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P.O.D.

Snuff the Punk (1994)
5/10
Brown (1996)
5/10
The Fundamental Elements of Southtown (1999)
6/10
Satellite (2001)
6/10
Payable on Death (2003)
4.5/10
Testify (2006)
4/10
When Angels & Serpents Dance (2008)
5/10



Gli americani P.O.D. si formano nel 1991, e sono uno dei primi gruppi a fare, più che crossover-rock, rapcore.
Sono anche uno dei primi gruppi heavy-rock ad avere dei testi che esaltano i valori della religione cristiana, e lo fanno già nel proprio nome, acronimo di Payable On Death (frase riferita alla crocifissione).
Debuttano nel 1994 per la piccola Rescue Records (specializzanda nel produrre il "christian rock") con l'album Snuff the Punk.
Tutti i pezzi del disco mescolano una voce rappata, spezzata talvolta da urla corali, a riff chitarristici grunge (dalle cadenze a volte lente, come nella opener Coming Back, e altre volte hardcore-punk, come nella veloce Run) e ad un basso dallo slapping funky.
Le canzoni si assomigliano tutte, e la pessima produzione non aiuta di certo a far apprezzare il lavoro.


Nel 1996 esce Brown (Rescue, 1996), il secondo episodio dei P.O.D., un altro album di rapcore dai testi "christian rock".
Complessivamente risulta leggermente migliore del suo predecessore, presentando una chitarra evoluta (che si prodiga in arpeggi e distorsioni) e una componente hip-hop più marcata (il guest DJ Mike$ki si fa sentire in molte delle tracce).
Il successo che stavano conoscendo il rapcore e il nu-metal in quegli anni ha fatto diventare questo piccolo disco un veloce sold-out.
Ma, a parte le due strumentali (Funk Jam, Reggae Jam), le innovazioni di Selah
e Live and Die, e il furore brado di Punk Rocks e Seeking the Wise, il disco è inascoltabile.


Abbandonata la piccola Rescue, pubblicato il trascurabile The Warriors EP
, e firmato per la Atlantic, i P.O.D. possono finalmente contare su di una produzione migliore.
Esce così The Fundamental Elements of Southtown
(Atlantic, 1999), altro disco che mescola scratch tipici dell'hip-hop con un basso funk ed una chitarra groove-metal; il tutto coronato da spruzzate di reggae e dalla voce di Sandoval, che in questo album più che mai scrive sermoni cattolici nelle liriche, proponendosi quasi come un alter-ego "cristiano" di Zack de la Rocha.
Gli episodi meglio riusciti sono la nu-metal Southtown, la rockettara Rock the Party, il reggae di Set Your Eyes to Zion, le distorsioni di Bullet the Blue Sky, la ricercata Tribal. Il tutto è condito da diversi brevi intermezzi (per lo più a carattere hip-hop) ed una traccia nascosta (all'interno dell'ultima Outkast) che sembra provenire dalla jam di un gruppo funk afro-americano.
A conferma del fatto che il rapcore e il nu-metal stavano diventando rapidamente un fenomeno commerciale, l'album vende molto bene (arriva al disco di platino) e viene supportato anche da mass-media come MTV.


Con Satellite (Atlantic, 2001) i P.O.D. fanno il botto commerciale (4 milioni di copie vendute nel mondo), perché non solo propongono una versione radio-friendly del rapcore, sulla scia del trend iniziato dai Linkin Park, ma anche e soprattutto perché riescono ad intercettare il bisogno di spiritualità che pervade gli USA dopo i disastri dell'11 settembre 2001.
Eppure il disco è una semplice fotocopia del precedente, solamente più orecchiabile.
Set It off, opener ascoltabile ma molto noiosa, lascia spazio al fortunato primo singolo Alive, un potente inno ad apprezzare il dono della vita, che porta una ventata d'aria fresca nella scena nu-metal. Seguono poi altri episodi buoni, come il trascinante rapcore Boom, il potente sermone cristiano The Messenjah, la melodicissima title-track, la tanto potente quanto malinconica Portrait (che chiude il disco), e i due anthem Anything Right (anche se il riff portante è auto-plagiato da quello di Alive) e Youth of the Nation (impreziosita da cori di voci bianche, chitarre malinconiche e tribalismi).
Il resto dell'album è un ammasso di tracce buttate nel pentolone a caso, senza criterio di selezione o successione, cosa che rende il disco un prodotto disomogeneo e per nulla compatto; per capirlo, basta fare un confronto con altre uscite del periodo appartenenti più o meno allo stesso filone musicale, ad esempio quelle di System of a Down e Slipknot, al contrario compattissime ed omogenee (oltre che estremamente più creative). Non c'è la minima parvenza di "concept", e quindi di opera artistica.


