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Piano Magic

Popular Mechanics (1997) 6.5/10
A Trick of the Sea (1998)
6/10
Low Birth Weight (1999)
7/10
Artists' Rifles (2000) 5.5/10
Son de Mar (2001)
5/10
Writers Without Homes (2002)
5/10
The Troubled Sleep of Piano Magic (2003) 5.5/10
Disaffected (2005)
5.5/10
Part Monster (2007)
5.5/10
Ovations (2009)
5.5/10



I Piano Magic sono un progetto nato dalla mente del chitarrista inglese Glen Johnson.

Il primo album Popular Mechanics (i/Che, 1997) è scritto e registrato da Johnson e una schiera di collaboratori, in una sorta di collettivo stile This Mortal Coil. Le tracce non sono canzoni, ma affreschi sonori. In una forma che rimbalza tra l'elettronica britannica dei 1990s e il Krautrock tedesco (Kraftwerk su tutti), Johnson e soci scrivono un disco di, essenzialmente, ambient eccentrico (rivisitando anche Brian Eno). Il filo conduttore sembra essere comunque quello di un'infanzia da ritrovare nelle memorie che l'hanno idealizzata.
Spesso il senso di vuoto (causato dal minimalismo, dalle spoken words, dai pezzi strumentali, dall'elettronica algida) circonda i pezzi, avvolgendoli con una dimensione straniante.
L'operazione non presenta niente di eccezionale, specie se confrontata ai lavori di gente come gli Autechre, ma ha un suo perché.
Vertici dell'album le rappresentative Wintersport/Cross Country e Revolving Moth Cage.

L'anno successivo esce A Trick of the Sea (Darla, 1998), una sorta di EP con due dispersivi pezzi di 20 minuti ciascuno.

Il secondo vero album è Low Birth Weight (Rocket Girl, 1999). L'orizzonte sperimentativo si fa molto più vasto, e spazia dal dream-pop/noise-pop (Snowfall Soon, Not Fair) al trip-hop (Crown Estate), senza disdegnare ballate acustico-elettroniche (The Fun of the Century). Fioccano poi i riferimenti al disco di debutto, con i soliti "frammenti d'infanzia" (Birdymachine) e le parentesi di ambient assurdo e rumoristico (Shepherds Are Needed). L'atmosfera è in generale quella di un sogno ad occhi aperti.
Snow Drums e Bad Patient mostrano invece un'esplorazione di nuove forme musicali, in cui l'elettronica funge da base ma non da mezzo; Dark Secrets Look for Light approccia discretamente il post-rock; la conclusiva Waking Up rimanda ai pezzi più drammatici e tribali dei primi The Residents.
Il capolavoro risiede però nel post-rock minimale di I Am the Sub-Librarian, vertice onirico dell'album.

Artists' Rifles (Rocket Girl, 2000) rappresenta un passo indietro. Johnson, oltre ai soliti intermezzi ambient, ora ha reclutato Caroline Potter a ruolo di voce quasi sempre fissa. Il risultato non si discosta quasi per niente dal dream-pop di Cocteau Twins e Dead Can Dance, sfociando a volte perfino nel plagio. Le parti chitarristiche, o arpeggiate o dilatate, sembrano tutte uguali.

Il trascurabile Son De Mar (4AD, 2001), composto da 6 tracce senza titolo, esce come colonna sonora per l'omonimo film di Bigas Luna.

Writers Without Homes (4AD, 2002) è un lavoro poco ispirato, dispersivo e ridondante. Gli unici episodi degni di nota sono Crown of the Lost (con Vashti Bunyan alla voce), la drammatica ballata al piano Shot Through the Fog, e l'elettronica ricercata di Modern Jupiter (a metà tra Krautrock e trip-hop).

The Troubled Sleep of Piano Magic (Green UFOs, 2003) non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sperimentato. Johnson lavora su panorami sempre più astratti, sulla scia dei lavori "centrali" dei Cocteau Twins, e di tanto in tanto strizza l'occhio a Krautrock, new-wave, e ai suoi primi due album. Ma i continui droni sembrano più una mancanza di ispirazione, così come le stanche percussioni e le chitarre dilatate. Ormai queste sono tutte "formule" (qui dream-pop, lì Krautrock, là post-rock), non c'è nulla di fresco. Le scosse arrivano solamente dalla più new-wave Saint Marie e dalla jazzata Speed the Road, Rush the Lights.

Disaffected (Darla, 2005) si orienta massicciamente verso un post-rock alla Mogwai, contaminato con influenze dagli Archive.
L'incrocio tra post-rock ed elettronica riesce solo in parte, e, anche quando riesce, il risultato sembra più modaiolo che altro.
I pezzi della prima parte del disco sembrano davvero tutti uguali, poi si varia un po' con il synth-pop retrò di Deleted Scenes, qualche parentesi acustica (I Must Leave London), e un po' di ambient oscuro e onirico (The Nostalgist e You Can Never Get Lost, i due episodi migliori dell'album).

