With Sympathy
(Arista
Records, 1983) è,
che ci si creda o meno, il primo album dei Ministry,
progetto nato dalla mente di Al Jourgensen che successivamente pubblicherà
alcuni dei più importanti album nella storia dell'industrial-rock.
Il fatto spiazzante è che With Sympathy (uscito
in alcune nazioni sotto il titolo Work for Love) suoni,
sostanzialmente, come un disco di synth-pop modaiolo; i primi 1980s
stavano segnando la diluizione commerciale della new-wave elettronica nel pop sintetico, e Jourgensen nel suo debutto non fa che seguire
la tendenza, cavalcando l'onda di band come gli Human League.
Se in alcuni casi riesce a convincere, specie per un discreto gusto melodico
(Revenge, She's Got a Cause, I
Wanted to Tell Her, l'opener Effigy), per
la maggior parte del disco risulta invece parecchio soporifero, e anzi
quasi imbarazzante (specie nella voce, che simula ridicolmente un
accento inglese).
Non è un caso se, molti anni più tardi, Jourgensen stesso definirà
With Sympathy come "an abortion of an album".
Twitch (Sire
Records, 1986) è
un lavoro di transizione tra il primissimo synth-pop e il futuro cruento sound
industriale della band.
Paradossalmente è anche il disco più strettamente "industrial"
ed elettronico di Jourgensen, ma il merito non è tanto suo quanto di Adrian Sherwood,
che compie un ottimo lavoro di produzione assieme a Keith
LeBlanc.
I pezzi di Twitch utilizzano rumori e campionamenti
non tanto per rappresentare scenari disumanizzanti (come era
prassi dei primi act industrial) quanto per evocare delle "melodie
meccaniche"; geniale l'utilizzo del sampling nell'opener Just
Like You, valorizzata anche da una linea di basso penetrante,
così come sulla ritmica nervosa e perversa di My Possession
e nell'inquietante conclusione, dissonante e straziata, Isle of Man (Version II), con echi di Joy Division e Swans.
Il vero capolavoro del disco è tuttavia la suite Where
You At Now?/Crash & Burn/Twitch (Version II), che raggruppa
tre pezzi in un'unica esperienza psichedelica di 12 minuti; è il momento
in cui Jourgensen osa maggiormente, flirtando con il noise e l'avanguardia,
ora più che mai ispirandosi ai Throbbing Gristle.
Peccato che, di contro, parte dell'album sia ancora costruita sulla
falsa riga del synth-pop inglese, con episodi ruffiani e
noiosi come All Day (che appare sull'album come una
versione remixata del singolo rilasciato poco prima). Parecchio scontati
e poco interessanti anche gli ibridi tra queste due facce (quella
synth-pop e quella industriale), ovvero We Believe,
Over the Shoulder e The Angel.
Le influenze maggiori sulla genesi dell'album sono probabilmente i Cabaret Voltaire di Red Mecca (1981) e gli Skinny Puppy di Bites (1985).
L'album, nonostante i suoi palesi difetti, si eleva
comunque abbondantemente al di sopra della media del synth-pop ad esso contemporaneo, azzardando e sperimentando molto di più, e diventerà anche una delle influenze maggiori sui primi dischi dei Nine Inch Nails (Pretty Hate Machine, del 1989, sarà per molti versi una versione reznoriana di Twitch).
The Land of Rape and Honey
(Sire, 1988)
Album
Tagliando praticamente del tutto
i legami con il synth-pop e aggiungendo alla propria formula sonora un
pesante constributo di psicosi ed efferatezza, Jourgensen riesce a
scrivere uno degli album industrial-rock più travolgenti, innovativi e influenti della sua decade.
Non a caso decide di evadere dalla quasi one-man band che stava dietro a Twitch, mettendo assieme già nel seguente tour una line-up tipica del mondo rock e metal: la sua chitarra si unisce a una batteria (Bill Rieflin), un basso (Paul Barker) e un vocalist (Chris Connelly).
The Land of Rape and Honey comincia con tre pugni
nello stomaco, ovvero Stigmata, The Missing
e Deity, che mettono subito in chiaro le novità
stilistiche della band: la prima è costruita da un efficace
riffing punk-rock su battiti sintetici ben scanditi, le altre due sono
anche più violente, flirtando pesantemente con l'hardcore (nel
drumming, peraltro costituito da campionamenti) e il thrash-metal (nel riffing
alla primi Metallica); il risultato complessivo
di questa "overture" è una rilettura delle innovazioni di Steve Albini: i Ministry
trasportano difatti la formula industrial-hardcore dei Big
Black verso binari ancora più veloci e feroci.
