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Mudvayne

Kill, I Oughtta EP (1997)
6/10
L.D. 50 (2000)
7/10
The End of All Things to Come (2002)
7/10
Lost and Found (2005)
5/10
The New Game (2008)
5.5/10
Mudvayne (2009)
5/10



I Mudvayne sono venuti alla ribalta suonando una variante più ragionata e "prog" del nu-metal degli Slipknot.
Dopo un esordio indipendente (l'EP Kill I Oughtta, del 1997), passano sotto la Epic e nel 2000, l'anno precedente all'esplosione commerciale del nu-metal, pubblicano l'album L.D. 50 (dove "L.D." sta per "Lethal Dosage").
L'intro elettronica Monolith lascia spazio al singolo di lancio del disco, ovvero la violentissima e psicotica Dig, lacerata tra la voce realmente psicopatica di Chad Gray e le massicce esplosioni della sezione ritmica, che ad ogni modo si rivela presto anche la traccia più orecchiabile e canonica del lotto, evidentemente registrata principalmente per catturare il mainstream.
Internal Primates Forever presenta invece molti più punti in comune con il crossover-rock della prim'ora (Faith No More e Primus), pur essendo sparata e schizzata in un'orbita heavy-metal con spunti prog, mentre gran parte delle tracce seguenti si mantiene in equilibrio costante tra melodie corali e sfuriate metalliche furibonde (-1, la psicotica Cradle, e soprattutto l'ottima Death Blooms, una delle loro migliori composizioni di sempre), sino ad arrivare al grunge fatto a pezzi dell'esplosiva Nothing to Gein, e perfino agli sperimentalismi di Everything and Nothing e Prod.
Pharmaecopia e Under My Skin (quest'ultima con una sezione pienamente funk) riportano il furore heavy cieco, mentre i 7 minuti di (K)now F(orever) sono un po' un sunto di tutto il lavoro.
Si contano inoltre diversi intermezzi ambient-industrial, che spezzano la violenza e concedono qualche minuto di respiro.
Accostati da chiunque agli Slipknot, non solo per il sound ma anche per travestimenti e trucchi horror-glam (che in seguito abbandoneranno, ma che si palesano in tutta la loro follia nel videoclip promozionale del singolo Dig) e alla presenza di Shawn Crahan come co-produttore assieme a Garth "GGGarth" Richardson, in realtà i Mudvayne sono una realtà più complessa e ambiziosa, che può contare specialmente su di una sezione ritmica fenomenale (Ryan Martinie, bassista dalla grande personalità e tecnica, e Matthew McDonough, batterista versatile e creativo).

Il loro secondo disco, nonché il loro capolavoro, è The End of All Things to Come (preceduto da The Beginning of All Things to End, riedizione estesa del loro primo EP Kill, I Oughtta), pubblicato nel 2002; si tratta dell'incrocio perfetto tra il nu-metal più violento in circolazione e la scuola math-rock statunitense, con piccole influenze sia dal thrash-metal "classico" sia dal death-metal estremo, specialmente nelle chitarre di Greg Tribbett, il tutto esaltato da un'indovinata produzione ruvida e penetrante di David Bottrill (già dietro al sound di capolavori come Ænima e Lateralus dei Tool) .
Le strutture intricate e spesso colme di stop-and-go (Silenced) e tempi dispari (Trapped in the Wake of a Dream) delle varie tracce mostrano una band matura sia sul piano tecnico che su quello del songwriting.
Non mancano nemmeno melodie ricercate, come quelle di World So Cold (nella quale il singer Chad Gray dà forse la sua prova melodica migliore di sempre), (Per)version of a Truth o anche Mercy, Severity, che hanno anche la peculiarità di stemperare l'impatto della violenza espressa nelle stesse dai fondali musicali (cosa che non succede nelle furenti Silenced e Trapped in the Wake of a Dream), ma anche tali smorzature vengono compensate in efferatezza con un maggiore apporto di violenza man mano che ci si avvicina alla fine del disco. L'incontro più riuscito tra queste svariate realtà è il singolo Not Falling (melodie vocali, furia metal, ritmiche prog).
Inutile dire che la linfa vitale di quest'opera è ancora una volta l'ottima sezione ritmica: Martinie e McDonough sono ulteriormente cresciuti e maturati, arrivando a costruire parti convincenti in ritmiche non canoniche e a volte folli (i 17/8 di Trapped in the Wake of a Dream); in particolare Martinie dà la sua prova migliore su disco, e probabilmente dimostra d'essere il bassista più dotato dell'intera scena nu-metal (superando anche Fieldy dei Korn).
Inoltre, The End of All Things to Come è anche un concept-album: le liriche di 12 delle tracce corrispondono ognuna alla personalità di un segno zodiacale, e gli 11 secondi di silenzio di 12:97:24:99 completano il quadro, rappresentando il triangolo al centro della cover.

