Three Dollar Bill, Yall$
(Interscope Records, 1997)
Album
Originari di Jacksonville, città
della Florida vicina al milione di abitanti, i Limp Bizkit
riescono a farsi notare dal pubblico (nonché dai Korn,
che li presentano a Ross Robinson) grazie soprattutto all'intraprendenza
del vocalist Fred Durst ed ai grandiosi riff chitarristici di Wes
Borland.
In breve firmano con la piccola Flip, che si appoggia alla Interscope
per dare alle stampe il loro debutto Three Dollar Bill, Yall$,
prodotto da quel Ross Robinson che proprio in quegli anni stava "creando"
la scena nu-metal, producendo le band più violentemente alternative.
Quindi Three
Dollar Bill, Yall$ viene catalogato come uno dei primi e più
seminali dischi nu-metal, ma in realtà si può dire che
sia un album di crossover-rock. I Limp Bizkit scrivono difatti
non solo forse l'ultimo album definibile "crossover-rock"
prima dell'esplosione del termine "nu-metal", ma anche l'album
di crossover urbano più violento e folle che sia mai stato
registrato sino a quel momento, superando in efferatezza perfino Biohazard
e Rage Against the Machine.
Il sound della band è un mix di hip-hop, funk, metal e hardcore,
grezzo e sparato in faccia all'ascoltatore come una revolverata.
Il gruppo è formato da: Fred Durst, vocalist che spazia da
furiosi e veloci rap a graffianti urla e anche ad invenzioni melodiche;
Sam Rivers, bassista che coniuga alla perfezione il sound funk al
sound hard-rock; John Otto, giovanissimo batterista di impostazione jazz; DJ Lethal, appena entrato
nel gruppo dopo lo scioglimento della sua band principale (gli House
of Pain), nonché già collaboratore in vari progetti
alternativi (tra cui una comparsata in Roots, il capolavoro
dei Sepultura); ed infine il geniale Wes
Borland, chitarrista dal legame profondo e di tipo esplorativo con
il proprio strumento.
Questa micidiale combo mette a segno una serie di tracce che incarnano
tutto lo spirito ribelle, anarchico, irriverente, angosciato, e soprattutto
arrabbiato a morte dei ragazzi bianchi delle metropoli; insomma, un
aggiornamento del
sound dei Biohazard, ma
più caotico, più fuori controllo, meno punk e più
hip-hop.
Intro è la registrazione del sermone di un
predicatore religioso, che viene smontato dalle immediatamente seguenti
esplosioni di violenza: la furibonda Pollution (indimenticabile
il riff chitarristico portante, così come Durst che al termine
della traccia inveisce contro se stesso), il crescendo di Counterfeit
(uno dei massimi capolavori nella storia del rapcore, che al termine
esplode con uno dei riff più potenti e micidiali mai scritti
da Borland), l'acida e tragica Stuck (in cui Durst
sfoga la propria rabbia e frustrazione, citando anche i Suicidal
Tendecies: "All I wanted was a Pepsi, just one Pepsi,
far from suicidal, still I get them tendencies"), lo psicodramma
Nobody Loves Me (uno dei vertici del disco, contaminato
tanto dall'hard-rock quanto dall'industrial-rock e dalle alienazioni
mentali dei Korn), l'amarissima Sour
(che parla di una relazione sentimentale finita a rotoli), le rime
corrosive di Stalemate, il furore di Clunk
(spezzata a metà da un basso trascinato sui campionamenti di
Lethal che riassume in pochi secondi un intero immaginario urbano
infernale), la punkettara Faith (impensabile ma riuscita
cover dell'omonimo successo di George Michael), la straziata Stink
Finger, il piccolo sabba di Indigo Flow
(un ringraziamento di Fred a tutti coloro che gli sono stati vicini,
che da soffuso esplode al lacerante grido "I love you!"),
la pazzia anarchica mista a furore cieco di Leech
(in cui Durst letteralmente vomita sul microfono).
L'album si chiude con la lunghissima (16 minuti) e sensazionale palude
emotiva di Everything,
che abbandona la violenza in favore di un'agonizzante psicosi.
Ospite alle tastiere su tre tracce Scott Borland, fratello del chitarrista
Wes.
Significant Other
(Interscope Records, 1999)
Album
Con il secondo album, i Limp
Bizkit abbandonano le produzioni di Ross Robinson e finiscono
nella lista nera di gran parte dei loro primissimi fan (pur guadagnandosene
allo stesso tempo un numero decisamente maggiore).
Significant Other esce nel 1999 e suona difatti molto
meno "metal" e "hardcore" del debutto, arrivando
addirittura a guadagnarsi la numero uno nella Billboard Chart nonché
7 dischi di platino; ma c'è modo e modo di commercializzare
il proprio sound, e i Limp Bizkit coniugano perfettamente
l'anarchia e il furore caratteristici dei loro esordi con la ricerca
di soluzioni più melodiche e una formula sonora più
abbordabile dal mainstream. Riescono dunque nella assai difficile
impresa di pubblicare un album che sia allo stesso tempo di ottima
qualità artistica e di successo nelle vendite, e anche di più:
compongono uno dei capolavori del filone del cosiddetto "nu metal"
(di cui vengono presto definiti come l'ala più hip-hop), incarnando
lo spirito di un'intera generazione, e confezionando una serie di
idee da cui un'infinità di gruppi attingeranno a piene mani
nei cinque anni successivi.
