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Ministry

With Sympathy (1983)
5/10
Twitch (1986)
7/10
The Land of Rape and Honey (1988)
8/10
The Mind Is a Terrible Thing to Taste (1989) 7.5/10
Psalm 69 (1992)
6.5/10
Filth Pig (1996)
6.5/10
Dark Side of the Spoon (1999)
5.5/10
Animositisomina (2003)
7/10
Houses of the Molé (2004)
6.5/10
Rio Grande Blood (2006)
6/10
The Last Sucker (2007)
6.5/10



With Sympathy (Arista Records, 1983) è, che ci si creda o meno, il primo album dei Ministry, progetto nato dalla mente di Al Jourgensen che successivamente pubblicherà alcuni dei più importanti album nella storia dell'industrial-rock.
Il fatto spiazzante è che With Sympathy (uscito in alcune nazioni sotto il titolo Work for Love) suoni, sostanzialmente, come un disco di synth-pop modaiolo; i primi 1980s stavano segnando la diluizione commerciale della new-wave elettronica nel pop sintetico, e Jourgensen nel suo debutto non fa che seguire la tendenza, cavalcando l'onda di band come gli Human League.
Se in alcuni casi riesce a convincere, specie per un discreto gusto melodico (Revenge, She's Got a Cause, I Wanted to Tell Her, l'opener Effigy), per la maggior parte del disco risulta invece parecchio soporifero, e anzi quasi imbarazzante (specie nella voce, che simula ridicolmente un accento inglese).
Non è un caso se, molti anni più tardi, Jourgensen stesso definirà With Sympathy come "an abortion of an album".


Twitch (Sire Records, 1986) è un lavoro di transizione tra il primissimo synth-pop e il futuro cruento sound industriale della band.
Paradossalmente è anche il disco più strettamente "industrial" ed elettronico di Jourgensen, ma il merito non è tanto suo quanto di Adrian Sherwood, che compie un ottimo lavoro di produzione assieme a Keith LeBlanc.
I pezzi di Twitch utilizzano rumori e campionamenti non tanto per rappresentare scenari disumanizzanti (come era prassi dei primi act industrial) quanto per evocare delle "melodie meccaniche"; geniale l'utilizzo del sampling nell'opener Just Like You, valorizzata anche da una linea di basso penetrante, così come sulla ritmica nervosa e perversa di My Possession e nell'inquietante conclusione, dissonante e straziata, Isle of Man (Version II), con echi di Joy Division e Swans. Il vero capolavoro del disco è tuttavia la suite Where You At Now?/Crash & Burn/Twitch (Version II), che raggruppa tre pezzi in un'unica esperienza psichedelica di 12 minuti; è il momento in cui Jourgensen osa maggiormente, flirtando con il noise e l'avanguardia, ora più che mai ispirandosi ai Throbbing Gristle.
Peccato che, di contro, parte dell'album sia ancora costruita sulla falsa riga del synth-pop inglese, con episodi ruffiani e noiosi come All Day (che appare sull'album come una versione remixata del singolo rilasciato poco prima). Parecchio scontati e poco interessanti anche gli ibridi tra queste due facce (quella synth-pop e quella industriale), ovvero We Believe, Over the Shoulder e The Angel.
Le influenze maggiori sulla genesi dell'album sono probabilmente i Cabaret Voltaire di Red Mecca (1981) e gli Skinny Puppy di Bites (1985).
L'album, nonostante i suoi palesi difetti, si eleva comunque abbondantemente al di sopra della media del synth-pop ad esso contemporaneo, azzardando e sperimentando molto di più, e diventerà anche una delle influenze maggiori sui primi dischi dei Nine Inch Nails (Pretty Hate Machine, del 1989, sarà per molti versi una versione reznoriana di Twitch).



