I Portishead nascono nel
1991 a Bristol (UK) per volontà di Geoff Barrow, tecnico del
suono rimasto folgorato da Blue Lines, l'album di debutto
dei Massive Attack. A Barrow si aggiungono
il chitarrista jazz Adrian Utley e la cantante Beth Gibbons.
Dopo aver girato To Kill a Dead Man, un cortometraggio ispirato
agli spy-movies, e averne composto la colonna sonora, il trio viene
scritturato dalla Go! Beat, e tra il 1993 e il 1994 registra il primo
full-length.
Dummy (Go! Discs/London, agosto 1994), album di debutto
dei Portishead, porta ad un livello di personalizzazione
estrema il sound dei Massive Attack
di Blue Lines.
In realtà, di quel sound è rimasto solamente il tappeto
di battiti hip-hop rallentati, che qui sono opera di Geoff Barrow
con contributi dei producer Andy Smith e Dave McDonald: il resto è
completamente innovativo. I pezzi sono arrangiati con tocchi acid-jazz
dalla chitarra di Utley, e condotti magistralmente dalla voce della
Gibbons, che si differenzia nettamente da Shara Nelson per la propria
quasi estraneità ai gorgheggi soul, preferendo il più delle volte uno stile intimista
e fragile, a tratti sul ciglio della voce spezzata dall'emozione.
Anche gli arrangiamenti, curati principalmente da Utley (a basso,
tastiere e Theramin), sono molto più improntati ad atmosfere
dimesse e sofferenti.
Se si può parlare di trip-hop, questo trip-hop non appartiene
però più alla "club culture", ma diventa una rappresentazione
dell'essenza urbana, nella sua desolazione e nel suo romanticismo
atipico, allontanandosi drasticamente dai fini ballabili per, piuttosto,
addentrarsi verso territori cantautoriali.
Una delle grandi influenze sul sound della band sono le soundtrack
degli spy-movies dei 1960s e dei film-noir dei 1940s, delle cui tastiere,
vocalità soul-pop ed arrangiamenti d'archi si impadroniscono
Utley e Gibbons specialmente in tracce come Sour Times
e Glory Box.
Altri pezzi sono invece guidati principalmente da basso e batteria,
come Strangers (con battito hip-hop esplosivo) e
It Could Be Sweet (che flirta con il cocktail-lounge
e l'acid-jazz, trascinata però da vigorose pulsazioni dei bassi
ritmici).
Ma sono anche più freschi e interessanti Mysterons
(malinconica e spettrale "ballata" hip-hop guidata da voce
sofferta, chitarre filtrate e battiti metallici), Wandering
Star (hip-hop oscuro con voce flebile e spettrale, altra
incarnazione di un'anima in pena vagante nella metropoli), Pedestal
(hip-hop contaminato dall'acid-jazz, bassi esplosivi, fiati quasi
dissonanti), Biscuit (tracce di jazz-rock e funk,
batteria hip-hop strascicata, voce melodica potente e avvolgente),
It's a Fire (altro battito hip-hop, arrangiamenti
guidati da un organo gospel, Gibbons che tocca il proprio vertice
caldo e soul) e Numb (battito hip-hop sordo e metallico,
basso dub, parata di sample utilizzati alla perfezione, Gibbons dal
timbro quasi infantile).
Tuttavia il capolavoro dell'album è probabilmente Roads,
che inizia come una sofferente litania minimalista (battito hip-hop,
chitarra soffocata, pochi semplici accordi) per poi elevarsi in un
climax malinconico grazie agli arrangiamenti d'archi e di chitarra,
e con soprattutto i fragili e delicati vocalizzi della Gibbons a fare
la differenza.
Il disco è chiuso da un altro vertice, Glory Box,
uno dei loro pezzi più coinvolgenti (grazie ad una delle performance
più appassionate della Gibbons, sposata alla trascinante chitarra
di Utley) e rappresentativi (grazie al tappeto musicale, che fonde
battiti hip-hop downtempo, escursioni chitarristiche acid-jazz e archi
campionati da Ike's Rap II di Isaac Hayes, a sua volta ispirata da Daydream, hit del 1968 dei belgi Wallace Collection).
I Portishead allargano a dismisura le potenzialità
artistiche della formula dei Massive Attack,
e soprattutto le proiettano verso una nuova dimensione emotiva. Gli
allievi hanno in breve superato i maestri.
Il secondo album Portishead (Go! Discs/London, 1997)
non è più costruito a partire dal turntable, sul quale
poi innestare melodie e arrangiamenti, ma a partire dalle melodie,
registrate e poi passate su vinile. Il sound viene trattato appositamente
per essere più granuloso e graffiato, mentre i pezzi in generale
lasciano da parte molta della tensione psicologica che giocava un
ruolo centrale nel disco di debutto, in favore di atmosfere più
notturne e solitarie.
I pezzi sono anche molto più contaminati dal soul-jazz (in
particolare All Mine, Mourning Air
e Western Eyes).
Le tracce ai livelli dell'impeto emotivo e dello sperimentalismo sonoro
di Dummy sono comunque solo una metà del lotto: Humming
(battito hip-hop lento con forti rumori di fondo, arrangiamenti d'archi
e tastiere drammatici e funerei, Beth Gibbons in preda alla sofferenza),
Undenied (la confessione più intima, tra pulsazioni
di basso e vocalizzi fragili), Only You (guidata
da un languido basso e da un drumming spezzato da travolgenti scratch,
la Gibbons canta la sua nenia in primo piano mentre sul fondale compaiono
fiati jazz e ululati), Western Eyes (dimessa e inquieta
ballata per voce e pianoforte, arrangiata da andirivieni d'archi e
con un battito dal levare strozzato ad accompagnare), Over
(che fonde un trip-hop con passionale e triste voce soul a degli arrangiamenti
oscuri, freddi, invernali), ma soprattutto la vera novità Half
Day Closing (eccezionali melodie vocali soul-jazz filtrate,
su tappeto di basso dub e drumming jazzato, con un'esplosione di chitarre
e synth a metà traccia).
