Formatisi
nel 1994, i Sevendust rilasciano il loro omonimo
esordio nel 1997 per la TVT (già promotrice dei Nine
Inch Nails).
Sevendust è considerato uno degli album che
hanno contribuito a creare il genere "nu-metal", ma per
il semplice motivo che contamina alcuni degli elementi più
"classici" del metal con spruzzate rapcore e industrial.
Perché in realtà sono quegli stessi elementi classici
a valorizzare per la maggiore la musica del quintetto, che tra l'altro
ha la rara particolarità di essere formato da musicisti bianchi con un cantante di colore (Lajon Witherspoon,
il quale dà un tocco "black" al tutto, facendo più
volte venire in mente i Living Colour).
Black, uno dei loro manifesti da qui in poi, è
un grunge in cui il vocalist si scaglia contro il razzismo; Bitch
fonde assieme melodie pop-rock a sfuriate thrash alla Anthrax;
Terminator è forse il capolavoro del disco,
sicuramente il pezzo più innovativo (fonde delle strofe rappate
ad un heavy metal cadenzato e colmo di cattiveria); Wired
parla di dipendenza dalle droghe ed è ancora molto debitrice
del thrash, specie nel drumming di Rose; Prayer è
in bilico tra groove metal e tenui melodie; il furore di Face
è funzionale a far descrivere a Whiterspoon un rapporto sadomaso;
Speak è un grunge violentato; My Ruin
è la power ballad del disco, mentre Too Close to Hate
parla di depressione e schizofrenia, e la conclusiva Born
to Die prende i Metallica più
thrash e li distrugge tramite la contaminazione con l'industrial.
Seconda fatica
per i Sevendust, Home (TVT, 1999)
presenta più o meno la stessa quantità di idee del disco
di debutto; cambia piuttosto il formato in cui esse sono presentate:
la produzione è decisamente migliore, le ritmiche hanno abbandonato
il thrash, c'è molta più melodia, e c'è più
nu-metal.
Risultato? Se la title-track è un autoplagio
di Terminator, Denial annoia con riff nu-metal
che ormai suonano già sentiti e parti vocali prive di mordente;
se con Headtrip abbiamo un pezzo sfumato di hardcore
e più convincente (a posteriori uno dei migliori dell'album),
Insicure è un intermezzo inutile consistente
in un minuto di distorsioni.
Più convincenti Reconnect e Waffle,
con un bel contrasto tra le buone parti di chitarra e la versatile
voce di Lajon.
Rumble Fish è invece un thrash talmente diluito
e privo di mordente da annoiare chiunque.
Licking Cream riporta a buoni livelli il lavoro,
è uno degli episodi migliori (se non il migliore), dato che
la sezione ritmica hard rock si sposa perfettamente con le parti di
chitarra al limite tra grunge e nu-metal, ed il tutto è coronato
da delle ottime melodie vocali (aiutate notevolmente dalla presenza
come guest al
microfono di Skin, a quel tempo cantante degli Skunk
Anansie).
Grasp si mantiene su livelli buoni, sfruttando le
medesime idee e costruendo un post-grunge che tocca il suo apice negli
intrecci del chorus.
Crumbled presenta il classico sound del gruppo (thrash-grunge-nu)
ma flirta anche con l'elettronica, mentre Feel So
si avvale di qualche campionamento industrial e di bassi devastanti.
Entrambe sono pezzi discreti.
L'inutile Grasshopper lascia spazio alla conclusiva
Bender, che risulta uno dei pezzi migliori del disco
per il semplice motivo che al microfono compare anche Chino Moreno
dei Deftones.
Arrivati
al terzo album Animosity (TVT, 2001), i Sevendust
abbandonano le sonorità più nu-metal in favore
di un approccio più grunge (assolutamente incomprensibili i
critici che hanno scritto "aumentano il lato nu-metal"),
ma anche più commerciale.
Il loro è un grunge violentato da diversi elementi: echi di
hardcore, alternative rock, thrash, campionamenti, e in questo album
anche spruzzi di crossover.
La sezione ritmica è sempre identica: stessa produzione, stesso
modo di suonare. I riff chitarristici invece sono nettamente più
grunge. Il resto lo fa la voce di Whiterspoon, che si dimostra abbastanza
versatile da strappare la sufficienza a quasi tutti i pezzi.
