Dopo lo storico split dai Sepultura,
il loro leader Max Cavalera (mente che stava dietro quasi completamente
da solo agli ultimi tre dischi della band)
collabora dapprima con i Deftones, scrivendo
e cantando per loro il pezzo Headup (dedicata al suo figliastro
Dana Wells, la cui morte è alla base dello split), poi fonda
una nuova band. Il nome del gruppo, Soulfly, proviene
proprio dal testo di Headup.
Sull'omonimo disco di debutto, Cavalera si propone di spingere all'estremo
lo sperimentalismo sonoro già adottato in Roots, aumentando
enormemente il grooving dei riff di chitarra e la componente tribale:
non solo le percussioni dominano l'album, ma perfino i componenti
del gruppo sono turnisti provenienti da altre band che Cavalera cambia
continuamente, perché vede la band come una tribù, una
famiglia.
Questa componente spirituale va di pari passo all'adozione di una
piega ancora più crossover-numetal del songwriting di Max,
che difatti trova la produzione ideale nel tocco di Ross Robinson.
Il disco è inoltre infarcito di guest, soluzione derivante
dagli album hip-hop.
Tra i pezzi spiccano la furibonda opener Eye for an Eye,
le micidiali No Hope = No Fear e Bumbklatt
(entrambe dal drumming travolgente), la violenta e drammatica Bleed
(che si avvale di DJ Lethal e Fred Durst dei Limp
Bizkit come guest), la primordiale e con afumature industrial
Tribe, la strumentale e soffusa Soulfly,
la melodica e catchy Umbabarauma (che diventa un
po' l'inno ufficioso del Brasile ai mondiali di calcio del 1998),
la trascinante Quilombo.
Max inoltre raggiunge anche vette di religiosità (First
Commandment, con Chino Moreno dei Deftones
come guest-vocalist), nu-metal (Fire e No),
estremismo sonoro (The Song Remains Insane), e sublima
il tutto nel colossale manifesto di Prejudice.
Si tratta di un disco che spruzza anarchia e voglia di abbattere gli
schemi da ogni poro.
dei Soulfly di Max Cavalera, Primitive è
il naturale proseguimento del disco di debutto: raggruppa tutti gli
elementi più incisivi e caratteristici del precedente lavoro,
e li spinge in una dimensione più matura, compatta e d'impatto.
Primitive è per i Soulfly l'equivalente di
quello che sarà Toxicity per i System
of a Down, per fare il paragone con una band dal sound per certi
versi affine.
L'album si apre alla perfezione con il pezzo più riuscito in
tutta la carriera della band: Back to the Primitive,
dall'introduzione che dura precisamente un minuto prima dell'esplosione,
è un compendio devastante e pressoché perfetto di nu-metal
e tribalismi, e le sue liriche sono uno degli anthem più minimali
e convincenti mai scritti da Cavalera ("Back to the primitive,
fuck all your politics, we got our life to live the way we want to
be" ... "Back to the primitive, fuck all your politics,
forever we will be what we want to be").
Pain pecca nell'essere costruita su praticamente
un solo riff, e quindi risulta ripetitiva; fortunatamente come ospiti
al microfono ci sono Avenell dei Will Haven e Moreno dei
Deftones, che sollevano notevolmente il
pezzo intrecciandosi alla voce di Cavalera.
Tutto torna sui binari giusti con Bring It, che combina
il lato più hardcore e diretto dei Sepultura
ad una divagazione reggae imprevedibile, e Jumpdafuckup,
in cui Corey Taylor degli Slipknot fonde
i suoi growl a quelli di Cavalera, con un risultato impressionante.
Pezzi come Boom, Mulambo e Terrorist
(quest'ultima con al microfono anche Tom Araya degli Slayer,
segno della riappacificazione tra i due cantanti) aggiornano il nu-metal
fondendolo sia con tribalismi sia con una vena estrema (riflettente
le radici sonore di Cavalera) che suona molto più genuina e
potente di quella di dischi che usciranno negli anni seguenti da parte
di band come Slipknot o DevilDriver.
