Una delle
band più versatili e creative uscite dal filone cosiddetto
"nu-metal" (etichetta che poi andrà loro sempre più
stretta), i System of a Down si formano nel 1995
e debuttano nel 1998 con il loro omonimo disco, sotto la produzione
di Rick Rubin.
La particolarità della band è il fatto che tutti e quattro
i membri (Serj Tankian alla voce, Daron Malakian a chitarra e seconda voce,
Shavo Odadjian al basso,
John Dolmayan alla batteria) siano residenti statunitensi ma di origini armene, e vadano
molto orgogliosi di tale caratteristica, spesso utilizzando le influenze
orientali che hanno nel sangue per contaminare ritmiche e melodie.
In un disco come System of a Down c'è assai poco da scartare; l'approccio folle
alla musica da parte dei quattro è reso più che evidente
già dall'opener Suite-Pee (una critica acida
all'integralismo cristiano di stato); Know, dalle ritmiche mediorientali sposate perfettamente
con una violenza hardcore che non lascia prigionieri, sbaraglia l'ascoltatore; Sugar, il primo singolo estratto, è invece anche la traccia meno interessante (sostanzialmente
dice cose già dette, e il vocalist Tankian si prodiga ad imitare
Jonathan Davis).
I restanti episodi sono tutti godibili: le sferzate di violenza introdotte
dagli arpeggi di Suggestions, la dimensione onirico-emotiva
della power-ballad Spiders, la pazzia da teatrino
dell'assurdo di Ddevil, l'alternanza tra quiete e
violenza epilettica nella (relativamente) lunga e articolata Mind,
che rallenta i ritmi per valorizzare la pesantezza del riff portante (introdotto dal basso), il baraccone da fiera di Peephole, a ritmo di waltz, l'hardcore di Darts, strutturalmente lineare ma condotto in maniera bizzarra dalla voce, con pause scandite da lancette.
Su tutte, spiccano nettamente la matura Soil (strofe
in ritmica schizoide, riffing groove metal, assolo orientaleggiante,
Tankian superlativo), la deadkennedysiana e trascinante CUBErt,
e i due manifesti politici di War? (che descrive
un parallelismo tra le crociate medievali e quelle del 2000) e soprattutto
di P.L.U.C.K. (che denuncia il genocidio armeno perpetuato
dal governo turco nel 1915). Quest'ultima traccia, impreziosita dagli
intrecci melodici tra le due voci di Tankian e Malakian, anticipa le evoluzioni future del loro sound.
I System of a Down riprendono dai Dead Kennedys sia la furia hardcore innestata di preziosismi compositivi sperimentali e "progressivi", sia i toni vocali folli e declamanti, con testi politicizzati in maniera sarcastica; ma aggiornano le idee dei loro maestri alla corrente alternative-metal dei 1990s, assorbendo idee musicali da Korn, Deftones, Tool, Sepultura, e rielaborandole in uno stile personalissimo, travolgente, spontaneo, variegato.
Ancora una
volta prodotti da Rick Rubin (ma stavolta in maniera più
professionale e raffinata), i System of a Down danno alle
stampe il loro secondo capitolo Toxicity nel 2001.
Incorporando elementi etnici ed un ingente apporto di melodie al loro
nu-metal incrociato con l'hardcore alla Dead
Kennedys, la band armeno-americana scrive il proprio capolavoro.
Colpisce anzitutto la struttura dell'album: le prime cinque tracce
sono un assalto di violenza tra nu-metal e hardcore, e bisogna aspettare
fino alla sesta traccia per ascoltare qualcosa di simile ad una canzone
melodica.
Prison Song, un attacco al sistema carcerario americano,
apre l'album tra stop-and-go schizofrenici, parti di basso pulsanti,
e le follie vocali di Tankian e Malakian; Needles
è efficace quanto coinvolgente nel suo melting-pot di stilemi
rock (hardcore, nu-metal, new wave); Deer Dance,
difesa dei cortei pacifisti contro le cariche della polizia, amalgama
perfettamente la chitarra alla sezione ritmica in un'uscita sonora
devastante e quasi inscindibile, anche se per il resto risulta forse l'episodio meno originale del disco; Jet Pilot è
un hardcore folle contaminato da ritmiche mediorientali; X
alterna parti groove-metal cadenzate e infernali a spezzoni di hardcore
sparato a mille (quasi grindcore), e nel marasma Tankian riesce
perfino a vocalizzare in maniera comprensibile un testo che attacca le dittature.
