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Massive Attack

Blue Lines (1991)
7.5/10
Protection (1994)
7/10
Mezzanine (1998)
8/10
100th Window (2003)
6.5/10
Heligoland (2010)
6/10




The Wild Bunch era un sound system, formato principalmente da DJ e rapper, popolare a Bristol (UK) tra il 1983 e il 1986; il sound del collettivo, che spaziava fra hip-hop, reggae, dub e punk-rock, era il prodotto naturale della multietnicità cittadina.
I quattro membri più creativi del gruppo, ovvero Robert "3-D" Del Naja, Grant "Daddy G" Marshall, Andrew "Mushroom" Vowles e Adrian "Tricky" Thaws (quest'ultimo solo occasionalmente parte delle performance) andarono poi a formare i Massive Attack nel 1988, due anni dopo la fine del progetto, esordendo lo stesso anno con il singolo Any Love, una mediocre fusion tra hip-hop e soul-pop.

Con i Massive Attack, i quattro hanno modo di focalizzarsi su di un'idea che avevano già sperimentato nel collettivo, ovvero quella di modificare pesantemente l'hip-hop statunitense rallentandone i tempi, esaltando battiti e basso (soluzione ripresa dal dub jamaicano e rivisitata con attitudine cocktail-lounge), e innestandolo con vocalizzi soul (per le quali reclutano la cantante Shara Nelson).
Il loro primo album Blue Lines (Circa/Virgin, 1991) segna la nascita di uno stile musicale che influenzerà pesantemente la scena britannica ed europea, e che un paio di anni più tardi verrà etichettato come "trip-hop" per via dell'unione tra ritmiche hip-hop rallentate, anima da club sulla scia dell'ambient-house, e una particolare psichedelia onirica ispirata dalla musica "new age" e dal dream-pop.
Tra le tracce del disco spiccano specialmente quelle cantate da Shara Nelson, ovvero Safe from Harm, Daydreaming, Lately e Unfinished Sympathy (soprattutto quest'ultima, il capolavoro del disco, grazie agli emozionanti arrangiamenti degli archi), che rinvigoriscono con la passione della vocalità soul i tappeti soffusi di Marshall e Del Naja; altra traccia molto coinvolgente è Five Man Army, specialmente per la voce profonda di Marshall e per gli azzeccati sample reggae; la title-track sciorina invece le migliori sequenze rap, con la voce di Del Naja filtrata in un caratteristico timbro vocale che diventerà uno dei marchi di fabbrica della band; altre composizioni, come Be Thankful for What You've Got, sono invece ancora eccessivamente derivative dai cliché reggae e new-wave.
Sulla conclusiva Hymn of the Big Wheel la voce è del celebre cantante reggae Horace Andy.
Tra i collaboratori al disco spiccano i nomi di Cameron McVey, già produttore del disco di debutto di Neneh Cherry (che dal punto di vista sonoro aveva anticipato alcune soluzioni di Del Naja e Marshall), della stessa Neneh Cherry (agli arrangiamenti), e del bassista Paul Johnson.