Ma Jourgensen non si limita a crogiolarsi nella formula dei primi
tre pezzi, e anzi dimostra di voler innovare a tutto
tondo il panorama dell'industrial-rock. Golden Dawn, sostenuta
da un'efficace linea di basso, è uno studio sulla distorsione
della chitarra elettrica come arrangiamento; Destruction
è pura psicosi: un tappeto ritmico spezzato dai silenzi viene
a poco a poco accerchiato da urla disumane, attraversato da scariche elettriche,
stratificato in un finale cacofonico; Hizbollah, che campiona vocalizzi mediorientali, è
invece uno di quei pezzi dalla ritmica sintetica, languida e perversa che saranno di fondamentale ispirazione per artisti come i Nine Inch Nails.
Sussulti industriali tornano a sostenere l'ottima title-track,
con rumori di respiratori artificiali a sostegno di ritmiche siderurgiche che ricordano i primi Swans,
e nel background campionamenti di urla disperate che sembrano provenire
da una folla di schiavi ribelli.
Dosi altissime di nevrosi psichica percorrono anche You Know
What You Are, con una base sintetica pulsante avvolta da
voci distorte fino al disumano.
L'unico calo qualitativo arriva verso la fine del disco, e consiste in
I Prefer (che sembra una versione "industrial" non troppo brillante dei
primi Faith No More) e Flashback
(ridondante pezzo che scopiazza i Big
Black aggiungendo alla formula solamente battiti e campionamenti più vicini a una forma di hip-hop distorto che di hardcore-noise), mentre la conclusiva epilessia di Abortive (percorsa da un basso funky distorto, epilettico e cavernoso, ricca
di samples, e con una coda altamente rumoristica) chiude il lavoro discretamente.
Se i primi dischi degli Swans (Filth, del 1983, e Cop, del 1984) erano stati l'anello di congiunzione tra l'alienazione rumoristica e straziata della "no wave", una furia sonora senza precedenti al di fuori del metal (sezione ritmica sparata a cannonate, chitarre elettriche distorte) e il cupo industrial dei Throbbing Gristle, trasportando l'industrial-rock di Chrome e Killing Joke verso territori mai così violenti e alienati, sono tuttavia i Ministry con The Land of Rape and Honey ad avere l'intuizione di mantenere il calderone di sampling tipico dell'industrial-rock, ma di sostenere quella violenza sonora introdotta dagli Swans con la furia ritmica e chitarristica del thrash-metal.
L'operazione
riesce a catturare davvero l'umore e il fatalismo tecnologico della nuovissima generazione, trasportando in musica l'essenza della cultura cyberpunk più violenta, e plasmando definitivamente, assieme ai contributi di pochi altri contemporanei (forse solo Godflesh e Prong), ciò che verrà definito "industrial metal". Tale formula non solo si rivelerà di grande appeal sulle masse giovanili seguaci tanto del cyberpunk quanto del thrash, ma cambierà per sempre il mondo del metal così come quello della musica industriale, diventando un'influenza imprescindibile su tutte le future generazioni di artisti "industrial" (i migliori lavori di Nine Inch Nails, Fear Factory, KMFDM, White Zombie e Marilyn Manson, per citare solo i primi illustri seguaci, paleseranno debiti colossali con questo disco).
LINE UP
Paul Barker – bass, engineer
Chris Connelly – vocals
Alain Jourgensen – guitar, vocals, engineer
Bill Rieflin – drums
TRACKLIST
1. Stigmata (5:45)
2. The Missing (2:54)
3. Deity (3:23)
4. Golden Dawn (5:42)
5. Destruction (3:30)
6. Hizbollah (3:59)
7. The Land of Rape and Honey (5:12)
8. You Know What You Are (4:45)
9. I Prefer (2:16)
10. Flashback (4:48)
11. Abortive (4:23)
8/10
The Mind Is a Terrible Thing to Taste
(Sire, 1989)
Album
The Mind
Is a Terrible Thing to Taste si
propone di rifinire e canonizzare le coordinate stilistiche del precedente
The Land of Rape and Honey, ma risulta nel complesso molto
meno fresco. Come nel precedente, i primi tre pezzi sono un'introduzione
sparata e violenta: Thieves alterna drumming sintetico
funk a parti assolutamente speed-metal, allo stesso modo delle successive
Burning Inside (forse anche più trascinante)
e Never Believe.