In Memory of... porta la formula nel genere hip-hop
(anche se non raggiunge i livelli che avrebbe potuto, risultando ripetitiva),
mentre la sperimentale Son Song, che unisce melodie
pop in tempo dispari ad escursioni heavy-rock, vede un duetto inimmaginabile
(quello tra Cavalera e Sean Lennon, figlio del più celebre
John).
I momenti soffusi continuano con il prog-jazz etnico di Soulfly
II, mentre la finale Flyhigh, altro anthem,
sfodera un potente riffing groove-metal su cui si amalgama alla perfezione
con la voce soul della cantante Asha Rabouin.
Tutti i pezzi sono inoltre spezzati quasi sempre da bridge, "girotondi"
e divagazioni che anticipano le esplosioni chitarristiche, soluzione
che porta all'estremo uno degli stilemi del nu-metal, facendo sì
che tale elemento dopo questo album diventi un semplice cliché
del genere.
L'unico difetto del lavoro sono le troppe collaborazioni: alcune valorizzano
notevolmente l'album, altre invece spersonalizzano il sound della
band e dunque spezzano il flusso di creatività e potenza del
disco.
Terzo episodio dei Soulfly, popolarmente chiamato
3 (anche se in realtà il vero titolo è
un simbolo grafico comune a molte religioni, nonché il mantra
più sacro della religione induista, traslitterato come
Aum o Ohm, che graficamente somiglia al numero arabo
3).
Semplicemente una versione non ispirata dei due precedenti album,
3 vede Cavalera, nell'epoca della decadenza del trend
nu-metal, semplificare estremamente il proprio songwriting già
non troppo complicato (probabilmente sia per mancanza di idee sia
per un fattore di mercato), confezionando un prodotto piatto e più
orecchiabile.
Downstroy è un auto-plagio di Eye for
an Eye, Seek 'n' Strike è tanto groovy
ed esplosiva al primo ascolto quanto radio-friendly e ripetitiva già
al secondo, Enterfaith ha un sound potente ma è
costruita su parti chitarristiche banali, One vede
la collaborazione vocale di Christian Machado degli Ill
Niño e risulta essere uno dei pezzi più riusciti,
grazie soprattutto alle improvvise esplosioni e al tappeto di percussioni,
L.O.T.M. recupera malamente il thrash-metal dei primi
Sepultura.
Le idee scarseggiano notevolmente anche nella seconda metà
dell'album: 9-11-01 è un inutile minuto di
silenzio dedicato agli attentati dell'11 settembre 2001, Call
to Arms un non troppo brillante thrash-metal con sfumature
groove dedicato alle vittime di quegli stessi attentati, One
Nation e Sangue De Bairro sono due cover.
Soulfly III è uno degli episodi migliori,
ma non è all'altezza delle due strumentali sui dischi precedenti.
Brasil (affogata nelle percussioni tribali e guidata
da un basso groovy che compensa in parte le liriche ridondanti e auto-plagiate)
e la lunga Tree of Pain (8 minuti, con rap del figlio
Ritchie Cavalera e vocalizzi soul di Asha Rabouin) pretendono di essere
anthem, ma convincono appena parzialmente.
In compenso, una collaborazione con il fratello Igor segna la riappacificazione
(dopo quasi 8 anni) tra i due musicisti.
La conclusiva Zumbi è uno strumentale folk-etnico.
Dopo un nuovo cambio di line-up (con musicisti
provenienti da band come Primer 55, Megadeth,
Ill Niño), esce un nuovo disco per
i Soulfly di Max Cavalera.
Prophecy abbandona i principali stilemi nu-metal
(di pari passo con la decadenza del trend) in favore di un approccio
chitarristico più vicino al groove-metal, una forte influenza
dalla world-music (dovuta ad un viaggio in Serbia di Max), e un'impronta
ancora più religiosamente cristiana ai suoi testi.
Il progetto, sulla carta, è ottimo. In pratica, però,
annega troppo spesso a causa di un songwriting zoppicante.