The Land of Rape and Honey
(Sire, 1988)
Album

Tagliando praticamente del tutto i legami con il synth-pop e aggiungendo alla propria formula sonora un pesante constributo di psicosi ed efferatezza, Jourgensen riesce a scrivere uno degli album industrial-rock più travolgenti, innovativi e influenti della sua decade.
Non a caso decide di evadere dalla quasi one-man band che stava dietro a Twitch, mettendo assieme già nel seguente tour una line-up tipica del mondo rock e metal: la sua chitarra si unisce a una batteria (Bill Rieflin), un basso (Paul Barker) e un vocalist (Chris Connelly).
The Land of Rape and Honey comincia con tre pugni nello stomaco, ovvero Stigmata, The Missing e Deity, che mettono subito in chiaro le novità stilistiche della band: la prima è costruita da un efficace riffing punk-rock su battiti sintetici ben scanditi, le altre due sono anche più violente, flirtando pesantemente con l'hardcore (nel drumming, peraltro costituito da campionamenti) e il thrash-metal (nel riffing alla primi Metallica); il risultato complessivo di questa "overture" è una rilettura delle innovazioni di Steve Albini: i Ministry trasportano difatti la formula industrial-hardcore dei Big Black verso binari ancora più veloci e feroci.
Ma Jourgensen non si limita a crogiolarsi nella formula dei primi tre pezzi, e anzi dimostra di voler innovare a tutto tondo il panorama dell'industrial-rock. Golden Dawn, sostenuta da un'efficace linea di basso, è uno studio sulla distorsione della chitarra elettrica come arrangiamento; Destruction è pura psicosi: un tappeto ritmico spezzato dai silenzi viene a poco a poco accerchiato da urla disumane, attraversato da scariche elettriche, stratificato in un finale cacofonico; Hizbollah, che campiona vocalizzi mediorientali, è invece uno di quei pezzi dalla ritmica sintetica, languida e perversa che saranno di fondamentale ispirazione per artisti come i Nine Inch Nails.
Sussulti industriali tornano a sostenere l'ottima title-track, con rumori di respiratori artificiali a sostegno di ritmiche siderurgiche che ricordano i primi Swans, e nel background campionamenti di urla disperate che sembrano provenire da una folla di schiavi ribelli.
Dosi altissime di nevrosi psichica percorrono anche You Know What You Are, con una base sintetica pulsante avvolta da voci distorte fino al disumano.
L'unico calo qualitativo arriva verso la fine del disco, e consiste in I Prefer (che sembra una versione "industrial" non troppo brillante dei primi Faith No More) e Flashback (ridondante pezzo che scopiazza i Big Black aggiungendo alla formula solamente battiti e campionamenti più vicini a una forma di hip-hop distorto che di hardcore-noise), mentre la conclusiva epilessia di Abortive (percorsa da un basso funky distorto, epilettico e cavernoso, ricca di samples, e con una coda altamente rumoristica) chiude il lavoro discretamente.

Se i primi dischi degli Swans (Filth, del 1983, e Cop, del 1984) erano stati l'anello di congiunzione tra l'alienazione rumoristica e straziata della "no wave", una furia sonora senza precedenti al di fuori del metal (sezione ritmica sparata a cannonate, chitarre elettriche distorte) e il cupo industrial dei Throbbing Gristle, trasportando l'industrial-rock di Chrome e Killing Joke verso territori mai così violenti e alienati, sono tuttavia i Ministry con The Land of Rape and Honey ad avere l'intuizione di mantenere il calderone di sampling tipico dell'industrial-rock, ma di sostenere quella violenza sonora introdotta dagli Swans con la furia ritmica e chitarristica del thrash-metal.
L'operazione riesce a catturare davvero l'umore e il fatalismo tecnologico della nuovissima generazione, trasportando in musica l'essenza della cultura cyberpunk più violenta, e plasmando definitivamente, assieme ai contributi di pochi altri contemporanei (forse solo Godflesh e Prong), ciò che verrà definito "industrial metal". Tale formula non solo si rivelerà di grande appeal sulle masse giovanili seguaci tanto del cyberpunk quanto del thrash, ma cambierà per sempre il mondo del metal così come quello della musica industriale, diventando un'influenza imprescindibile su tutte le future generazioni di artisti "industrial" (i migliori lavori di Nine Inch Nails, Fear Factory, KMFDM, White Zombie e Marilyn Manson, per citare solo i primi illustri seguaci, paleseranno debiti colossali con questo disco).


