Dysfunction
(Flip/Elektra, 1999)
Album
Band statunitense formatasi nel
1995, gli Staind appartengono nettamente al genere
post-grunge, ed è principalmente causa loro e dei Creed
se questo filone ha conosciuto nuovamente un grosso successo popolare
poco dopo il 2000.
Dopo un album autoprodotto (Tormented, rilasciato in 4000
copie), che oltre alle influenze della scena di Seattle mostra anche
una discreta dose di conoscenza del panorama "groove metal",
la band convince Fred Durst dei Limp Bizkit
a farsi mettere sotto contratto per la sua neonata label Flip.
Dysfunction esce così nel 1999, contemporaneamente
all'esordio dei Chevelle; ma, se la volontą
dei Chevelle č quella di costruire un nuovo
alternative-rock partendo da post-grunge e nu-metal, gli Staind
si orientano piuttosto su un grunge che rifiuta l'easy-listening più
immediato, quindi in netto contrasto con la tendenza post-grunge del
periodo (quella di Foo Fighters, Creed,
Nickelback). Gli Staind suonano dunque molto più contaminati
dall'hard-rock, dall'heavy-metal e dal groove-metal di tutti gli act
post-grunge a loro contemporanei.
Sul disco non si trova la melodicità che renderà celebre
il gruppo con la successiva release.
Si trovano invece il grunge oscuro in forma di ballata distorta di
Just Go (debitrice dei Nirvana
e del southern-rock), con un riff d'apertura eccezionale e un proseguimento
trascinante; l'opener Suffocate, frustrata, trascinata
da un basso pulsante, e innestata da sonorità noise; Raw,
forse il capolavoro del disco, che mescola coraggiosamente tutti i
tratti meno easy-listening della band (muri di distorsioni e rumori,
incedere progressive rock, urla filtrate, atmosfere opprimenti e pesanti);
l'heavy rock
ultradistorto di Mudshovel su cui la voce di Lewis
entra decisamente in contrasto, estrapolando dal noise una serie di
melodie; i buoni
episodi Home e A Flat; la chiusura
furibonda e urlata di Spleen (che contiene, dopo
un lungo silenzio, anche la soffusa traccia nascosta Excess
Baggage).
Si può dire che il lavoro suoni come i Soundgarden
uniti ad un gruppo groove metal (ad esempio i Pantera)
e autocontaminati con del noise mutilante, disturbante.
La proposta degli Staind presente su questo disco difficilmente
annoierą l'ascoltatore rock-metal medio, perché si impegna
a mostrare panorami stilistici molto variegati, ma la band necessita
di una personalizzazione del sound: non si possono confezionare lavori
davvero convincenti se essi sembrano richiamare altri gruppi sin dal
primo ascolto, specie se stiamo parlando di gruppi che oramai hanno
sparso le loro intuizioni nel rock già una decina d'anni addietro.
LINE-UP
Aaron Lewis - Vocals, Guitar
Mike Mushok - Guitar
Jon Wysocki - Drums
Johnny April - Bass
TRACKLIST
1. Suffocate – 3:16
2. Just Go – 4:50
3. Me – 4:36
4. Raw – 4:09
5. Mudshovel – 4:41
6. Home – 4:04
7. A Flat – 4:59
8. Crawl – 4:29
9. Spleen (+ Excess Baggage) – 21:01
Break
the Cycle
(Flip/Elektra, 2001)
Album
Dopo un esordio abbastanza promettente,
gli Staind segnano il loro ritorno con lo svendersi al mainstream.
Break the Cycle è un lavoro iper-melodico
rispetto al precedente, e presenta una serie di pezzi costruiti chiaramente
attorno ad un nucleo chitarra-voce, a cui gli altri strumenti si aggiungono
solamente per quella che sembra una pura formalità.
Tutte le tracce sono funzionali al chorus, e il chorus è
funzionale alla melodia vocale di Lewis; melodia che, se a volte convince,
spesso invece stanca e suona ridondante e vacua.
I punti forti del lavoro, ovvero quelli che lo salvano dall'insufficienza,
sono la violenza pienamente grunge di Pressure, le
spruzzate punk su Change, l'inquieta e matura Waste
(dedicata ad un fan suicida), gli arpeggi che sostengono le due orecchiabilissime
ma avvolgenti ballate It's Been Awhile e Outside
(seppur dalle ritmiche un po' troppo forzatamente downtempo), il groove
di For You (rovinato solamente dagli innesti "korniani"
forzati per renderlo una hit), la soffusa Epiphany
con il suo battito elettronico (unico problema: suona come un pezzo
degli Oasis).
