Hybrid Theory
(Warner Bros., 2000)
Album
Formatisi nel 1996 con il nome SuperXero,
e dopo diverse vicissitudini (principalmente cambi di nome, line-up
e lontananze dovute a college e università), i Linkin
Park prendono nome e forma nel 1999
con l'acquisizione del versatile vocalist Chester Bennington.
Il primo album esce per la Warner nel 2000 e si intitola Hybrid
Theory, come uno dei precedenti nomi della formazione.
Il lavoro, grazie ad un battage mediatico pazzesco, arriva a vendere
20 milioni di copie; batte quindi in vendite perfino i vari boom commerciali
di Papa Roach, Disturbed
e Limp Bizkit dello stesso anno, e questo
elemento fa sì che Hybrid Theory diventi il disco
che più di ogni altro riesce a svendere alle masse il genere
nu-metal/rap-metal, trasformandolo in un trend commerciale e facendolo
quindi banalizzare, sfruttare e finire.
Le tracce salvabili su questo album sono l'opener Papercut
(beats che si fondono eccellentemente con il drumming, strofe paranoiche,
chorus potente, finale emotivo), la ricercata Points of Authority
(matura e creativa sotto ogni punto di vista), la potente Forgotten
(voci alternate in rap-metal e chorus melodico eccellente), la conclusiva
Pushing Me Away, l'avvolgente Runaway,
e la power-ballad Crawling (dalle vibrazioni avvolgenti
e ondeggianti tra introspezione e potenza). Il resto è sostanzialmente
una variante della pop-music. Poco conta che ci siano chitarre elettriche
e qualche urlo: One Step Closer è nu-metal
semplicistico, radiofonico e mai così orecchiabile, With
You ha di buono solamente i beats (creati difatti non dalla
band ma dai The Dust Brothers), By Myself
viene vitalizzata solamente dalle costruzioni vocali e dall'esplosione
di basso iniziale, In the End è di un'orecchiabilità
commerciale insostenibile e si salva solo nel testo (forse il meno
banale dell'album), A Place for My Head si prodiga
in un'imitazione blanda e quasi imbarazzante dei Korn,
mentre Cure for the Itch è un'inutile traccia
elettronica in cui il DJ Hahn mostra quanto sia bravo ad utilizzare
i campionamenti.
Il difetto enorme del lavoro è proprio l'insopportabile mood
pop del tutto. Molte tracce sono inascoltabili per il loro suonare
svendute e scontate nelle melodie (queste ultime spesso di stampo
leggermente malinconico e accompagnate da testi incentrati su indefinite
insicurezze adolescenziali -come da perfetto prodotto di mercato fortemente
teenageriale-).
Tutto il disco è costruito su di un lavoro elettronico ricercato
(di Hahn e Shinoda) parallelo al lavoro strumentale semplicistico
(di Delson e Bourdon, entrambi sotto-sfruttati), coronato dalle noiose
e ridondanti parti rap di Shinoda (che coinvolgono solamente nell'opener
Papercut e forse nelle strofe di In the End),
e trainato verso il successo dai vocalizzi di Bennington (il più
dotato della band, capace di continui cambi di timbro e stile).
Inaccettabile quindi, più che altro, l'idea alla base dell'album:
plagiare le idee di rock band valide (Korn,
Deftones) rendendo il tutto una scontata
sequenza di tracce radio-friendly da 3 minuti, innocue, diluite, ripulite
da qualsiasi forma di psicosi o volgarità (tutti i testi sono
banalotti e perfettamente politically correct), per poi essere propinate
ad una massa sconfinata di ragazzini cresciuti guardando MTV.
Ma in realtà non è colpa della band, che anzi sembra avere perfino
un discreto potenziale: la presenza dietro le quinte di un esercito
di produttori in cerca di soldi facili si avverte fin dalle prime
note.