Cannibal Song smorza i toni: niente più elementi
thrash, quanto piuttosto deliri alla Swans
(base sintetica ossessiva, campionamenti orientaleggianti), mentre
Test è un pezzo che mescola rap (politico),
ritmica industrial e riffing hardcore, anticipando i più violenti Rage
Against t he Machine.
I punti più bassi del disco sono le ultra-ripetitive Breathe,
Faith Collapsing e So What, che, anche se
ne accrescono l'ipnoticità, di contro purtroppo ne stemperano
tutta la potenza.
Su CD si può trovare anche una nona traccia, ovvero l'atmosferica Dream Song, che, ritmando tramite campionamenti industriali
un tappeto ambient onirico, risulta essere uno dei pezzi più intensi
del lavoro.
A livello di studio sonoro, inoltre, l'album si caratterizza per una
produzione spaventosamente pulita, grazie alla quale l'ascoltatore può
facilmente percepire e apprezzare ogni singolo sample; e, già dopo il primo ascolto, l'urlo stratificato di Jourgensen (che qui
si standardizza, diventando un suo marchio di fabbrica) resta indimenticabile.
Chris Connelly partecipa alla composizione della maggior parte dei pezzi, e canta Never Believe, Cannibal Song e Breathe, ma uscirà dalla band poco dopo, lasciando Jourgensen al ruolo di frontman assoluto.
LINE UP
Alien Jourgensen – vocals, guitars, programming
Paul Barker – bass, programming
William Rieflin – drums, programming, background voice (track
8)
Guests:
Chris Connelly – vocals (tracks 3-5), background vocals (track
6)
The Grand Wizard (K. Lite) – vocals (track 7)
The Slogan God (Tommie Boskie) – vocals (track 7)
Angela Lukacen – vocals (track 9)
Mars Williams – saxophone (track 4)
TRACKLIST
1. Thieves – 5:00
2. Burning Inside – 5:16
3. Never Believe – 4:58
4. Cannibal Song – 6:07
5. Breathe – 5:38
6. So What – 8:12
7. Test – 6:02
8. Faith Collapsing – 4:00
9. Dream Song – 4:50 (CD only)
7.5/10
Psalm 69 (Sire,
1992), il cui titolo originale
è in realtà ΚΕΦΑΛΗΞΘ (greco per "capo69", sottintendo un'ovvia metafora sessuale), è il quinto album dei Ministry.
Proseguimento coerente ma meno apprezzabile dei due album precedenti,
Psalm 69 completa la lenta mutazione di Jourgensen
da artista elettronico a musicista metal.
N.W.O. (contenente samples da discorsi di George
H. W. Bush) e Just One Fix (dal riffing micidiale),
ovvero le prime due tracce, sono pugni nello stomaco di thrash industriale,
mentre TV II alza la mira, mescolando alla formula
anche elementi sperimentali e hardcore.
Non c'è purtroppo lo stesso impatto mano a mano che l'album
prosegue, dato che Hero è un semplice pezzo
speed-metal, e non troppo più in alto vola la più frizzante Jesus Built My
Hotrod, speed-metal per discoteche alternative che si avvale
delle guest vocals dementi e distorte di Gibby Haynes dei Butthole
Surfers.
Gli 8 minuti di Scarecrow vogliono proseguire la sperimentazione intrapresa nei due dischi precedenti sull'utilizzo della
chitarra elettrica come arrangiamento per brani cadenzati e atmosferici
(anche se qui l'atmosfera è parecchio più heavy), ma
il risultato suona alla lunga molto ripetitivo.
Un ultimo picco di qualità si ha con la title-track,
avvolta in sampling liturgici e spezzata da riff devastanti, prima
di una mediocre chiusura noise-ambient con le conclusive Corrosion
e Grace.
