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Nine Inch Nails

Pretty Hate Machine (1989)
7.5/10
Broken EP (1992)
7/10
The Downward Spiral (1994)
9/10
The Fragile (1999)
8/10
With Teeth (2005)
6.5/10
Year Zero (2007)
7/10
Ghosts I-IV (2008)
7/10
The Slip (2008)
6/10



Pretty Hate Machine
(TVT Records, 1989)
Album

I Nine Inch Nails sono una one-man band, dietro cui si cela il genio di Trent Reznor.
Trent nasce nel 1965 e vive la sua infanzia e la sua adolescenza con i nonni, dopo il divorzio dei suoi genitori, in un piccolo paesino della Pennsylvania (USA). "Non ho avuto una brutta infanzia, ma vivevo in un posto in cui non accadeva mai nulla" - ricorda - "le mie esperienze di vita provenivano tutte dalla TV, che mi bombardava di posti che sembravano bellissimi e persone con grandi carriere e opportunità; non vedendo queste cose attorno a me, ne deducevo che non erano per me".
Reznor dimostra subito un grande talento per la musica, imparando a suonare il pianoforte e successivamente sassofono e tuba nella jazz-band del liceo. Subito dopo il diploma si iscrive all'Allegheny College, dove studia musica e programmazione informatica, ed entra nella band Option 30; dopo solo un anno di college, però, lo abbandona per dedicarsi a tempo pieno alla musica. Si sposta così a Cleveland, in cui diventa tastierista dei The Innocent, ma dopo l'incisione del primo album lascia il progetto. Trova lavoro al Right Track Studio come tuttofare, e la sua efficienza gli permette di ottenere un permesso per utilizzare lo studio nel tempo libero; qui Trent sfoga finalmente la propria creatività, e realizza il suo primo demo (suonando da solo chitarre, tastiere, sampler e batteria elettronica).
Tale demo viene spedito a varie etichette discografiche, e tra tutte le risposte positive Trent sceglie di accettare il contratto con la TVT Records (label fino ad allora esperta solo in jingle pubblicitari), puntando a maggiori libertà di manovra rispetto alle big; ottiene di avere come collaboratori alcuni dei suoi produttori preferiti, e registra dunque il suo primo album: Pretty Hate Machine, dietro il monicker Nine Inch Nails ("Non significa nulla di che, ma è un nome più figo di Trent Reznor, e il logo che avevo trovato mi entusiasmava come impatto grafico").
Pretty Hate Machine esce nel 1989, ed è un disco-evento; non solo perché è uno degli album che maggiormente definiscono la colonna sonora del cyberpunk e il sound sintetico della seconda ondata dell'industrial-rock (ovvero non più quella di Chrome, Cabaret Voltaire e Killing Joke, ma quella più elettronica e violenta nata qualche anno più tardi con Ministry, Skinny Puppy, The Young Gods, per certi versi Foetus), ma anche perché cambia il concetto di "gruppo rock" per sempre. Trent Reznor è un gruppo rock, da solo, e la sua creatura dal nome Nine Inch Nails è divisa in due entità distinte: la versione studio, in cui il gruppo è lui, e la versione live, in cui ovviamente deve circondarsi di altri artisti per riuscire a riproporre le sue canzoni. Un ulteriore passo verso la centralità del compositore ed esecutore unico, quindi, rispetto ai progetti di Thirlwell e Jourgensen (che per Trent sono anche le principali fonti d'ispirazione).
La cattura dello spirito della generazione cyberpunk in tutte le sue sfaccettature avviene anche grazie ad un utilizzo singolare delle liriche, che compongono una sorta di manifesto dell'essere umano vittima di rabbia e frustrazione, urlante inni alla ribellione, al sadomasochismo e al nichilismo, con un linguaggio che riesce ad essere sia originale ed intellettuale, sia sincero e penetrante nell'animo della vasta massa di adolescenti che si sentono soffocati e presi per i fondelli dalla società.
L'ulteriore elemento che eleva Reznor al di sopra degli artisti industrial-rock a lui contemporanei è il suo conoscere a fondo il potere della voce; Trent difatti sa cantare (sarà lui a diventare il più grande cantante dell'industrial-rock), possiede un inconfondibile timbro vocale adatto ad incarnare le angosce umane, e lo utilizza nelle modalità più efficaci, variando da una frustrazione sibilata alle urla straziate, dalle languide perversioni sessuali a sussurri fragili e introversi.
Per quanto riguarda le musiche, l'utilizzo di sample e tastiere è un pugno nello stomaco per chiunque si fosse abituato al loro uso da parte della gran parte dei gruppi synth-pop, sovvertendo gli stilemi del genere specie in pezzi come Kinda I Want To, un pezzo essenzialmente pop che viene però devastato dai pervasivi innesti EBM ed electro-industrial alla Front 242, Front Line Assembly e Nitzer Ebb.
La violenza dei synth ed il loro uso schizofrenico ma perfettamente congruente all'ego di Reznor permeano tutte le tracce del lavoro, come la danza di Ringfinger e la funky The Only Time, ma la rabbia fuoriesce anche dalle due anomale "ballad" del disco (Something I Can Never Have e Sanctified), e il risultato sonoro è soprattutto una sua personale evoluzione degli esperimenti elettronici compiuti dai Ministry su Twitch e The Land of Rape and Honey, grazie specialmente ai contributi del producer Adrian Sherwood (già principale mente dietro al sound di Twitch), ma con anche un orecchio di riguardo allo stile di sampling utilizzato da Skinny Puppy e Foetus.
I vertici di questo lavoro sono in ogni caso la devastante Terrible Lie (aspra riflessione sul silenzio di Dio: "Hey God, there's nothing left for me to hide. I lost my ignorance, security and pride. I'm all alone in a world you must despise. Hey God, I believed your promises, your promises and lies"), il quasi electro-pop di Sin (in cui Trent parla del peccato in linea metaforica per ribellarsi a una delusione: "Your need for me has been replaced. And if I can't have everything well then just give me a taste"), la commistione di synth-pop e hip-hop del primo singolo Down in It (ispirato esplicitamente alla hit Dig It degli Skinny Puppy), e soprattutto il capolavoro Head Like a Hole (impensabile saggio sulla distorsione del synth-pop, con uno dei chorus più furibondi e ribelli dell'industrial-rock tutto: "Head like a hole, black as your soul; I'd rather die than give you control. Bow down before the one you serve, you're going to get what you deserve").

Il disco è un grande successo di critica e, sorprendentemente visto il genere, anche di pubblico (raggiunge il triplo platino, e pezzi come Sin e Down in It diventano hit nei dancefloor "alternativi"). La deriva parzialmente synth-pop è forse data anche dall'anima ancora acerba e teenageriale del progetto, e il mix catchy di Down in It voluto dalla TVT vi contribuisce sicuramente. La label si dimostrerà tra l'altro dittatoriale anche nell'impedire a Reznor di creare progetti paralleli con altri artisti, posizione che porterà il musicista ad iniziare una lunga battaglia legale contro di essa.
Contemporaneamente, Reznor trasporta il suo disco nella dimensione live; dopo vari esperimenti, sceglie Chris Vrenna alla batteria, Richard Patrick (futuro Filter) alla chitarra, e David Haymes alla tastiera. Questa formazione porta, dopo una serie di concerti, a far includere i Nine Inch Nails nella line-up del festival alternativo Lollapalooza, in cui la band si distingue per show pazzeschi nei quali distrugge vari strumenti (tra i quali dieci chitarre a esibizione), per poi lanciarseli addosso o fuori dal palco.



CREDITS
Trent Reznor - Programming, arrangiamenti, produzione, mixing, testi, voce

Guests:
Chris Vrenna - Programming
Richard Patrick - Chitarre
John Fryer - Mixing
Flood - Programming
Keith LeBlanc - Mixing
Adrian Sherwood - Mixing

TRACKLIST
1. Head Like a Hole – 4:59
2. Terrible Lie – 4:38
3. Down in It – 3:46
4. Sanctified – 5:48
5. Something I Can Never Have – 5:54
6. Kinda I Want To – 4:33
7. Sin – 4:06
8. That's What I Get – 4:30
9. The Only Time – 4:47
10. Ringfinger – 5:40


7.5/10




Broken
(TVT Records/Nothing Records, 1992)
EP

La battaglia contro la TVT Records viene risolta con l'intervento del presidente della Interscope, che prende sotto la propria ala Trent Reznor; l'artista inizialmente rifiuta tale passaggio (che fa sembrare il suo progetto una merce di scambio fra etichette discografiche), poi accetta a patto di mantenere la sua neonata Nothing Records, etichetta indipendente fondata da Trent e dal suo manager John Malm Jr. per assicurarsi libertà artistica totale. Proprio sotto alla Nothing Records, durante gli anni della battaglia legale, Reznor aveva registrato svariati pezzi in gran segreto, e per suggellare il passaggio di label trova ottima l'idea di pubblicare ufficialmente in due EP (Broken e Fixed) il suddetto materiale.

