca nettamente dal precedente
disco, e continua invece il discorso di Untouchables.
Musicalmente
parlando il lavoro è ricchissimo di spunti elettronici e dark-wave,
elementi dunque che ci suggeriscono un Jonathan Davis ancora una volta
leader dello stile musicale del gruppo (dato che queste erano le innovazioni
da lui ricercate nel loro quarto e quinto album). Il sound stavolta
è però nettamente più radio-friendly.
Twisted Transistor (accompagnato da un video autoironico
nonché sarcastico nei confronti della
scena hip-hop nera americana) apre l'album presentandone già
tutte le caratteristiche sonore, ma è un singolo di lancio/apertura
molto leggero e commerciale rispetto ai singoli dei lavori precedenti.
Le successive Politics (sostenuta molto bene da chitarra
e voce) e Hypocrites approfondiscono il discorso
in maniera più heavy, anche se la seconda mostra un Munky in
leggera difficoltà a comporre i pezzi di chitarra da solo (sono
infatti fortemente debitori di Follow the Leader); handicap
che ad ogni modo viene compensato dagli avvolgenti arrangiamenti elettronici.
A questo punto sarebbe d'uopo qualcosa di più inquietante o
up-to-face, ma invece arrivano la smorzata e superficiale Souvenir
e la decisamente scadente 10 or a 2-Way (bella solo
nel finale psichedelico, fra trip elettronici e cornamuse).
Per fortuna il disco viene risollevato dalla cupa Throw Me
Away, immersa in distorsioni dark-wave, percussioni tetre
e disturbi industrial; fortemente debitrice dal sound di Issues
ma anche dal post-punk e dai Nine Inch
Nails, è ad ogni modo uno dei vertici del disco.
Il discorso prosegue su binari soddisfacenti con la sua traccia più
inedita e sperimentale, ovvero Love Song; affogata
negli arrangiamenti elettro-industriali, è un pezzo particolare
e a metà tra la dark-wave e la dissonanza d'avanguardia di
matrice industriale.
Open Up è un'altra composizione molto sperimentale,
vicinissima ad Untouchables
ma arricchita ancora una volta da reminiscenze dark/new-wave molto
forti, con una parte centrale ed un finale che rimandano addirittura
a gruppi shoegaze come i My Bloody
Valentine.
Dopo un breve interludio (al temine di Open Up),
parte il secondo singolo Coming Undone; nettamente
più pesante e arrabbiato delle canzoni precedenti, ha il pregio
di avere come forza trascinante non la leggerezza danzereccia di Twisted
Transistor ma piuttosto le inquietudini di Issues.
Peccato solo che la batteria sia campionata, scontata e ripetitiva.
Questa parte del disco è evidentemente scritta per non perdere
i fan di vecchia data e del precedente album, dato che anche Gettin'
Off suona parecchio pesante e arrabbiata; a differenza di
Coming Undone, però, è ripetitiva non
nella batteria quanto proprio nel suo essere. Rimanda molto a Take
a Look in the Mirror e ciò non è un pregio.
Rabbia e furia anche nella seguente Liar, presumibilmente
dedicata al dipartito Head (ma non solo), con un Jonathan Davis che
plagia se stesso (dopo il secondo ritornello rifà Twist);
trascurabile, risollevata leggermente da un finale ancora una volta
elettro-psichedelico immerso in campionamenti e cornamuse.
Anche in For No One troviamo un sound purtroppo
molto vicino al precedente disco; e se in questa traccia il trio Fieldy-Silveria-Munky
convince pienamente, Davis invece non riesce ad emergere con qualcosa
di realmente coinvolgente.