LINE UP
Paul Barker – bass, engineer
Chris Connelly – vocals
Alain Jourgensen – guitar, vocals, engineer
Bill Rieflin – drums

TRACKLIST
1. Stigmata (5:45)
2. The Missing (2:54)
3. Deity (3:23)
4. Golden Dawn (5:42)
5. Destruction (3:30)
6. Hizbollah (3:59)
7. The Land of Rape and Honey (5:12)
8. You Know What You Are (4:45)
9. I Prefer (2:16)
10. Flashback (4:48)
11. Abortive (4:23)


8/10




The Mind Is a Terrible Thing to Taste
(Sire, 1989)
Album

The Mind Is a Terrible Thing to Taste si propone di rifinire e canonizzare le coordinate stilistiche del precedente The Land of Rape and Honey, ma risulta nel complesso molto meno fresco. Come nel precedente, i primi tre pezzi sono un'introduzione sparata e violenta: Thieves alterna drumming sintetico funk a parti assolutamente speed-metal, allo stesso modo delle successive Burning Inside (forse anche più trascinante) e Never Believe.
Cannibal Song smorza i toni: niente più elementi thrash, quanto piuttosto deliri alla Swans (base sintetica ossessiva, campionamenti orientaleggianti), mentre Test è un pezzo che mescola rap (politico), ritmica industrial e riffing hardcore, anticipando i più violenti Rage Against t he Machine.
I punti più bassi del disco sono le ultra-ripetitive Breathe, Faith Collapsing e So What, che, anche se ne accrescono l'ipnoticità, di contro purtroppo ne stemperano tutta la potenza.
Su CD si può trovare anche una nona traccia, ovvero l'atmosferica Dream Song, che, ritmando tramite campionamenti industriali un tappeto ambient onirico, risulta essere uno dei pezzi più intensi del lavoro.
A livello di studio sonoro, inoltre, l'album si caratterizza per una produzione spaventosamente pulita, grazie alla quale l'ascoltatore può facilmente percepire e apprezzare ogni singolo sample; e, già dopo il primo ascolto, l'urlo stratificato di Jourgensen (che qui si standardizza, diventando un suo marchio di fabbrica) resta indimenticabile.

Chris Connelly partecipa alla composizione della maggior parte dei pezzi, e canta Never Believe, Cannibal Song e Breathe, ma uscirà dalla band poco dopo, lasciando Jourgensen al ruolo di frontman assoluto.


LINE UP
Alien Jourgensen – vocals, guitars, programming
Paul Barker – bass, programming
William Rieflin – drums, programming, background voice (track 8)

Guests:
Chris Connelly – vocals (tracks 3-5), background vocals (track 6)
The Grand Wizard (K. Lite) – vocals (track 7)
The Slogan God (Tommie Boskie) – vocals (track 7)
Angela Lukacen – vocals (track 9)
Mars Williams – saxophone (track 4)


TRACKLIST
1. Thieves – 5:00
2. Burning Inside – 5:16
3. Never Believe – 4:58
4. Cannibal Song – 6:07
5. Breathe – 5:38
6. So What – 8:12
7. Test – 6:02
8. Faith Collapsing – 4:00
9. Dream Song – 4:50 (CD only)


