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Otep

Sevas Tra (2002) 7.5/10
House of Secrets (2004)
6.5/10
The Ascension (2007)
5.5/10
Smash the Control Machine (2009)
6/10



Nati nel 1999 a Los Angeles, dopo un innovativamente aggressivo EP (Jihad, del 2001), gli Otep pubblicano il loro primo full-lenght; Sevas Tra (lettura rovesciata di "art saves") esce nel 2002 per la Capitol, e contiene 13 tracce (tra cui quasi tutte quelle di Jihad).
Gli Otep prendono il loro nome da quello della loro leader Otep Shamaya, cantante eccezionale che riesce a giostrarsi abilmente tra melodie psicotiche e folli, quasi come una versione femminile di Jonathan Davis (vedi Emtee, Thots o Brother), urla disumane (il growl di Shamaya è potente allo stesso modo, se non anche più, di quello di tanti growler maschili), e perfino pezzi rapcore.
Se Battle Ready sembra più che altro una rilettura più heavy di ciò che stavano già facendo i Guano Apes, le vere perle si trovano nelle paranoiche e angoscianti Possession (introduzione che ricorda il post-punk degli anni '80, strofa rappata furibonda, sospiri schizofrenici alla Davis, e un campionario di urla sostenute da riff alla Machine Head), T.R.I.C. (rapcore con basso funk e chitarre groove metal), nell'agonia lacerante di Menocide (assolutamente terrificante), e nella già citata Emtee (un viaggio nell'incubo diviso in una prima parte onirica e una seconda parte estremamente metallica).
L'apice però è forse raggiunto nelle due finali Jonestown Tea (dieci minuti di follia e paranoia pura) e Brother (sperimentalismi d'atmosfera provenienti da una mente distrutta e prossima al collasso emotivo).
L'unica pecca è un certo debito nei confronti dei Guano Apes, specie nelle parti rapcore, ma gli Otep complessivamente surclassano in qualità artistica la band tedesca grazie ad un approccio sconvolgentemente angosciante ed emotivamente profondo.
Questo Sevas Tra infrange la linea tra nu-metal, groove metal, gothic metal e metal estremo, e affoga il tutto in un calderone di incubi provenienti direttamente dalla generazione industriale degli anni '80 (si respirano certe atmosfere che rimandano addirittura agli Swans).


LINE-UP
Otep Shamaya - Vocals
Rob Patterson - Guitars
"Evil" J. McGuire - Bass
Mark "Moke" Bistany - Drums

TRACKLIST
1. Tortured – 1:39
2. Blood Pigs – 4:03
3. T.R.I.C. – 3:05
4. My Confession – 5:31
5. Sacrilege – 4:09
6. Battle Ready – 4:21
7. Emtee – 3:58
8. Possession – 4:54
9. Thots – 4:09
10. Fillthee – 3:36
11. Menocide – 4:51
12. Jonestown Tea – 9:47
13. Brother – 7:03



