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Sevendust

Sevendust (1997)
6.5/10
Home (1999)
6/10
Animosity (2001)
6/10
Seasons (2003)
6/10
Next (2005)
4.5/10
Alpha (2007)
5/10
Chapter VII: Hope & Sorrow (2008)
4/10




Formatisi nel 1994, i Sevendust rilasciano il loro omonimo esordio nel 1997 per la TVT (già promotrice dei Nine Inch Nails).
Sevendust è considerato uno degli album che hanno contribuito a creare il genere "nu-metal", ma per il semplice motivo che contamina alcuni degli elementi più "classici" del metal con spruzzate rapcore e industrial.
Perché in realtà sono quegli stessi elementi classici a valorizzare per la maggiore la musica del quintetto, che tra l'altro ha la rara particolarità di essere formato da musicisti bianchi con un cantante di colore (Lajon Witherspoon, il quale dà un tocco "black" al tutto, facendo più volte venire in mente i Living Colour).
Black, uno dei loro manifesti da qui in poi, è un grunge in cui il vocalist si scaglia contro il razzismo; Bitch fonde assieme melodie pop-rock a sfuriate thrash alla Anthrax; Terminator è forse il capolavoro del disco, sicuramente il pezzo più innovativo (fonde delle strofe rappate ad un heavy metal cadenzato e colmo di cattiveria); Wired parla di dipendenza dalle droghe ed è ancora molto debitrice del thrash, specie nel drumming di Rose; Prayer è in bilico tra groove metal e tenui melodie; il furore di Face è funzionale a far descrivere a Whiterspoon un rapporto sadomaso; Speak è un grunge violentato; My Ruin è la power ballad del disco, mentre Too Close to Hate parla di depressione e schizofrenia, e la conclusiva Born to Die prende i Metallica più thrash e li distrugge tramite la contaminazione con l'industrial.



Seconda fatica per i Sevendust, Home (TVT, 1999) presenta più o meno la stessa quantità di idee del disco di debutto; cambia piuttosto il formato in cui esse sono presentate: la produzione è decisamente migliore, le ritmiche hanno abbandonato il thrash, c'è molta più melodia, e c'è più nu-metal.
Risultato? Se la title-track è un autoplagio di Terminator, Denial annoia con riff nu-metal che ormai suonano già sentiti e parti vocali prive di mordente; se con Headtrip abbiamo un pezzo sfumato di hardcore e più convincente (a posteriori uno dei migliori dell'album), Insicure è un intermezzo inutile consistente in un minuto di distorsioni.
Più convincenti Reconnect e Waffle, con un bel contrasto tra le buone parti di chitarra e la versatile voce di Lajon.
Rumble Fish è invece un thrash talmente diluito e privo di mordente da annoiare chiunque.
Licking Cream riporta a buoni livelli il lavoro, è uno degli episodi migliori (se non il migliore), dato che la sezione ritmica hard rock si sposa perfettamente con le parti di chitarra al limite tra grunge e nu-metal, ed il tutto è coronato da delle ottime melodie vocali (aiutate notevolmente dalla presenza come guest al microfono di Skin, a quel tempo cantante degli Skunk Anansie).
Grasp si mantiene su livelli buoni, sfruttando le medesime idee e costruendo un post-grunge che tocca il suo apice negli intrecci del chorus.
Crumbled presenta il classico sound del gruppo (thrash-grunge-nu) ma flirta anche con l'elettronica, mentre Feel So si avvale di qualche campionamento industrial e di bassi devastanti. Entrambe sono pezzi discreti.
L'inutile Grasshopper lascia spazio alla conclusiva Bender, che risulta uno dei pezzi migliori del disco per il semplice motivo che al microfono compare anche Chino Moreno dei Deftones.



