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Pere Ubu

The Modern Dance (1978)
8/10
Dub Housing (1979) 7.5/10
New Picnic Time (1979)
7/10
The Art Of Walking (1980)
7/10
Song Of The Bailing Man (1982)
6/10
The Tenement Year (1988)
6/10
Cloudland (1989)
6/10
Worlds In Collision (1991)
5/10
Story Of My Life (1993)
6/10
Ray Gun Suitcase (1995)
6.5/10
Pennsylvania (1998)
6/10
St. Arkansas (2002)
6/10
Why I Hate Women (2006)
6/10



The Modern Dance
(Blank Records, 1978)
Album

Dallo scioglimento dei Rocket from the Tombs (band garage-punk di Cleveland) nel 1975, nascono da una parte i Dead Boys (punk-rockers che diventeranno parte della scena di New York) e dall'altra i Pere Ubu (nome derivante dal personaggio creato da Alfred Jarry nella sua play teatrale Ubu roi, uno dei capolavori del teatro surrealista e dell'assurdo).
Nel complesso dei Pere Ubu vanno a finire le personalità più particolari ed eccentriche dei Rocket from the Tombs, ovvero David Thomas e Peter Laughner.
Chitarrista autore dei migliori riff dei Rocket from the Tombs, Laughner scompare nel 1977, e da qui in poi i Pere Ubu diventano un progetto che ruota attorno a Thomas.
Dopo una serie di singoli, il primo album arriva nel 1978: The Modern Dance.

Il disco fonde una lunga serie di "scuole di pensiero" musicali in un unico calderone. L'opener Non-Alignment Pact è un rock'n'roll scatenato costruito su di una semplice progressione di note e con un chorus forse rubato a Born to Lose dei The Heartbreakers, ma reso unico dalla voce di Thomas e dalle escursioni rumoristiche di chitarre e tastiere; la title-track ha delle tastiere alla The Doors (nello stile di Break on Through) sulle quali la voce di Thomas diventa sempre più teatrale, delle chitarre che a tratti sembrano anticipare il noise-rock degli 1980s (riprendendo e modernizzando la lezione di The Velvet Underground e Red Crayola), mentre i campionamenti si ritagliano spazi ancora più ampi, e Ravenstine compie un lavoro eccellente con i synth; Laughing è una power-ballad introdotta e spezzata da parentesi cacofoniche (in cui Thomas suona la Musette, ovvero la tradizionale cornamusa francese) che si rifanno alla scuola d'arte dadaista; Street Waves torna verso lidi meno intellettuali, ma la band non rinuncia nemmeno qui alle parentesi noise-ambient, con Ravenstine nuovamente impegnato in un lavoro di distorsione alle tastiere; Chinese Radiation riporta lo sperimentalismo, campionando i rumori di una folla e lasciandosi andare ad un approccio minimalista, con un Ravenstine originale tanto ai synth quanto al pianoforte; Life Stinks è il rifacimento di un pezzo dei Rocket from the Tombs, e mostra quindi il lato più punk-rock della band, con evidenti richiami ai The Stooges, ma contaminati ancora una volta dalla cacofonia; Real World è invece uno di quei pezzi che maggiormente influenzeranno la successiva new-wave, con il suo battito psicotico, i suoi rumori industriali, e la voce di Thomas al proprio apice nevrotico; Over My Head parte ancora una volta dallo psychedelic-rock alla The Doors, percorrendo sentieri di incubi soffusi, con Thomas a sussurrare mantra africani su di un tappeto sonoro ispirato ai primi The Velvet Underground; Sentimental Journey è l'apice sperimentale del disco, una serie di rumorismi e improvvisazioni che traggono diretta ispirazione dal free-jazz e dal rock sperimentale di artisti come Captain Beefheart e Red Crayola (le cui ombre aleggiano comunque all'interno di ogni pezzo del disco, celate dietro ognuna delle dissonanze presenti nonché radicate nello stesso spirito "freak" dei membri); la chiusura è affidata invece a Humor Me, ballata con un impasto sempre più cacofonico di chitarre e synth, e con la voce di Thomas al proprio estremo teatrale ed espressionista.