Mescolando "nu metal" alla Korn,
funk-rock sregolato alla Primus e Incubus,
post-grunge, hip-hop, pop e soluzioni creative a raffica, Significant
Other è forse l'album dei 1990s che più di
tutti riscrive completamente le coordinate della musica crossover-rock.
Il paludoso tema hip-hop della breve Intro mette
già in chiaro l'umore autoironico dell'album: una voce dal
pitch abbassato digitalmente bisbiglia "You wanted the worst,
you got the worst: the one, the only, Limp Bizkit".
Nookie è uno dei pezzi "rapcore"
più travolgenti di sempre: un amaro rap urbano costruito su
una splendida base di DJ Lethal che sfocia in un chorus epico e in
un'ottima escursione melodica prima della conclusione furibonda e
straziata.
Break Stuff è un inno allo sfogo della rabbia
tramite la distruzione, accompagnata da un riff chitarristico esemplare
e da una serie di elementi (gli scratch di Lethal, il rullante metallico
di Otto, i diversi registri vocali di Durst, il crescendo fino all'esplosione)
che rendono impossibili il non coinvolgimento o la noia nell'ascoltatore
(idea programmatica che torna un po' in tutte le tracce).
Re-Arranged e No Sex sono le due
ballate dell'album, che evidenziano anche il lato più emotivamente
sincero della band; la prima, estratta come singolo assieme ad un
ottimo video (nel quale la band viene giustiziata per via dei disordini
accaduti durante la loro performance al Woodstock '99), si
regge su di un'indovinata melodia pulsante al basso e ad uno dei migliori
esempi dello "slapping" chitarristico di Wes Borland, terminando
in un climax distorto di disperazione e voci stratificate, mentre
la seconda (cantata assieme ad Aaron Lewis degli Staind)
è, se possibile, ancora più amara ed emotiva.
I'm Broke, con il rullante di Otto più metallico
e sincopato che mai, fonde il rapcore violento a soluzioni melodiche
pop quasi danzerecce, con un bridge stratificato che sfiora il noise-rock.
Nobody Like You è quasi la loro versione di
Lookaway dei Sepultura: anche
qui difatti compaiono al microfono tre voci (in questo caso Fred Durst,
Jonathan Davis dei Korn e Scott Weiland degli
Stone Temple Pilots) che si mescolano
assieme in maniera eccellente, fondendo i loro tre stili in un'atmosfera
drammatica e potente.
Don't Go Off Wandering, malinconica e drammatica,
gode addirittura dell'apporto di una sezione d'archi, sublimazione
inaspettata del desiderio stilistico "no border" di Fred
Durst e soci.
9 Teen 90 Nine, tra sarcasmo e puro spirito teen-angst,
è uno dei capolavori del disco, ed è sostenuta specialmente
da alcuni dei riff più travolgenti e potenti mai inventati
da Wes Borland.
N 2 Gether Now è un grandioso pezzo hip-hop,
costruito su un'eccellente base di DJ Premier e rappato da Fred Durst
assieme al guest Method Man dei Wu-Tang Clan.
Trust? è un altro episodio aggressivo e ironico
allo stesso tempo, che (come 9 Teen 90 Nine) utilizza
il rap-metal per stravolgere le regole alla base del genere, in un
clima di anarchia.
A Lesson Learned è un'espiazione dei propri
peccati, nella quale Durst, con voce lamentosa ed effettata su base
trip-hop, riflette sul proprio male interiore: "This pain
in my stomach won't go away, I assume this is punishment for all the
mistakes I've made. In a world where my actions speak louder than
words. I know more people than ever before. One lesson I've learned
from it all. Fortune and fame are disguised as your friend cuz I'm
lonlier now than I've ever been".
La maggioranza delle tracce, inoltre, sono concluse/anticipate da
svariati skit musicali nascosti.
Le pecche del disco sono davvero poche: forse Just Like This
(dal mood sorridente ma anche troppo infantile), più probabilmente
la semi-inutile Show Me What You Got (una sorta di
remake di Indigo Flow, nella quale Fred elargisce ringraziamenti
e incita i propri fan, evidentemente un episodio pensato per incendiare
i live), ma soprattutto la lunghezza eccessiva (7 minuti e mezzo)
della Outro che, fra un silenzio e l'altro, riprende
il tema della Intro per poi snocciolare due monologhi,
il primo di Matt Pinfield e il secondo di Les Claypool (leader dei
Primus).
Il disco è caratterizzato da un impellente e ossessivo bisogno
di dire, di esprimersi: ogni 10 secondi appare una nuova idea, e i
pezzi non vengono mai sviluppati oltre il necessario; comprimono invece
in 4 o 5 minuti una moltitudine di variazioni e una carica impressionante.
La dispersività, la banalità, la monotonia e il prendersi
troppo sul serio sono i nemici dichiarati del lavoro.