LINE-UP
Joseph Hahn - Turntables, sampling
Mike Shinoda - Vocals, emcee, guitar, keyboard, engineer, sampling,
beats
Chester Bennington - Vocals
Brad Delson - Guitar, bass
Rob Bourdon - Drums
Guests:
Scott Koziol - Bass
The Dust Brothers - Beats
TRACKLIST
1. Papercut – 3:05
2. One Step Closer – 2:36
3. With You – 3:23
4. Points of Authority – 3:20
5. Crawling – 3:29
6. Runaway – 3:04
7. By Myself – 3:10
8. In the End – 3:36
9. A Place for My Head – 3:05
10. Forgotten – 3:14
11. Cure for the Itch – 2:37
12. Pushing Me Away – 3:12
Hybrid Theory non fa nemmeno in tempo a vendere
i suoi 20 milioni di copie, che Shinoda rilascia sul mercato l'inutile
Reanimation (Warner Bros., 2002). L'album è
costituito unicamente da remix dei pezzi presenti su Hybrid Theory,
e contaminato da un ossessivo piglio electro-hip-hop; il risultato
sono una serie di remix nel migliore dei casi mediocri e nel peggiore
dei casi orrendi. Su tutti si elevano unicamente i riadattamenti di
Crawling e Points of Authority.
Poco successivamente la band include nella line-up anche il vecchio
bassista Dave "Phoenix" Farrell, e registra il suo nuovo
capitolo discografico.
Meteora
(Warner Brothers Records, 2003)
Album
Meteora (titolo ispirato dai monasteri greci) esce
così nel 2003, e ovviamente riesce a vendere più che
bene. Il motivo è semplice: l'album è la fotocopia del
precedente. Gli unici elementi che lo distinguono sono una produzione
migliore e più ricercata, un mood meno pop e più heavy,
ed una compattezza maggiore (anche in termini di fluidità:
le tracce formano un unicum, essendo tutte legate tra loro in una
fusione di intro e outro).
Per il resto, è innegabile che Don't Stay
sia semplicemente una nuova versione di One Step Closer,
che Easier to Run sia semplicemente una nuova versione
di Crawling, che Somewhere I Belong sia
semplicemente una nuova versione di In the End, che Session
sia semplicemente una nuova versione di Cure for the Itch,
che Numb sia semplicemente una nuova versione di
Pushing Me Away.
Le tracce, tutte sui tre minuti e tutte con la medesima struttura
(Intro-Verso-Chorus-Verso-Chorus-Outro), ci mettono molto poco a sembrare
tutte uguali e quindi annoiare l'ascoltatore.
Gli unici elementi buoni di questo lavoro sono le chitarre di Don't
Stay, i rapcore di Lying from You, Hit
the Floor e Figure.09 (meno catchy e più
heavy degli standard a cui ci aveva abituato il gruppo), la potenza
della trascinante Faint, l'elettronica modulata e
melodica di Breaking the Habit (forse il capolavoro
dell'album), e le spruzzate orientaleggianti sulla malinconica Numb
(fatta singolo e coronata peraltro da un videoclip visivamente suggestivo).
Ma soprattutto c'è il versatile e dotato Chester Bennington,
che crea melodie vocali sempre coinvolgenti e sa apportare la giusta
dose di potenza e di emotività ad ogni traccia (che senza di
lui suonerebbe irrimediabilmente fredda e banale). Eppure il suo grosso
contributo non basta: qui c'è bisogno di un songwriting più
ispirato e meno ruffiano, non solo di un eclettico e convincente vocalist.
Degno di nota il fatto che il pubblico accorra ma sia anche visibilmente
più stanco; certo, Meteora vende 11 milioni di copie,
ma sono esattamente la metà degli incassi del precedente disco.
La formula sta mostrando la corda. Anzi, tutto il genere rap-metal
e nu-metal sta mostrando la corda, e la colpa è principalmente
di gruppi come gli stessi Linkin Park (che l'hanno diluito,
reso innocuo, commercializzato e propinato ad una platea di ragazzini),
dei loro inutili cloni nati per vendere, e delle major impegnate a
mungere il più possibile i fenomeni del momento.
LINE-UP
Joseph Hahn - Turntables, sampling
Mike Shinoda - Vocals, emcee, guitar, keyboard, engineer, sampling,
beats
Chester Bennington - Vocals
Brad Delson - Guitar, bass
Dave "Phoenix" Farrell - bass
Rob Bourdon - Drums
TRACKLIST
1. Foreword (Intro) – 0:13
2. Don't Stay – 3:07
3. Somewhere I Belong – 3:33
4. Lying from You – 2:55
5. Hit the Floor – 2:44
6. Easier to Run – 3:24
7. Faint – 2:42
8. Figure.09 – 3:17
9. Breaking the Habit – 3:16
10. From the Inside – 2:53
11. Nobody's Listening – 2:57
12. Session – 2:23
13. Numb – 3:05
Segue un mediocre Live in Texas
(Warner Bros., 2003), apprezzabile unicamente per il suo far notare
che la band riesce a cavarsela in sede live (specie Bennington, ma non
era una novità).