The Modern Dance prende elementi dal punk-rock, dal free-jazz, dall'avant-garde dadaista, dalla psichedelia e dal rhythm'n'blues, portando il tutto sui binari della disumanizzazione: le tematiche e le atmosfere sono quelle dell'uomo alienato dall'era delle macchine, quindi derivanti direttamente dall'Industrial concettuale dei primissimi Throbbing Gristle, evocati qui da Ravenstine e dal suo geniale lavoro ai synth. Su tutto si staglia però la voce di Thomas: espressionista, teatrale, drammatica e dal timbro unico, sarà uno degli elementi più influenti sulle band post-punk di tutta la decade successiva.


LINE-UP
Tom Herman - guitar
Scott Krauss - drums
Tony Maimone - bass
Allen Ravenstine - EML synthesizer, sax
David Thomas - vocals, musette

TRACKLIST
1. Non-Alignment Pact – 3:18
2. The Modern Dance – 3:28
3. Laughing – 4:35
4. Street Waves – 3:04
5. Chinese Radiation – 3:27
6. Life Stinks – 1:52
7. Real World – 3:59
8. Over My Head – 3:48
9. Sentimental Journey – 6:05
10. Humor Me – 2:44




Dub Housing
(Chrysalis Records, 1978)
Album

Secondo album dei Pere Ubu, Dub Housing in fondo non è che il naturale proseguimento di The Modern Dance.
Lasciate perdere le influenze punk-rock, e tramutate le parti di chitarre in blues apocalittici, i Pere Ubu si addentrano maggiormente nel lato più psichico della loro musica.
I rumorismi di Ravenstine ai synth e le cacofonie dei fiati trovano uno spazio ancora più ideale nei pezzi di Dub Housing.
L'opener Navvy, con dissonanze e voci alla The Residents, è in fondo il pezzo più simile al primo disco, e ha quindi la funzione di introdurre una nuova dimensione musicale.
L'inno alla disperazione per antonomasia è la title-track, con la voce di Thomas che sembra provenire da un incubo senza via d'uscita; apici di follia si trovano invece in Caligari's Mirror (chitarre esemplari, synth distorti, esplosione di chorus da vaudeville).
On the Surface (con Ravenstine ancora una volta fenomenale) deriva direttamente dalla psichedelia dei The Doors, mentre Thriller! e Blow Daddy-o sono due non-canzoni che portano all'estremo lo sperimentalismo sul rumore, avvicinando ulteriormente la band ai Throbbing Gristle; la dissonanza è invece il tratto caratteristico del rock di I Will Wait, mentre Drinking Wine Spodyody è un blues distorto e schizoide, con una serie di cori alla The Residents; chiude il lavoro Codex, triste e dimesso pezzo atmosferico ricco di droni e cacofonie.
I Pere Ubu, sostanzialmente, si sono spostati da lidi più rock verso lidi più imparentati con il free-jazz, l'avant-garde alla The Residents, e l'Industrial inglese.


LINE-UP
Tom Herman – Guitar, bass guitar, organ
Scott Krauss – Drums
Tony Maimone – Bass guitar, guitar, piano
Allen Ravenstine – EML synthesizers, saxophone
David Thomas – Vocals, organ

TRACKLIST
1. Navvy – 2:40
2. On the Surface – 2:35
3. Dub Housing – 3:39
4. Caligari's Mirror – 3:49
5. Thriller! – 4:36
6. I Will Wait – 1:45
7. Drinking Wine Spodyody – 2:44
8. Ubu Dance Party – 4:46
9. Blow Daddy-o – 3:38
10. Codex – 4:55