7.5/10




Psalm 69
(Sire, 1992), il cui titolo originale è in realtà ΚΕΦΑΛΗΞΘ (greco per "capo69", sottintendo un'ovvia metafora sessuale), è il quinto album dei Ministry.
Proseguimento coerente ma meno apprezzabile dei due album precedenti, Psalm 69 completa la lenta mutazione di Jourgensen da artista elettronico a musicista metal.
N.W.O. (contenente samples da discorsi di George H. W. Bush) e Just One Fix (dal riffing micidiale), ovvero le prime due tracce, sono pugni nello stomaco di thrash industriale, mentre TV II alza la mira, mescolando alla formula anche elementi sperimentali e hardcore.
Non c'è purtroppo lo stesso impatto mano a mano che l'album prosegue, dato che Hero è un semplice pezzo speed-metal, e non troppo più in alto vola la più frizzante Jesus Built My Hotrod, speed-metal per discoteche alternative che si avvale delle guest vocals dementi e distorte di Gibby Haynes dei Butthole Surfers.
Gli 8 minuti di Scarecrow vogliono proseguire la sperimentazione intrapresa nei due dischi precedenti sull'utilizzo della chitarra elettrica come arrangiamento per brani cadenzati e atmosferici (anche se qui l'atmosfera è parecchio più heavy), ma il risultato suona alla lunga molto ripetitivo.
Un ultimo picco di qualità si ha con la title-track, avvolta in sampling liturgici e spezzata da riff devastanti, prima di una mediocre chiusura noise-ambient con le conclusive Corrosion e Grace.
L'impressione è che Jourgensen abbia virato sul metal trascurando però l'originalità che lo contraddistingueva; non basta un buon lavoro di sampling e stop-and-go a rendere un album fresco e trascinante. Il riffing ci mette poco a stancare, ma soprattutto la struttura dei pezzi è ridondante all'eccesso, e ciò non li aiuta affatto a esplodere e coinvolgere; Jourgensen ha proseguito coerentemente il percorso di The Mind Is a Terrible Thing to Taste, ma gli elementi che ha sviluppato sono prevedibilmente quelli che rendevano tale album qualitativamente inferiore a The Land o Rape and Honey.
La ripetitività e la piattezza della maggior parte dei pezzi risultano però il punto forte della loro orecchiabilità per un pubblico che ricerca semplicemente delle hit metal catchy, e, negli anni in cui l'occhio dei mass-media si sposta sulla musica alternativa, anche i Ministry riescono a diventare facilmente un fenomeno commerciale. Psalm 69 vende più di un milione di copie, mentre Jourgensen si attira la delusione di chi lo aveva sostenuto sino a quel momento.
Unico elemento di eccellenza del disco risulta essere l'ottima produzione sonora, che in gran parte dei casi riesce quasi a compensare la mancanza di originalità della proposta musicale.
Lo stesso anno alcuni "discepoli" di Jourgensen dimostreranno di suonare più coinvolgenti e fuori dagli schemi rispetto agli attuali Ministry: i Fear Factory con Soul of a New Machine, i Pigface con Fook, i Nine Inch Nails con l'EP Broken.


Dalla lavorazione
sofferta (le sessioni di registrazione iniziano ancora nel 1994, tra l'altro con l'abbandono a metà del batterista Rieflin, sostituito da Washam dei Rapeman), il sesto album dei Ministry esce nel 1996 e si intitola Filth Pig (Warner Brothers, 1996).
Ormai sempre più lontano dalle sue origini "industriali", Jourgensen scrive un album completamente metal. La grossa novità è che però il metal di Filth Pig non ricalca lo speed-thrash che caratterizzava i pezzi più metal dei suoi precedenti dischi: in realtà la pesantezza delle tracce di Filth Pig è molto più derivativa dall'industrial-metal infernale di band come i Godflesh.
Si prenda come esempio la title-track, probabilmente il capolavoro del disco: ritmi rallentati, linea di basso opprimente, chitarre sporche e feroci, voce abrasiva, assolo d'armonica; stesso dicasi per l'opener Reload (sporchissima, noisy e dalla ritmica impazzita) e per la tetra The Fall, così come per Crumbs e per la più horror-punk Useless.
Un ritmo che ricorda l'industrial "classico" si ritrova solo su Lava e Dead Guy (seppur sviluppato in una struttura heavy-rock), ma a dirla tutta il drumming elettronico ritorna davvero unicamente sulla conclusiva Brick Windows, un pezzo canonico che sembra uno scarto di Psalm 69.
Lay Lady Lay è un'inaspettata cover di Bob Dylan.



Settimo album per il progetto principale di Jourgensen, Dark Side of the Spoon (un gioco di parole che prende in giro i Pink Floyd citando lo "spoon", inteso come il cucchiaio per l'eroina) esce nel 1999 per la Warner Brothers.
Dark Side of the Spoon suona semplicemente come un incrocio tra Psalm 69 e l'ultimo Filthy Pig, senza peraltro riuscire a raggiungere in qualità né l'uno né l'altro.
Le tracce migliori sono la ferocissima Bad Blood (una pioggia di drumming sintetico e chitarre distorte) e la conclusiva 10 / 10 (valorizzata da un drumming funky e un sassofono jazz), mentre le altre non riescono a proporre nulla che non sia già stato detto in abbondanza; si fanno notare solamente le piccole stranezze, come il blues-noise distorto in Eureka Pile e Kaif, o l'incrocio tra jazz, punk e industrial di Step (un altro degli episodi migliori), ma complessivamente il disco stanca in fretta.