Broken suona furioso, principalmente per via delle frustrazioni accumulate durante il litigio con la TVT e la conseguente disillusione verso l'industria musicale, ma anche per la preoccupazione che il passaggio ad una major possa etichettarlo come "sellout"; timoroso di perdere una parte dei fan, invece di commercializzarsi rende il proprio sound molto più tagliente e cruento (tra l'altro contemporaneamente alla svolta speed-metal dei Ministry con Psalm 69, e al debutto degli industrial-metal Fear Factory con Soul of a New Machine). Questo tuttavia gli guadagna non solo un altro successo di pubblico e critica, ma perfino la vittoria di due Grammy (cosa che Trent commenterà con "Died. Said fist fuck and won a Grammy").
Le tracce di Broken scodellano ancora una volta rabbia, insoddisfazione e infelicità esistenziali; musicalmente sono molto più heavy e distorte, anche se pezzi come Gave Up incorporano persino il Mellotron (per la precisione un vecchio MKIV utilizzato in passato da John Lennon) in una sorta di impasto "thirwelliano", mentre le memorabili Wish e Happiness in Slavery sono costruite su inquietanti e assordanti beat elettronici contaminati da campionamenti di chitarra elettrica digitalmente
distorta all'inverosimile.

Il clip promozionale di Wish (con Trent in abiti glam-fetish che suona in una prigione disumana colma di disperati) viene messo in onda, mentre quello di Happiness in Slavery (in cui l'artista Bob Flanagan viene torturato e ucciso da una macchina infernale) è subito bannato da MTV; stessa sorte tocca al video di Gave Up, per cui verrà girata una seconda versione (registrata dal vivo assieme a Richard Patrick e ad un giovane Marilyn Manson).
I video di Pinion e Help Me I Am in Hell, girati in previsione di un film poi abortito, verranno invece inclusi in Closure, uscito nel 1997 come VHS e nel 2004 come DVD, che raccoglie una grande quantità di live e video della band).

Physical
è una cover degli Adam & the Ants, e Suck è stata scritta assieme al gruppo industrial-rock Pigface; sulle prime edizioni di Broken queste due tracce erano incluse in un mini-CD allegato, ma, dal momento molti negozianti vendevano le due release separatamente, Reznor ha voluto ripubblicare Broken in un formato unico con due tracce nascoste (Physical come traccia 98 e Suck come traccia 99).

Broken viene subito seguìto dal meno memorabile EP Fixed, consistente in 6 tracce di remix dei pezzi del primo EP.


LINE UP
Trent Reznor - Programming, arrangiamenti, tastiere, produzione, testi, voce

Guests:
Flood - Produzione
Martin Atkins - Batteria
Richard Patrick - Chitarre
Chris Vrenna - Batteria, programming, beats


TRACKLIST
1. Pinion – 1:02
2. Wish – 3:46
3. Last – 4:44
4. Help Me I Am In Hell – 1:55
5. Happiness In Slavery – 5:21
6. Gave Up – 4:08
98. Physical – 5:29
99. Suck – 5:07



7/10




The Downward Spiral
(Nothing Records, 1994)
Album

In seguito alla separazione dalla TVT dopo mille vicissitudini legali, e alla buona accoglienza degli EP Broken e Fixed da parte di pubblico e critica, Trent decide di isolarsi per dare vita alla sua nuova creatura. Acquista così una bella villa a Los Angeles, che poco dopo scopre essere la stessa nella quale Charles Manson e i suoi seguaci assassinarono l'attrice Sharon Tate assieme ad altre quattro persone; Trent decide di restare, dato che l'atmosfera infernale del luogo ben si addice a ciò che gli frulla in testa, e comincia le registrazioni.
Stavolta Reznor non si focalizza sulla semplice rabbia, ma decide di guardare dentro se stesso, esplorando a fondo la sua psiche; questa esplorazione diventa presto uno studio sui mali umani dei singoli individui nei confronti della società e dei suoi canoni morali, in relazione ad amore, odio, sesso, morte, religione, violenza.
Esce così, nel 1994, The Downward Spiral, uno dei capolavori dell'industrial-rock.
Inaspettatatamente il disco diventa anche un successo di pubblico (4 dischi di platino), grazie soprattutto alle critiche entusiaste, all'orecchiabilità del singolo Closer, e al personaggio di Reznor (un "dio oscuro" che impersona secoli di filosofia e letteratura nichilista/perversa, nonchè 15 anni di cultura cyberpunk); la superficialità con cui è stato accolto Closer e l'interesse rivolto più all'artista che al suo prodotto hanno però fatto perdere di vista il reale significato e la vera importanza di quest'opera.
The Downward Spiral è un concept album. Concept perché è un viaggio ben preciso, come fa intuire il titolo, giù lungo una spirale discendente che si addentra sempre di più nei meandri del male umano; il disco va quindi ascoltato nel suo insieme, sentire le tracce fuori dal loro contesto è un errore che porta a sottovalutare nettamente l'opera. E, soprattutto, in questo disco i testi sono imprescindibili dalle musiche: la parte sonora, ad eccezione di due o tre tracce, è in primis funzionale alle parole degli psicodrammi esistenziali e metafisici di Trent.

Mr. Self Destruct è il prologo al lavoro. Dopo alcuni rumori di introduzione che lasciano immaginare un uomo torturato da non si sa cosa o chi, in mezzo a distorsioni elettroniche e chitarristiche che costruiscono una canzone violenta alla Broken Trent parla in prima persona all'ascoltatore, presentandosi con parole assai poco rassicuranti: "I am the voice inside your head, I am the lover in your bed, I am the sex that you provide, I am the hate you try to hide... and I control you". Reznor disegna quindi un'analisi di ciò che crea controllo sulla mente umana, indicando l'autodistruzione come un sentimento insito nell'uomo ed imprescindibile dal suo ego, che ci rende schiavi e ci trascina verso la morte ma allo stesso tempo ci dà tutto ciò di cui abbiamo bisogno ("I take you where you want to go, I give you all you need to know, I drag you down I use you up, I'm Mr. Self Destruct"). La traccia termina in un rumore cacofonico di quasi un minuto, ma è normalissimo: tutto il lavoro è in equilibrio costante tra melodia e rumori distorti e agghiaccianti, l'equilibrio tra la forma artistica ed il disfacimento della stessa, a simboleggiare l'equilibrio umano tra esistenza e nichilismo.
L'analisi vera e propria inizia con Piggy, che riporta la melodia, ma la calma dura poco dato che la traccia è un climax di caos; Trent parla del controllo sentimentale e sessuale sulla mente umana, facendo l'esempio di una storia con un'ex amante (che lui chiama "piggy", ovvero "maialina") che l'ha usato e gettato via: "Hey pig piggy pig pig pig, all of my fears came true... black and blue and broken bones... you left me here, I'm all alone... my little piggy needed something new". Ma questo sfruttamento, che ha provocato in lui disillusione e delusione, è in realtà una liberazione dal controllo dei sentimenti, quindi adesso nulla può più fermare Trent, perché non gli importa più di niente: "Nothing can stop me now, cause I don't care anymore". Costruita su uno stupendo basso avvolto tra campionamenti elettronici, la traccia diventa sempre più caotica fino ad una conclusione in cui Trent ripete all'infinito quest'ultima frase sopra ad una batteria sconnessa e rumoristica.
Heresy riprende il discorso di Terrible Lie (traccia di Pretty Hate Machine), e fornisce la risposta alle domande che si poneva Trent in quella canzone. In Heresy viene infatti svelato il perché del silenzio di Dio in una serie di urla violente e minacciose ispirate dalle parole di Nietzsche: "God is dead, and no one cares. If there is a hell, I'll see you there. Your god is dead, and no one cares. If there is a hell, I'll see you there". Perché, se il suo regno consiste in una serie di atrocità ("He flexed his muscles to keep his flock of sheep in line, he made a virus that would kill off all the swine. His perfect kingdom of killing, suffering and pain demands devotion atrocities done in his name"), allora evidentemente questo dio è proprio morto, e la cosa peggiore è che a nessuno gliene frega niente.
Nella stupenda March of the Pigs, Trent passa invece a parlare del rapporto dell'uomo con la società. Su di una batteria furibonda che alterna 7/4 e 4/4, Reznor descrive il mondo come infestato da avidi maiali che pensano solo a loro stessi, ingozzandosi delle disgrazie degli altri; l'uomo vero non può dunque provare sentimenti autentici nei confronti di queste bestie, ma questo lo può portare solamente ad essere esiliato dalla società, perché alla fine i maiali vincono sempre: "The pigs have won tonight. They can all sleep soundly, and everything is alright".
E, proprio quando nessuno ormai si aspetterebbe una traccia del genere, arriva la celebre Closer. Il suo battito elettro-dance molto accattivante la rende in breve una grossa hit, e il suo eccezionale videoclip (diretto da Mark Romanek) viene trasmesso in heavy rotation da MTV (opportunamente censurato si intende). In Closer, Trent parla del rapporto sessuale in maniera malata e folle; dapprima ricorda alla sua compagna che lei ha lasciato lui fare ciò che vuole con il suo corpo ("You let me violate you, you let me desecrate you, you let me penetrate you, you let me complicate you"), poi le sussurra tra i denti la celeberrima frase "I wanna fuck you like an animal, I wanna feel you from the inside, I wanna fuck you like an animal. My whole existence is flawed, you get me closer to God". Ovvero, tramite il completo controllo sessuale del corpo del partner, l'uomo riesce ad elevarsi ed avvicinarsi a Dio. Quindi Trent formula una richiesta di aiuto ("Help me get away from myself", "Help me become somebody else"), perché ormai è dipendente da questa illusione ("You make me perfect", ma soprattutto l'appena percettibile frase conclusiva "You are the reason I stay alive").
Ruiner è invece un altro grido di ribellione metafisica: il Creatore viene chiamato "ruiner", ovvero "distruttore", e viene accusato di tutte le malvagità del mondo ("The ruiner ruins everything he sees"), di propagare l'infezione del male fra gli uomini perché tanto non ha nulla da perdere, e paradossalmente è pure riuscito a far credere agli uomini di essere loro amico ("The ruiner's got a lot to prove / he's got nothing to lose / and now he made you believe / the ruiner's your only friend"). Trent non regge più questa situazione di controllo, e dapprima gli rivolge una serie di domande accusatorie ("How'd you get so big? How'd you get so strong? How'd it get so hard? How'd it get so long?" - da notare le metafore sessuali, per riallacciarsi alle riflessioni di Closer - "You had to give them all a sign, didn't you? You had to covet what was mine, didn't you?"), per poi dichiararsi invincibile ed in grado di sovvertirlo ("You didn't hurt me, nothing can hurt me. You didn't hurt me, nothing can stop me now"). Ma la traccia si interrompe bruscamente proprio sul "nothing can stop...", perché evidentemente qualcosa che può fermare questo senso di onnipotenza c'è. Ed è l'uomo stesso.