Se in Tits on a Boar Lajon cerca di imitare Mike
Patton, in Praise la band crea uno dei suoi chorus
più potenti e trascinanti di sempre, rendendo il pezzo uno
dei capolavori della discografia del gruppo. Questo tipo di grunge
contaminato è proprio quello che ispirerà gruppi come
gli Stone Sour.
Il resto del disco purtroppo non mantiene queste premesse: Trust
e Xmas Day sono due noiose e orecchiabili ballate,
praticamente pop, e qui si capisce l'intenzione del gruppo: questa
cavalcata verso le sonorità post-grunge è in realtà
uno schema con cui intercettano la moda che sembra portare in classifica
(vedi Creed, Foo
Fighters, Nickelback, Staind).
E se Dead Set riporta un po' di cattiveria, Shine
e Follow la tolgono nuovamente: un paio di riff e
vocalizzi arrabbiati che spuntano in mezzo a una power ballad scontata
e catchy non bastano a riscattare un'operazione che sa sempre più
di commerciale. Eppure Follow ha un buon chorus (impreziosito
dalla presenza di Aaron Lewis degli Staind
al microfono), che avrebbe meritato uno sviluppo decisamente migliore.
Buone le costruzioni ancora una volta grunge di Damaged,
pessima la power ballad Live Again (che arriva perfino
a suonare emo in alcuni punti); più sperimentali e convincenti
Beautiful (ottime parti vocali e di chitarra) e Redefine
(idem, con in più qualche escursione percussionistica).
Angel's Son chiude bene il disco: è l'ennesima
ballad, ma è anche l'unica convincente tra tutte quelle che
propone il lavoro.
Quarto
album per i Sevendust, Seasons (TVT,
2003) viene registrato
dopo alcune drammatiche vicissitudini che hanno toccato abbastanza
da vicino il gruppo, portandolo sull'orlo dello scioglimento: la morte
di Dave Williams, leader dei Drowning Pool e amico della band, e soprattutto
l'assassinio del fratello del cantante Lajon.
Nel 2003 finalmente il gruppo decide di proseguire, e pubblica un
nuovo lavoro.
Contaminando con il nu-metal un hard-rock molto particolare (influenzato
sia dal drumming di impostazione thrash di Rose, sia dalla voce dal
timbro caldo e quasi soul di Witherspoon), la band scrive uno
degli episodi migliori della propria carriera.
Se l'opener Disease non fa sentire nulla di nuovo
rispetto ai lavori passati del gruppo, Enemy è
un post-grunge melodico contaminato da strofe rapcore, il cui testo
è un attacco a Fafara, leader dei Coal
Chamber, per via di questioni personali (la moglie di Rose era
la bassista dei Coal Chamber, con cui ha rotto in maniera decisamente
non amichevole).
Il resto dell'album si mantiene tutto su un discreto livello: una
serie di pezzi in equilibrio tra parti di chitarra hard-rock e grunge
impreziosite da una prova vocale molto soft, melodica e convincente
di Lajon.
Gli episodi migliori sono la title-track, la malinconica
power ballad Broken Down,
il grunge melodicissimo di Separate, la
ballata Skeleton Song, la potente conclusiva Face
to Face.
Peccato solo che nella seconda metà il disco mostri un po'
la corda, riciclando sempre le stesse idee.
Quinto
album dei Sevendust, Next (Winedark,
2005) viene preceduto da
un CD + DVD dal titolo Southside Double-Live: Acoustic Live,
ovvero un concerto live in cui il gruppo esegue i suoi migliori pezzi
in versione acustica.
Nel frattempo non c'è più Clint Lowery alla chitarra,
sostituito dall'ex Snot Sonny Mayo, ed è
cambiata anche la label.