Si arriva così alla grandiosa Chop Suey!, che
riunisce un po' tutte le caratteristiche dell'album: strofe dalle
ritmiche schizoidi, parti di chitarra orientaleggianti (con le schitarrate iniziali a ricordare vagamente
The Murder Mystery dei The Velvet Underground), struttura
decisamente estranea ai canoni pop/rock, e finale emotivamente
esplosivo (le due voci di Tankian e Malakian, sostenute dalle note
di un pianoforte suonato da Rubin e dalle chitarre stratificate, costruiscono
l'intreccio melodico più riuscito in tutta la storia del gruppo).
La magia viene violentata con la successiva Bounce
e le sue ritmiche di stampo hardcore (con un testo pensato per fare
strage ai live: "Jump! Bounce! Up! Down! Pogo pogo pogo pogo
pogo!"), mentre Forest dimostra ulteriormente la maturazione della band nel songrwriting, che incrocia qui le influenze più disparate
(melodie orientali, percussioni etniche, riffing sincopato nu-metal), e ATWA
(acronimo per "Air, Trees, Waters, Animals") sembra inizialmente tentare una ballad
dalle strofe soffuse e delicate, prima di scoppiare in un chorus violento e micidiale.
Science, con un testo che denuncia il progresso scientifico
umano, mescola un riffing heavy-thrash di stampo classico a suggestive incursioni nella
musica folk tradizionale armena; Shimmy è un altro
vibrante episodio diviso tra hardcore, nu-metal e ritmiche orientali.
La title-track è uno dei pezzi migliori (se
non il pezzo migliore) del lotto: arpeggio orientaleggiante superbo a sostenere strofe dal sapore epico,
drumming schizoide abbinato agli stop della chitarra in un chorus più che originale, basso vellutato e penetrante, chiusura hardcore con i ritmi velocizzati, e un Tankian
che vocalmente riesce a superare se stesso.
Le ultime due tracce sono Psycho (che suona come
una rilettura hardcore e orientaleggiante dell'hard-rock alla 1960s)
e Aerials (power-ballad molto catchy, composta sulla falsa
riga di Spiders, che ovviamente in Europa diventa il singolo
più celebre dell'album).
Al termine di Aerials, parte una traccia nascosta:
si tratta di Der Voghormya (ma conosciuta anche come
Arto o Outro), una collaborazione
tra Tankian e Arto Tunçboyaciyan, in cui i due musicisti eseguono
un pezzo popolare di musica armena (caratterizzato da percussioni,
flauti e vocalizzi drammatici).
In conclusione, l'album è il matrimonio perfetto tra la verve
più folle della band (che caratterizzava il precedente album)
ed un approccio stilistico maturato e più eclettico, il tutto
condito da un songwriting straordinariamente ispirato, e dalla grande
versatilità dei vari componenti (che vengono in breve annoverati tra
i musicisti migliori del panorama heavy-rock).
Fluido, compatto, diretto, Toxicity coniuga perfettamente
le follie schizoidi alle raffinatezze melodiche, sposa la violenza
all'emozione, e resta estremamente originale, compatto e ispirato
rispetto alla stragrande maggioranza delle release ad esso contemporanee.
La sua uscita darà un deciso scossone al panorama musicale
mondiale di inizio millennio (diventando "album dell'anno"
un po' ovunque, assieme a Lateralus dei Tool).
Avanzato
un quantitativo enorme di demo registrati nelle sessioni di Toxicity
e non finiti sull'album definitivo, essi diventano in breve reperibili
attraverso il web; la band decide allora di sceglierne alcuni e registrarne
versioni nettamente migliori a livello sonoro.
Esce così nel 2002 Steal This Album!, che
raccoglie appunto 16 di queste composizioni.
Se l'apertura di Chic 'N' Stu (folle e carica di
non-sense) e Innervision (introspettiva, potente,
melodica e trascinante) convince, gran parte del resto del lavoro non fa altrettanto:
Bubbles è un motivetto idiota, Pictures
e Highway Song stancano già al primo ascolto,
Thetawaves si salva solo nel riffing di Malakian.