Dopo questa seconda parte nettamente inferiore sia rispetto allo sperimentalismo
dei pezzi centrali sia rispetto alla discreto-mediocre apertura, c'è
invece un finale parecchio convincente. Seen It All
è infatti un vero incubo che parla ancora una volta dell'infanzia,
dall'interessante testo riflesso nell'artwork dell'album; musicalmente presenta un'overdose di elettronica e campionamenti
di ispirazione reznoriana (c'è perfino un pianoforte), che
immergono e stratificano la musica in un rituale gotico-liturgico
spiazzante e perfetto per introdurre la finale Tearjerker,
che come tutti i pezzi finali degli album dei Korn è
la traccia più psicologicamente sconvolgente: sorretta per
3 minuti e mezzo unicamente da rumori e arrangiamenti elettronici
su cui costruisce melodie la voce di Davis, esplode poi in una cupissima
ballata dark-wave aggiornata all'epoca del post-metal (specie per
quanto concerne la sezione ritmica), in cui le distorsioni estreme
della chitarra di Munky si fondono alle note di pianoforte e agli
stratificati arrangiamenti rumoristici.
La
dipartita di Head ha giovato in termini di freschezza al sound dei
Korn, ormai a rischio ristagno, in favore di un altro passo
avanti nello sperimentalismo; tuttavia il lavoro non convince del
tutto ed è molto confuso e impastato, mentre la mano spesso
inopportuna di The Matrix gli dona un aspetto commerciale e radio-friendly
che lo ostacola dall'essere un Issues per il 2005.
Può ad ogni modo risultare un ibrido di preparazione per qualcosa
di complessivamente più raffinato ed emotivamente coinvolgente.
In edizione limitata si trova inoltre un bonus-disc con le b-sides
dell'album.
Se It's Me Again non convince del tutto, il synth-rock di Eaten
Up Inside e l'oscura Last Legal Drug (Le Petit Mort) avrebbero potuto stare tranquillamente sull'album, magari sostituendo
le tracce meno sperimentali, e ne avrebbero accresciuto di certo la
qualità artistica.
Sono presenti inoltre due tracce multimediali (Twisted Transistor
e Hypocrites eseguite dal vivo a Mosca) e una pass
per scaricare la b-side Too Late, I'm Dead (un'altra
canzone abbastanza sperimentale e cupa) dal web.
In altre edizioni si possono trovare anche le b-sides Appears
e Inside Out, queste ultime però nulla di
eccezionale.
L'ottavo album in studio dei Korn esce in un clima piuttosto
critico: la band è ormai ridotta a tre elementi (Davis, Munky
e Fieldy), con Head ormai perso e David Silveria a prendersi una pausa
a tempo indeterminato per stare con la sua famiglia. Proprio a sostituire
Silveria, su questo ottavo album compaiono Terry Bozzio (celebre batterista
di impostazione jazz che in passato lavorò con Frank
Zappa), Brooks Wackerman (nuovo acquisto dei Bad
Religion) e lo stesso Davis alle pelli.
In secondo luogo, anche l'aspetto produttivo è passato attraverso
diverse incomprensioni, tanto che l'iniziale duo The Matrix &
Atticus Ross (lo stesso che produsse See You On The Other Side)
si è molto presto ridotto al solo Atticus Ross per via della
piega troppo pop che The Matrix stava dando al sound (con il solo
Ross a controllarlo, invece, abbiamo un deciso sguardo verso il suono
dei Nine Inch Nails, di cui Ross è
un fidato collaboratore).
L'album, che è senza titolo ("Why not just let our
fans call it whatever they wanna call it?", dice Davis),
si apre con una Intro a metà tra vaudeville
e musiche da freak show anni '20 (atmosfera che contamina bene o male
un po' tutto il complesso del lavoro).
Segue un inizio pessimo, con due tracce decisamente scadenti: Starting
Over è una parata di cliché, che si eleva solamente
nella cupola finale, eterea ma tagliente e angosciosa, mentre Bitch
We Got a Problem, dal testo incentrato sulla schizofrenia,
è musicalmente ricalcata sulle peggiori tracce di See You
On The Other Side, a partire dalle ritmiche sino agli effetti
chitarristici, passando per le melodie vocali.