L'impressione è che Jourgensen abbia virato sul metal trascurando
però l'originalità che lo contraddistingueva; non basta
un buon lavoro di sampling e stop-and-go a rendere un album fresco
e trascinante. Il riffing ci mette poco a stancare, ma soprattutto
la struttura dei pezzi è ridondante all'eccesso, e ciò
non li aiuta affatto a esplodere e coinvolgere; Jourgensen ha proseguito
coerentemente il percorso di The Mind Is a Terrible Thing to Taste,
ma gli elementi che ha sviluppato sono prevedibilmente quelli che
rendevano tale album qualitativamente inferiore a The Land o
Rape and Honey.
La ripetitività e la piattezza della maggior parte dei pezzi
risultano però il punto forte della loro orecchiabilità
per un pubblico che ricerca semplicemente delle hit metal catchy,
e, negli anni in cui l'occhio dei mass-media si sposta sulla musica
alternativa, anche i Ministry riescono a diventare facilmente
un fenomeno commerciale. Psalm 69 vende più
di un milione di copie, mentre Jourgensen si attira la delusione di chi
lo aveva sostenuto sino a quel momento.
Unico elemento di eccellenza del disco risulta essere l'ottima produzione
sonora, che in gran parte dei casi riesce quasi a compensare la mancanza
di originalità della proposta musicale.
Lo stesso anno alcuni "discepoli" di Jourgensen dimostreranno di suonare più coinvolgenti e fuori dagli schemi rispetto agli attuali Ministry: i Fear Factory con Soul of a New Machine, i Pigface con Fook, i Nine Inch Nails con l'EP Broken.
Dalla lavorazione sofferta (le
sessioni di registrazione iniziano ancora nel 1994, tra l'altro con
l'abbandono a metà del batterista Rieflin, sostituito da Washam
dei Rapeman), il sesto album dei Ministry
esce nel 1996 e si intitola Filth Pig (Warner
Brothers, 1996).
Ormai sempre più lontano dalle sue origini "industriali",
Jourgensen scrive un album completamente metal. La grossa novità è che però il metal di Filth Pig non
ricalca lo speed-thrash che caratterizzava i pezzi più metal
dei suoi precedenti dischi: in realtà la pesantezza delle tracce
di Filth Pig è molto più derivativa
dall'industrial-metal infernale di band come i Godflesh.
Si prenda come esempio la title-track, probabilmente
il capolavoro del disco: ritmi rallentati, linea di basso opprimente,
chitarre sporche e feroci, voce abrasiva, assolo d'armonica; stesso
dicasi per l'opener Reload (sporchissima, noisy e
dalla ritmica impazzita) e per la tetra The Fall,
così come per Crumbs e per la più horror-punk
Useless.
Un ritmo che ricorda l'industrial "classico" si ritrova solo su Lava
e Dead Guy (seppur sviluppato in una struttura heavy-rock), ma a dirla tutta il drumming elettronico ritorna davvero unicamente
sulla conclusiva Brick Windows, un pezzo canonico che
sembra uno scarto di Psalm 69.
Lay Lady Lay è un'inaspettata cover di Bob
Dylan.
Settimo album per il progetto principale
di Jourgensen, Dark Side of the Spoon (un gioco di
parole che prende in giro i Pink Floyd
citando lo "spoon", inteso come il cucchiaio per l'eroina)
esce nel 1999 per la Warner
Brothers.
Dark Side of the Spoon suona semplicemente come un
incrocio tra Psalm 69 e l'ultimo Filthy Pig, senza
peraltro riuscire a raggiungere in qualità né l'uno
né l'altro.
Le tracce migliori sono la ferocissima Bad Blood
(una pioggia di drumming sintetico e chitarre distorte) e la conclusiva
10 / 10 (valorizzata da un drumming funky e un sassofono
jazz), mentre le altre non riescono a proporre nulla che non sia già
stato detto in abbondanza; si fanno notare solamente le piccole stranezze,
come il blues-noise distorto in Eureka Pile e Kaif,
o l'incrocio tra jazz, punk e industrial di Step
(un altro degli episodi migliori), ma complessivamente il disco stanca
in fretta.
Animositisomina
(Sanctuary Records, 2003)
Album
Animositisomina
(titolo-palindromo) esce nel 2003 ed è l'ottavo album in studio
per i Ministry di Al Jourgensen.
Cercando stavolta (più che il terrorismo sperimentale ma ridondante
e piatto delle ultime due release) un'apertura più creativa,
Jourgensen confeziona un disco molto più apprezzabile rispetto al precedente Dark
Side of the Spoon.