Episodi relativamente migliori sono il potente inno anti-bellico Boom!,
le più orientaleggianti A.D.D. e I-E-A-I-A-I-O
(quest'ultima con ipnotici cori vocali e un Malakian che cita la sigla
del telefilm Knight Rider), la furia nichilista della brevissima
36, la schizoide Fuck the System.
Ma più che altro a spiccare sono i momenti riflessivi ed emotivi (la ballata Roulette, la conclusiva Streamline,
le coinvolgenti Nüguns e Ego Brain), e soprattutto la più matura Mr. Jack, articolata in una
struttura convincente e innovativa sia nel riffing, sia nei cori vocali,
sia nelle liriche.
La raccolta resta comunque frastagliata e priva di unità, con troppi pezzi che cozzano eccessivamente tra di loro.
Complessivamente, tuttavia, il punto più dolente è la sensazione
che l'eccessiva temperatura politica della maggior parte dei pezzi
schiacci la genuinità e la creatività che caratterizzano
il gruppo.
Un video per Boom! viene girato (assieme al regista
Michael Moore) come atto di denuncia verso la guerra statunitense in
Iraq, mentre i singoli Innervision e I-E-A-I-A-I-O vengono rilasciati alle radio.
Nel 2003 Serj Tankian e Arto Tunçboyaciyan
pubblicano a nome Serart un disco omonimo; si tratta
di un progetto volto a riproporre in veste più "sperimentale"
le tipiche musicalità del folk armeno.
Nel 2005
tornano in pompa magna i System of a Down, con quello che
inizialmente avrebbe dovuto essere un doppio album, ma che poi è stato
deciso far uscire in due release discografiche distinte: Mezmerize
e Hypnotize, pubblicate a distanza di 6 mesi esatti
l'una dall'altra.
Il primo album Mezmerize è un lavoro ricco
di punti forti tanto quanto di punti deboli.
Il primo singolo B.Y.O.B. (acronimo per Bring
Your Own Bombs) è un convincente grido anti-imperialista
dalla struttura intricata e balzante con agilità tra sfuriate
hardcore, scale prog e chorus danzereccio (in relazione al sarcastico
testo), mentre la violenta Cigaro è forse
il pezzo più heavy mai composto dalla band, ed il suo volgarissimo
testo ("My cock is much bigger than yours") riflette
una facile ma riuscita metafora tra due nazioni che si scontrano
in guerra. Altri episodi degni di nota sono Sad Statue
(le cui ritmiche saltano tra heavy-metal, power-ballad e post-grunge
corale), Lost in Hollywood (ballata che rilegge l'hard-rock
alla 1980s in una dimensione alternative-metal), Revenga
(dalla struttura ondeggiante e senza un perno fisso, a disorientare
l'ascoltatore medio), e soprattutto il capolavoro Question!
(sospeso tra ritmiche imprevedibili e melodie orientaleggianti, in
una struttura originale, compatta e incisiva).
Il resto però non presenta nulla di nuovo, né di convincente.
Eppure critica e pubblico hanno accolto l'album come un capolavoro.
Gran clamore hanno suscitato ad esempio le influenze ska di Radio/Video,
peraltro inutilmente: il risultato è altamente disomogeneo,
e la band mescola influenze differenti in maniera migliore fin dai
tempi dell'album di debutto.
Altro gran clamore ha suscitato l'innesto di riffing heavy-thrash
nella, comunque potente, Violent Pornography. Ma qualcuno si ricorda di
pezzi come Soil, Science o X ? Pare di no. Il testo della suddetta canzone suona oltretutto ridicolo:
strofe puerili e argomento alla base (ovvero il già abusatissimo
tema della violenza in TV e delle sue proprietà di brainwashing) trattato
in maniera banale e superficiale (le liriche di Vicarious
dei Tool, singolo uscito meno di un anno più
tardi, a confronto sembreranno un'illuminazione divina).
Ancora critiche entusiastiche sono state attirate da Old School
Hollywood, pezzo al contrario monotono e piatto;
certo, incorpora elementi elettronici, ma è una pratica che nell'heavy-rock
si sente regolarmente da circa quindici anni, e che in passato ha prodotto
risultati nettamente migliori.