New Picnic Time
(Chrysalis Records, 1979)
Album

New Picnic Time, terzo album dei Pere Ubu, prosegue il cammino della band nell'avant-garde.
I vertici del disco sono l'opener The Fabulous Sequel (demenziale e schizoide), i baccanali cacofonici di A Small Dark Cloud (noise-ambient), Small Was Fast (synth abrasivi e cori tribali) e All the Dogs are Barking (mantra psichici, minimalismi, ambient).
Meno suggestivi ma degni di nota anche il folle rock di One Less Worry, le stratificazioni esotiche e dissonanti di 49 Guitars & One Girl, la traccia rumoristica Goodbye, la noise e minimale The Voice of the Sand (con la voce che sussurra un testo ispirato da Vachel Lindsay), la psichedelia malata e tribale della conclusiva Kingdom Come.
Tutto già sentito, al contrario, su Make Hay (cantato recitato, follie armoniche alla Captain Beefheart): ormai non ha più molto senso registrare tracce simili.
In generale, il disco rappresenta l'estremizzazione del lato più rumoristico della band, ma il risultato è decisamente meno riuscito rispetto ai precedenti, anche in termini di mera innovazione. Su tutto si eleva comunque la voce di Thomas, sempre più folle ed espressionista.


LINE-UP
Tom Herman – Guitar, bass guitar, organ
Scott Krauss – Drums
Tony Maimone – Bass guitar, guitar, piano
Allen Ravenstine – EML synthesizers, saxophone
David Thomas – Vocals, organ

TRACKLIST
1. The Fabulous Sequel – 3:16
2. 49 Guitars & One Girl – 2:51
3. A Small Dark Cloud – 5:49
4. Small Was Fast – 3:39
5. All the Dogs Are Barking – 3:03
6. One Less Worry – 3:46
7. Make Hay – 4:03
8. Goodbye – 5:18
9. The Voice Of The Sand – 1:28
10. Kingdom Come – 3:17




The Art of Walking
(Rough Trade, 1980)
Album

Con Mayo Thompson (dei Red Crayola) a rimpiazzare Tom Herman, i Pere Ubu danno alle stampe il loro quarto album The Art of Walking.
La musica perde quasi tutte le sue caratteristiche più strettamente "rock" (prima sempre presenti grazie alle chitarre di Herman), e la band compie una serie di escursioni nell'avant-garde pura (il baraccone da fiera di Arabia, i rumorismi alla The Residents di Loop, i minimalismi non-musicali di Lost in Art, gli strazi industriali di Crush This Horn) e nella psichedelia lisergica (le dissonanze di Go, il sogno di Rhapsody in Pink, l'allucinata Misery Goats, nonché il folk tribale e sotto acido di Horses, uno dei vertici del disco).
Ravenstine continua ad utilizzare i synth in modo folle, specie su Rounder, Horses, Go e Birdies, ed è il suo approccio stilistico, più che la presenza di Thompson, ad essere l'elemento più fresco dell'album.


LINE-UP
Mayo Thompson – guitar, piano, vocals
Scott Krauss – drums, horn, piano, drum machine
Tony Maimone – bass, piano, organ
Allen Ravenstine – EML synthesizers
David Thomas – vocals, organ, drums

TRACKLIST
1. Go – 3:34
2. Rhapsody in Pink – 3:35
3. Arabia – 4:58
4. Young Miles in the Basement – 4:20
5. Misery Goats – 2:37
6. Loop – 3:14
7. Rounder – 3:25
8. Birdies – 2:27
9. Lost in Art – 5:11
10. Horses – 2:34
11. Crush This Horn – 3:00
12. Arabian Nights – 3:58




Song of the Bailing Man
(Rough Trade, 1982)
Album

Senza Krauss, rimpiazzato da Anton Fier, il quinto album dei Pere Ubu si intitola Song of the Bailing Man, ed esce nel 1982.
La formula musicale della band inizia però a suonare stanca, e riciclata nei suoi stilemi.
L'impressione data da molte delle tracce è infatti che siano costruite attorno ad un'unica idea vincente, e nient'altro. Non può certo bastare per scrivere un disco di qualità elevata, che sia avant-garde o no. Il tedio raggiunge l'ascoltatore lungo il corso di gran parte del disco, equiparando stavolta i Pere Ubu a molte band post-punk ripetitive ai limiti della noia.
Raggiungono la sufficienza i fiati su Use of a Dog, il basso e i synth su Petrified, il drumming di West Side Story, la follia rock'n'roll alla The Residents di Big Ed's Used Farms, la fanfara teatrale di My Hat.
Una spanna sopra a tutto il resto sono invece la chiusura Horns are a Dilemma, le escursioni dell'opener The Long Walk Home, l'ipnotica messa tribale di A Day Such as This, e come sempre il lavoro di Ravenstine ai synth.