Il secondo album Protection (Circa/Virgin, settembre 1994) esce poche settimane dopo Dummy, il debutto dei Portishead, l'altra seminale band "trip-hop" di Bristol, e rispetto a quel disco mostra anche evidenti limiti artistici.
Del Naja e soci sembrano più interessati a indulgere nell'esaltazione dei lenti battiti ritmici e nelle atmosfere "chill out", senza addentrarsi in territori più azzardati o psicanalitici rispetto al disco di debutto.
Protection è innanzitutto un disco di trip-hop atmosferico, musicalmente molto più vicino all'ambient che all'hip-hop.
Spesso la formula riesce perfettamente, ed esempio migliore ne è la title-track (piazzata anche come opener, e cantata da Tracey Thorn del duo dance-pop Everything But the Girl), una soffusa ballad trip-hop che riesce ad evocare il clima freddo e malinconico degli autunni di Bristol, e che non a caso si chiude con il sample di una pioggia; altre volte, invece, non si va oltre ad un'eleganza formale asettica, priva di un cuore passionale (è il caso di Three, Spying Glass, Better Things).
Sono solo una manciata gli episodi che raggiungono i livelli dell'opener: Karmakoma perfeziona lo stile già sentito in tracce come Five Man Army, mescolando ad un rap quasi sussurrato battiti hip-hop, influenze reggae e sample dissonanti; la strumentale Weather Storm è guidata da leggeri tocchi al pianoforte su di un avvolgente tappeto chill-out; Eurochild spinge sulla potenza del drumming hip-hop e sugli arrangiamenti spiazzanti e psichedelici, ed è forse la traccia più appassionata del disco; Sly, sulla scia di Unfinished Sympathy, è sorretta da avvolgenti archi onirici che toccano il dramma sinfonico verso il finale, trascinata da un battito secco, e impreziosita dai vocalizzi alla Billie Holiday di Nicolette Suwoton (che canta anche su Three); Heat Miser è un pezzo strumentale viscerale e angosciante (il giro di pianoforte cita il tema di Tubular Bells di Mike Oldfield).
Chiude l'album una sarcastica ma assai poco riuscita cover di Light My Fire dei The Doors, registrata dal vivo.

Dopo Protection, Tricky si stacca definitivamente dal gruppo, per cominciare una carriera solista.

Il terzo disco Mezzanine (Circa/Virgin, 1998) è invece il loro capolavoro, perché aumenta a dismisura il sottotesto oscuro e inquietante già presente nei pezzi più atmosferici dei loro primi due dischi. Per farlo, però, non indulge nell'ambient, ma carica i pezzi di arrangiamenti graffianti e molto più imparentati con il rock che con qualsiasi disco "chill out".
Del Naja e Marshall rimasticano tutto il trip-hop in circolazione, lo affogano in "droni" e pulsazioni ritmiche con il loro indiscusso talento per le tessiture psichedelico-oniriche, e sfornano uno dei massimi vertici del genere. I battiti restano rallentati, le melodie dilatate e fortemente atmosferiche, ma ora non si tratta più di musica che possa venire trattata come "ambientale", né come "ballabile".
Il lavoro è fortemente influenzato dalla trasformazione creativa e psicologica che Dummy, l'esordio dei Portishead del 1994, aveva compiuto sul trip-hop, ma se ne distanzia nettamente grazie allo stile quieto, profondo, lento e onirico che la band ha avuto modo di raffinare al meglio nei primi due album.
La prima metà del disco è spettacolare: l'atipica love-song Angel (con voce del cantante reggae Horace Andy, già guest in Blue Lines e Protection, che riadatta il testo della sua hit You Are My Angel) è un lento mantra guidato da un potente basso e da un drumming secco e minimale, che esplode nel momento in cui entrano i fiumi di synth e chitarre elettriche dilatate; Risingson è uno dei massimi trip onirici della band, immerso in un'atmosfera notturna e avvolto da una fitta tessitura di suoni dilatati e a tratti distorti, con in primo piano il sommesso rap di Del Naja e Marshall; Teardrop possiede una delle strutture più semplici ma più riuscite (battito trip-hop secco e soffuso campionato da Sometimes I Cry di Les McCann, giro di basso, maestosi accordi di pianoforte, background di sample dissonanti, contrappunti di stringhe), e convoglia anche i momenti più emotivi e poetici dell'album, grazie alla splendida performance vocale della guest Elizabeth Fraser, ex-voce degli appena scioltisi Cocteau Twins; Inertia Creeps unisce il rap più sussurrato di Del Naja ad un altro tappeto psichedelico-onirico trip-hop, stavolta fortemente arrangiato da sonorità mediorientali (percussioni, vari strumenti a corda) e trascinato dal groove del basso; Exchange è l'esperimento più ambientale, un pezzo strumentale guidato dal basso jazzato e ancora una volta immerso in un mood sognante, ottenuto campionando la Our Day Will Come interpretata da Isaac Hayes; Dissolved Girl, scritta dal producer Matt Schwartz e cantata dalla guest Sara Jay, è un altro esempio dello stile unico negli arrangiamenti di Del Naja e Marshall, ed è grazie soprattutto al background sonoro ed alle esplosioni chitarristiche che il pezzo trova la sua ragione d'essere.
Le tracce successive rappresentano un sensibile calo rispetto a questo folgorante inizio, tuttavia sono presenti ancora dei buoni momenti, specie in Man Next Door (che campiona The Cure e Led Zeppelin), cantata ancora da Horace Andy ed estremamente notturna, grazie soprattutto al profondo giro di basso, e negli 8 minuti della summa stilistica Group Four, cantata nuovamente da Elizabeth Fraser in coppia con Del Naja, immersa in raga orientali, battiti elettronici, droni dilatati, rumori atonali.
Leggermente soporifero e dalla lunghezza eccessiva, invece, il trip-hop con campionamenti jazz e vocalità soul (sempre della Fraser) di Black Milk, e non particolarmente degno di nota l'esperimento trip-hop "dark" e più upbeat della title-track, mentre chiude l'album (Exchange), una ripresa di Exchange, ma più dilatata e con i contributi vocali di Horance Andy.