In definitiva, è sì da apprezzare la svolta leggermente più
alternativa, complessa e prog della band, ma tutto ciò ne ha
smorzato la fiamma della spontaneità: i lavori precedenti restano
nettamente più esplosivi e creativi.
La vena anarcoide è ancora intatta, ma qui c'è troppo
poco della freschezza e della potenza che ha segnato album come Toxicity.
Semmai, ci sono ripetizioni stilisticamente più professionali
e ricercate di cose già dette.
Uscito anch'esso
nel 2005, a 6 mesi di distanza dal precedente Mezmerize,
il fratello gemello Hypnotize è stato concepito
e registrato assieme ad esso, e idealmente lo completa (l'idea originaria
era di far uscire un album doppio).
Hypnotize rivela le poche idee che in realtà
stavano dietro a Mezmerize, ma nonostante tutto entrambi
i dischi vengono salutati come capolavori alla loro uscita (sia dal
pubblico che dalla critica).
Gli episodi degni di nota di Hypnotize si contano
sulle dita di una mano, e per la precisione sono: la potenza dell'iniziale
Attack e della frenetica Kill Rock'N Roll,
gli intrecci melodici di Stealing Society e U-Fig,
e la malinconica ballata Lonely Day.
Per il resto, vi si trova una serie di tracce piatte, superficiali
e monotone: esattamente gli scarti del precedente album.
Pezzi come Dreaming e Tentative
non dicono assolutamente nulla, così come il manierismo di
She's Like Heroin e di Holy Mountains
(quest'ultima buona solamente a livello lirico, grazie ai suoi riferimenti
al genocidio armeno, comunque niente di originale per il gruppo).
Le banali melodie della title-track, che sembrano
provenire da una canzoncina natalizia, sono supportate da percussioni
etniche (ancora una volta nulla di nuovo per la band) e da un testo
puerile (che si affaccia con un piglio troppo immaturo su problemi
seri come le rivolte di piazza Tiananmen).
La volontà di mescolare hardcore e spunti jazzati in Vicinity
of Obscenity si meritava un testo migliore, non un'idiozia
continua (con Tankian che sbotta "Banana banana banana terracotta
banana terracotta terracotta pie"). La loro ironia più anarchica ha
ormai perso l'originale spontaneità, e quindi non diverte più.
Inoltre, quasi tutte le tracce sono guidate da un'irritante ossessione
nel voler creare intrecci vocali melodici tra Malakian e Tankian.
Questo elemento era già presente in Mezmerize,
ma in misura minore; su Hypnotize è condotta
una sorta di battaglia per la supremazia al microfono. Ma Tankian
è un cantante decisamente più dotato di Malakian, e
quest'ultimo scrive già la maggior parte della musica per il
gruppo. Che bisogno c'è quindi di tutto ciò? Gli intrecci
vocali (mai emotivi e travolgenti ai livelli di gioielli del passato
come Chop Suey!) non lasciano in pace nemmeno nella finale
Soldier Side, e in breve tempo stancano, annoiano.
Qualche "voce ufficiale" dirà che Tankian aveva dei
problemi alle corde vocali durante le registrazioni e quindi Malakian
ha dato man forte, ma chi ci può credere, dal momento che le
parti in cui Tankian canta da solo sono perfette? Fa pensare, piuttosto,
il fatto che Malakian fondi, poco dopo, un altro gruppo (gli Scars
on Broadway), e metta i System of a Down in pausa indeterminata
dopo il tour del 2006.
Le
ultime vicende in casa System of a Down, che hanno visto
i due leader Tankian e Malakian mettere la band in pausa (forse definitiva)
per seguire strade differenti (Malakian formando gli Scars on
Broadway, il cui debutto su disco è previsto per il 2008,
Tankian proseguendo da solista), sono chiarificatrici riguardo la
necessità di questo cambiamento, e basterebbe anche solo ascoltare
le parti vocali e gli arrangiamenti di un disco come Hypnotize per capirne il motivo principale (Malakian era ormai diventato un
egomaniaco, finendo troppo spesso per soffocare l'espressività di Tankian).
Elect the Dead è quindi un'uscita iper-prevedibile,
ma da accogliere a braccia aperte: finalmente Tankian ha tutto lo
spazio che si merita, finalmente si può ascoltare un intero
disco guidato dalle sue idee e dalla sua voce, finalmente ci si può scordare un attimo di Malakian (chitarrista eccellente ma cantante
non troppo apprezzabile - per lo meno non in confronto a Tankian).