Roseland NYC Live (Go! Discs/London, 1998) testimonia
con un CD+DVD uno dei loro non frequenti concerti live, registrato
alla Roseland Ballroom di New York City il 24 luglio 1997. Nella versione
audio, due tracce sono in realtà prese da concerti del 1998.
Beth Gibbons pubblica anche un album da solista, Out of Season
(Go! Beat/Sanctuary, 2002), che vaga tra la canzone acustica intimista
alla Nick Drake e le ballad jazz più sommesse di Billie Holiday
e Nina Simone.
Le tracce più interessanti sono ovviamente quelle meno retrò-derivative
e più influenzate dalle atmosfere spettrali e oscure dei Portishead,
ovvero Show, Spider Monkey, Mysteries
e Funny Time of Year.
I contributi principali sono dell'ex Talk Talk
Paul Webb al basso (sotto lo pseudonimo Rustin Man) e del collega
nei Portishead Adrian Utley a chitarra e tastiere, ma è
infinita la lista di sessionmen che partecipano alle registrazioni.
Third (Island/Mercury, 2008) è il primo full-length
dei Portishead dopo una pausa di ben una decina d'anni.
Il nuovo lavoro non ha molto a che spartire con il trip-hop molto
più marcato dei due precedenti, e la "colla" dei
pezzi non è più il turntable o il sound del turntable,
quanto piuttosto un lavoro raffinato e spesso sperimentale di editing
digitale. Le composizioni evadono da qualsiasi "genere",
ma con spirito post-modernista e liquido inglobano alla perfezione
sfumature musicali disparate (indietronica e industrial le più
inedite per il trio).
I pezzi sono guidati principalmente dalla chitarra, poi arrangiati
con molta cura tramite sampling e synth, ma la vera anima delle tracce
resta ancora una volta Beth Gibbons, che supera se stessa grazie ad
una serie di performance allo stesso tempo sia sperimentali e drammatiche
sia melodicamente coinvolgenti.
Dall'iniziale Silence (battito sordo e inesorabile
che alterna 4/4 a 6/4, violoncello da cinema horror, chitarre elettriche
spettrali, colpi di basso filtrati e dilatati, improvvisa interruzione
finale della traccia) alla conclusiva Threads (immersa
in un'atmosfera drammatica e di minaccia incombente, grazie ancora
a droni d'archi acuti, drumming sordo e arpeggi spettrali alla chitarra
elettrica, ma con i vocalizzi della Gibbons che diventano enfatici
e iper-espressivi, e una coda rumoristica tra synth e colpi metallici)
non c'è alcun punto morto o crollo qualitativo.
Nel mentre scorrono l'una dopo l'altra Hunter (con
delay, fraseggi ai synth e distorsioni chitarristiche a rendere opprimente
una lullaby spettrale su ritmica appena accennata), Nylon
Smile (probabilmente l'unico episodio non veramente brillante, troppo
simile al sound dei Radiohead, ma ugualmente
valorizzato da un tappeto ritmico quasi etnico), The Rip
(guidata da avvolgenti melodie vocali e arpeggi alla chitarra acustica,
con climax verso una coda indietronica ingoiata dalle tastiere), Plastic
(il pezzo più trip-hop, ma sconvolto da vocalizzi drammatici
e distorsioni sintetiche), We Carry On (trascinata
da una base elettronica martellante sulla quale si innestano chitarre
distorte, droni vocali, fiati dissonanti, bassi forsennati, colpi
epilettici al rullante), Deep Water (revival stravolto
del soul classico, tra cori vocali doo-wop "invecchiati"
appositamente con effetto quasi comico, e assenza di ogni strumento
ad eccezione di un ukulele filtrato), Magic Doors
(melodie vocali alla Radiohead, tappeto
dissonante di Hurdy Gurdy, incursioni di sax, enfatici accordi al
pianoforte, drumming epilettico con colpi sulla campana).
I capolavori sono però forse Machine Gun (industrial
minimalista eccezionale, con un "hook" ritmico che simula
il suono di una mitragliatrice, melodie vocali sofferenti, polifonie dissonanti, distorsioni digitali, coda opprimente di synth che ricorda
le composizioni più inquietanti di Brad Ira Fiedel e Vangelis)
e Small (in 6/8, melodia vocale sussurrata su chitarra
acustica che evolve in una bolla dissonante di voci stratificate e
droni d'archi sintetici, per poi esplodere in ritmiche jazzate avvolte
da colpi di chitarra elettrica e organi).
Si tratta di un album felicemente privo di qualsiasi ridondanza e
ampollosità: in ogni traccia non viene sprecata una singola
nota (in un'epoca nella quale la tendenza più diffusa nel panorama musicale è l'esatto opposto, perché tanto ormai stampare dischi costa poco).
E si tratta anche di un album che coraggiosamente non marcia
su di un facile revival del trip-hop, cercando una strada completamente
differente, molto più personale e interessante, confermando
tutte le migliori aspettative sul ritorno del trio dopo una pausa
talmente estesa.
I principali guest che hanno partecipato alle registrazioni sono Charlotte
Nicholls (violoncello), Wendy Bertram (fagotto), John Baggott (autore
di Magic Doors, nella quale suona anche le tastiere),
Stu Barker (Hurdy Gurdy), Will Gregory (sax), Clive Deamer (drumming),
Jim Barr (basso).