Dopo l'uscita dell'album la band si scioglie, per riformarsi nel 1988.
Nel frattempo i vari membri portano avanti altri progetti, i più importanti dei quali saranno di Thomas.


LINE-UP
Mayo Thompson – guitar
Anton Fier – drums, piano, marimba, percussion
Tony Maimone – bass
Allen Ravenstine – EML synthesizers
David Thomas – vocals

TRACKLIST
1. The Long Walk Home - 2:34
2. Use Of A Dog - 3:17
3. Petrified - 2:16
4. Stormy Weather - 3:20
5. West Side Story - 2:46
6. Thoughts That Go By Steam - 3:47
7. Big Ed's Used Farms - 2:24
8. A Day Such As This - 7:17
9. The Vulgar Boatman Bird - 2:49
10. My Hat - 1:19
11. Horns Are A Dilemma - 4:21




Dopo una rottura temporanea, i Pere Ubu tornano sulle scene nel 1988 con alla batteria Chris Cutler, direttamente dagli Henry Cow, affiancato al primo batterista Scott Krauss.
The Tenement Year
(Fontana, 1988) è un ritorno tutto sommato deludente, in cui la band prende atto di ciò in cui la "new wave" è nel frattempo sfociata (synth-pop su tutto) e si regola di conseguenza, scrivendo un disco che è semplicemente una panoramica più intellettuale della media sull'elettro-pop.
Più che per le melodie, il disco colpisce negativamente per ciò che sembra un rinnegare i manifesti industriali e i quadri angoscianti dei primi album; l'unico elemento creativo e più in crescita rispetto all'album precedente è la sensazione di ottimistica libertà a livello compositivo, ma l'album, pur azzeccando la cavalcata travolgente di George Had a Hat, per il resto non raggiunge affatto un livello soddisfacente.

Proseguendo verso il commerciale, Cloudland (Fontana, 1989) è ancora più melodico e innocuo di The Tenement Year.
Riesumando una serie di stilemi ormai già sorpassati (siamo nel 1989), provenienti per la maggiore dall'hard-rock e dal synth-pop, i Pere Ubu sono ormai lontani anni luce dalla forma mentis ribelle dei loro primi dischi.
Cambiando la forma dell'insieme raccogliendo influenze mainstream (Breath è presa dai The Police, Race the Sun e Bus Called Happiness dall'arena-rock, Love Love Love e Pushin' dal synth alla Talking Heads), Ravenstine e Thomas sembrano essere spesso scomodi e fuori luogo nel quadro complessivo.
Si ritrovano ancora atmosfere oscure o sperimentali come in passato su Cry, Monday Night, Waiting for Mary, Nevada!, Flat e The Waltz; ma sono episodi troppo deboli. Soprattutto perché altri pezzi (Ice Cream Truck, Lost Nation Road, Fire) suonano estremamente banali e scadenti.

Con Eric Drew Feldman (ex collaboratore di Captain Beefheart e The Residents) a rimpiazzare il geniale Allen Ravenstine, i Pere Ubu fanno uscire l'ottavo album Worlds In Collision(Fontana, 1991).
Senza Ravenstine, e con Thomas ormai adagiato sul melodismo retrò, Worlds In Collision prosegue una strada anacronistica e tediosa nel suono della band, che ora sembra una formazione di pop-rock qualsiasi rimasta ferma al decennio scorso.
Forse il loro peggior disco di sempre.

Ritrovando in parte lo smalto perduto, i Pere Ubu danno alle stampe il loro nono album Story of My Life (Imago, 1993).
Pezzi come Wasted (strumenti folk, cori alla The Residents, esplosione hard-rock), Come Home (riffing feroce con interruzioni ambient), Postcard (noise, battito elettronico), Kathleen (chorus dissonante, chitarre folk, tastiere alla Faith No More), la title-track (battito sincopato, cantato recitato su basso esemplare, escursioni sintetiche) e Last Will & Testament (ballata melodica infarcita di organi liturgici, campionamenti e cori) mostrano un entusiasmo ritrovato e una certa sensibilità nell'amalgamare sonorità differenti.