Significant Other non è un album che possa
essere ascoltato come sottofondo, a causa dei suoi sound potenti e
spaccaossa, e allo stesso tempo non è nemmeno adatto al divertimento
spensierato: il mood dell'album suona più simile a un calderone
ribollente sulle fiamme, ed è continuamente altalenante tra
malinconia esistenziale (Don't Go Off Wandering),
rancore e voglia di rivalsa (Nookie, Re-Arranged),
amarezza (No Sex, Lesson Learned),
e rabbia anarchica e sarcastica (9 Teen 90 Nine,
Break Stuff, Trust?).
La colonna sonora perfetta per i teenager del 1999.
Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water
(Interscope Records, 2000)
Album
Il terzo full-length dei Limp Bizkit è uno di quei casi esemplari, da studiare in ambito musicale e sociale, di come un artista dotato di una verve creativa e un proprio stile originale possa riutilizzare i "segni" di quello stesso stile, cambiandone però completamente il significato. Sostanzialmente le ritmiche, l'alternanza di cantato e rap, i riff brucianti e i turntable ci sono tutti come c'erano prima, ma non possiedono più energia e creatività: immensamente meno ricco, variegato e frizzante, il sound di tali elementi sembra un'imitazione semplificata, elementare, stereotipata, mainstream e becera dei corrispettivi presenti nei precedenti due album.
Se l'album Significant
Other era difatti un intelligente e riuscito esempio di come riuscire
a coniugare un furioso e innovativo crossover, ricco di idee e sinceramente personale, alle esigenze
commerciali che vogliono pezzi più melodici e catchy, il suo successore è al contrario un fulgido esempio di come
riuscire a mutilare e svendere quella formula al mainstream (parte della colpa è imputabile anche a Josh Abraham, Terry Date e Swizz Beatz, i producer del disco assieme a DJ Lethal e Durst), pagando il prezzo di diventare un gruppo insulso.
I Limp Bizkit dell'anno 2000 non sembrano più una band,
semmai un teatrino di marionette che annuiscono ciecamente agli eccessi del frontman
Fred Durst, nel frattempo diventato uno dei capoccia della Flip e
della Interscope, oltre che promotore e supporter di un revival del post-grunge
(producendo i successi commerciali di Staind e Puddle of Mudd), nonché impegnato più a dirigere
videoclip e a finire sui rotocalchi di gossip (che sbandiereranno per mesi le sue presunte love-story con le popstar Britney Spears e Christina Aguilera) che a scrivere
buona musica.
Il titolo assurdo ma indimenticabile Chocolate Starfish and
the Hot Dog Flavored Water (ispirato dal Sgt. Pepper's beatlesiano), perfetto riflesso della megalomania maturata nell'animo di Durst, suona altisonante ma non mantiene
le premesse, fondando invece il timore di trovare una band ormai diventata
schiava del proprio leader, il quale a sua volta è diventato
schiavo del proprio ego strabordante, del music-biz, dello star-system, e delle comparsate a prezzemolo nel palinsesto di MTV.
La solita breve Intro distorta, stavolta più
elettronica del solito, lascia spazio a Hot Dog,
pezzo imperdonabile e inascoltabile: Durst pronuncia la bellezza di
48 volte il termine "fuck", rendendo il testo un joke inutile e insensato, una sorta di presa per i fondelli dei suoi stessi testi
colmi di teen-angst presenti nei due album precedenti; come
se non bastasse, si permette di citare (offendendolo) Trent Reznor
("A nine inch nail get knocked the fuck out", "You
wanna fuck me like an animal, you'd like to burn me from the inside,
you like to think that I'm the perfect drug, just know that nothing
you do will bring you closer to me"), che però si
dimostrerà più furbo di lui (ottenendo di essere accreditato
nel pezzo, quindi guadagnando parte dei profitti dell'album), e non ultimo riesce a rovinare proprio alcune delle soluzioni più interessanti sfoderate da Borland alla chitarra (non solo il macellato e cavernoso riff portante, ma soprattutto i giochi effettistici degli arpeggi, che rendono l'atmosfera del brano futuristica).
Non si migliora di molto nella seguente My Generation, più
che evidentemente ispirata dall'omonima storica hit dei The Who;
si tratta di un pezzo rap-metal energico e travolgente, ma le idee fondamentali provengono
più che altro dalle trascinanti parti di chitarra di Wes Borland, così come
nella precedente Hot Dog. E, come nella precedente Hot Dog, ci pensa Fred Durst a rovinarle
con un altro testo infarcito di "fuck" e "shit"
assolutamente gratuiti, cantato con tono esaltato e auto-compiaciuto, più che sarcastico e divertito; la breve comparsata di DJ Lethal, che lungo il corso del disco si sente non a caso raramente, dà la misura di quanto le intuizioni più anarchiche e spontanee siano state ora ingabbiate e rese innocue.
Pezzo decisamente migliore è la seguente Full Nelson (che suona come una versione commerciabile dei pezzi di Three
Dollar Bill, Yall$), in cui la band torna per un attimo a darsi un tono impegnato, mentre My Way (che contiene un sample da My Melody dello storico duo hip-hop Eric B. & Rakim) inaugura anche per loro la tradizione della power-ballad
melodica e radiofonica (distante anni luce dalle più creative e drammatiche Re-Arranged e No Sex), con tanto di pianoforte (campionato), fatta poi naturalmente singolo.