Infatti, con The Becoming (e successive tracce), comincia a rendersi chiaro il destino del protagonista: dopo aver negato Dio, comincia la vera battaglia, quella cioè contro se stesso. Nell'agghiacciante The Becoming, sommersa da rumori elettronici alienanti, Trent parla in prima persona attraverso il punto di vista del suo alter-ego meccanico; dice che una volta aveva dei sentimenti, ma il sangue ha smesso di pompare, rimpiazzato da cavi metallici: "The me that you know he used to have feelings, but the blood has stopped pumping and he is left to decay. The me that you know is now made up of wires, and even when I'm right with you I'm so far away". Questo perché ormai la scienza ha rimpiazzato la morale, e ormai siamo diventati tutti degli automi in una realtà fredda e solitaria. Ci siamo negati da soli la nostra umanità, che ad ogni modo è ancora viva sotto ai tessuti metallici (ed è simboleggiata dalle parole sussurrate su chitarra acustica che riportano la quiete nella traccia), ma è lo stesso rassegnata a scomparire ("It won't give up, it wants me dead, and goddamn this noise inside my head").
I Do Not Want This prosegue il discorso in maniera magistrale. Qui la voce umana mostra le sue paure e la sua fragilità ("I'm losing ground, you know how this world can beat you down, and I'm made of clay; I fear I'm the only one who thinks this way"), alternandosi ad una voce meccanica che si fa gioco di tali paure. La voce umana allora risponde "I do not want this", per poi urlare "And don't you tell me how I feel. You don't know just how I feel", ovvero "non dirmi come mi sento, tu non ne sai nulla di come mi sento". Il conflitto tra le due voci è un conflitto tra due parti interne dell'essere umano, quella più umana-emotiva e quella più razionale e schiava della tecnologia, che viene risolto dall'uomo con il comunicare la sua volontà di essere un dio: "I want to know everything, I want to be everywhere, I want to fuck everyone in the world, I want to do something that matters".
Dunque, dopo aver sovvertito Dio e aver risolto il conflitto nella sua testa, l'uomo finalmente può governare sul suo mondo. Ma lo fa con la violenza. Big Man With a Gun è brutale, sostenuta da una batteria simile a un'arma da fuoco. Trent espone in un minuto e mezzo l'istinto di violenza e sopraffazione insito nell'uomo: "Maybe I'll put a hole in your head, you know, just for the fuck of it. Well, I can reduce you if I want, I can devour, I'm hard as fucking steel, I've got the power. I'm every inch a man, and I'll show you somehow. Me and my fucking gun, nothing can stop me now. Shoot, shoot, shoot, shoot, shoot. I'm going to come all over you". Le parole "nothing can stop me now" tornano ancora una volta, stavolta per indicare l'onnipotenza orgasmica che conferisce all'uomo il tenere un'arma mortale fra le mani. O, metaforicamente parlando, l'avere finalmente il controllo sui suoi simili, tramite la facoltà di uccidere.
A Warm Place è una traccia di ambient, strumentale, riflessiva e struggente. Rappresenta una pausa nel percorso del protagonista. Egli si ferma e si rende conto che tutto ciò che ha fatto non è stato altro che creare caos e dolore per fuggire dal suo caos e dal suo dolore interiori. Ad inizio traccia sono appena percettibili le parole "The best thing about life is knowing you put it together".
L'unico modo per spezzare il circolo è rinunciare a questa natura umana. Nella nichilista e triste Eraser il protagonista ammette di comportarsi orribilmente nei confronti degli altri ("Need you, dream you, find you, taste you, fuck you, use you, scar you, break you"), e quindi chiede di essere ucciso ("Lose me, hate me, smash me, erase me, kill me").
In Reptile, ottimo pezzo a metà tra belle melodie e l'industrial più inquietante, Trent parla di un rapporto con qualcuno di freddo e falso ("Oh my beautiful liar, oh my precious whore. My disease, my infection, I am so impure"), probabilmente una prostituta. Forse è l'ultimo tentativo di trovare la propria umanità, relazionandosi con chi non è capace di provare sentimenti ("She has the blood of reptile just underneath her skin"), ma si rivela inutile dato che la sua conclusione è quella di essere impuro.
Il protagonista decide quindi di porre fine alla sua vita. La traccia The Downward Spiral descrive il suo suicidio; siamo arrivati al punto più basso della spirale, quello dopo il quale non c'è ritorno. Una chitarra acustica suona le note finali di Closer, per far capire che questo gesto estremo succede a causa delle false convinzioni del protagonista narrate in quel pezzo, mentre la voce di Trent (distorta in modo infernale) sussurra le parole più inquietanti e spaventose del disco: "He couldn't believe how easy it was... he put the gun into his face... bang! So much blood for such a tiny little hole. Problems do have solutions, you know. A lifetime of fucking things up fixed in one determined flash."
Il suicidio appare dunque come un gesto maturo e consapevole, la soluzione serena a tutti i problemi di un'intera vita, che scompaiono nel flash di un colpo di pistola.
L'epilogo a questa agghiacciante storia è dato dalla conclusiva Hurt, capolavoro che parla della solitudine umana. Capiamo così che, se la voce metallica della traccia precedente descriveva una scena di suicidio in modo freddo e distaccato, in questa invece emerge il lato più umano ed emotivo delle ragioni che hanno portato a tale decisione. Trent esplica che la sua condizione di solitudine ed incomprensione l'ha condotto ad essere apatico e insensibile, disumano, e cerca di scappare a tutto questo drogandosi, ma non ci riesce ("I hurt myself today to see if i still feel. I focus on the pain, the only thing that's real. The needle tears a hole, the old familiar sting, try to kill it all away, but I remember everything"). Disperandosi della sua condizione, parla ad un amico che non è mai esistito ("What have I become? My sweetest friend..."), per dirgli che la sua ribellione al trono di Dio non lo ha portato da nessuna parte, e che se vuole può avere tutto il suo squallido impero ("And you could have it all, my empire of dirt").
Le ultime, sofferte, parole del disco sono "If I could start again, a million miles away, I would keep myself. I would find a way", ovvero un avvertimento per chiunque sia all'ascolto, perché la vita non dà una seconda possibilità (difatti questa presa di coscienza del protagonista arriva solo dopo il suo suicidio). Ma i tre accordi metallici che chiudono la traccia lasciano presagire ben poco ottimismo.

