I Piano Magic sono un
progetto nato dalla mente del chitarrista inglese Glen Johnson.
Il primo album Popular Mechanics (i/Che, 1997) è
scritto e registrato da Johnson e una schiera di collaboratori, in
una sorta di collettivo stile This Mortal Coil. Le tracce
non sono canzoni, ma affreschi sonori. In una forma che rimbalza tra
l'elettronica britannica dei 1990s e il Krautrock tedesco (Kraftwerk
su tutti), Johnson e soci scrivono un disco di, essenzialmente, ambient
eccentrico (rivisitando anche Brian Eno). Il filo conduttore sembra essere
comunque quello di un'infanzia da ritrovare nelle memorie che l'hanno
idealizzata.
Spesso il senso di vuoto (causato dal minimalismo, dalle spoken words,
dai pezzi strumentali, dall'elettronica algida) circonda i pezzi,
avvolgendoli con una dimensione straniante.
L'operazione non presenta niente di eccezionale, specie se confrontata
ai lavori di gente come gli Autechre, ma
ha un suo perché.
Vertici dell'album le rappresentative Wintersport/Cross Country
e Revolving Moth Cage.
L'anno successivo esce A Trick of the Sea (Darla,
1998), una sorta di EP con due dispersivi pezzi di 20 minuti ciascuno.
Il secondo vero
album è Low Birth Weight (Rocket Girl, 1999).
L'orizzonte sperimentativo si fa molto più vasto, e spazia
dal dream-pop/noise-pop (Snowfall Soon, Not
Fair) al trip-hop (Crown Estate), senza
disdegnare ballate acustico-elettroniche (The Fun of the Century).
Fioccano poi i riferimenti al disco di debutto, con i soliti "frammenti
d'infanzia" (Birdymachine) e le parentesi di
ambient assurdo e rumoristico (Shepherds Are Needed).
L'atmosfera è in generale quella di un sogno ad occhi
aperti.
Snow Drums e Bad Patient mostrano
invece un'esplorazione di nuove forme musicali, in cui l'elettronica
funge da base ma non da mezzo; Dark Secrets Look for Light
approccia discretamente il post-rock; la conclusiva Waking
Up rimanda ai pezzi più drammatici e tribali dei primi
The Residents.
Il capolavoro risiede però nel post-rock minimale di I
Am the Sub-Librarian, vertice onirico dell'album.
Artists'
Rifles (Rocket Girl, 2000) rappresenta un passo indietro. Johnson,
oltre ai soliti intermezzi ambient, ora ha reclutato Caroline Potter
a ruolo di voce quasi sempre fissa. Il risultato non si discosta quasi
per niente dal dream-pop di Cocteau Twins
e Dead Can Dance, sfociando a volte perfino nel plagio. Le parti chitarristiche,
o arpeggiate o dilatate, sembrano tutte uguali.
Il trascurabile Son De Mar (4AD, 2001), composto
da 6 tracce senza titolo, esce come colonna sonora per l'omonimo film
di Bigas Luna.
Writers Without Homes (4AD, 2002)
è un lavoro poco ispirato, dispersivo e ridondante. Gli unici
episodi degni di nota sono Crown of the Lost (con
Vashti Bunyan alla voce), la drammatica ballata al piano Shot
Through the Fog, e l'elettronica ricercata di Modern
Jupiter (a metà tra Krautrock e trip-hop).
The Troubled Sleep of Piano Magic (Green UFOs, 2003)
non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sperimentato. Johnson
lavora su panorami sempre più astratti, sulla scia dei lavori
"centrali" dei Cocteau Twins,
e di tanto in tanto strizza l'occhio a Krautrock, new-wave, e ai suoi
primi due album. Ma i continui droni sembrano più una mancanza
di ispirazione, così come le stanche percussioni e le chitarre
dilatate. Ormai queste sono tutte "formule" (qui dream-pop, lì
Krautrock, là post-rock), non c'è nulla di fresco. Le scosse arrivano solamente dalla più new-wave Saint Marie
e dalla jazzata Speed the Road, Rush the Lights.
Disaffected (Darla, 2005)
si orienta massicciamente verso un post-rock alla Mogwai, contaminato con influenze dagli Archive.
L'incrocio tra post-rock ed elettronica riesce solo in parte, e, anche
quando riesce, il risultato sembra più modaiolo che altro.
I pezzi della prima parte del disco sembrano davvero tutti uguali,
poi si varia un po' con il synth-pop retrò di Deleted
Scenes, qualche parentesi acustica (I Must Leave
London), e un po' di ambient oscuro e onirico (The
Nostalgist e You Can Never Get Lost, i due
episodi migliori dell'album).
Glen Johnson ritorna alla testa del suo progetto Piano Magic con Part Monster (Important, 2007).