Glen Johnson ritorna alla testa del suo progetto Piano Magic con Part Monster (Important, 2007).
Il percorso compiuto dal chitarrista con gli ultimi album segue un tracciato lineare, e Part Monster prosegue in modo naturale il discorso degli ultimi lavori. Il post-rock di Johnson, dopo aver saccheggiato impunemente da Cocteau Twins e Dead Can Dance (per chi si ricorda Artists' Rifles), si era messo a cercare di copiare Mogwai e Archive su Disaffected, e da qui (punto in cui ci aveva lasciati) prosegue su Part Monster evolvendo lo stile verso una rivisitazione dello shoegaze.
Ad un'opener di classico stampo post-rock con chitarre dilatate e climax, modello esattamente ricalcato dagli ultimi Archive, segue un episodio decisamente delirante (England's Always Better, keyboards eteree per una sorta di poesia intimista sulla scia di Leonard Cohen).
Segue poi il pop-rock di Incurable (reprise), catchy ma fatto evolvere senza fronzoli in un crescendo di chitarre dilatate (la coda è uno dei momenti migliori del disco).
Sempre pop-rock anche The King Cannot Be Found, che maschera un po' la sua decisa commercialità con qualche drone sintetico, ma l'operazione è di fatto una semplice riesumazione del gothic-rock alla 1980s, Joy Division in primis.
E ancora Soldier Song, l'immancabile parentesi con, nell'ordine: percussioni minimali e lente, stile un po' orientaleggiante, chitarre acustiche, voce femminile (di Angele David-Guillou, direttamente dai Klima) trasognante; il risultato potrebbe essere interessante ma presenta due grossi difetti: innanzitutto suona come un plagio ai Dead Can Dance; e poi, oltretutto, la formula stilistica alla base del pezzo viene utilizzata da Johnson pari pari sin dai tempi di Waking Up.
Come nel precedente Disaffected, bisogna attendere il termine del disco per ascoltare qualcosa di davvero interessante (oltre alla sopraccitata Incurable).
Nell'ordine, incontriamo la bella Great Escapes (passaggi repentini da sogni floreali ad esplosioni post-rock), il pastiche di Halfway Through (immersa in un'abbondanza di stilemi stilistici differenti, tra cui fiati e tappeti tribali), la travolgente Saints Preserve Us (Johnson riesuma lo stile shoegaze in pompa magna, e tra l'altro scrive forse il pezzo più aggressivo della sua carriera) e la title-track (mesta ballad acustica dedicata alla facciata decadente della Londra vittoriana, quella di The Elephant Man, con le voci di Johnson e di Angele che si rincorrono).
L'elemento migliore dell'album è però la produzione, di Guy Fixsen (che forse qualcuno si ricorderà per via di un certo Loveless, a nome My Bloody Valentine), che comunque non viene completamente sfruttata a dovere (ovvio, non tutti possono essere Kevin Shields).
La gran parte dei pezzi di Part Monster può infatti essere suggestiva solo se si fa finta che sia originale, che non sia già sentita.

Per il nuovo album Ovations (Make Mine Music, 2009), i Piano Magic di Glen Johnson collaborano con i propri miti personali Dead Can Dance (nelle figure di Brendan Perry e Peter Ulrich). L'influenza diretta delle nuove personalità fa ritrattare in parte l'aumento delle dosi post-rock e shoegaze di Part Monster, e compie un netto tuffo nel gothic-rock e nel dream-pop dei 1980s, persino a livello di timbrica sonora.
Le ritmiche riverberate e lievemente tribali di The Nightmare Goes On, March of the Atheists e A Fond Farewell, abbinate a stranianti synth vintage dal sapore ora gotico-neofolk ora mediorientale, sono sostanzialmente riesumazioni del cadavere Dead Can Dance, mentre On Edge aggiunge una ritmica electro isterica ed esplosioni stratificate, e The Blue Hour si abbandona ad un rock chitarristico malinconico e riverberato più vicino all'album precedente. L'influenza dei The Cure diventa del tutto esplicita nei fraseggi melodici della trascinante Recovery Position, cantata tuttavia in stile Joy Division e con coda shoegaze, ma anche in The Faint Horizon, che segue coordinate simili con sonorità più post-rock ed una coda più intensa. La Cobardia de los Toreros, breve intermezzo con ritmica marziale, archi e tastiere in stile carillon, pare una versione incalzante ed eccitata dei minimali "affreschi" degli esordi. L'impeccabile ballata per piano, voce e archi You Never Loved This City rappresenta il vertice d'eleganza formale. Le minimali e sorde pulsazioni elettroniche di Exit fanno da metronomo ad una nenia vocale accompagnata da inquieti e riverberati rintocchi atmosferici di chitarra, che descrivono il termine del disco.
Tirando le somme, l'album è consigliabile più che altro ai nostalgici della vecchia darkwave gothic-rock e dream-pop, presentando assai poco più che un elegante omaggio a quelle vecchie sonorità.







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