La parabola discendente di Reznor è una riflessione sull'uomo come individuo, ma che investe in realtà tutta l'umanità.
La disperata domanda "What have I become?" di Hurt deve quindi venire letta come una domanda più generale. Cosa siamo diventati? Cosa abbiamo ottenuto con la violenza, il dolore e la sopraffazione? Cosa abbiamo ottenuto negando la nostra umanità tramite una società che ci rende automi? Cosa abbiamo ottenuto spodestando Dio e mettendo sul trono la cosiddetta "ragione"? Il controllo che sentiamo pesare sulla nostra libertà è una gabbia che ci siamo costruiti noi stessi, uccidendo i nostri sentimenti.


LINE UP
Trent Reznor - Vocals, Guitar, Piano, Lyrics, Arranger, Producer

Guests:
Flood - Producer
Andy Kubiszewski - Drums
Tommy Lee - Steakhouse
Danny Lohner - Guitar
Adrian Belew - Guitar
Stephen Perkins - Drums
Alan Moulder - Mixing
Chris Vrenna - Drums, Programming, Sampling


TRACKLIST
1. Mr. Self Destruct – 4:30
2. Piggy – 4:24
3. Heresy – 3:54
4. March of the Pigs – 2:58
5. Closer – 6:13
6. Ruiner – 4:58
7. The Becoming – 5:31
8. I Do Not Want This – 5:41
9. Big Man With a Gun – 1:36
10. A Warm Place – 3:22
11. Eraser – 4:54
12. Reptile – 6:51
13. The Downward Spiral – 3:57
14. Hurt – 6:13



9/10




The Downward Spiral consacra Trent Reznor a pubblico e critica; il disco viene seguito da un buon album di remix dello stesso (dal titolo Further Down The Spiral), e dalla collaborazione di Trent per la colonna sonora di alcuni film: quella di The Crow, con il brano Dead Souls, una cover dei Joy Division; quella di Lost Highways (film di David Lynch in cui, tra l'altro, compaiono anche Marilyn Manson e Twiggy Ramirez) con tre brani, tra cui l'ottimo singolo The Perfect Drug, che gli fa vincere un altro Grammy; quella di Natural Born Killers (di Oliver Stone), che cura completamente.

Inoltre Trent affronta altre esperienze: il devastante Self Destruct Tour, la produzione dell'EP Smells Like Children e dell'album Antichrist Superstar di Marilyn Manson, un tour assieme a David Bowie (fortemente voluto da quest'ultimo), la scrittura delle musiche del videogame Quake, e la produzione del disco Voyeurs dei Two (un side-project di Rob Halford).


Molti di questi impegni sembrano però quasi dei pretesti per rinviare l'uscita di un nuovo disco.




The Fragile
(Nothing Records, 1999)
Album

Dopo un periodo di profonda depressione, caratterizzato dalla sensazione di fallimento (Trent crede di essere diventato ciò che non avrebbe mai voluto essere, ovvero "l'ennesima rockstar ritardata"), dal blocco dello scrittore ("Non volevo proprio sedermi di fronte ad un blocco di fogli e scoprire cosa nascondevo, cosa venisse fuori alzando il coperchio del calderone") e dalla dipendenza dagli antidepressivi, Reznor capisce che ciò che lo ostacola in realtà è il mondo in sé, quindi si chiude nei suoi Nothing Studios, isolandosi da tutto e tutti, per quasi due anni; in questo lasso di tempo le uniche persone con cui parla e collabora sono i produttori e musicisti che lo aiutano nel processo di creazione del nuovo album. Il materiale finale raggiunge la quarantina di tracce, che vengono scremate a 23 e quindi organizzate in due dischi, mentre il tocco finale alla produzione lo dà Bob Ezrin (già produttore di The Wall dei Pink Floyd).
"Il disco è per la maggior parte costruito su suoni di chitarra, anche se non suona necessariamente come un disco chitarristico. Quello che sapevo sin dal principio era che questo era un disco sul collasso dei sistemi, sulle cose che si consumano e che si distruggono durante l’uso. Quindi le canzoni sono di quel tipo che ti sembrano perfette, ma poi c’è qualcosa che ad un certo punto comincia a girare fuori controllo, e tu cerchi di riequalizzarlo e di chiudere in qualche modo la canzone, ma è la canzone stessa a impedirtelo... Per questo ho scelto chitarre ed altri strumenti a corda, perchè sono per loro natura imperfetti".
Esce così, nel 1999, The Fragile; il lavoro,
un album doppio, è diviso nei dischi Left e Right.

Left.
Questa metà è probabilmente la più interessante, dato che complessivamente contiene la tracce migliori.
Somewhat Damaged apre l'opera in maniera buona, e ci dice già molto sullo stato di Trent in questo momento: "Made the choice to go away, drink the fountain of decay", ma soprattutto "Broken bruised forgotten sore, poisoned to my rotten core: too fucked up to care anymore". I battiti pesantemente elettronici ci portano così alla bella The Day the World Went Away, dal testo minimale e ancora una volta accennante alla decadenza, ma retta da una composizione sonora studiatissima e arrangiata squisitamente.
The Frail, della durata inferiore ai due minuti, è un pianoforte che parla al cuore sospirando le note della title-track, che incontreremo successivamente. Tastiere ambient fanno da ponte tra essa e The Wretched, rancorosa commistione di elettronica e rock malato; dal battito lento e cadenzato sorretto dapprima da note di pianoforte (soluzione molto hip-hop) e successivamente da chitarre elettriche distorte fino a sembrare un impasto sintetico, è un saggio sul pessimismo e sul fallimento umano ("The hopes and prays, the better days, the far aways: forget it. It didn't turn out the way you wanted it, did it?").
Arriviamo così a We're in This Together, semplicemente una delle canzoni più belle mai partorite da Reznor; quasi tutto ciò che musicalmente significa Nine Inch Nails lo possiamo incontrare in questi sette minuti di industrial-rock, in cui per la prima volta vediamo un Trent che in mezzo al degrado e al pessimismo trova conforto nella forza indistruttibile di un rapporto sentimentale ("You and me, even after everything. You're the queen and I'm the king. Nothing else means anything").
Il bellissimo finale di pianoforte collega la traccia a quella successiva, ovvero la stupenda title-track, un raro esempio di ballata industrial estremamente emotiva, impreziosita da un'ottima sezione ritmica e da un assolo di chitarra da brividi; Trent parla ancora di cosa significhi essere innamorati in un mondo ostile ("She shines in a world full of ugliness; she matters when everything is meaningless
"), e voler costruire una nuova vita con una persona speciale ("We'll find the perfect place to go where we can run and hide. I'll build a wall and we can keep them on the other side") nella cui fragilità si riconosce il proprio passato, in modo di poterla salvare dal diventare come noi siamo diventati: "It's something I have to do. I won't let you fall apart (I was there, too), I won't let you fall apart (before everything else), I won't let you fall apart (I was like you)".
Just Like You Imagined è una strana e distorta traccia strumentale industrial, in cui la sapienza di Reznor nell'assemblare campionamenti, synth e pianoforti stupisce ancora una volta.
Echi trip-hop costituiscono invece la struttura di Even Deeper, i cui punti forti sono nuovamente il battito soffuso e le chitarre elettriche distorte all'inverosimile, mentre Trent grida ancora il fallimento del suo essere e della sua realtà ("Do you know how far this has gone? Just how damaged have I become? Everything that matters is gone, all the hands of hope have withdrawn"), chiedendo aiuto a qualcuno che possa colmare il suo vuoto interiore ("Could you try to help me hang on?"), ma evidentemente è solo un'illusione dato che la traccia termina nel pessimismo profondo ("I stayed on this track, gone to far and I can't come back. I stayed on this track, lost my way, can't come back
").
Pilgrimage è un'altra strumentale, decisamente paranoica e alienante, e introduce l'arrabbiata No You Don't, connubio disturbante tra techno e heavy rock che denuncia l'egoismo ("Teeth in the necks of everyone you know, you can keep on sucking 'til the blood won't flow") e la superficialità ("Got to keep it on the surface, because everything else is dead on the other side"), gridando in faccia all'accusato che è destinato al fallimento ("You think that you can beat them, I know that you won't. You think you have everything, but no, you don't").
La Mer è un'altra delle perle della prima metà del disco: un pezzo strumentale (ad eccezione di alcune parole sussurrate in francese da una voce femminile) che da un soffuso inizio al pianoforte si evolve in un climax dissonante in equilibrio perfetto tra sintetizzatori e musica classica (sono presenti anche i violini).
La prima metà dell'opera si chiude quindi con The Great Below, in cui abbiamo ancora un suggestivo arrangiamento che mescola archi e suoni sinfonici a campionamenti sintetici. Il vero punto di forza della traccia è però lo stupendo testo, pessimista e romantico allo stesso tempo: "Staring at the sea, will she come? Is there hope for me after all is said and done?" (...) "All the world has closed her eyes, tired faith all worn and thin, for all we could have done and all that could have been. Ocean pulls me close and whispers in my ear; the destiny I've chose, all becoming clear" (...) "And I descend from grace in arms of undertow, I will take my place in the great below. I can still feel you, even so far away
".