Il percorso compiuto dal chitarrista con gli ultimi album segue un
tracciato lineare, e Part Monster prosegue in modo
naturale il discorso degli ultimi lavori. Il post-rock di Johnson,
dopo aver saccheggiato impunemente da Cocteau
Twins e Dead Can Dance (per chi
si ricorda Artists' Rifles), si era messo a cercare
di copiare Mogwai e Archive
su Disaffected, e da qui (punto in cui ci aveva lasciati)
prosegue su Part Monster evolvendo lo stile verso
una rivisitazione dello shoegaze.
Ad un'opener di classico stampo post-rock con chitarre dilatate e
climax, modello esattamente ricalcato dagli ultimi Archive,
segue un episodio decisamente delirante (England's Always
Better, keyboards eteree per una sorta di poesia intimista
sulla scia di Leonard Cohen).
Segue poi il pop-rock di Incurable (reprise), catchy ma
fatto evolvere senza fronzoli in un crescendo di chitarre dilatate
(la coda è uno dei momenti migliori del disco).
Sempre pop-rock
anche The King Cannot Be Found, che maschera un po'
la sua decisa commercialità con qualche drone sintetico, ma
l'operazione è di fatto una semplice riesumazione del gothic-rock
alla 1980s, Joy Division in primis.
E ancora Soldier Song, l'immancabile parentesi con,
nell'ordine: percussioni minimali e lente, stile un po' orientaleggiante,
chitarre acustiche, voce femminile (di Angele David-Guillou, direttamente dai Klima) trasognante;
il risultato potrebbe essere interessante ma presenta due grossi difetti: innanzitutto suona come un plagio ai Dead
Can Dance; e poi, oltretutto, la formula stilistica alla base del pezzo
viene utilizzata da Johnson pari pari sin dai tempi di Waking Up.
Come nel precedente Disaffected, bisogna attendere
il termine del disco per ascoltare qualcosa di davvero interessante
(oltre alla sopraccitata Incurable).
Nell'ordine,
incontriamo la bella Great Escapes (passaggi repentini
da sogni floreali ad esplosioni post-rock), il pastiche di
Halfway Through (immersa in un'abbondanza di stilemi
stilistici differenti, tra cui fiati e tappeti tribali), la travolgente
Saints Preserve Us (Johnson riesuma lo stile shoegaze
in pompa magna, e tra l'altro scrive forse il pezzo più aggressivo
della sua carriera) e la title-track (mesta ballad
acustica dedicata alla facciata decadente della Londra vittoriana,
quella di The Elephant Man, con le voci di Johnson e di Angele
che si rincorrono).
L'elemento migliore dell'album è però la produzione,
di Guy Fixsen (che forse qualcuno si ricorderà per via di un
certo Loveless, a nome My
Bloody Valentine), che comunque non viene completamente sfruttata
a dovere (ovvio, non tutti possono essere Kevin Shields).
La gran parte dei
pezzi di Part Monster può infatti essere suggestiva
solo se si fa finta che sia originale, che non
sia già sentita.
Per il nuovo album Ovations (Make Mine Music, 2009), i Piano Magic di Glen Johnson collaborano con i propri miti personali Dead Can Dance (nelle figure di Brendan Perry e Peter Ulrich). L'influenza diretta delle nuove personalità fa ritrattare in parte l'aumento delle dosi post-rock e shoegaze di Part Monster, e compie un netto tuffo nel gothic-rock e nel dream-pop dei 1980s, persino a livello di timbrica sonora.
Le ritmiche riverberate e lievemente tribali di The Nightmare Goes On, March of the Atheists e A Fond Farewell, abbinate a stranianti synth vintage dal sapore ora gotico-neofolk ora mediorientale, sono sostanzialmente riesumazioni del cadavere Dead Can Dance, mentre On Edge aggiunge una ritmica electro isterica ed esplosioni stratificate, e The Blue Hour si abbandona ad un rock chitarristico malinconico e riverberato più vicino all'album precedente. L'influenza dei The Cure diventa del tutto esplicita nei fraseggi melodici della trascinante Recovery Position, cantata tuttavia in stile Joy Division e con coda shoegaze, ma anche in The Faint Horizon, che segue coordinate simili con sonorità più post-rock ed una coda più intensa. La Cobardia de los Toreros, breve intermezzo con ritmica marziale, archi e tastiere in stile carillon, pare una versione incalzante ed eccitata dei minimali "affreschi" degli esordi. L'impeccabile ballata per piano, voce e archi You Never Loved This City rappresenta il vertice d'eleganza formale. Le minimali e sorde pulsazioni elettroniche di Exit fanno da metronomo ad una nenia vocale accompagnata da inquieti e riverberati rintocchi atmosferici di chitarra, che descrivono il termine del disco.
Tirando le somme, l'album è consigliabile più che altro ai nostalgici della vecchia darkwave gothic-rock e dream-pop, presentando assai poco più che un elegante omaggio a quelle vecchie sonorità.