Nel 2004 esce invece, in CD e DVD, l'orrendo Collision Course
(Roc-A-Fella/Machine Shop/Warner Bros./Def Jam, 2004), operazione
voluta da MTV e da 4 case discografiche, in cui i Linkin Park
ibridano le loro canzoni più celebri con le hit del rapper
Jay-Z, lucrando sul trend ludico dei mash-up.
Sempre nello stesso anno Mike Shinoda crea il suo side project Fort
Minor, esperimento di stampo hip-hop che esordisce su album
nel 2005 con The Rising Tied. I vertici del lavoro
sono rappresentati dai singoli Petrified (uscito
nel 2005) e Where'd You Go (uscito nel 2006), il
primo coniante una formula electro-rap diretta discendente delle sequenze
hip-hop di Meteora, e il secondo virante verso territori
emozionali e melodici grazie ad un tappeto pianistico e a cori vocali femminili. Gli altri pezzi originali e soddisfacenti del
disco sono Cigarettes
e Red to Black. Shinoda, spingendo sul sound per cui è chiaramente più portato, e che difatti caratterizzava gli elementi più covincenti di Meteora, è riuscito a suonare più "solido" e meno ruffiano rispetto all'ultimo materiale firmato Linkin Park. Peccato che nel complesso il lavoro
suoni a volte troppo derivativo dal sound del Dr.
Dre più pacchiano (Remember the Name,
Right Now) e dalla old-school newyorkese (Feel
Like Home, Back Home), senza riuscire ad
innovare gli stilemi né dell'uno né dell'altra. E a
tratti viene anche intaccato pesantemente da alcune escursioni "dancefloor"
di livello scadente (Believe Me).
Minutes to Midnight
(Warner Bros./Machine Shop,
2007)
Album
I Linkin Park tornano con un full-length di inediti appena
nel 2007.
La sorpresa è il netto cambiamento stilistico. La band ha accantonato
gran parte degli stilemi usati (e abusati) nei precedenti lavori:
praticamente assenti il turntablism e l'elettronica, meno sampling,
minimizzato al massimo il rap di Shinoda, e formula dei pezzi che
quasi sempre lascia da parte il riff distorto di chitarra in favore
di una ballad o di una power-ballad.
Il disco si apre con Given Up,
che spicca nettamente sopra a tutte le altre tracce, regalando un
convincente e potente pezzo rock, difettoso solamente nelle liriche
un po' patetiche.
Peccato che poi si prosegua molto male: Leave Out All the
Rest, godibile nelle tenui strofe, più prosegue e
meno ha da invidiare alle boy-band più commerciali in circolazione;
Bleed It Out, in cui per la prima volta nel disco
si incontra la voce di Mike, è un rap-rock sincopato e insulso;
Shadow of the Day è forse la più curata
tra le ballad del disco, ma dopo il primo ascolto rischia già
facilmente di annoiare (senza contare il suo evidente essere plagiata
da With or Without You degli U2); What I've
Done, il singolo di lancio, è una power-ballad semplice
ma abbastanza d'impatto, peccato per lo scontato messaggio moralista
del testo; con Hands Held High capiamo che punto
abbia raggiunto la "cristianità" del nuovo sound
della band: Shinoda rappa un testo buonista con lo stesso stile dei
P.O.D., e un chorus ripete in un coro la parola
"amen"; No More Sorrow per fortuna riporta
il disco su binari più aggressivi e d'impatto (per lo meno
a livello sonoro, a livello di liriche non cambia molto); Valentine's
Day è un'altra ballad, stavolta però più
emotiva e supportata da una sezione ritmica convincente; In
Between, altra ballad, vede per la prima volta Shinoda cimentarsi
nel canto melodico, e tale novità la rende più fresca
di molte altre; In Pieces è una noiosissima
ed insulsa ballad che da elettro-pop diventa pop-rock; e la conclusiva
The Little Things Give You Away, lunga 6 minuti e
mezzo (eccezionale, per i canoni della band), è una power ballad
(l'ennesima) non propriamente scadente ma molto anonima.