Animositisomina
(Sanctuary Records, 2003)
Album

Animositisomina (titolo-palindromo) esce nel 2003 ed è l'ottavo album in studio per i Ministry di Al Jourgensen.
Cercando stavolta (più che il terrorismo sperimentale ma ridondante e piatto delle ultime due release) un'apertura più creativa, Jourgensen confeziona un disco molto più apprezzabile rispetto al precedente Dark Side of the Spoon.
La title-track incorpora una voce distorta quasi a sembrare un'armonica, sopra ad una base sintetica a metà fra hardcore e speed-metal industriale; Unsung plagia un po' i Nine Inch Nails di Broken, distorcendoli ulteriormente, e mostra un Jourgensen che straordinariamente canta fraseggi melodici; Piss è una distorsione apocalittica del grunge.
Da citare senz'altro anche l'inquietante Shove, la devastante Impossible, la mistica Lockbox, e la lunga (9 minuti) chiusura di Leper.
Con una svolta simile a quella dei Godflesh di Selfless (non tanto nel risultato quanto nella modalità), l'album, nell'era del nu-metal industriale di band come American Head Charge e Celldweller, riesce senz'altro a spiccare e farsi notare positivamente.


LINE UP
Al Jourgensen – programming, guitars, keyboards, voices
Paul Barker – bass, keyboards, programming, voices (on track 9)
Max Brody – drums, percussion, programming, saxophone
Rey Washam – drums (on tracks 2–4, 8)
Louis Svitek – rhythm guitar (on tracks 2–4, 8)

Guests:
A. Grossman – rhythm guitar (on track 1)
A. Lukacin-Jourgensen – background voices (on track 4)
K. Kinslow – voices (on track 8)


TRACKLIST
1. Animosity – 4:36
2. Unsung – 3:11
3. Piss – 5:10
4. Lockbox – 4:45
5. Broken – 4:52
6. The Light Pours Out of Me – 4:26
7. Shove – 5:53
8. Impossible – 7:43
9. Stolen – 4:09
10. Leper – 9:05


7/10




Houses of the Molé
(Sanctuary Records, 2004), con titolo-tributo a Houses of the Holy dei Led Zeppelin, è il nono album dei Ministry, stavolta senza più i grandi Paul Barker e Rey Washam ma con le nuove leve Monte, Scaccia e Baker.
Supportato da questa nuova line-up, Jourgensen ripudia ogni sperimentalismo compiuto negli ultimi dieci anni, e scrive l'ideale successore di Psalm 69.
Houses of the Molé è un disco estremamente thrash ed estremamente politico: tutte le tracce iniziano con la lettera W (che sta a simboleggiare il presidente George W. Bush), eccetto le due tracce nascoste e l'opener che, sarcasticamente, si intitola invece No W.
E proprio l'opener è un episodio furioso e programmatico: campionamenti velocizzati della cantata Carmina Burana e di discorsi di Bush, drumming e riffing furibondi, voce ribelle e apocalittica.
Poi, per il resto del disco, si trovano sostanzialmente la stessa atmosfera e le stesse coordinate stilistiche, ma l'impatto continua ad essere talmente diretto e potente da riuscire a mantenere alta la sensazione di "pugno nello stomaco" per tutta la durata del lavoro.
Spettacolari l'incipit di WTV e la chiusura da incubo di World, e intense le soluzioni ritmiche della conclusiva Worm (sorta di versione horror dei Depeche Mode), anche se 9 minuti risultano a posteriori eccessivi.
Presenti anche due tracce nascoste, ovvero la numero 23 (versione alternativa di No W, che prosegue il massacro) e la numero 69 (traccia di ambient elettronico dedicata al defezionario Barker).
Tirando le somme, qui di originalità ce n'è poca (Waiting somiglia a Thieves, Warp City somiglia a Jesus Built My Hotrod, No W è un mix di Burning Inside e Bad Blood, e via avanti), ma, a compensare ciò, Jourgensen ha ritrovato un'efferatezza che si credeva fosse ormai andata persa.