Su alcune versioni si trova anche una quattordicesima traccia: la
versione acustica di It's Been Awhile se la release
è americana, e quella live e acustica di Outside
(con Fred Durst alla seconda voce) se la release è australiana
o europea. Due bonus track comunque convincenti, che riportano il
suono ad una dimensione unplugged più riflessiva.
Ma, nonostante ciò, il loro post-grunge (prima oscuro, ispirato,
e contrastante con la scena post-grunge da classifica) ha prodotto
una grossa delusione: gli Staind sono diventati proprio il
genere di gruppo che la loro musica sembrava rifiutare.
La band riesce addirittura a superare in vendite quasi tutti i gruppi
post-grunge che nel periodo infestano le classifiche (Creed,
Foo Fighters, Nickelback), vendendo
cifre esorbitanti (più di 7 milioni di copie). Questo boom
commerciale è frutto più di un'operazione pensata a
tavolino che di una semplice ispirazione artistica più melodica;
la cosa è più palese andando a controllare le liriche:
Lewis, tenendo a mente i successi di Nirvana
e Korn, sembra aver imparato che le frustrazioni
adolescenziali vendono, e quindi sfrutta la cosa; la sua proposta
però, al contrario delle due band sopraccitate, non suona sincera
bensì ruffiana, innocua e forzata (chi può mai credere
ad un trentenne che canta di avere problemi da quindicenne?). Pochi
testi sono convincenti, su tutti quelli di Outside
e Waste, mentre alcuni sfiorano il ridicolo nel loro
commercializzare le inquietudini dei Korn per
una platea di ascoltatori ragazzini (For You, Fade),
seguendo lo schema dei Linkin Park.
Se
riproporre un aggiornato mood grunge nell'età del nu-metal
(cosa fatta con il precedente Dysfunction) può essere
una proposta valida, non lo è certo diluirlo e renderlo innocuo
per poterlo propinare ad un pubblico giovanissimo che soffre di normali
crisi adolescenziali (cosa fatta con questo Break the Cycle).
L'album non è convincente: troppo poco ispirato, pensato per
la classifica, e soprattutto diluito in tonnellate di suoni, soluzioni
e melodie innocue e gią sentite. E non basta avere un cantante come
Lewis, dalla voce sicuramente bella e dotata di una personalità
propria molto forte, a cambiare le cose.
LINE-UP
Aaron Lewis - Vocals, Guitar
Mike Mushok - Guitar
Jon Wysocki - Drums
Johnny April - Bass
TRACKLIST
1. Open Your Eyes – 3:52
2. Pressure – 3:22
3. Fade – 4:03
4. It's Been Awhile – 4:25
5. Change – 3:36
6. Can't Believe – 2:48
7. Epiphany – 4:17
8. Suffer – 3:59
9. Safe Place – 4:35
10. For You – 3:25
11. Outside – 4:52
12. Waste – 3:56
13. Take It – 3:37
14. It's Been Awhile (Acoustic) – 4:30 (U.S. Bonus Track) /
Outside (Live & Acoustic) – 5:41 (Australian and European
Bonus Track)
14
Shades of Grey
(Flip/Elektra, 2003)
Album
Reduce dal successo planetario dell'album Break the Cycle, la band di Aaron Lewis torna sulle scene con il suo nuovo lavoro. Anche se "nuovo" non può certo definirsi il contenuto del suddetto, dato che anche stavolta, come nel precedente disco, la band si prodiga nel mettere assieme un collage di soluzioni grunge vecchie di un decennio; e, come nel precedente disco, il più grosso aggiornamento che vi innesta è quella frustrazione egocentrica adolescenziale tipica di un certo nu-metal.
Inutile quindi aggiungere che il target di pubblico sia stato ben deciso già in fase pre-compositiva, e la band si sia comportata di conseguenza.
In 14 Shades of Grey è comunque presente un sostanziale cambiamento: la componente heavy, che sosteneva Dysfunction e che pur affiorava sporadicamente anche lungo Break the Cycle, è quasi totalmente scomparsa, eclissata in favore di un rimaneggiamento pop-rock del sound complessivo del gruppo.
14 Shades of Grey si potrebbe dunque etichettare ironicamente anche come un disco "heavy pop".
Se l'opener Price to Play convince e trascina, pur ripetendo una formula già sentita, ci si rende presto conto che essa è anche l'unica traccia dal sound fresco e coinvolgente in tutto il disco; How About You attinge nel chorus persino dall'emo (altro segno di svendita del sound da parte della band), mentre So Far Away, modello musicale poi ripreso e fotocopiato in molti episodi successivi, è una ballata discreta ma fin troppo radiofonica e innocua; Yesterday fa emergere ancora qualche debole ispirazione hard-rock, mentre l'insipida Fray non aggiunge nulla, e Zoe Jane arriva addirittura a toccare i confini di mielosità della tipica love-song popolare.
