I Morcheeba nascono a Londra nel 1995 come emuli
dei Portishead.
Le menti del progetto sono i due fratelli Paul Godfrey (a turntable
e sampling) e Ross Godfrey (vari strumenti, specialmente tastiera
Rhodes e chitarra elettrica), che reclutano alla voce la cantante
di impronta soul Skye Edwards.
Il primo album Who Can You Trust? (Indochina, 1996)
è una variante più pop e cocktail-lounge del trip-hop
dei Portishead, senza nessuna delle loro
angosce esistenziali. Restano solamente la base hip-hop rallentata
(qui molto più canonica), la voce femminile melodica (qui molto
più calda e avvolgente), tocchi acid-jazz chitarristici (qui
molto meno interessanti e funzionali) e il basso dub in primo piano,
mentre le atmosfere ambient e chill-out sono più un retaggio
dai Massive Attack, mentre l'abbondanza
di scratch è utilizzata come carta da parati e non per intervenire
sulle melodie per distorcerle.
Si tratta essenzialmente di una variante soul-pop, serena, innocua
e un po' troppo soporifera del trip-hop, tuttavia la formula riesce
a sfornare anche una piccola manciata di pezzi interessanti, in special
modo Trigger Hippie (singolo di lancio, tra melodie
vocali azzeccate, chitarre hawaiiane, battiti trascinanti e un'atmosfera
da metropoli notturna), Never an Easy Way (soffusissimo
incrocio tra trip-hop, soul e languido chill-out), Howling
(con possenti contrappunti melodici) e Col (arrangiata
con archi classicheggianti e fiati jazz, un po' anticipando alcuni
esperimenti di Tricky).
Il secondo disco
Big Calm (Sire, 1998) prende le distanze dal trip-hop
(che comunque è ancora presente nelle basi di alcune tracce),
e si orienta in un territorio d'incontro tra la canzone melodica pop,
il funk, il soul e il country.
Le tracce sono estremamente melodiche, ottimiste e catchy dalla prima
all'ultima, con vertice nelle perfettamente riuscite The Sea
(trascinata dagli archi e dalla voce vellutata di Skye Edwards), Part
of the Process (con innesti di chitarre blues e violini country),
Let Me See (trascinata da un giro di tastiere catchy,
anche se le melodie vocali sono troppo simili a quelle di Trigger
Hippie), Shoulder Holster (con battiti trip-hop
immersi in stratificati arrangiamenti ultra-melodici), Blindfold
(cge tenta di raggiungere nuovamente i momenti migliori di The
Sea grazie ad un ricco impasto di archi e tocchi funky) e
nella title-track (tra cadenze reggae e assoli di
chitarra elettrica).
Friction è un puro reggae, Bullet
Proof un trip-hop strumentale, Diggin' a Watery Grave
una traccia ambient spezzata da chitarre blues, Fear and Love
una malinconica ballata soul-pop con fiati jazz, Over and
Over una ballad minimale per voce, archi e chitarra acustica.
La voce della Edwards è molto più soul, e gli arrangiamenti
sono guidati principalmente da archi sintetici e schitarrate funky.
La finale The Music That We Hear è una rivisitazione
di Moog Island, l'opener del disco precedente.
Si tratta di uno dei più freschi e coinvolgenti album "pop"
dell'anno, una rarità nel genere.
Il successivo Fragments of Freedom (Sire, 1999) palesa un
completo assorbimento nelle sabbie mobili del pop radiofonico.
La Edwards si trasforma (con successo) in cantante soul, per venire
incontro alle basi soul-pop che le confezionano i Godfrey, mentre la formula suona eccessivamente retrò, largamente plagiata
dai classici Motown, e a tratti anche infantile e priva di passione.
I vari tocchi elettronici e trip-hop conferiscono un minimo di senso vitale
al sound, mentre le virate hip-hop sfociano in orrori inascoltabili
(Love Sweet Love, In the Hands of the Gods).
La nuova veste melodica funziona raramente: l'opener World
Looking In (con chitarre blues), Be Yourself,
Coming Down Gently (traccia strumentale con un ottimo
tappeto jazz-funk) e forse Rome Wasn't Built in a Day
(che rapina tutti i cliché possibili del sound alla Motown,
dai cori vocali alle chitarre funk-blues) sono gli unici momenti godibili.
Charango (Warner, 2002) raccoglie tutti i peggiori
cliché della pop-song radiofonica.
Si salvano un paio di tracce lente con melodie decenti (Slow
Down e Otherwise), mentre il resto è
becero mangime commerciale senza idee. Il guest Pace Wong contribuisce
con alcuni pessimi rap (Get Along, la title-track).
Nel 2003 i fratelli Godfrey decretano la loro fine artistica licenziando
dalla band la cantante Skye Edwards, unico elemento che ancora riuscisse
a destare qualche interesse nelle loro composizioni.
Sul quinto album The Antidote (Echo, 2005) le voci
sono della cantante Daisy Martey (ex Noonday Underground),
molto più scialba e anonima rispetto alla Edwards. La musica
è una male assortita parata di ballate synth-pop e soul-pop.
Le uniche tracce degne di essere ascoltate sono People Carrier
(con chitarre blueseggianti, bassi distorti e acuti vocali) e soprattutto
Ten Men (base medievaleggiante tra percussioni e
flauto, battito fra trip-hop e jazz, chitarre rhythm'n'blues e voci
soul).
Lo stesso anno, i Godfrey licenziano anche Daisy Martey.
Il sesto disco Dive Deep (Echo/Ultra, 2008), senza
più una voce fissa, trova il suo unico motivo d'interesse nelle
performance dei vari guest che si alternano al microfono: Judie Tzuke
(Enjoy the Ride e Blue Chair), Thomas
Dybdahl (Riverbered, Washed Away
e Sleep on It), Bradley (Run Honey Run),
Manda (Gained the World), Cool Calm Pete (One
Love Karma). Musicalmente, i pezzi sono tutti troppo simili,
e si adagiano in soporifere ballad acustiche senza alcun punto di
forza (né le melodie, né gli arrangiamenti, né
le ritmiche).
A tratti comunque riemerge l'anima trip-hop degli esordi (One
Love Karma, Blue Chair, Hemphasis),
ma gli spunti più marcatamente hip-hop sono come al solito
pessimi (Flowers, The Ledge Beyond the Edge).
L'unico momento realmente godibile è forse la strumentale chill-out
Thumbnails, tra battiti trip-hop e arrangiamenti
bizzarri.