Arrivando ad Evolution (anche primo singolo estratto)
ci si rende facilmente conto di quanto sia la cosa migliore ascoltata
dall'inizio dell'album: strofe claustrofobiche, testo intelligente
e inquietante, chorus catchy ma non scontato. La canzone tra l'altro
è stata subito al centro di un inutile dibattito tra la band
e i fan dei Devo (con successivo intervento
persino di Gerald Casale), che hanno accusato Davis e soci di aver
rubato l'idea alla base (la de-evoluzione umana), ma ovviamente è
solo sterile polemica (l'idea alla base non è stata certo un'invenzione
dei Devo, semmai lo è stata la forma,
e la forma in cui la esprimono i Korn ne è lontana
anni luce).
A questo punto del disco ci si accorge comunque di un certo insoddisfacente
esilio delle chitarre a ruolo di contorno, ma Hold On
ripara alla lacuna riportando la pesantezza, ed esplode in una delle
migliori combo bridge-chorus del disco.
Kiss è forse il vertice dell'album: una ballata
tesa e inquieta, tra ritmiche epilettiche e contorno di arrangiamenti
(pianoforti, synth, archi, mellotron e quant'altro) sempre presenti
ma mai soffocanti e, cosa più importante, mai banali. La successiva
Do What They Say ne è il naturale proseguimento:
una distorsione gotica e opprimente in cui, a partire dalle tenui
melodie di base, esce allo scoperto tutto il background gothic-rock
e new-wave della band (specie di Davis), tra arrangiamenti industriali,
rigurgiti laceranti, contrasti nei quali il rumore diventa progressione armonica.
Un esperimento che si tenta anche sulla seguente Ever Be,
ma che stavolta non riesce davvero (tolti gli arrangiamenti molto
curati, gli effetti chitarristici e la variazione di ritmica a metà
traccia, restano in mano troppe scontatezze).
Love and Luxury è invece una delle tracce
più azzardate (nel senso di più lontane dagli standard
della band) ma anche trascinanti, tra le chitarre immerse in un calderone
di effetti, una ritmica incalzante, svariate parentesi eteree, ed
un continuo contrasto rumore-melodia con quest'ultima a sembrare quasi
cacofonica (merito di Ross).
Un deciso calo si ha invece con l'aggressiva Innocent Bystander,
ottima nelle parti di chitarra ma latente in tutto il resto: manca
decisamente l'ispirazione e in Davis pare non ci sia quasi più
nemmeno l'attitudine ad interpretare pezzi heavy. Come dimostra anche
la prima parte di Killing, che da un'intro molto
heavy va inizialmente a parare sullo stesso lido melodico-armonico
già sentito anche eccessivamente sui pezzi meno freschi di
See You On The Other Side o sulle meno ispirate tracce precedenti
(Bitch We Got a Problem su tutte); ma almeno nella
seconda parte (dal secondo chorus sino al termine) riesce a sollevarsi
con una chiusura realmente angosciante e violenta, finalmente penetrante.
Hushabye è invece una delle tracce peggiori
del lotto, troppe banalità e un chorus semplicemente brutto;
si salvano solo le minime parentesi riflessive guidate da basso e
percussioni (e c'è Davis alle pelli).
La finale I Will Protect You è al contrario uno
degli esperimenti più creativi e più riusciti del disco,
tra escursioni chitarristiche molto cupe e pesanti, arrangiamenti
dissonanti, e una serie di elementi tipicamente korniani
mescolati con grande maturità. La struttura del pezzo è
disorientante e quasi vicina ad una mini-suite, mentre la chiusura
(gli ultimi due minuti circa) sferra un pugno nello stomaco che lascia
l'ascoltatore non con una sensazione di oppressione (come le ultime
tracce dei loro precedenti dischi) ma di sfogo; è l'episodio
che più di tutti mostra l'influenza di Bozzio sul songwriting.