Perso nuovamente Krauss come membro stabile, i Pere Ubu lo rimpiazzano con Scott Benedict; nel frattempo entra nella line-up anche Robert Wheeler, a prendere il difficile posto dei suoi illustri predecessori Ravenstine e Feldman ai synth.
Ray Gun Suitcase
(Tim/Kerr, 1995) è il decimo album dei Pere Ubu.
Lasciando da parte i melodismi che ne avevano caratterizzato gli ultimi lavori, Thomas e soci cercano di tornare alle sonorità oscure e psichiche dei primi dischi (tornando anche alle label indipendenti). Ci riescono in alcuni episodi (Vacuum in my Head, ma soprattutto l'affresco sperimentale della title-track), mentre in altri propongono nuove versioni di vecchie idee (folk in Montana, avant-garde dadaista in Horse, noise in Electricity, garage-rock nella chiusura di My Friend is a Stooge for the Media Priests e Down by the River II), ma complessivamente il disco convince e mostra una band che non ha esaurito la propria creatività nemmeno dopo vent'anni di carriera.

L'undicesimo album dei Pere Ubu si intitola Pennsylvania
(Cooking Vinyl, 1998), e vede il ritorno del chitarrista storico Tom Herman.
Proseguendo la strada della ritrovata voglia di sperimentare, si susseguono all'ascolto pezzi convincenti come Woolie Bullie (riffing abrasivo, tastiere dissonanti, voce parlata), Highwaterville (chitarre simil-country, voce profonda e tenebrosa), Slow (una distesa di droni dark-ambient), Drive (un baccanale dissonante e tribale), Perfume (ambient soffuso e tinto di oscuro), Fly's Eye (percussioni metalliche, pianoforte impazzito), Mr Wheeler (apice di creatività sonora) e The Duke's Saharan Ambitions (escursioni arabeggianti e synth distorti). Niente di travolgente, comunque.


Ancora più oscuro dei suoi diretti predecessori, il dodicesimo album dei Pere Ubu si intitola St. Arkansas
(Cooking Vinyl, 2002).
I testi di St. Arkansas formano un concept, catalizzato attorno alla storia di un business-man.
Vertici dell'opera sono senz'altro Slow Walking Daddy (tastiere alla 1970s, atmosfera di incombenza, basso penetrante, cacofonie di sottofondo), 333 (ritmica punk-rock, basso pulsante, Thomas recitante, chiusura dark-ambient), Steve (noise, droni, arpeggi abrasivi), Phone Home Jonah (drumming filtrato, cacofonie di tastiere e chitarre, Thomas più spigliato dei suoi ultimi standard), e soprattutto la conclusiva Dark (9 minuti di psicosi). A fare da contorno, una serie di numeri rumoristici e sperimentali, con Thomas che però ormai raramente evade dal cantato recitato.

Tredicesimo album di inediti dei Pere Ubu, Why I Hate Women
(Smog Veil/Glitterhouse, 2006) esce nel 2006 con Keith Moliné alla chitarra, dopo la nuova dipartita di Tom Herman.
Meno oscuro e complesso di St. Arkansas, l'album ha i suoi vertici nei pezzi Babylonian Warehouses (basso penetrante, synth distorti all'impazzata, drumming filtrato), Caroleen (drumming e riffing punk-rock, synth furibondo, un Thomas dalla voce lacerante), Love Song (cacofonia tastieristica, drumming semi-tribale, chitarre dissonanti, linea di basso melodica) e My Boyfriend's Back (breve escursione noise e tribale).
Ciò che colpisce è la presenza di certe sfuriate distorte, come quelle su Caroleen, mentre ciò che si conferma come un piacevole ritorno è l'assoluta centralità dei synth psicotici in tutte le tracce.
Why I Hate Women tende una corda col passato, tra i loro ultimi dischi è forse il più legato alla "new wave".

 





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