Right.
Un testo minimale ("All I've undergone, I will keep on. Underneath it all we feel so small, the heavens fall but still we crawl
") accompagna The Way Out Is Through, opener della seconda parte del lavoro; stupenda nei suoni e nella struttura, indica metaforicamente l'uscita di Trent dall'oceano di The Great Below per approdare in nuovi lidi.
Into the Void è invece costruita sulle stesse note di Le Mer, stavolta accompagnate da un testo e da un battito elettro-rock molto più diretto e incisivo; ottimi i vocalizzi di Reznor che, nel marasma strumentale sempre più stratificato, continua a ripetere: "Tried to save myself but myself keeps slipping away".
Where Is Everybody? è un'altra traccia sostenuta da synth ruvidi e taglienti, generanti un ottimo contrasto melodico con la voce di Reznor, che canta ancora una volta di solitudine e fallimento.
E se The Mark Has Been Made è un altro ottimo esempio di incrocio tra strumenti classici e campionamenti aggressivi e rabbiosi, chiuso alla fine dalla voce spezzata di Trent che pronuncia poche e arcane parole ("I'm getting closer, I'm getting closer, I'm getting closer all the time"), Please è un pezzo di psicotica e paranoica elettronica derivante in linea retta da Pretty Hate Machine
.
Arriviamo così all'amara Starfuckers, Inc., pezzo scritto contro tutte le rockstar che mirano ad arricchirsi prendendo in giro gli ascoltatori; l'esempio più lampante è Marilyn Manson, anche se Trent ha sempre negato di aver composto la traccia pensando a lui (sottolineandolo con il decadente videoclip, in cui non solo le due rockstar compaiono nuovamente assieme, apparentemente riconciliate, ma che contiene anche evidenti frecciate a Fred Durst, Billy Corgan, Michael Stipe, Courtney Love e Trent stesso, che autoironizza sulle voci che lo vogliono un "venduto al music-biz"). Se le parole sono di un realismo tagliente ed efficace ("My god pouts on the cover of the magazines; my god's a shallow little bitch trying to make the scene" ... "I'll be there for you as long as it works for me, I play a game it's called insincerity" ... "I sold my soul but don't you dare call me a whore, and when I suck you off not a drop will go to waste" ... "You're so vain, I'll bet you think this song is about you. Don't you?"), la musica rende la traccia senza dubbio la più aggressiva dell'intero album, grazie al furibondo drumming e alle potenti chitarre elettriche.
Complication è un altro pezzo elettronico strumentale, che introduce abbastanza bene I'm Looking Forward to Joining You, Finally, costruita su di una batteria dai suoni estremamente particolari e avvolta da una tristezza malinconica, le cui parole fanno pensare al fallimento di una persona cara ("Wanted to go back to how it was before, thought he lost everything then he lost a whole lot more. A fool's devotion swallowed up in empty space, the tears of regret frozen to the side of his face") a cui Trent sente di stare per rincongiungersi ("I've done all I can do, could I please come with you? Sweet smell of sunshine I remember sometimes").
The Big Come Down prosegue la strada dello sperimentalismo, tra furibondi elementi industrial (voce rabbiosa, synth aggressivi) e campionamenti classici (strumenti a corda suonati in modo schizofrenico), mentre la voce sempre più psicopatica di Reznor ci illustra i suoi vani tentativi di stabilire pace interiore all'interno di se stesso ("There is a game I play: try to make myself okay. Try so hard to make the pieces all fit, smash it apart just for the fuck of it" ... "Try to get back to where I'm from, the closer I get the worse it becomes. There is no place I can go, there is no place I can hide; it feels like it keeps coming from the inside").
La chiusura concettuale di quest'opera del pessimismo individuale è data dalla inquieta Underneath It All, in cui Trent ripete senza sosta "All I do, I can still feel you" in un crescendo vocale che diventa quasi cacofonia, prima di essere rotto all'improvviso in favore del punto finale, rappresentato dalla strumentale Ripe (With Decay); costruita ancora attorno a campionamenti chitarristici distorti digitalmente, la traccia è avvolta da un cupo alone di tastiere e suoni ambient in cui fanno capolino note suonate al basso e al pianoforte, con un crescendo interrotto e poi ripreso, in cui si innestano anche campionamenti vocali di Trent stesso. Il pezzo, e dunque l'album, si chiude improvvisamente troncando una chitarra elettrica distorta che aveva a sua volta interrotto il crescendo dissonante della traccia.

Complessivamente, si può dire che Reznor ce l'abbia fatta a vincere i suoi demoni.
Il suo isolarsi dal mondo e dimenticarsi della vita da rockstar l'hanno portato a partorire un'opera indigesta, assolutamente non "radio-friendly", di difficile e sofferta assimilazione, che suona come un pugno nello stomaco.
Le soluzioni impensabili e innovative concepite nel registrare gli strumenti per poi modificarli sinteticamente sono un saggio sullo sperimentalismo musicale.
L'aver costruito i pezzi a partire dalle chitarre e dagli strumenti classici piuttosto che dai synth è stata una mossa azzardata dopo il successo del suo precedente disco, ma ha creato qualcosa di nuovo: l'esplorazione di un territorio a metà fra l'alternative-rock, l'industrial, l'elettronica e la musica classico-cantautoriale.
Tuttavia, The Fragile ha anche dei difetti: due dischi forse erano necessari, ma complessivamente rendono il lavoro dispersivo e meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere; inoltre, nonostante le ottime trovate, Reznor purtroppo è un musicista più intimista ma meno creativo di come lo avevamo lasciato.
The Fragile, ad ogni modo, è stato ed è rimasto un disco molto sottovalutato, principalmente a causa del suo sound difficile e alienante; quindi, pur essendo un capolavoro mancato, è senza dubbio un'opera dal valore molto alto, da riscoprire a fondo.


LINE UP

Trent Reznor - Vocals, Guitars, Cello, Piano, Synthesizers, Programming, Lyrics, Producer

Guests:
Adrian Belew - Guitar
Charlie Clouser - Programming, Atmosphere, Synthesizers
Jerome Dillon - Drums
Bill Rieflin - Drums
Dr. Dre - Mixing Assistant
Mike Garson - Piano
Page Hamilton - Guitar
Steve Albini - Engineer
Danny Lohner - Drum Programming, Ambiance, Synthesizers, Guitar


TRACKLIST

"Left" disc

1. Somewhat Damaged – 4:31
2. The Day the World Went Away – 4:33
3. The Frail – 1:54
4. The Wretched – 5:25
5. We're in This Together – 7:16
6. The Fragile – 4:35
7. Just Like You Imagined – 3:49
8. Even Deeper – 5:47
9. Pilgrimage – 3:31
10. No, You Don't – 3:35
11. La Mer – 4:37
12. The Great Below – 5:17

"Right" disc
1. The Way Out Is Through – 4:17
2. Into the Void – 4:49
3. Where Is Everybody? – 5:40
4. The Mark Has Been Made – 5:15
5. Please – 3:30
6. Starfuckers, Inc. – 5:00
7. Complication – 2:30
8. I'm Looking Forward to Joining You, Finally – 4:13
9. The Big Come Down – 4:12
10. Underneath It All – 2:46
11. Ripe (With Decay) – 6:34



8/10




Dopo la pubblicazione di The Fragile, i Nine Inch Nails attraversano il globo con l'imponente Fragility Tour.
Trent, dopo una causa legale (Trent scopre che il suo manager nonché amico John Malm l'aveva truffato di milioni di dollari, causando la chiusura degli Nothing Studios), pubblica poi anche il consueto album di remix, stavolta dal titolo Things Falling Apart e dai contenuti di gran lunga trascurabili, e nel 2001 collabora alla colonna sonora del film Tomb Raider con l'inedito Deep (per cui viene anche girato un video).
Nel 2002 esce invece
And All That Could Have Been, in tre versioni (CD, Deluxe + minialbum, e doppio DVD) dai contenuti decisamente appetibili (materiale live, inediti, video, versioni acustiche).
Poi, il silenzio. Interrotto solamente nel 2004, anno in cui esce la ristampa in versione Deluxe di The Downward Spiral, in occasione del suo decennale, ed in cui il sito ufficiale della band si presenta con una veste grafica completamente rinnovata.





