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Lamb

Lamb (1996)
7/10
Fear of Fours (1999)
6/10
What Sound (2001)
6/10
Between Darkness and Wonder (2003)
6/10




I Lamb sono un duo formato nel 1996 a Manchester dal producer Andy Barlow e dalla cantante Lou Rhodes.

Il primo disco Lamb (Fontana, 1996) è un elegante e melodico punto d'incontro tra pop cantautoriale, trip-hop, drum'n'bass, e dream-pop onirico e orientaleggiante alla Dead Can Dance (depurato però dalle angosce più profonde).
Diverse tracce iniziano come soffici e sentimentali ballad rese uniche dagli arrangiamenti profondi di Barlow, per poi esplodere in ritmiche trascinanti di tipo trip-hop o breakbeat; gli esempi migliori di questa formula sono l'opener Lusty (con tappeto di percussioni e climax d'archi quasi "new age") e il primo singolo Cotton Wool (più psichedelica e breakbeat/drum'n'bass).
God Bless evolve uno scarno pezzo breakbeat in un territorio oscuro dominato da archi orientaleggianti e poi arpeggi contrappuntati da sampling ambientali bizzarri; Trans Fatty Acid ha un tappeto a metà tra jazz e hip-hop, sul quale si distendono vocalizzi e tastiere soul, mentre in sottofondo non si conta la serie di sampling dissonanti; Zero riporta programmaticamente tutto al minimalismo, lasciando la voce sola assieme ad un ensemble d'archi classici; Merge innesta fiati jazz su di un tappeto breakbeat guidato dai bassi dub e spezzato vivacemente dai synth; Gold ha forse la ritmica più trip-hop, ma è portata in alto soprattutto dagli arrangiamenti al vibrafono sposati ai poderosi bassi; Closer ha un drumming breakbeat, ma viene macchiata da fiati jazz, tocchi funky e andirivieni onirici ai synth; Gorecki è forse il capolavoro tra la serie di pezzi più vicini al drum'n'bass, grazie ad un continuo gioco tra campionamenti dalla Symfonia pieśni żałosnych di Henryk Górecki, pulsazioni ritmiche, basso dub, soffici e coinvolgenti melodie vocali; Feela chiude l'album nel segno del minimalismo ambient, evitando qualsiasi battito ritmico.
Svariati i guest che aiutano nelle fasi di registrazione: Steve Christian (chitarra), Jon Thorne (basso), Paddy Steer (basso), Graham Massey (vibrafono), The Chainsaw Sisters (violoncello), Kevin Davy (tromba).


Il secondo album Fear of Fours (Mercury, 1999) sembra invece quasi evitare di proposito le tessiture d'archi e le atmosfere oniriche che erano così ben riuscite sul disco di debutto. Insiste invece nel condurre esperimenti sulle ritmiche trip-hop e drum'n'bass, che comunque non trovano una loro ragion d'essere, suonando spesso meccanici esercizi di stile.
Non è importante che le ritmiche siano in 12/8 (Less than Two e Alien), o 10/4 alternato a 11/4 (Five), se sopra a quelle ritmiche mancano sonorità interessanti o coinvolgenti.
Degne del primo disco sono solamente il trip-hop passionale ed esaltato da fraseggi d'archi Bonfire, e gli 8 minuti molto breakbeat di Ear Parcel. Le parentesi più soffuse e "d'ambiente" sono invece date da Softly (ballad jazzata in 6/8), Lullaby (litania drammatica per archi, contrabbasso e voce, a chiudere l'album) e Soft Mistake ("trip" orientaleggiante in 10/8, piazzato in apertura).


Il terzo What Sound (Mercury, 2001) rinnega i flussi drum'n'bass, gli esperimenti ritmici e le vocalità bizzarre del precedente album.
Le ritmiche breakbeat e drum'n'bass sono prominenti solamente nella trascurabile Scratch Bass, per il resto il duo preferisce smorzarle e relegarle a tappeto sonoro per escursioni oniriche, soffuse e sovente orientaleggianti: One, Heaven, Sweetheart, ma anche la più electro Small rivelano questo dualismo tra elettronica ballabile e ambient avvolgente, anche se nel complesso non sono tracce che brillano particolarmente.
I pezzi migliori sono invece quelli che spingono verso territori ancora più evocativi ed atmosferici: la title-track (archi struggenti, ritmiche breakbeat improvvise ad interromperli, coda finale stratificata), I Cry (tappeto percussivo, droni metallici), Gabriel (la ballad più malinconica ed emotiva, grazie al tappeto d'archi, alla voce vellutata e ai battiti elettronici accennati) e Just Is (trip-hop elettronico con voce filtrata, minimalista e percorso da arrangiamenti metallici).
Sweet è l'episodio più vivace e funky, e proprio per questo suona stonato e fuori luogo rispetto al resto del lavoro (oltre a non essere affatto brillante di suo a livello compositivo).
In generale, il duo ha forse riscoperto e approfondito i tocchi onirici alla Dead Can Dance già presenti nel primo disco. Peccato che quei tocchi siano stati approfonditi senza molti sconvolgimenti psicologici, facendoli suonare semplicemente elegante musica d'atmosfera.


Su Between Darkness and Wonder (Mercury/Koch, 2003) le tracce sono ancora una volta divise tra episodi più ambient-atmosferici ed esperimenti più upbeat/breakbeat.
Peccato che siano solamente alcuni dei pezzi più ambientali ad essere qualitativamente rilevanti: Darkness (con un ottimo lavoro di archi, synth, battiti elettronici e voci che affogano negli effetti), Angelica (guidata dai bassi distorti e da melodie al pianoforte ispirate dalla Suite bergamasque di Claude Debussy), Wonder (la più delicata e ottimista), Learn (chamber-music per soli archi e voce) e Till the Clouds Clear (trascinata da voce e chitarra acustica, e spezzata da improvvise esplosioni di synth distorti e battiti elettronici).
Le altre tracce suonano come pessimi scarti dalle session di What Sound.


Best Kept Secrets: The Best of Lamb 1996–2004 (Mercury/Koch, 2004) è un "best of" con alcune grosse pecche (ad esempio mancano Lusty e Darkness).

Lo stesso anno, il duo si scioglie.





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Copyright © Matthias Stepancich