Il punto di non ritorno si tocca con le successive Rollin' (Air Raid Vehicle) e Livin' It Up (che campiona e cita Life in the Fast Lane degli Eagles), banali pezzi rap-metal
a tratti perfino imbarazzanti, nonostante Borland tenti disperatamente di dare al primo un tocco di originalità ricorrendo a bizzarri utilizzi degli effetti (su tutti lo stop-and-go con annesso "fade-out" simulato nel riff portante) e al secondo una spinta groove-metal nella parte precedente e successiva al terzo chorus, spinta che però suona solo una versione minore delle esplosioni di Counterfeit e 9 Teen 90 Nine.
Più apprezzabile il discreto pop-rock The One,
con interessanti giochi di arpeggi chitarristici su di una ritmica frizzante, mentre al contrario Getcha Groove On è un
electro-rap, cantato assieme al rapper Xzibit, che sembra uscito da uno a caso tra i peggiori e più svenduti album hip-hop in circolazione.
Take a Look Around, cover rap-metal del tema musicale
di Mission Impossible, è stata inserita nella tracklist più per
ruffianeria che altro (era già uscita come singolo per l'OST del
film M.I.-2), ma è un sollievo ritrovarla e riascoltarla in mezzo
a tracce simili: il lavoro di riarrangiamento in chiave crossover/nu-metal è magistrale, la sua furia è convincente, le sue esplosioni
fanno terra bruciata, il suo testo è una luce in mezzo alle
tenebre (in confronto alle liriche che la circondano),
e si tratta probabilmente di uno dei più celebri e riusciti rap-metal mai
scritti, degno di entrare tra i classici del genere.
It'll Be OK è un'altra power-ballad, senza
infamia e senza lode, e lascia spazio ad uno degli episodi più
convincenti, ovvero Boiler (poi fatto singolo), che
almeno contiene una minima profondità psicologica, e si evolve
in una struttura più ricercata rispetto le altre.
La non particolarmente originale Hold On è una ballata atmosferica ricalcata
sulle idee di A Lesson Learned (traccia di Significant
Other), che può risultare piacevole più che altro
per la presenza al canto di Scott Weiland (ex Stone
Temple Pilots).
L'equilibrio raggiunto da questi ultimi quattro accettabili pezzi viene rovinato dalla successiva Rollin'
(Urban Assault Vehicle), orribile versione hip-hop della
già scadente Rollin' (Air Raid Vehicle). Al
microfono si alternano anche gli affermati rapper Method Man, DMX e Redman, ma ciò
non basta a cavare qualcosa di buono dalla pessima base elettronica, specie dal momento che le liriche lasciano a desiderare e vengono declamate in una selva di latrati vocali.
La lunga Outro confeziona un monologo dell'attore-regista
Ben Stiller e qualche altra inutilità.
Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water è, per la maggior parte delle tracce, un disco di rap-metal stereotipato e
insulso, semplicistico nelle musiche, triviale e idiota
nei testi.
Di questo lavoro si salvano diverse delle parti di chitarra del sempre
convincente Borland, il drumming preciso e scatenato di Otto, e poco altro:
alcuni pezzi, nel loro complesso, precipitano in una beceraggine degna del peggior pubblico delle discoteche (le due Rollin', Getcha Groove On), altri
momenti risultano insipidi e banali (Livin' It Up, It'll
Be OK, Intro e Outro),
mentre altri ancora avrebbero potuto essere episodi esplosivi ed anthemici, ma vengono
schiacciati dall'ego
e dai testi di Durst (Hot Dog, My Generation) o dalla semplice mainstreamizzazione selvaggia (My Way).
I pezzi
convincenti rimangono dunque Full Nelson, The One, Boiler, Hold On, ma soprattutto Take a Look Around, unico momento che riesce davvero ad elevarsi sul resto.
Spesso sembra che i Limp Bizkit abbiano voluto confezionare, con quest'album, una loro versione populista, infantile e sboccata di Follow the Leader, il disco più metallico e hip-hop dei loro ormai ex-padrini Korn; tutte le caratteristiche musicali del lavoro concorrono alla separazione della band dalla tradizione crossover, rendendoli ora catalogabili davvero come nu-metal.
Ovviamente, dato il livello intellettivo che richiede l'ascolto di
quest'album, esso riesce a vendere più di 12 milioni di copie, (ri)lanciando oltretutto anche una sorta di "trend" tra i musicisti rock e addirittura pop
(riempire i testi di volgarità gratuite solo per risultare accattivanti presso i teenager),
e la stupidissima Rollin'
(Air Raid Vehicle) diventa il singolo di
maggior successo di sempre della band.
Giustamente il chitarrista Wes Borland lascerà il gruppo nel
giro di meno di un anno, visti i continui attriti con un leader divenuto oramai egomaniaco e ingestibile, mentre gli altri tre componenti preferiranno restare a godersi fama e soldi, che tuttavia non si dimostreranno affatto semplici da mantenere: come quasi sempre accade, più violentemente scoppia un trend, più rapido ed effimero si rivela.
Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water resterà nel bene e nel male una delle principali testimonianze del suo periodo, quei 2-3 anni in cui il nu-metal ha fatto impazzire il mondo, in una seconda ondata che ha trovato la sua strada commerciale attraverso una mainstreamizzazione operata dalla "nuova" formula dei Limp Bizkit e, parallelamente, dalla formula dei Linkin Park, il cui debutto esce esattamente una settimana più tardi; è difatti con questi due album (e i loro successivi cloni) che l'intero genere diviene prepotentemente una moda globale, perde gran parte della propria dignità artistica, e tramite un intenso sfruttamento e riassorbimento finisce per esaurire entro circa il 2003 tutto il proprio potenziale, passando il testimone di nuovo trend metal giovanile al filone metalcore.
Durst forse nemmeno ci avrebbe scommesso, ma la sua My Generation è diventata davvero l'anthem, se non di una generazione, almeno di un peculiare, breve e irripetibile periodo storico; e il music video di Rollin', girato in parte sui tetti del World Trade Center un anno esatto prima del 9/11, resterà anch'esso simbolico di un indissolubile
e non decontestualizzabile legame con la sua epoca.
Results
May Vary
(Flip/Interscope, 2003)
Album
Il deludente Chocolate
Starfish viene seguito nel 2001 dall'inutile New
Old Songs, album di remix atto a speculare sul successo della
band mentre Durst cerca un sostituto di Borland alla chitarra.
Dopo qualche tribolazione entra in pianta stabile nel gruppo Mike
Smith (ex Snot), e registra le parti di chitarra
mancanti per completare il nuovo disco del gruppo (altre parti di
chitarra erano già state registrate da Rivers, Durst, Head
dei Korn, e dal fonico Baskette).
Dal titolo incerto fino all'ultimo momento, il disco ironicamente
viene chiamato appunto Results May Vary, ed esce
nel 2003.
Results May Vary, rispetto al precedente, si avvale
anche dell'apporto di Rick Rubin (quindi suona meglio), smorza la
potenza in favore della melodia, e presenta dei testi non imbecilli
ma più intelligenti e curati.
Di contro, è invece il disco meno creativo della band, ed è
ovvio: Durst nel 2000 tiranneggiava, ma poteva sempre contare sull'appoggio
chitarristico dell'ottimo Borland; ora che Wes se n'è andato,
Durst mostra tutta la sua pochezza artistica, tamponando la cosa ricercando
il successo da classifica (difatti questo è anche l'album più
banale e orecchiabile mai fatto dal gruppo).
La noiosa Re-entry lascia spazio a Eat You
Alive, primo singolo del disco, costruita su un buon giro
di chitarra e condita da un bridge potente, anche se corrosa da un
ritornello dalle melodie un po' troppo già sentite.
Gimme the Mic e Underneath the Gun
mescolano un banale rap-metal mai incisivo all'hard rock, mentre Down
Another Day è la solita power ballad in cui l'ormai
monocorde Durst si lascia andare ad escursioni melodiche piatte e
non coinvolgenti.
Almost Over solleva la qualità del lavoro,
regalando un buon pezzo che alterna in modo convincente melodia e
chitarre prima soffuse e poi graffianti, mentre la successiva power
ballad Build A Bridge è decisamente il capolavoro
dell'album, con un bel testo e delle ottime melodie, emotive e malinconiche,
che lasciano spazio ad un potente e convincente chorus.
A questo punto si può premere il tasto "stop" e restare
con una sensazione discreto-positiva. Ma purtroppo ci sono invece
ancora altre 9 tracce. Ovvero l'insulso rap di Red Light -
Green Light (con al microfono anche Snoop Dogg),
e la formula "banale e ridondante rap-metal misto a melodie non
convincenti" di Let Me Down, Lonely
World, e Creamer (Radio Is Dead), durante
l'ascolto delle quali sembra di stare sentendo sempre la stessa traccia.
Una ventata di freschezza arriva dai riff di The Only One,
da Phenomenon (che rinnova i fasti di Significant
Other) e dalla più hardcore e (finalmente) potente
Head For The Barricade, che lascia spazio alla malinconica
ballata Behind Blue Eyes, discretamente riuscita
cover degli
Who.
Chiude l'album Drown, altra ballad triste e malinconica,
abbastanza buona ma fortemente debitrice degli Staind.
Insomma: più di metà dell'album è da buttare,
e il resto non convince quasi mai del tutto. Fatevi voi un po' di
conti.
Nel 1999 era impensabile che un gruppo così promettente riuscisse
a cadere tanto in basso.