Mezzanine è anche una pietra miliare nella storia dell'industria discografica, essendo il primo disco di una band celebre ad essere messo volontariamente e legalmente a disposizione per il download via Internet.

Dopo l'uscita di Mezzanine, Andrew Vowles lascia la band dichiarandosi contrario al cambio di sound (e in particolare ai sample di chitarra elettrica).
Lo stesso Grant Marshall lascia poi la band temporaneamente, per stare assieme alla propria famiglia.

Durante il successivo momento di precario equilibrio all'interno della band esce l'ottimo singolo I Against I (2002), dal battito cupo e quasi industriale, una riuscita collaborazione con il rapper Mos Def.

Il successivo album 100th Window (Virgin, 2003) viene quindi scritto e registrato dal solo Del Naja, con contributi del producer Neil Davidge e dei soliti guest vocalist (nuovamente Horace Andy, ma stavolta anche Sinéad O'Connor, e Damon Albarn dei Blur).
La genesi del disco è sofferta (quasi tre anni), e il risultato finale mostra una decisa virata verso soffuse e avvolgenti sonorità ambient.
Con la prima metà dell'album, Del Naja riesce ad essere all'altezza delle aspettative: l'opener Future Proof (che fa tornare le chitarre elettriche nel background, oltre a contenere le ritmiche relativamente più frenetiche e mostrare alcuni arrangiamenti orientaleggianti), What Your Soul Sings (la ballad ambient più rilassante, con un ottimo contributo vocale della O'Connor), il dark-ambient a ritmo trip-hop Special Cases (avvolto in arrangiamenti inquietanti, con ancora la O'Connor alla voce), Butterfly Caught (che enfatizza battiti elettronici, arrangiamenti orientaleggianti e delay onirici) e soprattutto Everywhen (il momento atmosferico più sognante e dagli arrangiamenti più eleganti e ricercati, con Horace Andy alla voce) rappresentano i vertici del lotto.
Purtroppo segue un deciso calo, con le soporifere, ridondanti e autoindulgenti Prayer for England (6 minuti), Smalltime Shot Away (8 minuti, con comparsata vocale di Damon Albarn) e Name Taken (8 minuti).
Il disco viene fortunatamente chiuso da un altro episodio godibile, ovvero Antistar, che porta all'estremo il sound orientaleggiante già emerso in Future Proof e più nettamente in Butterfly Caught, culminando in un climax ritmico, ma anche qui è presente un eccesso d'autoindulgenza (per un totale di 8 minuti nel complesso troppo lenti e dispersivi).