Elect the Dead non dev'essere fruito con l'idea di
ascoltare una nuova uscita dei System of a Down, perché in tal caso si avrebbero alcune delusioni: manca totalmente il riffing
elaborato ed esplosivo di Malakian, manca la forte influenza hardcore,
mancano a volte anche l'immediatezza e la tipica potenza della band; Elect the Dead sostituisce queste caratteristiche
con le influenze personali di Tankian (Frank
Zappa, la musica classica, l'hard-rock alla 1980s), ma le àncora
sul fondo, tenendo in superficie una veste molto riconoscibile e apprezzabile
per i fan dei suoi lavori passati: è, insomma, un giusto primo
passo verso la carriera solista, fungendo da transizione tra il sound
dei System of a Down ed una dimensione più ricercata
e personale (che Tankian svilupperà, si auspica, in futuro).
Le tracce dell'album sono palesemente state composte in un arco temporale
superiore all'anno, ed hanno avuto quindi la possibilità di
essere perfezionate sia nella loro struttura (Tankian si diverte molto
a non propinare il solito bridge scontato, e spesso divaga sapientemente
all'interno della stessa traccia, pur senza mai disperdere le idee)
sia nei loro arrangiamenti (tutti i pezzi sono una vera orgia di strumentazione,
di stratificazioni vocali, di sovraincisioni).
L'elemento più debole del disco è però forse
proprio la sensazione che a volte l'eccesso d'arrangiamenti sussista
per mascherare un riciclo a livello meramente melodico, e già al primo ascolto si possono percepire segnali in questo senso: uno
dei bridge di The Unthinking Majority è quasi
identico alla melodia iniziale di Honking Antelope,
la quale a sua volta è abbastanza simile all'intro di Sky
Is Over, la quale a sua volta sembra una ripetizione del
chorus di Saving Us. Sono piccoli difetti che ad
esempio la presenza, per quanto ingombrante, di un Malakian, non avrebbe
mai permesso.
I rimanenti ostacoli all'apprezzamento del disco possono essere molteplici,
ma tutti estremamente soggettivi: possono innervosire i troppi arrangiamenti,
può annoiare l'assenza di virtuosismi chitarristici, può deludere l'assenza di pezzi dallo stampo hardcore (anche se Money
e Beethoven's Cunt, esplosive e dal riffing sensibilmente
heavy, non suonerebbero affatto fuori posto su un disco dei System
of a Down), ed infine ovviamente può non piacere l'espressività vocale di Tankian, il quale ha un timbro (ed uno stile) talmente unico
nel panorama attuale da spaccare gli ascoltatori tra chi lo ama e
chi lo odia.
Se non si rientra in una tipologia d'ascoltatore simile, e se si passa
sopra alla leggera ripetitività di alcune soluzioni melodiche,
facilmente si potranno invece apprezzare tutti i pregi di Elect
the Dead: ottima maturità espressiva, parti vocali
grandiose, stile ricercato nelle sonorità (ad esempio i pianoforti,
così lontani dal classico sound alla Rick Rubin), e soprattutto
una grande capacità di mettere assieme trovate musicali catchy
e coinvolgenti. Empty Walls, l'opener nonché
primo singolo, così come The Unthinking Majority (la traccia più vicina ai System of a Down di Mezmerize)
e la trascinante Money sono una partenza ottima,
che fa terra bruciata; Saving Us e Baby facilmente annoieranno gli ascoltatori più esigenti, ma i loro
chorus entreranno in testa a tutti gli altri; Sky Is Over mostra il lato di Tankian che più ha influenzato gli ultimi
pezzi "lenti" dei System of a Down; Lie
Lie Lie, Feed Us (anche se quest'ultima
con un breve plagio a Muscle Museum dei Muse
nel pre-chorus) e Beethoven's Cunt mescolano perfettamente
le influenze più heavy e le influenze più melodiche
di Tankian in tre ottimi episodi; Praise the Lord and Pass
the Ammunition (che nel titolo cita ironicamente l'omonimo
pezzo di Frank Loesser) è la traccia più sperimentale,
tra deliri vocali zappiani e influenze svariate (folk armeno, elettronica,
jazz, crossover alla Primus); Honking
Antelope è uno dei vertici del disco, e tocca forse
l'apice enfatico di tutto il lavoro assieme a Empty Walls;
l'ottima title-track, cui è affidata la chiusura,
è un momento intimista ed etereo, guidato da voce e pianoforte.