Rio Grande Blood (13th Planet Records, 2006), con titolo a parodiare Rio Grande Mud degli ZZ Top, è il decimo album in studio dei Ministry.
Proseguendo la strada del precedente Houses of the Molé e con una line-up nuovamente rinnovata (stavolta con Paul Raven al basso e Tommy Victor alla chitarra), Jourgensen scrive un album piatto e che non dice nulla di nuovo.
Estremamente politico, dato che il tema principale di ogni pezzo è l'amministrazione di George W. Bush, il disco coinvolge davvero solamente nell'apertura della furibonda title-track (che campiona i discorsi di Bush facendogli dire "I have adopted sophisticated terrorist tactics and I'm a dangerous, dangerous man") e della successiva Señor Peligro, due pezzi speed-metal che colpiscono realmente nello stomaco.
Per il resto, Rio Grande Blood è la solita parata di pezzi thrash brutali contaminati da un massiccio sampling, e vitalizzati unicamente da alcune ideuzze, come il chorus decadente in LiesLiesLies (con liriche a sostegno della teoria complottista sugli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001), il monologo di Jello Biafra in Ass Clown, o le melodie orientaleggianti in Khyber Pass.
Ma l'altissima, monotematica e militante temperatura politica del lavoro, unita alla continua ripetitività delle poche idee, forma un mix letale che, dopo il primo approccio, tedia già l'ascoltatore.


The Last Sucker (13th Planet Records, 2007) è il terzo e ultimo capitolo della cosiddetta trilogia "Ministry VS. George W. Bush" iniziata con Houses of the Molé e proseguita con Rio Grande Blood; non solo, The Last Sucker entra già da subito nella storia per essere l'ultimo disco di materiale inedito a nome Ministry ("I have other things to do", parole dello stesso Jourgensen) e, purtroppo, anche l'ultimo disco registrato da Paul Raven (già storico bassista di Killing Joke e Prong, scomparso pochi giorni dopo la release di The Last Sucker).
Il disco è sensibilmente superiore al precedente Rio Grande Blood, che suonava insabbiato in una ripetitività eccessiva, e raggiunge quasi il livello del devastante Houses of the Molé, con una serie di pezzi "pugno nello stomaco", sporchi e tesissimi, dalla temperatura politica estremamente elevata (sin dalla cover stessa dell'album).
L'opener Let's Go è un classico assalto speed-metal tipico della maggior parte dei lavori dei Ministry (sullo stile soprattutto di No W, l'opener di Houses of the Molé), dopodiché il lavoro prosegue con la medesima ferocia sulla più cadenzata, e soprattutto industriale, Watch Yourself (che sembra uscita dritta da The Mind Is a Terrible Thing to Taste) e sui rimbombi di Life Is Good (con un assolo chitarristico eccellente verso i due terzi).
L'album si arena, purtroppo, con le successive The Dick Song e title-track, che ripetono gli stessi stilemi delle tre tracce d'apertura, senza variarli di una virgola e anzi perdendo molta freschezza dal punto di vista chitarristico.
Ci pensa il micidiale dittico di No Glory e Death & Destruction (entrambe con grancassa a mitraglia e riffing speed-thrash efferato) a dare una forte scossa all'ascoltatore, che successivamente viene stupito con un'assurda cover di Roadhouse Blues dei The Doors, trasformata in un devastante pezzo speed-thrash dalle influenze blues-southern (ma Jourgensen non è nuovo a questo genere di sorprese, basti ripensare a Lay Lady Lay, la cover di Bob Dylan registrata nel 1996 per l'album Filth Pig) e cantata da Casey Chaos degli Amen.
Chiudono il lavoro i tre brani scritti in collaborazione con Burton C. Bell (vocalist dei Fear Factory) e cantati proprio da quest'ultimo: Die in a Crash, forse il capolavoro dell'album, oltre che probabilmente il pezzo con l'assolo di chitarra più esaltante, la cadenzata End of Days (pt. 1), e l'esteso incubo conclusivo di End of Days (pt. 2), uno dei classici voli psichedelico-metallici lunghi 10 minuti di Jourgensen (basti pensare alla Leper di Animositisomina, o alla Worm di Houses of the Molé).
L'ultimo album di inediti dei Ministry è pregno di tutti i pregi (ferocia, rabbia ben incanalata, maturità espressiva, speed-thrash dalle tinte industriali) e tutti i difetti (dilatazioni eccessive, ripetitività stilistiche, eccessiva ridondanza dei soggetti degli attacchi lirici) delle ultime release a nome Ministry (che, negli ultimi dieci anni, hanno in realtà pubblicato un solo disco davvero rilevante, ovvero Animositisomina), ma è sicuramente un capitolo più riuscito rispetto al suo predecessore Rio Grande Blood, e suona come un addio cruento e senza compromessi, dedicato con passione a tutti i fan "hardcore" della band.

 






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