La title-track incorpora una voce distorta quasi
a sembrare un'armonica, sopra ad una base sintetica a metà
fra hardcore e speed-metal industriale; Unsung plagia
un po' i Nine Inch Nails di Broken,
distorcendoli ulteriormente, e mostra un Jourgensen che straordinariamente
canta fraseggi melodici; Piss è una distorsione
apocalittica del grunge.
Da citare senz'altro anche l'inquietante Shove, la
devastante Impossible, la mistica Lockbox,
e la lunga (9 minuti) chiusura di Leper.
Con una svolta simile a quella dei Godflesh
di Selfless (non tanto nel risultato quanto nella modalità),
l'album, nell'era del nu-metal industriale di band come American
Head Charge e Celldweller, riesce
senz'altro a spiccare e farsi notare positivamente.
LINE UP
Al Jourgensen – programming, guitars, keyboards, voices
Paul Barker – bass, keyboards, programming, voices (on track
9)
Max Brody – drums, percussion, programming, saxophone
Rey Washam – drums (on tracks 2–4, 8)
Louis Svitek – rhythm guitar (on tracks 2–4, 8)
Guests:
A. Grossman – rhythm guitar (on track 1)
A. Lukacin-Jourgensen – background voices (on track 4)
K. Kinslow – voices (on track 8)
TRACKLIST
1. Animosity – 4:36
2. Unsung – 3:11
3. Piss – 5:10
4. Lockbox – 4:45
5. Broken – 4:52
6. The Light Pours Out of Me – 4:26
7. Shove – 5:53
8. Impossible – 7:43
9. Stolen – 4:09
10. Leper – 9:05
7/10
Houses of the Molé (Sanctuary
Records, 2004), con titolo-tributo a Houses of the Holy dei
Led Zeppelin, è il nono album
dei Ministry, stavolta senza più i grandi Paul Barker e
Rey Washam ma con le nuove leve Monte, Scaccia e Baker.
Supportato da questa nuova line-up, Jourgensen ripudia ogni sperimentalismo
compiuto negli ultimi dieci anni, e scrive l'ideale successore di Psalm
69.
Houses of the Molé è un disco estremamente
thrash ed estremamente politico: tutte le tracce iniziano con la lettera
W (che sta a simboleggiare il presidente George W. Bush), eccetto le due tracce
nascoste e l'opener che, sarcasticamente, si intitola invece No
W.
E proprio l'opener è un episodio furioso e programmatico: campionamenti
velocizzati della cantata Carmina Burana e di discorsi di Bush, drumming
e riffing furibondi, voce ribelle e apocalittica.
Poi, per il resto del disco, si trovano sostanzialmente la stessa atmosfera
e le stesse coordinate stilistiche, ma l'impatto continua ad essere talmente diretto e potente da riuscire a mantenere alta la sensazione
di "pugno nello stomaco" per tutta la durata del lavoro.
Spettacolari l'incipit di WTV e la chiusura da incubo
di World, e intense le soluzioni ritmiche della conclusiva
Worm (sorta di versione horror dei Depeche
Mode), anche se 9 minuti risultano a posteriori eccessivi.
Presenti anche due tracce nascoste, ovvero la numero 23 (versione
alternativa di No W, che prosegue il massacro) e
la numero 69 (traccia di ambient elettronico dedicata al defezionario Barker).
Tirando le somme, qui di originalità ce n'è poca (Waiting
somiglia a Thieves, Warp City somiglia
a Jesus Built My Hotrod, No W è un
mix di Burning Inside e Bad Blood, e via avanti),
ma, a compensare ciò, Jourgensen ha ritrovato un'efferatezza
che si credeva fosse ormai andata persa.
Rio Grande Blood (13th
Planet Records, 2006),
con titolo a parodiare Rio Grande Mud degli ZZ Top,
è il decimo album in studio dei Ministry.
Proseguendo la strada del precedente Houses of the Molé
e con una line-up nuovamente rinnovata (stavolta con Paul Raven al
basso e Tommy Victor alla chitarra), Jourgensen scrive un album piatto
e che non dice nulla di nuovo.
Estremamente politico, dato che il tema principale di ogni pezzo è
l'amministrazione di George W. Bush, il disco coinvolge davvero solamente
nell'apertura della furibonda title-track (che campiona
i discorsi di Bush facendogli dire "I have adopted sophisticated
terrorist tactics and I'm a dangerous, dangerous man") e
della successiva Señor Peligro, due pezzi
speed-metal che colpiscono realmente nello stomaco.