Arrivati al terzo album Animosity (TVT, 2001), i Sevendust abbandonano le sonorità più nu-metal in favore di un approccio più grunge (assolutamente incomprensibili i critici che hanno scritto "aumentano il lato nu-metal"), ma anche più commerciale.
Il loro è un grunge violentato da diversi elementi: echi di hardcore, alternative rock, thrash, campionamenti, e in questo album anche spruzzi di crossover.
La sezione ritmica è sempre identica: stessa produzione, stesso modo di suonare. I riff chitarristici invece sono nettamente più grunge. Il resto lo fa la voce di Whiterspoon, che si dimostra abbastanza versatile da strappare la sufficienza a quasi tutti i pezzi.
Se in Tits on a Boar Lajon cerca di imitare Mike Patton, in Praise la band crea uno dei suoi chorus più potenti e trascinanti di sempre, rendendo il pezzo uno dei capolavori della discografia del gruppo. Questo tipo di grunge contaminato è proprio quello che ispirerà gruppi come gli Stone Sour.
Il resto del disco purtroppo non mantiene queste premesse: Trust e Xmas Day sono due noiose e orecchiabili ballate, praticamente pop, e qui si capisce l'intenzione del gruppo: questa cavalcata verso le sonorità post-grunge è in realtà uno schema con cui intercettano la moda che sembra portare in classifica (vedi Creed, Foo Fighters, Nickelback, Staind).
E se Dead Set riporta un po' di cattiveria, Shine e Follow la tolgono nuovamente: un paio di riff e vocalizzi arrabbiati che spuntano in mezzo a una power ballad scontata e catchy non bastano a riscattare un'operazione che sa sempre più di commerciale. Eppure Follow ha un buon chorus (impreziosito dalla presenza di Aaron Lewis degli Staind al microfono), che avrebbe meritato uno sviluppo decisamente migliore.
Buone le costruzioni ancora una volta grunge di Damaged, pessima la power ballad Live Again (che arriva perfino a suonare emo in alcuni punti); più sperimentali e convincenti Beautiful (ottime parti vocali e di chitarra) e Redefine (idem, con in più qualche escursione percussionistica).
Angel's Son chiude bene il disco: è l'ennesima ballad, ma è anche l'unica convincente tra tutte quelle che propone il lavoro.


Quarto album per i Sevendust, Seasons (TVT, 2003) viene registrato dopo alcune drammatiche vicissitudini che hanno toccato abbastanza da vicino il gruppo, portandolo sull'orlo dello scioglimento: la morte di Dave Williams, leader dei Drowning Pool e amico della band, e soprattutto l'assassinio del fratello del cantante Lajon.
Nel 2003 finalmente il gruppo decide di proseguire, e pubblica un nuovo lavoro.
Contaminando con il nu-metal un hard-rock molto particolare (influenzato sia dal drumming di impostazione thrash di Rose, sia dalla voce dal timbro caldo e quasi soul di Witherspoon), la band scrive uno degli episodi migliori della propria carriera.
Se l'opener Disease non fa sentire nulla di nuovo rispetto ai lavori passati del gruppo, Enemy è un post-grunge melodico contaminato da strofe rapcore, il cui testo è un attacco a Fafara, leader dei Coal Chamber, per via di questioni personali (la moglie di Rose era la bassista dei Coal Chamber, con cui ha rotto in maniera decisamente non amichevole).
Il resto dell'album si mantiene tutto su un discreto livello: una serie di pezzi in equilibrio tra parti di chitarra hard-rock e grunge impreziosite da una prova vocale molto soft, melodica e convincente di Lajon.
Gli episodi migliori sono la title-track, la malinconica
power ballad Broken Down, il grunge melodicissimo di Separate, la ballata Skeleton Song, la potente conclusiva Face to Face.
Peccato solo che nella seconda metà il disco mostri un po' la corda, riciclando sempre le stesse idee.