Il resto dell'album suona interamente come una trita imitazione della precedente So Far Away; qualche ventata di freschezza, forse, si può ancora trovare nella discreta Tonight e nella finale (!) Intro, immersa nei delay, ma non basta per risollevare le sorti di un disco decisamente innocuo, stanco e poco ispirato.
Certo, è comprensibile che Lewis si trovi in una fase positiva della propria vita (la nascita di sua figlia, alla quale è tra l'altro dedicata Zoe Jane) e quindi abbia abbandonato le abrasioni pessimistiche, ma gli Staind di 14 Shades of Grey suonano anche logori, stantii, e molto più ripetitivi che influenzati.
LINE-UP
Aaron Lewis - Vocals, Guitar
Mike Mushok - Guitar
Jon Wysocki - Drums
Johnny April - Bass
TRACKLIST
1. Price to Play – 3:35
2. How About You – 3:57
3. So Far Away – 4:04
4. Yesterday – 3:46
5. Fray – 5:03
6. Zoe Jane – 4:36
7. Fill Me Up – 4:24
8. Layne – 4:25
9. Falling Down – 3:55
10. Reality – 4:37
11. Tonight – 4:24
12. Could It Be – 4:43
13. Blow Away – 6:14
14. Intro – 4:28
Chapter
V
(Flip/Atlantic, 2005)
Album
Seppure in una parabola artistica costantemente in discesa da tre album (partendo dal discreto Dysfunction per approdare al mediocre Shades of Grey), gli Staind pare continuino a mietere successi.
Così anche Chapter V, quinto album della band di Lewis, debutta dritto al numero uno nelle chart di mezzo mondo, segno che la formula post-grunge e alternative-rock ultra-manierista del gruppo suona ancora ben commerciabile e funzionante sul mercato, spremuto a suon del detto "squadra che vince non si cambia".
Se l'opener Run Away mostra ancora una band volenterosa di creare un ibrido musicale personale (nel caso specifico tra il loro primissimo sound e l'ultimo album 14 Shades of Grey), confezionando un pezzo decisamente convincente, il singolo Right Here suona invece quasi un autoplagio alla loro hit del 2003 So Far Away, che a sua volta rapinava una serie di cliché power-ballad vecchi di una decina d'anni.
Paper Jesus, pur confezionando delle interessanti divagazioni heavy-rock nuovamente più legate alle prime sonorità del gruppo (quelle di Dysfunction), nella sua patinatura passatista fa già a questo punto del disco percepire all'ascoltatore il timore di avere fra le mani un altro lavoro per nulla originale o fresco. Timore che viene purtroppo confermato dalle tracce immediatamente successive.
Schizophrenic Conversation, discreta ballad per gli standard della band, suona riciclata pari pari dalle stanche ballate presenti in 14 Shades of Grey, senza evolverne minimamente lo stile; Falling si avventura in una rilettura moscia del mood di Break the Cycle; Cross to Bear mescola il classico "Staind-sound" più radio-friendly ad alcune influenze melodiche emo (furba e non condivisibile soluzione già adottata in un paio di pezzi del disco precedente); la pessima Devil comunica noia se non fastidio; l'ascoltabile Please rialza fortunatamente il livello, mentre con Everything Changes si giunge alla classica immancabile ballad melensa, ovviamente fatta singolo, la quale ha tuttavia almeno il pregio di spezzare il sound, ormai diventato insopportabile, del disco; la trascurabile Trippy lascia spazio a King of All Excuses, che probabilmente secondo le intenzioni della band dovrebbe servire ad accontentare i primi fan: suona infatti molto più post-grunge del resto del lavoro (e molto heavy se confrontata anche con i pezzi di 14 Shades of Grey), e finalmente propone delle idee reali; Reply, costituente un discreto finale, viene salvata da un sound sufficientemente variegato e innestato con delle buone trovate chitarristiche (anche se l'incipit sembra una semplice versione punk-rock dell'inizio di Outside).
Nel complesso, si tratta sostanzialmente di un album leggermente migliore del precedente per il semplice motivo che sarebbe stato arduo far di peggio.
Aaron Lewis, in un'intervista appena successiva alla release, ha dichiarato "Having three straight number one albums was a nice big fuck you to a lot of people who have slagged us".