LINE-UP
Fred Durst - Vocals, Guitar
Sam Rivers - Bass, Guitar
John Otto - Drums
Mike Smith - Guitars
DJ Lethal - Turntables
Guests:
Elvis Baskette - Guitar
Brian "Head" Welch - Guitar
Snoop Dogg - Vocals
TRACKLIST
1. Re-Entry – 2:37
2. Eat You Alive – 3:57
3. Gimme the Mic – 3:05
4. Underneath the Gun – 5:42
5. Down Another Day – 4:06
6. Almost Over – 4:38
7. Build A Bridge – 3:56
8. Red Light - Green Light – 5:36
9. The Only One – 4:08
10. Let Me Down – 4:16
11. Lonely World – 4:33
12. Phenomenon – 3:59
13. Creamer (Radio Is Dead) – 4:30
14. Head For The Barricade – 3:34
15. Behind Blue Eyes – 6:05
16. Drown – 3:51
The
Unquestionable Truth (Part 1)
(Geffen, 2005)
EP
Dopo aver
pubblicato il loro album più stupido e il loro album più
banale e commerciale, ed essere finiti sulla lista nera della critica
musicale, i Limp Bizkit non sanno più che
pesci pigliare. Fred Durst allora fa l'unica cosa possibile: prega
Wes Borland di tornare nella band.
Borland accetta, a patto che la Geffen (nuova label del gruppo) supporti
anche il suo progetto parallelo Black Light Burns.
Esce così nel 2005 The Unquestionable Truth (Part 1),
un mini-album (o EP) di appena 7 tracce, che ripudia tutto ciò
che erano diventati i Limp Bizkit: i testi hanno
toni seri, la melodia è assente in favore di un grezzo rap-core,
e la promozione per il lavoro è quasi inesistente (se si esclude
il tam-tam telematico e un video scaricabile dal sito ufficiale in
cui la band esegue The Truth).
L'apporto di Borland è evidente fin dalle prime note: un sollievo
sentire nuovamente i suoi riff graffianti e potenti.
Ma il rap-core della band non è affatto simile a quello di
Three Dollar Bill Yall$, semmai è
una versione non-commerciale e senza compromessi di quello di Significant
Other. Il grosso difetto è innanzitutto il sound
grezzo e poco curato (produzione minima, arrangiamenti inesistenti),
ma anche le poche idee (che vengono tutte da Borland), e specialmente
il fatto che Fred Durst non faccia altro che plagiare lo stile di
Zack de la Rocha.
The
Unquestionable Truth (Part 1) suona difatti come i Limp
Bizkit che imitano i Rage Against the
Machine.
Tutta roba già sentita insomma, ma almeno è lodevole
la volontà di fondo del gruppo (ripudiare il music system)
che ha mosso questa iniziativa.
I pezzi migliori sono il furibondo rap-metal di The Propaganda,
la devastante (ma forse eccessivamente lunga) The Truth,
il breve rap elettronico di The Key. Abbastanza potenti
(ma più banali) anche The
Priest e The Channel, mentre The
Surrender è un piccolo dramma acustico avvolto nei
feedback, cantato e suonato interamente da Durst.
L'EP, complice la quasi inesistente promozione (ma anche il declino
del trend nu-metal), vende assai poco per gli standard della band
(circa un milione di copie).
Durante le registrazioni il drummer Otto abbandona per disintossicarsi (e riuscendo a completare assieme al resto della band solo la traccia The Channel),
venendo sostituito da Sammy Siegler dei Rival Schools.
Quando Otto torna nella band, Wes Borland abbandona nuovamente il
gruppo (per nuove tensioni con Durst, Otto e la label stessa).
Nemmeno un anno più tardi la label impone alla band l'uscita
dell'inutile "best of" Greatest Hitz, raccolta di
quasi tutti i singoli e qualcosa in più (l'ottima Build
a Bridge, ma anche la penosa Bittersweet Home,
una cover medley di Home Sweet Home dei Motley
Crue e Bittersweet Symphony dei The
Verve).
Fred promette fin da subito l'uscita di un nuovo lavoro, ovvero la
"seconda parte" di questo, stavolta come un vero album e
non solo un EP, anche se Borland dichiarerà poco dopo che non
uscirà nulla e che la band probabilmente è sull'orlo
dello scioglimento.
LINE-UP
Fred Durst - Vocals, Guitar
Sam Rivers - Bass
John Otto - Drums
Wes Borland - Guitars
DJ Lethal - Turntables
Guests:
Sammy Siegler - Drums
TRACKLIST
1. The Propaganda – 5:16
2. The Truth – 5:28
3. The Priest – 4:59
4. The Key – 1:24
5. The Channel – 4:41
6. The Story – 3:59
7. The Surrender – 3:31
Gold Cobra
(Interscope/Polydor, 2011)
Album
Negli anni successivi alla pubblicazione del bestseller Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water, l'astio del grande pubblico verso gli atteggiamenti di Fred Durst è gradualmente cresciuto: non solo da parte dei fan della prim'ora, che non gli perdoneranno mai né l'aver svenduto i Limp Bizkit al mainstream (sia nel sound che, soprattutto, nello spirito) e l'essere diventato per anni un prezzemolino di MTV, né l'aver spezzato i rapporti interni della band a causa del proprio egocentrismo facendo fuggire Wes Borland, ma anche da parte del grande pubblico, come storicamente si sa rapidissimo a salire sul vagone dei trend tanto quanto a ripudiarli e insultarli non appena cambia la tendenza. Un completo fallimento come Results May Vary aveva reso chiaro che la band, priva di Borland e comandata dal solo Durst, è perduta; il rientro di Borland era poi avvenuto per il successivo The Unquestionable Truth (Part 1), ma tra tensioni interne ancora elevate, e in assenza del drummer John Otto causa riabilitazione dalle droghe; Borland se ne va poi immediatamente per seguire il suo progetto Black Light Burns, mentre gli altri tentano un accordo con il chitarrista Terry Balsamo (ex Cold) che non giunge a conclusione. Con anche un sito web ufficiale chiuso, la band sembrava defunta.