Poche, ma buone, le sorprese: la potenti, curate e trascinanti title-track
e Living Sacrifice (quest'ultima portata da parti chitarristiche devastanti ad essere uno dei massimi vertici di sempre della band), la strumentale Soulfly
IV, il conclusivo soul con tocchi etnici e coda da banda
di paese Wings.
Il resto si divide tra ripetizioni estenuanti del metal dei precedenti
album, solo più influenzato dal death-thrash (Defeat
U, Born Again Anarchist, Execution
Style, Porrada), ed esperimenti di fusioni
musicali (Mars, che parte death-thrash e termina
reggae-folk, e Moses, con trombe e ritmi reggae)
che disperdono il nucleo dei pezzi rendendo il risultato finale eccessivamente
disomogeneo.
Non è un disco di difficile ascolto, come ha scritto qualcuno
(a meno che non si riferisse ad un pubblico di metalheads), è
semplicemente un disco dispersivo (nelle tracce più "crossover")
e poco ispirato (nelle tracce più metal).
A livello di testi, Max a tratti diventa irritante con il suo "integralismo"
cristiano (leggere le liriche di I Believe
per un esempio), ma poi si fa perdonare raggiungendo alti livelli
di spiritualità (come in Moses, dedicata al
suo ultimo figlio).
La singer di impronta soul Asha Rabouin, ormai quasi una componente
del gruppo, canta su I Believe e Wings.
In generale, sebbene più superficiale e ripetitivo rispetto ai primi due dischi, l'album è comunque più conciso e scorrevole del precedente 3, rispetto al quale suona dunque come un lievissimo passo in avanti.
In the Meantime è una cover degli Helmet.
Il 2004 vede purtroppo un episodio drammatico: Moses, ultimo figlio di Max
Cavalera, perde la vita a soli 8 mesi.
Inutile dire che l'avvenimento influisce pesantemente sul musicista,
il quale però decide di proseguire ugualmente con il suo progetto
Soulfly. Stavolta viaggia tra Serbia, Turchia, Russia, USA
e Francia per cercare nuove influenze e nuove risposte.
Dark Ages esce nel 2005, e si presenta indubbiamente come
il miglior album dei Soulfly (secondo solo a Primitive).
Max abbandona l'impasto sonoro costruito sul crossover-rock noisy
tipico dei precedenti full-length: raccoglie le principali caratteristiche
del suo sound e le innesta in un lavoro in cui riffing e drumming
arrivano dritti dal death-thrash del suo gruppo originario, i Sepultura
(quelli di Chaos A.D., particolarmente), recuperando e aggiornando pienamente lo spirito infuriato originale di quel periodo.
Non si può più parlare di nu-metal o crossover-rock;
Dark Ages conia un metal molto vario ma che prende
le sue principali caratteristiche dal groove-metal e dall'estremismo
sonoro tipico del death-metal, colorato grazie a una rinnovata ispirazione
artistica.
Carved Inside sbuca dritta dai Sepultura
dei primi 1990s in una formula brillantemente aggiornata grazie agli
innesti hardcore-punk, Arise Again è uno dei
pezzi più trascinanti mai scritti da Max, Molotov
è hardcore-punk portato all'estremo, Frontlines
(che nel testo cita Disposable Heroes dei Metallica)
e Fuel the Hate sono death-metal vitalizzati da cambi
ritmici ed esplosioni chitarristiche.
Riotstarter mescola eccellentemente distorsioni chitarristiche,
percussioni ed industrial-metal.
Bleak è groove-metal estremamente aggressivo
contaminato dall'industrial, come non se ne sentiva dai tempi d'oro
dei Fear Factory.
(The) March è un breve intermezzo, sempre macchiato
da sfumature "industrial", e gli 8 minuti di Staystrong
presenta una ben riuscita unione tra groove-metal, death-thrash e
inquiete parentesi melodiche.
La chiusura, affidata alla nuova strumentale Soulfly V
(11 minuti), non delude, ed è anzi tra le migliori tracce strumentali
mai scritte dalla band.
Gli elementi etnici sono ancora presenti, ad esempio in I
and I o in Innerspirit, ma non hanno più
nulla della passione tipicamente brasiliana delle precedenti release:
sembrano piuttosto provenire da una band metal scandinava.