Licenziato il chitarrista Marcos Curiel, e rimpiazzato da Jason Truby dei Living Sacrifice, i P.O.D. scrivono un singolo per la colonna sonora di Matrix Reloaded (ovvero Sleeping Awake, per altro uno dei loro pezzi più riusciti e coinvolgenti di sempre), e nel 2003 pubblicano il loro nuovo lavoro.
Il disco, self-titled (hanno finito la fantasia anche nei titoli degli album?), non è una fotocopia del precedente, è addirittura un passo qualitativo indietro. I riff di Wildfire, contaminati da un'attitudine reggae, non sono nulla di nuovo, il rap-metal con tendenze emo di Will You è una ruffianeria modaiola in piena regola, Change the World è un rap-metal commercialissimo, diluito e privo di qualsiasi personalità, Revolution è di fatto banale pop-music. E questi sono perfino gli episodi migliori del lotto: il resto dell'album è sugli stessi binari musicali, ma ancor meno ispirato.
L'unico momento di freschezza arriva dall'ultima traccia, Eternal, di sole chitarre.


Dopo un altro EP (The Warriors EP, Vol. 2), i P.O.D. tornano sul mercato con un nuovo disco, Testify (Atlantic, 2006).
La band si ripresenta come lo zoccolo più duro del rapcore/rap-metal, continuando ad utilizzare questo genere nonostante 10-15 anni di sfruttamento intensivo ne abbiano tolto qualsiasi aura di innovazione.
Lo macchiano a tratti solo con l'emo, per seguire anche l'attuale trend e quindi assicurarsi un maggiore successo da parte del publico mainstream.
Oltre al singolone orecchiabile Goodbye for Now e alle prime due tracce (Roots in Stereo e Lights Out), c'è assai poco altro di salvabile in questo mediocre lavoro (forse solo Strength of My Life, On the Grind, e la finale Mark My Words), che per la maggior parte risulta inascoltabile.


Lo stesso anno, la band lascia la Atlantic.
L'avvenimento viene seguito da un inutile best of, Greatest Hits: The Atlantic Years (Rhino, 2006), contenente 15 tracce provenienti dai precedenti dischi, più due trascurabili inediti (Going in Blind e Here We Go).


Il settimo full-length dei P.O.D. è When Angels & Serpents Dance (INO/Columbia, 2008), e vede il ritorno del vecchio chitarrista Marcos Curiel (a rimpiazzare il defezionario Jason Truby).
Il disco è, qualitativamente parlando,
un piccolo ma palese passo in avanti rispetto ai suoi due predecessori, suonando molto più vario nello stile (poco emo, rapcore non in misura eccessiva, tocchi reggae, riff grunge, aperture melodiche radio-friendly ma non smaccate) e nelle strutture (spesso presenti accelerazioni e decelerazioni, o balzi stilistici all'interno della medesima traccia).
Peccato che lungo un po' tutto il lavoro sia predominante una certa sensazione di stanchezza: in pezzi "tirati" come God Forbid (con un featuring di Page Hamilton degli Helmet), Addicted e Shine with Me manca del tutto l'energia groovy che sprizzavano i singoli più trascinanti della band, mentre in altri episodi (ad esempio End of the World e la title-track) il buon riffing viene diluito da una rovinosa produzione radio-friendly (opera di Jay Baumgardner) e affogato in melodie vocali pessime.
Stranamente, stavolta la band dà il suo meglio in quattro azzeccate ballad dagli echi alla Incubus, ovvero l'avvolgente It Can't Rain Everyday, la reggae I'll Be Ready (con un featuring delle Marley Girls), l'acustica Tell Me Why (che è anche l'episodio più pop del disco), e la conclusiva Rise Against.

 




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