L'ottavo album dei Korn non è un gran disco, c'è
da dirlo, ma non si può imputare tutto ad un calo di ispirazione:
come detto nella premessa la stabilità della band è
stata minata da una serie di problemi, sia a livello produttivo che
di line-up (e anzi, Bozzio ha registrato solamente 6 tracce per poi
andarsene a causa di "conflitti personali"). L'elemento
più confortante è che i Korn non si siano adagiati
neppure stavolta sulla medesima formula stilistica, andando invece
nuovamente a cercare la novità, il lido differente.
Ma lo spiraglio per un futuro convincente è rappresentato più
di tutto dalle ottime Kiss, Love and Luxury
e Do What They Say: è in quella direzione
che la band deve spingersi, sfogando la sua vena gothic e dark, tra
strappi industriali e atmosfere eteree e romantiche. Non avranno più
molto da spartire con i Korn del passato, ma almeno si troveranno
in un territorio in cui sapranno esprimersi, e risultare molto più
facilmente affascinanti. Perché, qui, le tracce che rappresentano
maggiormente un ponte con il passato sono anche le peggiori (ad eccezione
delle più creative nel rileggerlo: I Will Protect You,
Evolution, Hold On, Killing.
E basta). Altri passi in direzioni che non riescono a conciliarsi
con lo spirito interno di Davis e soci non porteranno a nulla, così
come irriteranno altri ricicli delle soluzioni produttive o melodiche
di See You on the Other Side.
Un altro album che suonerà come "di transizione",
con una serie di tracce-compromesso colme di cliché invece
di un'apertura netta e chiara ad un nuovo percorso, difficilmente
potrà dire ancora qualcosa di non noioso, visto che già
in questo ottavo lavoro metà delle tracce possono essere tranquillamente
dimenticate.
I Korn, in realtà ormai già da un po' sostanzialmente dimezzati rispetto al periodo dei capolavori (sia Head che Silveria non sono più nella formazione originale), tornano sul mercato discografico con il nuovo drummer Ray Luzier (già nella band di David Lee Roth e nel supergruppo Army of Anyone) e uno spirito dichiaratamente nostalgico, con Korn III: Remember Who You Are (registrato nel 2009 e pubblicato per la Roadrunner nel 2010), album prodotto nuovamente da quel Ross Robinson che in gioventù aveva ben azzeccato la cura del sonoro nei loro primi due dischi.
La scelta di produttore e titolo pare piuttosto auto-esplicativa del sound contenuto nel disco: in apparenza, i Korn sembrano tornati alla formula dei primi due dischi, riprendendo quel nu-metal ribollente e rabbioso con cui hanno marchiato a fuoco un'epoca; ma "sembrano" soltanto, perché in realtà quello di Korn III (in cui il numero sta ad indicare una continuità in serie con il debut del 1994 e il disco senza titolo del 2007) è più che altro una sorta di seconda versione di Take a Look in the Mirror (2003), disco con cui la band aveva già tentato di reagire ad un momento difficile (budget produttivo ridotto, Head non più a suo agio nel gruppo) con un "ritorno alle origini", risultando tuttavia in un album poco interessante rispetto ai precedenti, segnando la fine dell'epoca d'oro. Come quel disco, a cui è superiore solamente grazie ad una produzione nettamente migliore (ma niente che sia ai livelli high-budget del periodo 1998-2002), anche Korn III esibisce sì tutto il sound aggressivo dei primi lavori, ma non riesce a consegnare un'oncia dell'oscura drammaticità e della violenza psicologica che contribuivano in larga parte alla grandezza degli stessi.