With Teeth
(Interscope/Nothing, 2005)
Album

Preceduto dal singolo The Hand that Feeds, nel 2005 esce finalmente il nuovo album della band: With Teeth, ovvero il cosiddetto "Halo 19" (tutte le pubblicazioni ufficiali dei Nine Inch Nails, difatti, vengono anche chiamate "Halo").
With Teeth è anche il primo album del "gruppo" a non essere in alcun modo un concept, ma semplicemente una raccolta di canzoni.

Il disco comincia in maniera delicata: in All the Love in the World un dolce pianoforte su di una batteria elettronica soffusa accompagna la sussurrata voce di Trent, ma a poco a poco la canzone si trasforma in un climax, con un'esplosione a metà tra elettronica e soul verso la fine. Senza dubbio un buon inizio, che però viene tradito dalle tracce immediatamente successive.
You Know What You Are? e The Collector sono sorrette dal furioso (ma ripetitivo) drumming di Dave Grohl (ex Nirvana e leader dei Foo Fighters), e Reznor non fa che spalmarci sopra una serie di distorsioni e campionamenti su cui urla le sue liriche che ormai danno pericolosamente l'impressione di essere diventate un cliché, così come le note di pianoforte in chiusura che fanno tanto The Fragile.
The Hand that Feeds è il grande tradimento; da Trent tutto ci si poteva aspettare tranne che, dopo anni di silenzio e tutti i problemi che gli aveva dato l'aura di rockstar, tirasse fuori dal cilindro un primo singolo così catchy, danzereccio e radio-friendly. Il testo è un invito a ribellarsi alla politica americana e allo schiavismo della religione ("Just how deep do you believe? Will you bite the hand that feeds? Will you chew until it bleeds? Can you get up off your knees? Are you brave enough to see? Do you wanna change it?"), ma cantato con questo piglio e questa melodia appare pallido e senza forza, se confrontato alle apocalittiche ribellioni metafisiche di The Downward Spiral.
Ci pensa Love Is Not Enough a riportare della rabbia alienante nel puro stile di Reznor, in una traccia che ricorda molto da vicino le atmosfere di The Fragile, così come la successiva Every Day Is Exactly the Same, forse il capolavoro del disco, sostenuta da uno stupendo tappeto sonoro che Trent non spreca, cantando un testo intelligente e molto "sentito" sulla ripetitività delle azioni quotidiane che riducono le persone a schiavi apatici ("I think I used to have a voice, now i never make a sound; and I just do what i've been told; I really don't want them to come around, oh no.
Every day is exactly the same, there is no love here, and there is no pain").
La title-track suona come uno scarto da The Fragile, dato che ne ricicla molti stilemi; la riescono a sollevare solamente il ponte al pianoforte che la spezza a metà, e un testo interessante e più personale della media.
Si arriva così al secondo singolo Only, costruito ancora una volta sul secco e deciso drumming di Grohl, mentre Reznor utilizza voce e campionamenti al meglio per non far cadere il ritmo e l'attenzione dell'ascoltatore. Ma è più coinvolgente il videoclip del pezzo, diretto da David Fincher ed infarcito di computer graphic. Ad ogni modo, il grido "There is no you there is only me, there is no fucking you there is only me" convince, e non se ne va dalla testa tanto facilmente.
La batteria di Grohl sostiene anche Getting Smaller, che abbandona quasi del tutto l'elettronica e l'industrial in favore di un potente rock che sembra uscito da un disco dei Queens of the Stone Age più heavy. Reznor che suona come Josh Homme era impensabile, fino a ieri. Questo rende la traccia uno dei pezzi più freschi e originali del lavoro.
Molto debole il revival alla 1980s dell'episodio successivo (Sunspots), più incisiva invece The Line Begins to Blur (titolo che riprende un verso della title-track), ma si ha ancora la sensazione di ascoltare materiale provenienti dalle sessioni di The Fragile, e quindi niente di nuovo.
Sensazione che accompagna anche la seguente Beside You in Time (anomalo pezzo lento e riflessivo, giocato molto su accordi fissi e dissonanze che avvolgono tutta la traccia), che però risulta molto più emotiva e convincente.
L'album si chiude con Right Where It Belongs, una dolce ballad di voce, basso e pianoforte disturbata e accompagnata da ruvidi synth; l'intenzione era forse quella di scrivere una nuova Hurt, ovvero un pezzo simile ma che descrivesse il Trent attuale e non più quello passato. Right Where It Belongs è difatti un finale decisamente pacifico e smorzato per gli standard a cui Reznor aveva abituato gli ascoltatori, ulteriore conferma che i tempi sono cambiati e la sua rabbia se n'è in gran parte andata, ma è anche una delle tracce migliori dell'intero album, grazie alla sua delicata e malinconica atmosfera. Mentre la musica descrive un ambiente onirico, le parole cantano un apprezzabile testo che denuncia la nostra "era della finzione" ("What if all the world you think you know is an elaborate dream? And if you look at your reflection is that you want it to be?"), mentre ad un certo punto si sentono per pochi secondi i campionamenti di un pubblico che applaude, come immagine funzionale al testo. Una chiusura decisamente buona.

Eppure la sensazione finale non è abbastanza appagante. Resta sempre un disco di Reznor, e dunque suoni, arrangiamenti e synth sono di eccellente fattura. Ma dopo quella serie di ottimi dischi e 4 anni di silenzio non si può pretendere che la critica promuova a pieni voti un prodotto simile.
Se la sua intenzione era quella di vendere, ci è riuscito (album e singoli al numero uno della Billboard); se la sua intenzione era di spiazzare vecchi fan e critici che lo consideravano un'istituzione in campo musicale, ci è riuscito; ma se la sua intenzione era quella di confezionare un album di qualità artistica davvero degna di nota, non ci è riuscito.
In questi anni di disimpegno musicale e di dischi noiosi e riciclati, molti stavano aspettando che Reznor dicesse la sua e si confermasse il genio musicale che ha dimostrato di essere; e invece egli si è adeguato alla piattezza e al formato-canzone (la prima metà del disco è costituita da tracce estremamente radio-friendly per i suoi canoni), strizzando l'occhio addirittura ai sound nostalgici tipici degli 1980s (Sunspots, The Hand that Feeds) che sembrano andare tanto di moda in questo periodo (e che lui stesso, da Broken in avanti, aveva contribuito a distruggere e rendere obsoleti).
With Teeth al limite può anche suonare piacevole, ma complessivamente non contiene un quarto della profondità psicologica presente nei suoi precedenti lavori (se si escludono Every Day Is Exactly the Same, Beside You in Time e Right Where It Belongs).
Forse Reznor vuole solo dire che si è stancato di tutto ciò che troneggia oggigiorno nella musica (falsità, incoerenza, superficialità, inutili faide, polemiche su chi si vende e chi no), e questo prodotto è il suo modo per suggerire a tutti i critici dove possono infilarsi i loro pareri.
Ma c'è il grosso pericolo che un grande artista stia rischiando di diventare imitazione di se stesso.



LINE UP
Trent Reznor - writing, arranging, performance, production, engineering, sound design

Guests:
Alan Moulder - production, engineering
Atticus Ross - programming, additional production, sound design
Dave Grohl - drums
Alien Tom - turntables
Jerome Dillon - drums

TRACKLIST
1. All the Love in the World – 5:14
2. You Know What You Are? – 3:41
3. The Collector – 3:07
4. The Hand That Feeds – 3:31
5. Love Is Not Enough – 3:41
6. Every Day Is Exactly The Same – 4:54
7. With Teeth – 5:37
8. Only – 4:22
9. Getting Smaller – 3:35
10. Sunspots – 4:02
11. The Line Begins To Blur – 3:44
12. Beside You In Time – 5:24
13. Right Where It Belongs – 5:04



6.5/10




Year Zero
(Interscope, 2007)
Album

Evidentemente conscio di ciò che è stato With Teeth, Reznor decide di scegliere la strada opposta ed evolversi in quella direzione (i tempi di attesa sono stati brevissimi -rispetto alla media delle release reznoriane-
perché l'album è nato spontaneamente e fluidamente sul laptop di Trent durante gli ultimi tour). Year Zero è difatti, in poche parole, l'antitesi di With Teeth.

Trent è tornato alla sua passione, il concept album, stavolta descrivendo un distopico futuro prossimo (precisamente gli USA tra 15 anni) soggiogato da una dittatura religiosa di tipo orwelliano, ma il soggetto è tutto un pretesto, un'efficace metafora per parlare del presente (difatti i testi hanno una decisa temperatura politica e sociale, con riferimenti a problemi internazionali attualissimi).
Passando alla musica: il drumming è quasi sempre elettronico (ad eccezione di due tracce, in cui alle pelli c'è nientemeno che Josh Freese), i synth la fanno da padrone in tutti i pezzi, e soprattutto non c'è praticamente nessun compromesso melodico o orecchiabile con l'ascoltatore. La prova di maturità che Trent dimostra con Year Zero è difatti proprio il rifiuto della "canzone" (concetto su cui invece si basava il precedente disco), e soprattutto della "canzone rock". Year Zero è un album di elettronica. Non industrial, non rock, elettronica.
Probabilmente ormai Reznor non toccherà più i vertici di alienazione e analisi introspettiva dei suoi dischi dei 1990s, ma dimostra di avere ancora qualcosa da dire; anzi, dimostra di essere ormai l'unico grande nome a riuscire ad evolvere ed aggiornare la musica (e soprattutto l'immaginario musicale) cyberpunk.