I testi, come sempre, riflettono
i classici temi già in passato cari a Serj (la discomunicazione,
la corruzione dei potenti, il ripudio della guerra, i cenni metaforici
al genocidio armeno del 1915-1917, il rapporto tra uomo e natura,
tra uomo e religione, tra uomo e progresso) ma stavolta con un approccio
più intimista e personale (basti ascoltare le liriche di Baby,
un testo "d'amore" -o di "non amore"- molto personale
e fuori dagli schemi).
Tutte le tracce sono state composte interamente da Tankian, anche
per quanto riguarda le parti di batteria (scritte al computer e poi
fatte eseguire dall'amico John Dolmayan in fase di registrazione),
e successivamente arrangiate con l'aiuto di alcuni colleghi musicisti
come Antonio Pontarelli al violino, Bryan "Brain" Mantia
e Larry "Ler" LaLonde (entrambi direttamente dai Primus)
rispettivamente a batteria e chitarra, la cantante d'opera Ani Maldjian
ai cori, Dan Monti a chitarra e basso.
La promozione del disco avviene in maniera singolare: per ognuna delle
12 tracce viene girato un videoclip diverso (ed ognuno da un differente
regista).
Nell'edizione Deluxe dell'album
è presente un secondo disco, contenente 4 tracce tra cui Blue
(una vecchia B-side originariamente dei System of a Down)
e le versioni acustiche di Empty Walls e Feed
Us.
Gli Scars on Broadway
sono la band formata nel 2003 da Daron Malakian (chitarrista e seconda
voce dei System of a Down), per la quale si sono alternate
negli anni diverse line-up (la prima formazione comprendeva addirittura
Casey Chaos degli Amen e Zach Hill dei Team
Sleep).
I momenti che ne hanno determinato l'evoluzione da side-project a
gruppo vero e proprio sono stati essenziamente due, ovvero la messa
in pausa (forse definitiva) dei System of a Down da parte
di Malakian, e l'assorbimento in line-up di John Dolmayan (drummer
dei System of a Down), entrambi avvenimenti del 2006.
L'omonimo debutto Scars on Broadway (Interscope,
2008), a sentire le dichiarazioni di Malakian, avrebbe dovuto allontanarsi
decisamente dal suo tipico stile (tra le influenze sul songwriting
del disco, il chitarrista aveva citato Neil Young e Brian Eno), e
invece conferma ampiamente ogni previsione, dal momento che il sound è un mix di tutte le influenze con le quali Malakian aveva
già affogato Hypnotize: hardcore melodico, punk-rock,
hard-rock alla 1980s, alcuni riff groove-metal, frequente utilizzo
di polifonie vocali.
Parecchio incomprensibile che in apertura vi siano due dei pezzi più scialbi e piatti del lavoro, ovvero Serious e Funny,
ai quali seguono invece due dei pezzi migliori, ovvero le travolgenti
ed esplosive Exploding / Reloading e Stoner-Hate.
L'album prosegue regalando ancora una manciata di buoni momenti: World
Long Gone (con leggerissimi ma ben integrati tocchi di pianoforte),
Kill Each Other / Live Forever (la più catchy
tra le tracce ricalcate su quelle di Hypnotize), Enemy
(valorizzata da, finalmente, imprevedibili cambi stilistici), Cute
Machines (guidata da stratificazioni chitarristiche, drumming
esplosivo e travolgenti influenze post-grunge), ma soprattutto la
conclusiva They Say (il capolavoro del disco, non
a caso estratto come singolo di lancio, trascinato da una ritmica
inarrestabile e un memorabile refrain di distorsioni chitarristiche).
Le restanti tracce, tutte eccessivamente piatte e in confronto abbastanza
scadenti, vagano tra episodi influenzati dall'hard-rock alla 1980s
(Insane, Universe, la più catchy 3005) e la stanca fotocopia delle tracce di
Hypnotize (Babylon, la ballad Whoring
Streets). Il punto più basso dell'album si tocca tuttavia
con Chemicals (Malakian che tenta di imitare vocalmente
Serj Tankian, parti chitarristiche noiose, liriche sciocche, maldestre
comparsate di synth).