7.5/10




Dopo qualche cambio di line-up tornano gli Otep di Otep Shamaya, stavolta coadiuvati da un po' di guest (tra cui Jordison degli Slipknot) per le registrazioni del secondo album House of Secrets (Capitol, 2004).
Requiem è un'introduzione estremamente gotica, tutta giocata su campionamenti e sulla voce di Shamaya che, stratificata, esplora registri tanto ancestrali quanto inquietanti, portando alla luce una serie di traumi da incubo. Premesse che sfociano nella metallara Warhead, pezzo violentissimo e dai continui cambi di ritmo, immersa in un drumming furibondo, un riffing di matrice slipknotiana, e una Shamaya che si destreggia tra una serie di growl impressionanti.
Il problema è che le idee di queste prime due tracce si riciclano per tutta la durata dell'album.
Episodi che spiccano fra gli altri sono l'estrema orgia di battiti (percussioni, drumming mostruoso) di Sepsis (condita da una serie di vocalizzi al massimo della schizofrenia), le paranoie della title-track (un po' una rilettura di Emtee, stavolta però spezzata in tre parti di cui una centrale metal e altre due di soffuso gothic-rock impreziosito dai carillon), la furia cieca e folle di Hooks & Splinters (che in efferatezza raggiunge e supera persino gli Slipknot più violenti).
Il resto del platter mostra un calo di idee, visto che i pezzi sembrano ripetere le ispirazioni gothic-industrial di Sevas Tra: le cacofonie mutilanti di Autopsy Song, così come l'intermezzo effettato Gutter, non sono quasi musica; la stessa Autopsy Song, così come Suicide Trees e Buried Alive, poi, replica senza variazioni di sorta la struttura "inizio calmo e sfuriata folle" già sfruttata nei precedenti lavori della band.
Inoltre, ad ascolto terminato, si ha il forte sospetto che Shamaya e soci sembrino in molti episodi voler semplicemente suonare una loro versione di Iowa degli Slipknot (vedi Self-Made, Nein, Hooks & Splinters, Warhead). Troppe somiglianze e troppo poche idee.
La traccia finale Shattered Pieces, però, è un carico di inquietudini messe in musica (voce a volte sospirata, a volte parlata, a volte urlata, pianoforte delicato, sottofondo industrial) che conclude il lavoro positivamente.


Atteso dapprima per il 2006 e poi per la primavera del 2007, il terzo full-length degli Otep, The Ascension (Capitol/KOCH, 2007), esce invece quasi a fine 2007 a causa di svariate complicazioni, con una tracklist differente da quella annunciata in precedenza, una line-up nuovamente cambiata (stavolta fuori Rios e Pellerin, sostituiti da Nordstrom e Wolff a, rispettivamente, chitarre e drumming), ed un piccolo "anticipo" per i fan (l'EP Wurd Becomes Flesh, 4 tracce di poesie inquietanti su background noise, acquistabile solamente nel 2005 durante il tour Mouth of Madness).
The Ascension è leggermente meno manierista e leggermente più compatto del suo predecessore House of Secrets, ma complessivamente presenta anche molte meno idee, meno freschezza, e non coinvolge a sufficienza. Se si escludono le uniche tre tracce ottime di questo album, ovvero Confrontation (un rapcore furibondo di assoluto marchio Otep, molto potente e personale), Noose and Nail (un calderone di grunge, noise, nu-metal, death-metal) e Invisible (forse il capolavoro del disco, tra melodie claustrofobiche, atmosfere decadenti, mura sonore graffianti e avvolgenti; peccato solamente per la caduta di stile finale, che va a scimmiottare un po' Daddy dei Korn), si ha tra le mani un prodotto non più che sufficiente e spesso persino mediocre. Un pezzo come March of the Martyrs non può stupire nessuno che si sia ascoltato la discografia degli Slipknot; diversi episodi (Crooked Spoons, Milk of Regret, Communion) hanno delle buone idee che però sono state sviluppate in maniere decisamente migliori su Sevas Tra e House of Secrets; Perfectly Flawed è un tentativo melodico-catchy assolutamente da dimenticare (suona decisamente e malamente fuori posto); altre tracce sono talmente già sentite e ripetitive da infastidire (Home Grown, Ghostflowers, Eat the Children).
Complessivamente è ancora più ridotto lo spazio dedicato alle atmosfere psicotiche, che pure erano un po' forzate su House of Secrets (ma riuscitissime su Sevas Tra), e che qui finiscono nel marasma senza venire sviluppate adeguatamente (le aperture "no-wave" di Ghostflowers e Milk of Regret potevano essere sfruttate in modo più inquietante, senza farle sfociare in breve nel solito pezzo slipknotiano).
Episodi tutto sommato inutili, sebbene non del tutto scadenti, la martellante cover di Breed dei Nirvana e la lunga chiusura Andrenochrome Dreams (dal sopraccitato EP Wurd Becomes Flesh).
Consigliabile, come sempre, la lettura dei testi (claustrofobici e da incubo), uno dei pochi elementi degli Otep a non deludere mai, e che qui tocca il vertice nel lungo malato monologo di Andrenochrome Dreams.


