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Morcheeba

Who Can You Trust? (1996)
6.5/10
Big Calm (1998)
7/10
Fragments of Freedom (2000)
5.5/10
Charango (2002)
4/10
The Antidote (2005)
5/10
Dive Deep (2008)
4.5/10




I Morcheeba nascono a Londra nel 1995 come emuli dei Portishead.
Le menti del progetto sono i due fratelli Paul Godfrey (a turntable e sampling) e Ross Godfrey (vari strumenti, specialmente tastiera Rhodes e chitarra elettrica), che reclutano alla voce la cantante di impronta soul Skye Edwards.

Il primo album Who Can You Trust? (Indochina, 1996) è una variante più pop e cocktail-lounge del trip-hop dei Portishead, senza nessuna delle loro angosce esistenziali. Restano solamente la base hip-hop rallentata (qui molto più canonica), la voce femminile melodica (qui molto più calda e avvolgente), tocchi acid-jazz chitarristici (qui molto meno interessanti e funzionali) e il basso dub in primo piano, mentre le atmosfere ambient e chill-out sono più un retaggio dai Massive Attack, mentre l'abbondanza di scratch è utilizzata come carta da parati e non per intervenire sulle melodie per distorcerle.
Si tratta essenzialmente di una variante soul-pop, serena, innocua e un po' troppo soporifera del trip-hop, tuttavia la formula riesce a sfornare anche una piccola manciata di pezzi interessanti, in special modo Trigger Hippie (singolo di lancio, tra melodie vocali azzeccate, chitarre hawaiiane, battiti trascinanti e un'atmosfera da metropoli notturna), Never an Easy Way (soffusissimo incrocio tra trip-hop, soul e languido chill-out), Howling (con possenti contrappunti melodici) e Col (arrangiata con archi classicheggianti e fiati jazz, un po' anticipando alcuni esperimenti di Tricky).

Il secondo disco Big Calm (Sire, 1998) prende le distanze dal trip-hop (che comunque è ancora presente nelle basi di alcune tracce), e si orienta in un territorio d'incontro tra la canzone melodica pop, il funk, il soul e il country.
Le tracce sono estremamente melodiche, ottimiste e catchy dalla prima all'ultima, con vertice nelle perfettamente riuscite The Sea (trascinata dagli archi e dalla voce vellutata di Skye Edwards), Part of the Process (con innesti di chitarre blues e violini country), Let Me See (trascinata da un giro di tastiere catchy, anche se le melodie vocali sono troppo simili a quelle di Trigger Hippie), Shoulder Holster (con battiti trip-hop immersi in stratificati arrangiamenti ultra-melodici), Blindfold (cge tenta di raggiungere nuovamente i momenti migliori di The Sea grazie ad un ricco impasto di archi e tocchi funky) e nella title-track (tra cadenze reggae e assoli di chitarra elettrica).
Friction è un puro reggae, Bullet Proof un trip-hop strumentale, Diggin' a Watery Grave una traccia ambient spezzata da chitarre blues, Fear and Love una malinconica ballata soul-pop con fiati jazz, Over and Over una ballad minimale per voce, archi e chitarra acustica.
La voce della Edwards è molto più soul, e gli arrangiamenti sono guidati principalmente da archi sintetici e schitarrate funky.
La finale The Music That We Hear è una rivisitazione di Moog Island, l'opener del disco precedente.
Si tratta di uno dei più freschi e coinvolgenti album "pop" dell'anno, una rarità nel genere.

Il successivo Fragments of Freedom (Sire, 1999) palesa un completo assorbimento nelle sabbie mobili del pop radiofonico.
La Edwards si trasforma (con successo) in cantante soul, per venire incontro alle basi soul-pop che le confezionano i Godfrey, mentre la formula suona eccessivamente retrò, largamente plagiata dai classici Motown, e a tratti anche infantile e priva di passione.
I vari tocchi elettronici e trip-hop conferiscono un minimo di senso vitale al sound, mentre le virate hip-hop sfociano in orrori inascoltabili (Love Sweet Love, In the Hands of the Gods).
La nuova veste melodica funziona raramente: l'opener World Looking In (con chitarre blues), Be Yourself, Coming Down Gently (traccia strumentale con un ottimo tappeto jazz-funk) e forse Rome Wasn't Built in a Day (che rapina tutti i cliché possibili del sound alla Motown, dai cori vocali alle chitarre funk-blues) sono gli unici momenti godibili.

Charango (Warner, 2002) raccoglie tutti i peggiori cliché della pop-song radiofonica.
Si salvano un paio di tracce lente con melodie decenti (Slow Down e Otherwise), mentre il resto è becero mangime commerciale senza idee. Il guest Pace Wong contribuisce con alcuni pessimi rap (Get Along, la title-track).

Nel 2003 i fratelli Godfrey decretano la loro fine artistica licenziando dalla band la cantante Skye Edwards, unico elemento che ancora riuscisse a destare qualche interesse nelle loro composizioni.

Sul quinto album The Antidote (Echo, 2005) le voci sono della cantante Daisy Martey (ex Noonday Underground), molto più scialba e anonima rispetto alla Edwards. La musica è una male assortita parata di ballate synth-pop e soul-pop.
Le uniche tracce degne di essere ascoltate sono People Carrier (con chitarre blueseggianti, bassi distorti e acuti vocali) e soprattutto Ten Men (base medievaleggiante tra percussioni e flauto, battito fra trip-hop e jazz, chitarre rhythm'n'blues e voci soul).

Lo stesso anno, i Godfrey licenziano anche Daisy Martey.

Il sesto disco Dive Deep (Echo/Ultra, 2008), senza più una voce fissa, trova il suo unico motivo d'interesse nelle performance dei vari guest che si alternano al microfono: Judie Tzuke (Enjoy the Ride e Blue Chair), Thomas Dybdahl (Riverbered, Washed Away e Sleep on It), Bradley (Run Honey Run), Manda (Gained the World), Cool Calm Pete (One Love Karma). Musicalmente, i pezzi sono tutti troppo simili, e si adagiano in soporifere ballad acustiche senza alcun punto di forza (né le melodie, né gli arrangiamenti, né le ritmiche).
A tratti comunque riemerge l'anima trip-hop degli esordi (One Love Karma, Blue Chair, Hemphasis), ma gli spunti più marcatamente hip-hop sono come al solito pessimi (Flowers, The Ledge Beyond the Edge).
L'unico momento realmente godibile è forse la strumentale chill-out Thumbnails, tra battiti trip-hop e arrangiamenti bizzarri.





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Copyright © Matthias Stepancich