Gli americani P.O.D.
si formano nel 1991, e sono uno dei primi gruppi a fare, più
che crossover-rock, rapcore.
Sono anche uno dei primi gruppi heavy-rock ad avere dei testi che
esaltano i valori della religione cristiana, e lo fanno già
nel proprio nome, acronimo di Payable On Death (frase riferita
alla crocifissione).
Debuttano nel 1994 per la piccola Rescue Records (specializzanda nel
produrre il "christian rock") con l'album Snuff
the Punk.
Tutti i pezzi del disco mescolano una voce rappata, spezzata talvolta
da urla corali, a riff chitarristici grunge (dalle cadenze a volte
lente, come nella opener Coming Back, e altre volte
hardcore-punk, come nella veloce Run) e ad un basso
dallo slapping funky.
Le canzoni si assomigliano tutte, e la pessima produzione non aiuta
di certo a far apprezzare il lavoro.
Nel
1996 esce Brown (Rescue, 1996), il secondo episodio
dei P.O.D., un altro album di rapcore dai testi "christian
rock".
Complessivamente risulta leggermente migliore del suo predecessore,
presentando una chitarra evoluta (che si prodiga in arpeggi e distorsioni)
e una componente hip-hop più marcata (il guest DJ Mike$ki si
fa sentire in molte delle tracce).
Il successo che stavano conoscendo il rapcore e il nu-metal in quegli
anni ha fatto diventare questo piccolo disco un veloce sold-out.
Ma, a parte le due strumentali (Funk Jam, Reggae
Jam), le innovazioni di Selah
e Live and Die, e il furore brado di Punk
Rocks e Seeking the Wise, il disco è
inascoltabile.
Abbandonata la piccola
Rescue, pubblicato il trascurabile The Warriors EP,
e firmato per la Atlantic, i P.O.D. possono finalmente contare
su di una produzione migliore.
Esce così The Fundamental Elements of Southtown
(Atlantic,
1999), altro disco che
mescola scratch tipici dell'hip-hop con un basso funk ed una chitarra
groove-metal; il tutto coronato da spruzzate di reggae e dalla voce
di Sandoval, che in questo album più che mai scrive sermoni
cattolici nelle liriche, proponendosi quasi come un alter-ego "cristiano"
di Zack de la Rocha.
Gli episodi meglio riusciti sono la nu-metal Southtown,
la rockettara Rock the Party, il reggae di Set
Your Eyes to Zion, le distorsioni di Bullet the Blue
Sky, la ricercata Tribal. Il tutto è
condito da diversi brevi intermezzi (per lo più a carattere
hip-hop) ed una traccia nascosta (all'interno dell'ultima Outkast)
che sembra provenire dalla jam di un gruppo funk afro-americano.
A conferma del fatto che il rapcore e il nu-metal stavano diventando
rapidamente un fenomeno commerciale, l'album vende molto bene (arriva
al disco di platino) e viene supportato anche da mass-media come MTV.
Con Satellite
(Atlantic, 2001) i P.O.D. fanno il botto commerciale (4 milioni
di copie vendute nel mondo), perché non solo propongono
una versione radio-friendly del rapcore, sulla scia del trend iniziato dai Linkin Park, ma anche e
soprattutto perché riescono ad intercettare il bisogno di spiritualità
che pervade gli USA dopo i disastri dell'11 settembre 2001.
Eppure il disco è una semplice fotocopia del precedente, solamente
più orecchiabile.
Set It off, opener
ascoltabile ma molto noiosa, lascia spazio al fortunato primo singolo
Alive, un potente inno ad apprezzare il dono della
vita, che porta una ventata d'aria fresca nella scena nu-metal. Seguono poi altri episodi buoni, come il trascinante rapcore Boom,
il potente sermone cristiano The Messenjah, la
melodicissima title-track, la tanto potente quanto
malinconica Portrait (che chiude il disco), e i due
anthem Anything Right (anche se il riff portante è
auto-plagiato da quello di Alive) e Youth
of the Nation (impreziosita da cori di voci bianche, chitarre
malinconiche e tribalismi).