Al tutto contribuiscono le atmosfere dei brani, rese ancora più
inquietanti e "dark" dai vari campionamenti (vedesi la cupissima
opener The Dark Ages) e dalle tastiere che fanno
saltuariamente capolino allo scopo di rendere più opprimente
il sound.
Nel 2008 debutta su disco il progetto Cavalera
Conspiracy, con il quale i due fratelli Max e Igor Cavalera tornano
a suonare nella stessa line-up dopo 12 anni di separazione.
Il sesto album dei Soulfly, Conquer (Roadrunner,
2008), è essenzialmente una versione molto più monotona,
derivativa e stanca del buon precedente Dark Ages.
Purtroppo il momento di rinnovata ispirazione di Max sembra proprio
terminato: ripulito il sound da quasi ogni sfumatura etnica, appiattiti
e rimasti privi d'energia i pochi riff groove-metal, assente l'anima
viscerale hardcore-punk, ridotti i pezzi a schematici e già
sentiti thrash-metal, nelle tracce di Conquer è
perfino assente l'atmosfera apocalittica che convogliava la genuina
rabbia esistenziale di Dark Ages.
Timidi accenni synth-rock (Rough) o mediorientali
(For Those About to Rot) a concludere le tracce,
così come cambi ritmici non molto frequenti e comunque prevedibili,
non sollevano di certo la qualità complessiva.
Si distinguono dalla massa solamente le finali Touching the
Void (7 minuti infernalmente cadenzati tra doom, groove-metal e arrangiamenti etnici ma claustrofobici, grazie anche ai preziosi contributi
di Fedayi Pacha) e la solita parentesi strumentale Soulfly
VI (che comunque è nettamente inferiore alle precedenti,
visto che stavolta sembra quasi una banale power-ballad hard-rock
sbucata dai 1980s).
Non si capisce ormai il motivo di una separazione tra Soulfly
e Cavalera Conspiracy: i primi sono ora diventati quasi identici
ai secondi, sound ritrito e scialbo compreso.
Da segnalare le guest vocals di David Vincent (dei Morbid Angel)
nell'opener Blood Fire War Hate, e di Dave Peters
(dei Throwdown) in Unleash.
La formazione dei Soulfly resta la stessa di Conquer anche per il successivo settimo album Omen (Roadrunner, 2010).
Bloodbath & Beyond apre il fuoco con una scarica di hardcore misto a thrash-metal, mostrando una maggior tendenza a recuperare il "groove" perso con il disco precedente, ma le promesse non vengono mantenute lungo il corso del disco.
Rise of the Fallen non presenta parti di chitarra e drumming interessanti, ma viene vitalizzata da brevi tocchi percussivi ed elettronici, e soprattutto dal contributo vocale di Greg Puciato, che la avvicina al sound dei The Dillinger Escape Plan, così come il guest Tommy Victor dei Prong riesce a dare un senso e una propria impronta all'altrimenti non molto interessante groove-metal dalle cadenze marziali opprimenti di Lethal Injection, su cui tuttavia si innestano dei virtuosismi chitarristici in modo non troppo convincente; entrambe costituiscono, assieme all'opener e alla consueta strumentale Soulfly VII (soffusa ballad hard-rock con tocchi latini, orecchiabile anche se suona di vent'anni troppo vecchia), gli unici momenti godibili del disco.
Great Depression abbassa il livello generale con una trita fotocopia del thrash alla Slayer, e su coordinate altrettanto stanche e già sentite si muovono Kingdom, Jeffrey Dahmer e Mega-Doom;
un più marcato spirito hardcore rende Counter Sabotage e Off With Their Heads leggermente superiori alle altre tracce, ma la stessa formula fa invece suonare Vulture Culture solo come una parodia del sound di Beneath the Remains dei Sepultura.
Sembra incredibile il modo in cui lo stesso autore di album continuamente traboccanti di variazioni stilistiche come Soulfly e Primitive si sia ora ridotto a scrivere dischi tanto monotoni e mentalmente chiusi come Conquer e Omen.