Quinto album dei Sevendust, Next (Winedark, 2005) viene preceduto da un CD + DVD dal titolo Southside Double-Live: Acoustic Live, ovvero un concerto live in cui il gruppo esegue i suoi migliori pezzi in versione acustica.
Nel frattempo non c'è più Clint Lowery alla chitarra, sostituito dall'ex Snot Sonny Mayo, ed è cambiata anche la label.
Next suona come la versione più arrabbiata e pesante di Seasons, ma paradossalmente i suoi capitoli migliori sono invece quelli in cui la band preme sul freno: This Life e Shadows in Red convincono sia nelle melodie che nei testi (la prima è dedicata al figlio di Lajon, appena nato). Godibili anche l'opener Hero (dal sound comunque uscito dritto dal loro disco di debutto), il catchy post-grunge di Ugly, il mood heavy e aggressivo di Pieces. Ma, arrivati ad un certo punto, è grande la difficoltà nel proseguire l'ascolto. Le idee sono ancora una volta sempre le stesse, che girano e girano ripetendosi.
Qualcuno ha ammirato la costanza del quintetto nel riproporre il proprio sound nonostante le mode, ma la realtà è quella di una band che da un esordio molto heavy è diventata gradualmente più orecchiabile, ed ora propone semplicemente una serie di melodie assai catchy miste a riff più heavy rispetto al suo ultimo standard (forse per via dell'ascesa del trend metalcore?): c'è assai poco di "contrario alle mode" in tutto ciò. E la costanza, in casi come questo, è troppo spesso un sinonimo di "mancanza di idee".
Lo stesso anno la TVT fa uscire un inutile "Best of".


Il sesto album Alpha (Asylum, 2007) vede un nuovo cambio di label, si eleva leggermente in qualità rispetto al suo predecessore (forse perché finalmente anche Sonny Mayo è diventato uno dei compositori dei pezzi), ma non riesce a dire nulla in più della stessa formula di post-grunge misto a riffing nu-metal e qualche sprazzo thrash, già ampiamente collaudata nelle altre release della band. I momenti migliori del disco sono le cavalcate grunge-thrash dell'opener Deathstar e di Driven (che ha una coinvolgente apertura melodica nel chorus), gli assoli chitarristici di Feed, le spruzzate emo di Under (un po' una versione heavy-grunge dei Taproot).
Nell'ultima parte del disco aumentano a dismisura le influenze emo: la già citata Under riesce nella commistione, mentre pezzi come Confessions of Hatred e Aggression difettano, in ogni senso, di ispirazione, e si gettano nel melodismo più becero (idem la successiva Burn, una traccia inizialmente groove-thrash intaccata poi da un chorus emo orribilmente modaiolo, e che si chiude con una lunga coda di percussioni, piano e voce spudoratamente imitante gli Ill Niño). La conclusiva title-track, a posteriori una delle poche tracce godibili, è una cavalcata di nu-metal misto a thrash (alla Slayer) che almeno non scende a compromessi catchy.
In generale il disco è terribilmente piatto, e i chorus emo inascoltabili dell'ultima parte ne fanno precipitare il livello generale, che comunque due o tre dei pezzi iniziali avrebbero tenuto sulla sufficienza.


Il settimo album dei Sevendust è Chapter VII: Hope & Sorrow (7 Bros./Asylum Records, 2008).
Purtroppo il lavoro non propone grosse evoluzioni dai suoi due mediocri predecessori, anzi ripete quasi esattamente la formula di Alpha; l'unico cambiamento è che le vocals si sono fatte più radio-friendly, e forse è presente anche un certo miglioramento nella produzione (meno artefatta rispetto a quella del succitato precedente disco).
La commistione tra riffing "pesante" e vocals "emotive" dà il proprio meglio nell'opener Inside, ma anche in Lifeless, Prodigal Son e Contradiction (esclusi questi quattro pezzi il disco sarebbe inascoltabile), mentre la conclusiva Walk Away si risolleva dal proprio pessimo chorus emo-pop con una discreta coda al pianoforte. Purtroppo il resto delle tracce è minato da aperture melodiche che vanno dal banale (Scapegoat, The Past) al ripetitivo (Fear è praticamente un rifacimento della precedente Scapegoat), se non al pessimo (Enough, Hope).
Hope ha un featuring di Mark Tremonti, e Sorrow ne ha uno di Miles Kennedy (entrambi provenienti dalla band Alter Bridge), ma entrambe suonano mediocri, ed il pezzo più post-grunge del disco è in realtà Prodigal Son.
La commercialissima ballad The Past è cantata assieme a Chris Daughtry.
Poco prima dell'uscita del disco, Sonny Mayo viene rimpiazzato con il vecchio chitarrista Clint Lowery.

 

 




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