Le tracce di Year Zero fluiscono alla perfezione l'una nell'altra in una sequenza naturalissima (non come accadeva invece in With Teeth), ma non stimolano quasi mai l'ascoltatore con semplici topoi a cui è abituato, semmai lo introducono in un paesaggio per poi cullarlo, straziarlo e ipnotizzarlo, rinunciando a facili esplosioni (tranne in rare eccezioni) o facili chorus melodici; Year Zero non rassicura chi ascolta e non dà quello che molti si aspettano, dà quasi sempre qualcos'altro.
L'elemento davvero incredibile del disco è l'estrema cura delle parti ritmiche, dei synth e del suono in generale; assolutamente progressista, Reznor (coadiuvato da Atticus Ross e Alan Moulder) fa uso delle ultime tecnologie disponibili nel creare una libreria di suoni all'avanguardia, per poi masticarli e utilizzarli in maniere che, c'è da dirlo, non appartengono alla forma mentis di nessun altro musicista sulla piazza. Reznor ancora una volta suona unico e personale, e ancora una volta si dimostra un abile giocoliere/invertitore dei "segni" (riutilizzare un elemento e/o un contesto per esprimere altro, si sentano come esempio i continui droni -un sottofondo metallico che riflette inquietante la totale dipendenza tecnologica della vita di ogni giorno- o le parti in cui sembra che le macchine impazziscano, in delle sorte di violenti assoli).
L'obiettivo principale di Reznor è molto probabilmente riuscire ad aggiornare il sound dei suoi primi lavori al suo stato d'animo attuale (ed ai tempi attuali).

Lungo il corso del lavoro si elevano al di sopra delle altre tracce The Good Soldier (sommessa e strisciante), Me, I'm Not (un inquietante cortocircuito mentale), nonché The Warning (con le chitarre distorte in modi allucinanti), mentre il cuore "orecchiabile" e melodico è rappresentato da Capital G (amara frecciata alla politica americana) e My Violent Heart; si prosegue poi con un netto sguardo a Pretty Hate Machine, rappresentato dal "ballabile" di God Given (Trent vuole riconquistare i dancefloor alternativi?), neutralizzato immediatamente dalla minacciosa Meet Your Master; altro vertice è The Great Destroyer, lacerata tra parti sintetiche assolutamente folli (la coda è strabiliante); ma nel completo "caos organizzato" c'è anche spazio per un'introspezione tramite suoni più delicati (sul modello dei pezzi introspettivi di The Fragile), rappresentata da The Greater Good, Zero-Sum e Another Version of the Truth (tutti e tre dei piccoli gioielli). Altre tracce memorabili sono anche la trascinante The Beginning of the End e la straziata Vessel.


Year Zero non è un capolavoro, non ambisce nemmeno ad esserlo, e molto probabilmente verrà disprezzato da chiunque abbia apprezzato With Teeth; ma nel suo pulsare elettronico, a tratti seducente a tratti disturbante, mai estremo ma sempre amaro e rumoristico, è racchiusa la vera anima del Trent Reznor attuale. E la natura profondamente sintetica del lavoro era l'unica che potesse davvero supportare una simile riflessione sul concetto di forma (a livello prettamente musicale) e sull'odiernità (a livello lirico).


LINE UP
Trent Reznor - writing, vocals, synth, various intruments, sound design, production

Guests:
Atticus Ross - production
Alan Moulder - mix engineering
Brian "Big Bass" Gardner - mastering
Josh Freese - drums on "Hyperpower!" and "Capital G"
Saul Williams - guest vocals on "Survivalism" and "Me, I'm Not"


TRACKLIST
1. Hyperpower! – 1:42
2. The Beginning of the End – 2:47
3. Survivalism – 4:24
4. The Good Soldier – 3:23
5. Vessel – 4:53
6. Me, I'm Not – 4:52
7. Capital G – 3:50
8. My Violent Heart – 4:14
9. The Warning – 3:39
10. God Given – 3:51
11. Meet Your Master – 4:09
12. The Greater Good – 4:52
13. The Great Destroyer – 3:17
14. Another Version of the Truth – 4:09
15. In This Twilight – 3:34
16. Zero-Sum – 6:15


7/10



Sempre nel 2007 esce il consueto album di remix, Y34RZ3R0R3M1X3D (ovvero "Year Zero Remixed" scritto in Leet).




Ghosts I-IV
(The Null Corporation, 2008)
Album

Il nuovo disco di inediti dei Nine Inch Nails, nei progetti originari, avrebbe dovuto limitarsi ad essere un EP di cinque tracce; durante le registrazioni il concept è stato però ampliato ad un album contenente in sé quattro EP di nove tracce ciascuno.
Il titolo del lavoro ultimato è Ghosts I-IV (i numeri romani indicano appunto la presenza delle quattro suddivisioni), e consiste in un totale di 36 tracce interamente strumentali, della durata media di due o tre minuti a testa.

L'introduzione è puramente ambient, con 01 Ghosts I e 02 Ghosts I guidate da soffuse melodie al pianoforte, mentre con 03 Ghosts I iniziano anche le composizioni elettronico-industriali (nelle quali i frequenti campionamenti degli strumenti a corda ricordano molto il periodo di The Fragile), portate avanti da 04 Ghosts I (chitarre groovy, drumming epilettico, fuzz che arrivano a violentare la melodia in stile Year Zero, assoli torturati); con 05 Ghosts I si torna all'ambient, stavolta più cupo e teso (guidato da basso e pianoforte, ma immerso in inquietanti rumori di background); 06 Ghosts I è un classico pezzo da score cinematografica, con un tema spettrale che suona senza sosta, e una serie di droni di fondo che si alternano come contrappunto; 07 Ghosts I e 08 Ghosts I riportano i beat industriali tipici di Year Zero, ma qui più raffinati nel sound, ed incentrati sulla melodia delle distorsioni più che sulla loro funzione stupratrice (e questa evoluzione verso un equilibrio elegante tra rumore e melodia, tra industrial e ambient, è il pilastro su cui si regge l'intero album); 09 Ghosts I riporta il minimalismo, sia nel tenue pianoforte sia nel filtrato beat di sottofondo, mentre droni metallici e stringhe raggiungono il climax prima dell'implosione finale, in cui torna il pianoforte iniziale.

Il secondo gruppo di tracce, complessivamente più prevedibile e meno variegato, irrompe improvvisamente con 10 Ghosts II, tra clangori metallici, fraseggi al pianoforte e distorsioni industriali; si prosegue con la molto ricercata 11 Ghosts II, che campiona con attenzione maniacale battiti cupi e una sezione d'archi, mentre il solito drone spettrale serpeggia nel background; 12 Ghosts II tramuta un'eccellente melodia al pianoforte in un pezzo di industrial-rock filtratissimo e "bombastico"; 13 Ghosts II torna sull'ambient, con un soffuso pianoforte sopra ad un battito electro minimale, avvolto da droni e scandito da ansimi umani appena percettibili; 14 Ghosts II è elettronica distorta guidata da campionamenti chitarristici mediorientali; 15 Ghosts II è un pezzo avant-garde minimale che farebbe invidia a Foetus; 16 Ghosts II è uno dei più raffinati nelle distorsioni, modulate in maniera inquietante, ed è guidato da un frenetico beat electro; 17 Ghosts II riporta l'ambient-noise avanguardista, mentre 18 Ghosts II, nuovamente su battito electro minimale, con un tema ossessivo e sample vocali affogati nel soundscape, rievoca alcuni esperimenti del passato di Brian Eno (specie le collaborazioni con David Byrne), il cui fantasma è comunque presente massicciamente lungo tutto il corso dell'album.

Il terzo gruppo è più interessante, ai livelli del primo: 19 Ghosts III è una sorta di versione minimale del noise industriale alla Einstürzende Neubauten; 20 Ghosts III alterna partenza alienante, crescendo noise-rock, e breve ma ottima coda al pianoforte; 22 Ghosts III è un ottimo pezzo in cui si fondono pianoforte minimale, sample chitarristici accennati e grotteschi, dulcimer (suonato da Alessandro Cortini), drumming epilettico (di Brian Viglione) e fondali opprimenti; 23 Ghosts III è una sarabanda di distorsioni e fuzz soffocati; 24 Ghosts III è elettronica cupa, ballabile, distorta e dal sapore metropolitano; 25 Ghosts III è incentrata sui rumori di fondo, spezzati da pochi minimali sample.