Cos'è cambiato in casa Otep dal precedente The Ascension? Semplice, la band è passata alla label Victory e ha ripreso in line-up il chitarrista Rob Patterson e il batterista Mark "Moke" Bistany, già colonne portanti di Sevas Tra, debutto e capolavoro della band.
Arriva quindi inevitabile un cambiamento nel sound, che con il precedente disco si era improvvisamente spento in un'auto-imitazione dalla minor efferatezza, freschezza e passione: con Smash the Control Machine prendono ancora più piede i momenti melodici rispetto ai momenti metal (con forse disapprovazione del loro pubblico tipico), forse per venire incontro al catalogo della nuova label o forse per una semplice maturazione anagrafica dei membri, ma contrariamente alle aspettative le dosi di violenza psicologica e di "groove" aumentano.
Dopo un paio di parentesi ricalcanti in troppi momenti il sound degli Slipknot, gli Otep riscoprono ora i loro primi padrini Korn e Mudvayne non spingendosi più tanto sulle ritmiche martellanti e sui growl quanto sull'angoscia e sulle atmosfere thriller.
Chiara dimostrazione ne sono pezzi come Numb & Dumb, aperta da una scarica di furia metal che si spegne immediatamente nelle strofe inquietanti recitate a denti stretti, prima di un chorus abrasivo a metà strada tra il grunge dei Nirvana e il thrash, per far esplodere la tensione metal solo nella coda finale; strutture simili sono un lusso se paragonate ai pezzi più metal e più monotoni dei precedenti album.
La frenetica opener Rise, Rebel, Resist pare invece, assieme a Run for Cover, un nostalgico tuffo nei vecchi rapcore gotici e urlati alla Sevas Tra, se non fosse per la violenza in confronto edulcorata, che però torna anch'essa in nuova veste nelle successive Sweet Tooth, Head (detonata da un'epica progressione armonica che sfocia da strofe in continua tensione), Oh, So Surreal (con un classico climax psicotico e un'esplosione di ritmiche schizoidi in coda), Serv Asat (altro anagramma di "art saves" e quindi altro esplicito rimando al primo periodo del gruppo) e Unveiled (dall'aggressività straziata come negli episodi migliori di House of Secrets).
La title-track provvede a convogliare un catchy rapcore politicizzato con piglio hardcore e voce alla Guano Apes, ma la vena "poetica" maledetta tipica della Shamaya ha piuttosto modo di sfogarsi nei cupi psicodrammi Kisses & Kerosene e Where the River Ends (quasi sicuramente il capolavoro dell'album, anche se debitore a iosa dalle tracce lunghe dei precedenti dischi), oltre che nella traccia nascosta I Remember, queste ultime due sugli 8 minuti a testa.
Un'inaspettata ballad melodica dal titolo UR A WMN NOW (con guest di Emilie Autumn al violino e Koichi Fukuda degli Static-X al pianoforte), oltre a presentare momenti emotivi assolutamente più convincenti e personali rispetto alla mediocre ballad Perfectly Flawed del precedente album, sembra dimostrare che in fin dei conti tutta questa rabbia derivi da una fragilità spezzata che vorrebbe solo ritrovarsi in pace con se stessa.
Smash the Control Machine non cerca nemmeno per sbaglio il capolavoro, né consegna tracce che possano anche lontanamente rivoluzionare lo stile della band, ma nell'ascoltarlo si avverte una felicemente ritrovata verve e alchimia tra i membri; inoltre, Shamaya e soci focalizzano la propria violenza sul carico psicologico (supportato da un'urgenza lirica di voler dire qualcosa, discutibile o meno che possa essere) e sul giusto bilanciamento tra quiete e furia piuttosto che sulla continua fragorosità sonora martellante, cosa ormai rara e apprezzabile in un panorama a stragrande maggioranza piatto, monotono e superficiale come quello del metal anni 2000.
Tuttavia, anche negli episodi migliori, dà un certo fastidio la produzione purtroppo decisamente non azzeccata, che stacca tutta la sezione strumentale in un mix separato dalla voce, facendo tiranneggiare quest'ultima su tutto come nei dischi emo-pop.




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