Danny the Dog (Virgin, 2004) è una non molto brillante soundtrack, scritta per l'omonimo film diretto da Louis Leterrier.

Collected (Virgin, 2006) è un "best of" inutile e non troppo bene assortito, che comunque ha almeno il pregio di contenere l'ottimo inedito Live With Me, con una grande performance del jazz-soul singer Terry Callier e un tappeto d'archi altamente emotivo.
La qualità della release si alza notevolmente contando l'edizione speciale completata da un DualDisc bonus contenente tracce rare (di cui alcune notevoli, come I Against I) e tutti i music video della band.

Tornato Grant "Daddy G" Marshall in pianta stabile vicino a Del Naja, i Massive Attack pubblicano il nuovo album Heligoland (Virgin, 2010), sviluppato a partire da sessioni registrate tra il 2005 e il 2009, assieme ad una lunga lista di guest.
Stilisticamente, il disco rappresenta il forse maggior allontanamento dal sound classico, cancellando con un colpo di spugna buona parte delle soluzioni più oniriche, oscure e claustrofobiche sviluppate nel corso degli anni, per riallacciarsi ad alcune idee degli esordi (Blue Lines), rivisitate però sostituendo con basi ritmiche elettroniche e spesso propulsive le vecchie influenze jamaicane.
Nei nuovi pezzi mancano in effetti il guizzo geniale e la profondità emotiva, in tal modo riducendo spesso la maggior attrattiva alla performance vocale del guest di turno, che imprime e definisce l'identità della traccia.
Martina Topley-Bird (vocalist storica di Tricky) fa sue Babel, con base electro frenetica, e la più lenta ed onirica Psyche, una sorta di incrocio tra gli echi mistici dei Dead Can Dance e l'elettronica alienante e glaciale dei più recenti The Knife.
Pray for Rain, con pioggia ritmica sia tribale che electro, pianoforte e crescendo chitarristico sino ad un refrain pop (simboleggiante apparentemente l'esaudimento della "preghiera") prima della coda che riprende il tema iniziale, pare ritagliata su misura al vocalist Tunde Adebimpe dei TV on the Radio.
Il collaboratore di vecchia data Horace Andy è protagonista di Girl I Love You, inaspettatamente un altro episodio dalla ritmica propulsiva, sostenuto prima da rapidi giri di basso, poi da svolazzi di synth spettrali, ma anche incalzanti e minacciosi fiati che si contorcono in una dissonante esplosione finale.
Una delle più atipiche basi ritmiche, con battiti di mano e tonfi sordi, si accompagna al minimale e freddo giro di basso, ai rintocchi cristallini e a brevi momenti di stratificazione tastieristica dell'alienante ballad Paradise Circus, a cui riesce a dare un filo conduttore la particolare voce di Hope Sandoval (dei Mazzy Star).
Altro episodio abbastanza convincente, Saturday Come Slow incrocia un'altra scarna e propulsiva base ritmica alle melodie vocali di Damon Albarn (dei Blur) ma soprattutto al diligente lavoro chitarristico di Adrian Utley (dei Portishead).
Ad un livello inferiore si trovano invece Flat of the Blade (voce di Guy Garvey degli Elbow), un pastiche di pulsazioni electro e droni da colonna sonora cinematografica, e Rush Minute (voce di Del Naja), con ritmica nuovamente incalzante e propulsiva, banali rintocchi riverberati di chitarra e romantici accordi al pianoforte, vicino alle soluzioni più cantautoriali già tentate da act come gli Archive, la conclusiva Atlas Air (voce di Del Naja), con quasi 8 minuti di altro incrocio tra base simil-electro (stavolta dalle venature etniche) e acuti droni atmosferici ai synth, ma anche la confusa e piuttosto piatta Splitting the Atom, a tre voci (Del Naja, Horace Andy e il cavernoso Marshall) su tappeto di acuti tastieristici stratificati e battiti di mani, scelta contro ogni aspettativa come singolo di lancio.








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