Eppure la formazione originaria dei Limp Bizkit si riunisce nel 2008, e stupendo un po' tutti annuncia un nuovo disco in cantiere. I seguenti concerti live (a dire la verità non entusiasmanti) e il continuo rimandare la data di uscita del fantomatico nuovo lavoro, però, finiscono per deludere nuovamente, e far temere un nuovo Chinese Democracy.
L'album Gold Cobra invece esce davvero, nel giugno 2011, e supera incredibilmente ogni pessima aspettativa.
Anzitutto, la preoccupazione principale era l'età anagrafica dei membri, ormai apparentemente poco compatibile con l'energico crossover degli esordi: le esibizioni dal vivo decisamente più stanche che in passato, così come la concreta possibilità di un percorso sonoro più soft e mainstream (già avvenuto d'altronde con Results May Vary), sembravano indicare tale situazione; eppure, la potenza giovanilistica dell'album fa sembrare che, almeno in studio, la band sia ringiovanita di un decennio.
L'album è poi superiore ai risultati precedenti. Superiore a Results May Vary, perché non si concede a sbandamenti pop radiofonici e non diluisce in maniera innocua il proprio stile; superiore anche a The Unquestionable Truth (Part 1), perché qui la band non tenta più di percorrere una strada "impegnata" e anticommerciale in maniera forzata, ripudiando le proprie radici e perdendo gran parte della propria unicità; superiore, probabilmente, anche a Chocolate Starfish, disco assolutamente disomogeneo in cui convivevano idee buone e idee disastrose, e in cui la personalità ingombrante di Durst aveva finito per appiattire ogni potenzialità.
Gold Cobra torna incredibilmente all'epoca di Significant Other, tutt'oggi l'album più variegato, innovativo e ispirato del quintetto; non presenta la stessa quantità strabordante di idee, non possiede la stessa carica innovatrice, non raggiunge il livello di pathos ed epicità dei suoi episodi migliori (pezzi grandiosi come Re-Arranged e Don't Go Off Wandering sono ormai miraggi), ma gli è vicino nel sound e nello spirito più di quanto sia vicino a qualsiasi altro loro disco. Gli equilibri interni sembrano difatti tornati a funzionare come funzionavano nel 1999, le ambizioni commerciali ed egomaniache di Durst sembrano essersi fatte una possente doccia fredda, e la band sembra aver ritrovato quel feeling "libero" e giocoso assolutamente necessario e vitale per poter scrivere del buon crossover.
Uno dei problemi storici degli album della band, ovvero la disomogeneità qualitativa dei pezzi, è stato oltretutto corretto: da una parte sono andate così perdute le velleità più sperimentali e anti-genere tipiche di Significant Other e di parte di Three Dollar Bill, Yall$ (e non è un caso che purtroppo i contributi di DJ Lethal siano in Gold Cobra abbastanza limitati, non essendoci nemmeno un pezzo tendente al puro hip-hop), dall'altra parte si ha di fronte un disco assolutamente compatto e omogeneo sia nel sound che nello stile, che, seppure non presenti vertici degni di finire tra i capolavori della band, non presenta neppure cadute rovinose, mantenendo la qualità e il coinvolgimento su di un livello accettabile dall'inizio alla fine.
Dopo la consueta introduzione, stavolta intitolata Introbra, la successione a raffica di mitra delle varie Bring It Back, Gold Cobra, Shark Attack, Get a Life, Shotgun e Douche Bag fa semplicemente terra bruciata: si tratta del rap-rock/rap-metal più groovy, coinvolgente e infettivo che si sia sentito da anni a questa parte. Non mancano i difetti, ad esempio le urla straziate di Durst in Get a Life non possono più competere con quelle ben più violente di Three Dollar Bill, Yall$ (ma il pezzo è il più in linea di tutti con quel disco: non solo lo screaming, ma anche la base frusciante delle strofe e l'impasto sonoro del chorus, che tocca il vertice di dissonanza rumoristica dell'intero album), il riff portante della title-track sembra una copia di quello dei Godsmack nel loro pezzo I Fucking Hate You, e la successione armonica dei riff in Shotgun ricorda da vicino quella di Counting dei Korn (complice anche il sound korniano del basso di Sam Rivers), ma il groove che riescono a sprigionare non deriva da nessun altro artista, è una capacità innata dell'alchimia limpbizkitiana, qui finalmente ritrovata.