In sintesi, le uniche tracce degne di
ascolto del disco sono le buone Given Up e No
More Sorrow. E tra le ballad si salvano solo Valentine's
Day, Shadow of the Day (se si passa sopra
al plagio), e In Between.
Davvero un peccato la qualità mediocre di quasi tutti i pezzi,
anche perché il canto di Bennington sembra essere ulteriormente
migliorato.
Per quanto riguarda il cambiamento stilistico, è apprezzabile
ma non troppo. In fondo i Linkin Park non si sono presi nessun
rischio: hanno abbandonato il nu-metal più che altro perché come trend
è ormai finito, e si sono prodigati in ballad melodiche che
ricordano molto l'emo che ora impera nelle classifiche. Finito un
trend, si sono avvicinati a quello successivo.
L'unico "rischio" che si sono presi è l'aver portato
all'estremo il buonismo delle liriche e l'aver cancellato quasi tutta
la "rabbia" dal sound, deludendo molti vecchi fan. Ma la
"maturazione" li ha resi ancora più pop e radio-friendly.
Nel giro dei primi due anni, l'album vende "solo" 6 milioni di copie, ancora una volta l'ulteriore metà rispetto al full-length precedente, confermando la progressiva perdita di interesse da parte del grande pubblico.
LINE-UP
Chester Bennington - Lead vocals
Rob Bourdon - Drums
Brad Delson - Lead guitar
Dave "Phoenix" Farrell - Bass guitar
Joseph Hahn - Turntables, sampling, programming
Mike Shinoda - Vocals, emcee, keyboard, rhythm guitar
TRACKLIST
1. Wake – 1:40
2. Given Up – 3:09
3. Leave Out All the Rest – 3:29
4. Bleed It Out – 2:44
5. Shadow of the Day – 4:49
6. What I've Done – 3:28
7. Hands Held High – 3:53
8. No More Sorrow – 3:41
9. Valentine's Day – 3:16
10. In Between – 3:16
11. In Pieces – 3:38
12. The Little Things Give You Away – 6:23
Il ritorno dei Linkin Park con un nuovo album sembrava preannunciare una coraggiosa e matura svolta stilistica, e in effetti A Thousand Suns (Warner, 2010) cambia rotta rispetto ai precedenti dischi, ma se questa è la maturità raggiunta dalla band sarebbe stata meglio un'eterna adolescenza. L'album fa sparire quasi del tutto le chitarre elettriche, riducendole a scarne comparsate negli arrangiamenti, e rende il sound della sezione ritmica completamente sintetico. Si tratta essenzialmente di un album electro-pop, che trasporta la (poco ispirata) vena electro-hip-hop di Reanimation verso lidi più synth-pop e più melodici.
Con la scusa del concept-album (ma i testi incentrati su guerra e possibili conflitti nucleari sfoderano più che altro una serie di cliché), la band raggiunge un totale di 15 tracce di cui però ben 6 sono filler che nel loro totale di ben 8 minuti non aggiungono musicalmente nulla di minimamente interessante, reggendosi solo sulla giustificazione di un'integrazione lirico-tematica con la traccia precedente/successiva.
Troppo pochi i momenti ascoltabili: il ritmo disco-pop dell'orecchiabile Burning in the Skies può costituire un singolo decente, mentre l'electro-hip-hop di Wretches and Kings (che cita i Public Enemy) rimanda invece ai Fort Minor tanto quanto il momento migliore dell'album, When They Come for Me, hip-hop ben arrangiato da un tappeto percussivo distorto digitalmente, con andirivieni di tastiere e melodie mediorientaleggianti.
L'esperimento più onirico e bizzarro arriva con Robot Boy, un'occasione tuttavia sprecata dato che le stratificazioni vocali su tappeto di synth alienati scivola presto nella noia e viene accompagnato da un drumming patetico, così come altra occasione sprecata è l'ultra-svenevole ballad di chitarra, piano e voce The Messenger, mentre veri e propri crolli nei territori del kitsch sono Waiting for the End e Iridescent (che ancora una volta imita gli U2, ripetendo l'operazione già compiuta con Shadow of the Day), seguite non molto lontano da Blackout e The Catalyst (le cui voci e parti d'arrangiamento più aggressive non salvano dal baratro).