Ed infine il quarto gruppo raggiunge sicuramente i picchi qualitativi dell'intera opera, tra le eccezionali 28 Ghosts IV (soffusissimo ambient molto melodico, tra sample chitarristici e battiti appena udibili), 29 Ghosts IV (sezione ritmica funky, sample dissonanti, arrangiamenti in continuo crescendo e decrescendo), 30 Ghosts IV (melodia orientale alla marimba, suonata da Adrian Belew, contrappuntata da droni dissonanti), 31 Ghosts IV (un'orgia di distorsioni chitarristiche e tastieristiche, con drumming trascinante), 34 Ghosts IV (durante la quale si susseguono continui cambi di strumenti, suoni e tema portante, in un crescendo di tensione inquietante ed altamente emotiva), 35 Ghosts IV (battito electro ghignante, continui picchi distorti e andirivieni ondeggianti degli arrangiamenti) e 36 Ghosts IV (chiusura in bellezza con un'altra tenue e malinconica melodia al pianoforte).

Anche stavolta Trent dimostra di sapersi rinnovare, facendo suonare ogni album di gran lunga differente rispetto alle precedenti uscite (stavolta evita abilmente il pericolo di assomigliare nel sound a Still, preferendo composizioni molto più spettrali e cupe).
Ghosts I-IV è un concept strumentale: tutti i pezzi sono stati composti e registrati in un periodo di appena 10 settimane, prendendo ogni abbozzo istintivo ed affinandolo in una traccia autoconclusiva; la sua natura concettuale, unita alla natura spettrale (il minimalismo, le tracce brevi e senza titoli), ne fa un'opera godibile tanto singolarmente quanto perché potrebbe rappresentare l'officina lavorativa di un nuovo The Fragile (disco del quale porta ad un livello superiore la contaminazione tra strumenti analogici e digitali, così come quella tra strumenti occidentali ed orientali), sempre che Trent prosegua nel cammino creativo e privo di compromessi di questi ultimi anni.
Ghosts I-IV è un album il cui ascolto non può assolutamente mancare a tutti gli amanti della musica ambient e industrial-ambient, generi dei quali rappresenta sicuramente uno dei picchi dell'anno.

Il disco rappresenta anche e soprattutto la fine del contratto tra Reznor e la Universal: per la prima volta i Nine Inch Nails non sono prodotti e supportati da alcuna major, e sono ancora più indipendenti del periodo "Nothing Records".
Per iniziare con la spinta giusta questo nuovo corso, Reznor ha avuto l'ottima e progressista idea di rilasciare il disco sul web in maniera quasi gratuita (il primo gruppo di tracce è downloadabile gratuitamente, il resto con una minima offerta a partire da 5 dollari) e sotto una licenza Creative Commons; espedienti che rendono l'album anche una pietra miliare nel rappresentare il cambiamento totale dell'industria discografica.
La versione "fisica" del disco uscirà l'8 Aprile via RED Distribution, in versione doppio CD e quadruplo LP.


7/10




The Slip
(The Null Corporation, 2008)
Album

Non ci sarebbe molto bisogno di re-introdurre la carriera dei Nine Inch Nails, visti gli appena due mesi trascorsi dalla loro ultima release, tuttavia ecco una premessa per i soliti distratti: Trent Reznor ha da poco estinto il suo contratto con la Universal, e deciso di proseguire la carriera "saltando" il passaggio tra artista e casa discografica, auto-producendosi e auto-stringendo i contratti con i distributori. Nel frattempo non solo ha scelto il web per pubblicare gli ultimi dischi, ma ha deciso di farlo anche in maniera almeno parzialmente gratuita per i fruitori (il precedente Ghosts I-IV era scaricabile gratis per un quarto, questo The Slip lo è addirittura interamente), tutelando le opere con le licenze Creative Commons.

The Slip sarà distribuito in forma "fisica" nei negozi verso Luglio 2008, ma nel frattempo, già dal 5 Maggio 2008, è stato reso downloadabile in vari formati (MP3, ma anche FLAC e Apple Lossless per i veri esteti del suono) dal sito stesso della band.

L'intro è abbastanza convincente: la breve parentesi dark-ambient 999,999 traccia un perfetto ponte con il precedente Ghosts I-IV, mentre la successiva 1,000,000 scorre furibonda sopra ad una commistione tra riffing groove e beat martellante, e se non fosse per il suo palese ispirarsi a Survivalism (traccia di Year Zero che ha un chorus quasi identico) sarebbe uno degli episodi migliori di The Slip.
Si prosegue in maniera buona ma non troppo, tra la caotica Letting You (festival delle distorsioni digitali, in una sorta di industrial-noise) e la catchy Discipline (che scopiazza il battito e il riff di fondo da The Hand that Feeds, traccia di With Teeth, ma si risolleva con un buon arrangiamento al pianoforte), mentre un ulteriore calo è rappresentato dalla successiva Echoplex (pezzo electro leggermente dissonante, dall'incedere sottilmente inquieto come in molti dei pezzi di Ghosts I-IV, ma modellato su un beat anche troppo ossessivo), ed un lieve miglioramento si ha con Head Down (una buona commistione tra le atmosfere di Pretty Hate Machine, le distorsioni di Year Zero, e gli arrangiamenti tastieristici di Ghosts I-IV).
Più che soddisfacente, e piazzato al momento giusto, il soffuso e decadente intermezzo a pianoforte e voce di Lights in the Sky (anche se lontano dai picchi emotivi presenti nei pezzi di, ad esempio, Still), mentre non è troppo coinvolgente la lunga (7 minuti e mezzo) e non troppo raffinata parentesi ambient Corona Radiata.
Prevedibilmente si ha un picco qualitativo in chiusura, un po' meno prevedibilmente trattasi però anche dell'unico vero picco del disco: The Four of Us are Dying, tra battiti electro soffusi, distorsioni chitarristiche e tastiere dark-ambient, rimanda ai pezzi più oscuri di Ghosts I-IV (pur non arrivando alla bellezza dei migliori pezzi di Ghost IV); ancora meglio la conclusiva Demon Seed, molto probabilmente il capolavoro del disco, che fonde tutta la serie di influenze sonore presenti in Ghosts I-IV in un pezzo (cantato) riconducibile ad un'estetica electro-rock decadente, inquietante e contemporaneamente energica, finalmente con variazioni ritmico-armoniche decise e necessarie.

In generale, quelli di The Slip sono pezzi costruiti sulla base di poche idee (spesso solo un beat, una progressione armonica distorta e una o due variazioni melodiche), che riescono a non suonare scarni grazie ad un ottimo lavoro d'arrangiamenti, ma che, a causa dell'auto-riciclaggio (palese specialmente in 1,000,000 e Discipline) o dell'eccessiva staticità, risultano a conti fatti poco creativi o per lo meno poco incisivi. Si elevano al di sopra della massa mediocre solamente Demon Seed (su tutte), The Four of Us are Dying, Lights in the Sky, Letting You, e forse (volendo passare sopra all'auto-plagio) 1,000,000. Per il resto c'è ben poco di memorabile, al di là dell'impeccabile lavoro a livello di performance tra gli ottimi Atticus Ross, Alan Moulder, Alessandro Cortini, la "new entry" Robin Finck, e il sempre eccellente drummer Josh Freese.

Reznor ha sicuramente ritrovato una buona dose della sua creatività in questa nuova fase di carriera (iniziata con Year Zero), ma ora rischia di disperdere le sue idee seguendo il cattivo esempio di musicisti come Justin K. Broadrick, ovvero pubblicando qualsiasi cosa riesca a registrare; la cosa può funzionare in casi particolari (Ghosts I-IV è stato un perfetto esempio in questo senso: l'anima improvvisata e minimale delle tracce era perfetta per una release-raccoglitore), ma per album dal concept più tradizionale c'è decisamente bisogno di più idee e di più tempo per selezionarle ed affinarle al meglio.


LINE UP
Trent Reznor - writing, vocals, synth, various intruments, production
Atticus Ross - production, programming
Alan Moulder - mixing, production
Robin Finck - guitars
Josh Freese - drums
Alessandro Cortini - keyboards, guitar, bass, synth


TRACKLIST
1. 999,999 (1:25)
2. 1,000,000 (3:56)
3. Letting You (3:49)
4. Discipline (4:19)
5. Echoplex (4:45)
6. Head Down (4:55)
7. Lights in the Sky (3:28)
8. Corona Radiata (7:33)
9. The Four of Us Are Dying (4:37)
10. Demon Seed (4:59)


6/10

 

 




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