Il resto dell'album è un ammasso di tracce buttate nel pentolone
a caso, senza criterio di selezione o successione, cosa che rende il
disco un prodotto disomogeneo e per nulla compatto; per capirlo, basta
fare un confronto con altre uscite del periodo appartenenti più
o meno allo stesso filone musicale, ad esempio quelle di System
of a Down e Slipknot, al contrario
compattissime ed omogenee (oltre che estremamente più creative). Non c'è la minima parvenza di "concept", e quindi di opera artistica.
Licenziato il
chitarrista Marcos Curiel, e rimpiazzato da Jason Truby dei Living
Sacrifice, i P.O.D. scrivono un singolo per la
colonna sonora di Matrix Reloaded (ovvero Sleeping
Awake, per altro uno dei loro pezzi più riusciti e coinvolgenti
di sempre), e nel 2003 pubblicano il loro nuovo lavoro.
Il disco, self-titled (hanno finito la fantasia anche nei titoli degli
album?), non è una fotocopia del precedente, è addirittura
un passo qualitativo indietro. I riff di Wildfire, contaminati
da un'attitudine reggae, non sono nulla di nuovo, il rap-metal con
tendenze emo di Will You è una ruffianeria
modaiola in piena regola, Change the World è un rap-metal commercialissimo, diluito e privo di qualsiasi personalità,
Revolution è di fatto banale pop-music. E
questi sono perfino gli episodi migliori del lotto: il resto dell'album
è sugli stessi binari musicali, ma ancor meno ispirato.
L'unico momento di freschezza arriva dall'ultima traccia, Eternal,
di sole chitarre.
Dopo un altro
EP (The Warriors EP, Vol. 2), i P.O.D.
tornano sul mercato con un nuovo disco, Testify (Atlantic,
2006).
La band si ripresenta come lo zoccolo più duro del rapcore/rap-metal,
continuando ad utilizzare questo genere nonostante 10-15 anni di sfruttamento
intensivo ne abbiano tolto qualsiasi aura di innovazione.
Lo macchiano a tratti solo con l'emo, per seguire anche l'attuale trend
e quindi assicurarsi un maggiore successo da parte del publico mainstream.
Oltre al singolone orecchiabile Goodbye for Now e
alle prime due tracce (Roots in Stereo e Lights
Out), c'è assai poco altro di salvabile in questo
mediocre lavoro (forse solo Strength of My
Life, On the Grind, e la finale Mark
My Words), che per la maggior parte risulta inascoltabile.
Lo stesso anno, la band lascia la Atlantic.
L'avvenimento viene seguito da un inutile best of, Greatest
Hits: The Atlantic Years (Rhino, 2006), contenente 15 tracce
provenienti dai precedenti dischi, più due trascurabili inediti
(Going in Blind e Here We Go).
Il settimo full-length dei P.O.D. è When
Angels & Serpents Dance (INO/Columbia, 2008), e vede
il ritorno del vecchio chitarrista Marcos Curiel (a rimpiazzare il
defezionario Jason Truby).
Il disco è, qualitativamente
parlando, un piccolo
ma palese passo in avanti rispetto ai suoi due predecessori, suonando
molto più vario nello stile (poco emo, rapcore non in misura
eccessiva, tocchi reggae, riff grunge, aperture melodiche radio-friendly
ma non smaccate) e nelle strutture (spesso presenti accelerazioni
e decelerazioni, o balzi stilistici all'interno della medesima traccia).
Peccato che lungo un po' tutto il lavoro sia predominante una certa
sensazione di stanchezza: in pezzi "tirati" come God
Forbid (con un featuring di Page Hamilton degli Helmet),
Addicted e Shine with Me manca del
tutto l'energia groovy che sprizzavano i singoli più trascinanti
della band, mentre in altri episodi (ad esempio End of the
World e la title-track) il buon riffing
viene diluito da una rovinosa produzione radio-friendly (opera di
Jay Baumgardner) e affogato in melodie vocali pessime.
Stranamente, stavolta la band dà il suo meglio in quattro azzeccate
ballad dagli echi alla Incubus, ovvero l'avvolgente
It Can't Rain Everyday, la reggae I'll Be
Ready (con un featuring delle Marley Girls), l'acustica Tell
Me Why (che è anche l'episodio più pop del
disco), e la conclusiva Rise Against.