Si nota anche il fatto che Durst limiti leggermente il proferire di volgarità nei testi rispetto agli eccessi di Chocolate Starfish (con l'eccezione di Douche Bag, il cui chorus recita "Douche bag, I'm a fuck you up, fuck you fuck you fuck you up"), dando ad essi un senso più compiuto, ma allo stesso tempo senza impegnarsi quasi mai in tematiche adulte: è la conferma che la band voglia ritrovare le proprie radici, senza voltare le spalle a quel disimpegno divertito che era proprio di molti loro vecchi pezzi. Bring It Back sfodera anche una sarcastica osservazione sui tempi passati e presenti ("Gimmie the fuckin' riff we gonna use to break your back" ... "Remember all them 90's things, them 90's hits we laced like this. Commin' to you live 2012 and hell there's still not shit like this" ... "I'm gonna say what I want you can look it up. Wikipedia probley gonna fuck it up. I don't give a damn, cuz its on. Most people never last this long"), perfetto per introdurre il "back to the past" rappresentato dal sound dell'album, ma segna anche come Durst non abbia perso il difetto di scrivere versi che rimino con la medesima parola.
Il momento di pausa e riflessione arriva appena con le due power-ballad Walking Away e Loser; la prima, costruita su di un arpeggio non proprio originale (ad esempio A Song for Milly Michaelson dei Thrice è completamente sostenuta da uno quasi identico) e con un chorus vocale che riecheggia vagamente Scarborough Fair, resta comunque una delle migliori ballate composte dalla band, superiore a My Way e quasi al livello di No Sex, grazie soprattutto alla cura nel costruire un continuo crescendo drammatico e sonoro, fino al climax distorto e urlato del finale. Loser è invece uno dei punti bassi del lavoro, assieme alla successiva party-song (in stile Chocolate Starfish) Autotunage, ironico e dichiaratamente quasi demenziale pezzo in cui Durst canta utilizzando appunto l'autotune tipico del pop e r&b mainstream, che tuttavia riesce a sfoderare un chorus pericolosamente catchy.
Chiude il disco l'ottima successione di
90.2.10 (un altro trascinante pezzo crossover in perfetto stile Significant Other, nel cui testo Durst sigilla anche la sua riappacificazione con Corey Taylor degli Slipknot), Why Try (più breve e heavy) e la conclusiva Killer in You (con beat spigoloso e chitarre metalliche ed angolari, in una sorta di incrocio tra Three Dollar Bill, Yall$ e i pezzi più seri di Chocolate Starfish, come Boiler), costruita con un altro riuscito crescendo in cui a dominare è la chitarra di Borland.
L'eccezione alla solida qualità mantenuta lungo tutto il disco è quindi rappresentata sostanzialmente solo dal pezzo Loser, una power-ballad eccessivamente svenevole che sembra uscita da Results May Vary: è un neo che avrebbe potuto essere corretto facilmente, sostituendola con un pezzo più sperimentale dominato da DJ Lethal, in modo da coprire due difetti in uno. O si sarebbe potuto sostituirla con
Back Porch, una buona traccia scartata, caratterizzata da un tappeto sonoro in tensione ribollente e psicotica (ricordante per questo alcune soluzioni di Three Dollar Bill, Yall$), presente però nella versione
Deluxe dell'album, versione che per il resto è invece assolutamente trascurabile (le altre tracce scartate,
ovvero My Own Cobain,
Angels e
Middle Finger, suonano come b-side di Results May Vary). L'altro pezzo evitabile sarebbe potuto essere Autotunage, ma il disco nel complesso ne avrebbe forse sofferto in varietà stilistica.
Le migliori performance di Borland sono probabilmente individuabili in Get a Life, Shotgun (entrambe decorate con degli insoliti assoli), Douche Bag, Walking Away e Killer in You, mentre la sezione ritmica di Rivers e Otto porta ad un groove irresistibile pezzi come 90.2.10 e Shark Attack.
Alla fine dei conti, questo comeback dei Limp Bizkit è abbastanza riuscito da disinnescare la montagna di pregiudizi aprioristici che sembravano dover essere confermati: la band aveva ancora qualcosa da dire, al contrario di tante altre, e l'ha detto. Si sposta così il centro dell'attenzione verso altre questioni: questa è musica che non appartiene al 2011? Al contrario di quanto fosse nel 2001, ora questa musica risulta impossibile da valutare per la mancanza di agganci col panorama trendy attuale, ed è quindi del tutto anti-modaiola in proporzione inversa al 2001? Il coraggio di tornare ad una formula apparentemente sorpassata di un decennio, con però la capacità di ritrovarvi freschezza che altri (vedi Korn III: Remember Who You Are dei Korn) non hanno avuto, rappresenta una bella bastonata ai trend giovanili dell'ultimo decennio, che sembrano essersi depurati magicamente della voglia di mixare generi diversi e sperimentare, ma allo stesso tempo anche della teen angst più autentica, precipitando nell'apatia ripetitiva e chiusa in se stessa di generi ottusi come il deathcore?
LINE-UP
Fred Durst – vocals, producer, management, art direction
Wes Borland – guitars, cover art design, art direction, illustration
DJ Lethal – turntables, keyboards, samples, programming
John Otto – drums
Sam Rivers – bass
TRACKLIST
1. Introbra - 1:20
2. Bring It Back - 2:17
3. Gold Cobra - 3:53
4. Shark Attack - 3:26
5. Get a Life - 4:54
6. Shotgun - 4:33
7. Douche Bag - 3:42
8. Walking Away - 4:45
9. Loser - 4:53
10. Autotunage - 5:00
11. 90.2.10 - 4:18
12. Why Try - 2:51
13. Killer in You - 3:46