La
loro terza fatica è l'album Lost and Found (Epic, 2005), ma si tratta di una decisa virata verso lidi molto più "easy listening".
Determined è quasi un remake di Dig, ma molto meno psicotico, mentre le successive tracce suonano noiose (la peggiore è forse Pushing Through), se non addirittura motivetti commerciali contaminati dagli ultimi trend emo-core (Happy?, TV Radio) e post-grunge (Fall into Sleep). Il tutto influenzato dal trend emo-core/metalcore che si è appena andato a creare nel mercato musicale degli USA.
Davvero da biasimare l'abbandono di quasi tutte le influenze "prog" della band in favore di un attacco costantemente monotono e orecchiabile che suona fin troppo spesso orientato a reclutare un nuovo pubblico giovanile abusando degli stilemi stantii in voga al momento.
La produzione, notevolmente peggiorata e annacquata (parallelamente al songwriting), è di Dave Fortman.

Il quarto album The New Game (Epic, 2008) riconferma il declino iniziato con il precedente Lost and Found: pezzi ancora una volta prevedibili, privi d'impatto, fissati nel canonico formato-canzone, quasi sempre costruiti attorno ad un orecchiabilissimo e trendy chorus melodico (talvolta mascherato da chitarre epilettiche come in Do What You Do, ma spesso inasprito solamente dalla ruvida voce di Chad Gray). Si salvano dal lotto forse solamente l'opener trascinante Fish Out of Water, le martellanti A New Game e We the People, le melodie e il grunge violentato di Scarlet Letters, la catchy Have It Your Way, il chorus distorto e cantato a squarciagola di Dull Boy incastonato in contrasti tra chitarre acustiche e voci pattoniane.
Le influenze thrash, ancora presenti, sono ridotte a stanchissime e banali citazioni, mentre l'anima power-ballad e hard-rock alla 1980s, complici non solo ritmiche e melodie ma anche le comparsate di chitarra acustica, ha ormai quasi detronizzato le forti influenze emo-core del precedente Lost and Found. Forse solo perché il trend sta passando?
La produzione è ancora una volta affidata a Dave Fortman, e stavolta suona ancora più piatta e radiofonica; il fatto più sconfortante è forse però dover ascoltare una sezione ritmica tanto affiatata e dotata venire sotto-sfruttata per tracks simili.

Registrato contemporaneamente a The New Game, il successivo omonimo Mudvayne (Epic, 2009) è ancor più monotono ed ancor meno rabbioso. Pezzi come Beautiful and Strange e 1000 Mile Journey sembrano scritti da una qualsiasi delle svariate band che 5 anni prima coronavano lo sdoganamento mainstream del sound nu-metal cercando di mescolarlo al pop ed al post-grunge per smerciarlo agli airplay radiofonici; un tentativo di power-ballad straziata come Out to Pasture risulta perfino imbarazzante se paragonato alla carica emotiva degli anthem dei primi album (Cradle, Death Blooms, World So Cold, Not Falling, etc).
Ridotti quasi a zero i cari vecchi virtuosismi della sezione ritmica, abbondanti le melodie stanche e diluite, restano ora solo qualche rarissimo sprazzo di groove-metal indovinato (Heard It All Before, I Can't Wait) e la tipica voce graffiante di Chad Gray a scuotere dal torpore, che nemmeno la ballad acustica Dead Inside, in outro e ancora una volta eccessivamente votata a sonorità mainstream (vicine agli ultimi Staind), riesce a incidere come dovrebbe.
La parabola discendente dei Mudvayne ricorda pericolosamente quella dei Chevelle, nella trasformazione sempre più innocua e commerciale del proprio sound e nella produzione sempre più radiofonica (il producer è qui Jeremy Parker).

 

 




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