Per il resto, Rio Grande Blood è la solita
parata di pezzi thrash brutali contaminati da un massiccio sampling,
e vitalizzati unicamente da alcune ideuzze, come il chorus decadente
in LiesLiesLies (con liriche a sostegno della teoria
complottista sugli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001),
il monologo di Jello Biafra in Ass Clown, o le melodie
orientaleggianti in Khyber Pass.
Ma l'altissima, monotematica e militante temperatura politica del lavoro, unita alla continua ripetitività
delle poche idee, forma un mix letale che, dopo il primo approccio, tedia
già l'ascoltatore.
The Last Sucker (13th Planet Records, 2007) è
il terzo e ultimo capitolo della cosiddetta trilogia "Ministry
VS. George W. Bush" iniziata con Houses of the Molé
e proseguita con Rio Grande Blood; non solo, The
Last Sucker entra già da subito nella storia per essere
l'ultimo disco di materiale inedito a nome Ministry ("I
have other things to do", parole dello stesso Jourgensen)
e, purtroppo, anche l'ultimo disco registrato da Paul Raven (già
storico bassista di Killing Joke e Prong,
scomparso pochi giorni dopo la release di The Last Sucker).
Il disco è sensibilmente
superiore al precedente Rio Grande Blood, che suonava insabbiato
in una ripetitività eccessiva, e raggiunge quasi il livello
del devastante Houses of the Molé, con una serie di
pezzi "pugno nello stomaco", sporchi e tesissimi, dalla
temperatura politica estremamente elevata (sin dalla cover stessa dell'album).
L'opener Let's Go è un classico assalto speed-metal
tipico della maggior parte dei lavori dei Ministry (sullo
stile soprattutto di No W, l'opener di Houses of the
Molé), dopodiché il lavoro prosegue con la medesima ferocia sulla
più cadenzata, e soprattutto industriale, Watch Yourself
(che sembra uscita dritta da The Mind Is a Terrible Thing to Taste)
e sui rimbombi di Life Is Good (con un assolo chitarristico eccellente
verso i due terzi).
L'album si arena, purtroppo, con le successive The Dick Song
e title-track, che ripetono gli stessi stilemi delle
tre tracce d'apertura, senza variarli di una virgola e anzi perdendo
molta freschezza dal punto di vista chitarristico.
Ci pensa il micidiale dittico di No Glory e Death
& Destruction (entrambe con grancassa a mitraglia e riffing
speed-thrash efferato) a dare una forte scossa all'ascoltatore, che
successivamente viene stupito con un'assurda cover di Roadhouse
Blues dei The Doors, trasformata in un
devastante pezzo speed-thrash dalle influenze blues-southern (ma Jourgensen
non è nuovo a questo genere di sorprese, basti ripensare a Lay
Lady Lay, la cover di Bob Dylan registrata
nel 1996 per l'album Filth Pig) e cantata da Casey Chaos degli Amen.
Chiudono il lavoro i tre brani scritti in collaborazione con Burton
C. Bell (vocalist dei Fear Factory)
e cantati proprio da quest'ultimo: Die in a Crash, forse il capolavoro dell'album, oltre che probabilmente il pezzo con l'assolo di chitarra più esaltante, la cadenzata End of Days (pt. 1), e l'esteso incubo
conclusivo di End of Days (pt. 2), uno dei classici
voli psichedelico-metallici lunghi 10 minuti di Jourgensen (basti
pensare alla Leper di Animositisomina, o alla Worm
di Houses of the Molé).
L'ultimo album di inediti dei Ministry è pregno di
tutti i pregi (ferocia, rabbia ben incanalata, maturità espressiva,
speed-thrash dalle tinte industriali) e tutti i difetti (dilatazioni
eccessive, ripetitività stilistiche, eccessiva ridondanza dei
soggetti degli attacchi lirici) delle ultime release a nome Ministry
(che, negli ultimi dieci anni, hanno in realtà pubblicato un
solo disco davvero rilevante, ovvero Animositisomina), ma è sicuramente
un capitolo più riuscito rispetto al suo predecessore Rio
Grande Blood, e suona come un addio cruento e senza compromessi,
dedicato con passione a tutti i fan "hardcore" della
band.