A poco vale l'analisi della maggior parte dei pezzi: Pop a Pill, Move On, Let the Guilt Go, ma anche l'apparentemente più originale Lead the Parade (nelle cui strofe Davis tocca nuovi vertici di epilessia)
e il singolo di lancio Oildale (Leave Me Alone) (con un pattern ritmico quasi tribale e un chorus catchy)
sono tutti la riproposizione di stilemi musicali già sentiti in maniera più fresca in Take a Look in the Mirror e in qualche momento di Untouchables; il loro unico motivo d'interesse sta nel constatare come Davis non abbia perso la propria potenza vocale, e come i colpi di basso di Fieldy siano tornati un elemento di primo piano, fondamentale per determinare l'umore delle canzoni.
Gli unici momenti in cui i Korn riescono a sfoderare un attacco emotivo da maestri, al livello del passato, risultano essere Fear Is a Place to Live (con la sua combo di strofe esagitate, contrappunti chitarristici, palpabili climax, melodie catchy) e The Past (con un eccellente riff iniziale, che non viene sprecato nello sviluppo grazie a delle indovinate soluzioni vocali di Davis e un ultimo pre-chorus che sembra la messa in musica di una serie di tic nervosi), ma su tutte è la costante tensione di Never Around, dai cenni dissonanti, a comunicare forse le più efficaci tinte claustrofobiche e paranoiche.
Peccato che i pochi picchi vengano riequilibrati in chiusura d'album dall'arrivo dei due pezzi meno convincenti, ovvero Are You Ready to Live? e Holding All These Lies, con la prima che torna ad alti livelli di già sentito (melodia vocale che ricorda quella presente a metà di Hollow Life, crescendo straziato a più voci che ormai suona come un cliché), e la seconda che non riesce a raggiungere in intensità i pezzi di chiusura presenti negli album precedenti (e, chiudendosi con grida disperate seguite da singhiozzi in lontananza, finisce per sembrare un'auto-imitazione ai limiti della parodia del finale di Daddy, senza riuscire a comunicare alcun vero dramma).
Lo stesso espediente già utilizzato con Take a Look in the Mirror non può essere ripetuto efficacemente ancora una volta, a maggior ragione se la band che dovrebbe tornare ai propri albori si è in realtà nel frattempo dimezzata, ma soprattutto se la riesumazione del sound originale appare più nominale e manierista che realmente affine al passato; difetto che oltretutto già si poteva notare in Take a Look in the Mirror, disco che tuttavia, a fronte della peggiore produzione, conteneva più guizzi e melodie indovinate (culminanti nel picco di una gemma come Did My Time). Korn III è insomma la ripetizione meno penetrante di un disco che già rappresentava uno stacco dai precedenti per il suo essere più di maniera, semplificato e riduzionista nella formula stilistica.
Questo nono album non modifica di una virgola la parabola discendente della band; un regalo agli "original fan" (sempre sorvolando sul fatto che gli "original fan" difficilmente possano restare soddisfatti da quello che non è un vero ritorno alle origini, impresa che sarebbe peraltro ormai troppo ardua, ma soltanto l'adozione di un sound più duro e nu-metal rispetto ai due album precedenti) potrebbe essere accettato come parentesi e divertissement da parte di un artista avviato e in piena fase creativa, come un disco minore dato alle stampe per gli affezionati prima di ripartire con la strada maggiore del materiale più impegnato e maturo, ma in questo caso tale album arriva dopo svariati anni di sperimentazioni non troppo convincenti, che avevano spento le speranze di una tale ripresa qualitativa. Korn III sembra insomma solo un tentativo di rattoppare gli ultimi due lavori, forse addirittura rinnegarli, e così finisce per screditare definitivamente i tentativi di aprire nuove strade compiuti da quei due album.
Il messaggio che ci sta comunicando la band è confuso: dobbiamo dimenticarci degli ultimi anni, e limitarci a trovare conforto in una ripresa del sound di Take a Look in the Mirror, perché alla fine ci basta quello? O forse è solo quello che realmente vogliamo? O forse la band si è convinta di non poter ormai fare meglio di così? O tutte e tre le cose assieme? Pare che, ancora una volta, bisognerà attendere un'altra release per avere delle risposte.