Next suona come la versione più arrabbiata
e pesante di Seasons, ma paradossalmente i suoi capitoli
migliori sono invece quelli in cui la band preme sul freno: This
Life e Shadows in Red convincono sia nelle
melodie che nei testi (la prima è dedicata al figlio di Lajon,
appena nato). Godibili
anche l'opener Hero (dal sound comunque uscito dritto
dal loro disco di debutto), il catchy post-grunge di Ugly,
il mood heavy e aggressivo di Pieces. Ma, arrivati
ad un certo punto, è grande la difficoltà nel proseguire
l'ascolto. Le idee sono ancora una volta sempre le stesse, che girano
e girano ripetendosi.
Qualcuno ha ammirato la costanza del quintetto nel riproporre il proprio
sound nonostante le mode, ma la realtà è quella di una
band che da un esordio molto heavy è diventata gradualmente
più orecchiabile, ed ora propone semplicemente una serie di
melodie assai catchy miste a riff più heavy rispetto al suo
ultimo standard (forse per via dell'ascesa del trend metalcore?):
c'è assai poco di "contrario alle mode" in tutto
ciò. E la costanza, in casi come questo, è troppo spesso
un sinonimo di "mancanza di idee".
Lo stesso anno la TVT fa uscire un inutile "Best of".
Il sesto album Alpha (Asylum, 2007) vede un nuovo
cambio di label, si eleva leggermente in qualità rispetto al
suo predecessore (forse perché finalmente anche Sonny Mayo
è diventato uno dei compositori dei pezzi), ma non riesce a
dire nulla in più della stessa formula di post-grunge misto
a riffing nu-metal e qualche sprazzo thrash, già ampiamente
collaudata nelle altre release della band. I momenti migliori del
disco sono le cavalcate grunge-thrash dell'opener Deathstar
e di Driven (che ha una coinvolgente apertura melodica
nel chorus), gli assoli chitarristici di Feed, le
spruzzate emo di Under (un po' una versione heavy-grunge
dei Taproot).
Nell'ultima parte del disco aumentano a dismisura le influenze emo:
la già citata Under riesce nella commistione,
mentre pezzi come Confessions of Hatred e Aggression
difettano, in ogni senso, di ispirazione, e si gettano nel melodismo
più becero (idem la successiva Burn, una traccia
inizialmente groove-thrash intaccata poi da un chorus emo orribilmente
modaiolo, e che si chiude con una lunga coda di percussioni, piano
e voce spudoratamente imitante gli Ill
Niño).
La conclusiva title-track, a posteriori una delle
poche tracce godibili, è una cavalcata di nu-metal misto a
thrash (alla Slayer) che almeno non scende
a compromessi catchy.
In generale il disco è terribilmente piatto, e i chorus emo
inascoltabili dell'ultima parte ne fanno precipitare il livello generale,
che comunque due o tre dei pezzi iniziali avrebbero tenuto sulla sufficienza.
Il settimo album dei Sevendust è Chapter VII: Hope
& Sorrow (7 Bros./Asylum Records, 2008).
Purtroppo il lavoro non propone grosse evoluzioni dai suoi due mediocri
predecessori, anzi ripete quasi esattamente la formula di Alpha;
l'unico cambiamento è che le vocals si sono fatte più
radio-friendly, e forse è presente anche un certo miglioramento
nella produzione (meno artefatta rispetto a quella del succitato precedente
disco).
La commistione tra riffing "pesante" e vocals "emotive"
dà il proprio meglio nell'opener Inside, ma
anche in Lifeless, Prodigal Son
e Contradiction (esclusi questi quattro pezzi il
disco sarebbe inascoltabile), mentre la conclusiva Walk Away si risolleva dal proprio
pessimo chorus emo-pop con una discreta coda al pianoforte.
Purtroppo il resto delle tracce è minato da aperture melodiche
che vanno dal banale (Scapegoat, The Past)
al ripetitivo (Fear è praticamente un rifacimento
della precedente Scapegoat), se non al pessimo (Enough,
Hope).
Hope ha un featuring di Mark Tremonti, e Sorrow
ne ha uno di Miles Kennedy (entrambi provenienti dalla band Alter
Bridge), ma entrambe suonano mediocri, ed il pezzo più
post-grunge del disco è in realtà Prodigal Son.
La commercialissima
ballad The Past è cantata assieme a Chris
Daughtry.
Poco prima dell'uscita del disco, Sonny Mayo viene rimpiazzato con
il vecchio chitarrista Clint Lowery.