A conti fatti, Malakian perde su quasi tutti i fronti con il debutto
dell'ex-compagno Serj Tankian (Elect the Dead, uscito nel
2007), al quale Scars on Broadway risulta superiore
forse solamente nell'utilizzo degli arrangiamenti (a conti fatti anche
eccessivi nel disco di Tankian, mentre qui minimali e funzionali).
L'album palesa innanzitutto alcuni fatti già resi evidenti
da release come Hypnotize, ovvero i limiti del Malakian musicista,
con i suoi pregi (chitarrista creativo e incisivo, a volte ottimo
melodista) e difetti (incapace a sostenere da solo il songwriting
di una band senza cadere in ridondanze e piattezze, scarso liricista,
timbro vocale stridulo, capacità vocali nettamente inferiori
a quelle di Tankian).
In secondo luogo, mostra anche un'eccessiva fretta in fase compositiva,
dal momento che una buona metà dei pezzi suona piatta e banale,
e ai tempi di album come Mezmerize sarebbe finita divisa
tra scarti e B-side.
Qui c'era il materiale giusto per rilasciare un buon EP, selezionando
solamente Exploding / Reloading, Stoner-Hate,
They Say, Cute Machines, Kill
Each Other / Live Forever, Enemy e forse
World Long Gone, mentre invece queste buone tracce
sono affogate e disperse in un mucchio di composizioni mediocri, tanto
per far uscire un full-length.
Malakian, invece che limitarsi ad imitarlo vocalmente a sprazzi, dovrebbe
prendere maggiore esempio da Tankian, diventando meno autoindulgente
e rilasciando un nuovo disco quando tutti i pezzi saranno come minimo
discreti; e, nel frattempo, potrebbe anche pensare a ricucire i rapporti
col più talentuoso collega, per rimettere in piedi una band
che aveva molte più cose da dire.
Il cantante
e polistrumentista Serj Tankian prosegue da solista con il secondo album Imperfect Harmonies (Reprise/Serjical Strike, 2010), lavoro che segna il suo distacco definitivo dalle sonorità rock-metal della band originaria, e si avventura in un nuovo percorso che tenta di unire cantautorato sofisticato e orchestrale, pop barocco e progressive-rock.
I colpi orchestrali che aprono Disowned Inc. sono seguiti da strofe e chorus più soft, con andirivieni di piano, archi neoclassici, drumming elettronico e poi jazzato, ma anche superiore suona Beatus, un riuscito aggiornamento della ballata d'autore, percorsa dagli arrangiamenti più bizzarri (strumenti a corda e a fiato, piano, drumming elettronico minimale, contrappunti vocali femminili), spezzata da un turbinio d'archi e cantata in maniera ispirata.
Il momento più drammatico e operistico arriva con l'intensa Yes, It's Genocide (forse il capolavoro dell'album), per archi, pianoforte e intrecci canori, toccando un'intensità che la successiva Peace Be Revenged traduce in una power-ballad elevata soprattutto dal lavoro vocale di Tankian; un altro momento affidato a sole voci, archi e piano è Gate 21, che tuttavia non riesce affatto a suonare altrettanto struggente, mentre fa di meglio la closer
Wings of Summer, altra intensa ballad, stavolta a piano, voce, violino, fiati e altri tocchi d'arrangiamento, deliziata da sfumature jazzate e dai contributi di Shana Halligan (del duo Bitter:Sweet) come guest vocale.
Le parti mediorientaleggianti sono i momenti migliori di Left of Center, che poi purtroppo sfocia in un non convincente chorus heavy-rock avvolto dagli archi, mentre momenti trascurabili sono la percussiva e piatta Electron, la cavalcata prog-pop Borders Are..., il pop orchestrale a ritmo da disco-music Deserving?, e avrebbe potuto essere sviluppata meglio anche la power-ballad Reconstructive Demonstration, che azzecca un buon chorus ma ristagna in un pop-rock che punta tutto sugli eccessivi arrangiamenti d'archi perdendo rapidamente di vista il centro emozionale lungo la monotonia della struttura.
I System of a Down annunciano una reunion a fine 2010, e tornano in tour nel 2011.