Forse qualcuno dovrebbe spiegargli che proprio la ricerca ruffiana del numero uno in classifica è riuscita a spazzar via completamente personalità e inventiva dalla sua proposta musicale.
LINE-UP
Aaron Lewis - Vocals, Guitar
Mike Mushok - Guitar
Jon Wysocki - Drums
Johnny April - Bass
TRACKLIST
1. Run Away - 3:39
2. Right Here - 4:13
3. Paper Jesus - 4:14
4. Schizophrenic Conversations - 4:32
5. Falling - 4:20
6. Cross to Bear - 3:40
7. Devil - 5:00
8. Please - 4:24
9. Everything Changes - 3:58
10. Take This - 4:42
11. King of All Excuses - 3:39
12. Reply - 4:14
The Illusion of Progress
(Flip/Atlantic/Roadrunner, 2008)
Album
La band di Aaron Lewis torna, dopo 3 anni di silenzio dal precedente
Chapter V, con il nuovo full-length The Illusion
of Progress (Flip/Atlantic/Roadrunner, 2008).
Il songwriting si è ulteriormente annacquato, nel complesso
peggiorando sensibilmente e tornando quasi ai pietosi livelli di 14
Shades of Grey, disco assieme al quale può competere come
peggior uscita di sempre da parte del quartetto.
Una buona metà dei pezzi rivela la crisi artistica del gruppo,
parallela e simile a quella di band come Sevendust,
Disturbed e Chevelle;
gli Staind sembrano non riuscire più a capire come
si faccia a scrivere un pezzo "up-to-face" o anche solo
melodicamente avvincente, e indulgono piuttosto in ballad mosce e
senza alcuna presa melodica, alle quali aggiungono delle chitarre
distorte talmente sottotono da sembrare semplici arrangiamenti di
routine (la produzione annacquata, di pari passo con la stanchezza
dei pezzi stessi, è di Johnny K, già producer per i
primi tre album dei Disturbed).
Rarissimamente gli Staind si ricordano di ciò che
riuscivano a scrivere (bene) ai tempi di Dysfunction: Pardon
Me e Raining Again sono gli unici pezzi
che risollevano la baracca grazie ad una più spiccata vena
malinconica, melodie più post-grunge e chitarre più
in primo piano (la prima potrebbe persino figurare bene nel repertorio
degli ultimi Pearl Jam).
Il resto si divide tra ballad che sembrano imitare non molto brillantemente
quelle degli Switchfoot (con eccezione nella più riuscita
ed emotiva Tangled Up In You), e compromessi tra
la natura post-grunge della band e la loro ormai palese stanchezza
(di questa categoria sono godibili solamente le prime due tracce This
Is It e The Way I Am, ma anche Break
Away, quest'ultima con sfumature melodiche alla Linkin
Park).
Semplicemente fastidiose la pochezza e la stanchezza di pezzi da cestinare
in toto come Believe, Save Me, All
I Want e Lost Along the Way, mentre la lievemente
migliore Rainy Day Parade è la solita power-ballad
post-grunge "standard" che viene riciclata sin dai tempi
di 14 Shades of Grey.
Verso la fine dell'album arriva l'unico episodio bizzarro, ovvero
The Corner, una contaminazione di post-grunge, ballad
pop-rock e gospel (con cori vocali afroamericani stratificati): lodevole
per l'idea alla base, ma dai risultati tutt'altro che memorabili.
La conclusiva Nothing Left to Say, un'ennesima stanca
power-ballad, offre a chi ascolta una spontanea lettura ironica: si
vuol forse suggerire che la stessa band ormai non ha davvero più
nulla da dire?
La Limited Edition offre tre bonus-track acustiche registrate dal
vivo, tra le quali spicca la vecchia hit It's Been Awhile,
il cui ascolto la fa apparire come un capolavoro del rock melodico
se paragonata ai pezzi precedenti: non può che palesare ulteriormente
l'incapacità di songwriter del Lewis del 2008 rispetto al Lewis
del 2001. Al Lewis odierno è rimasta solamente la sempre ottima
capacità vocale, mentre creatività e talento melodico
sembrano scomparsi definitivamente.
LINE-UP
Aaron Lewis - Vocals, Guitar
Mike Mushok - Guitar
Jon Wysocki - Drums
Johnny April - Bass
TRACKLIST
1. This Is It - 3:46
2. The Way I Am - 4:18
3. Believe - 4:17
4. Save Me - 4:52
5. All I Want - 3:29
6. Pardon Me - 5:02
7. Lost Along The Way - 4:19
8. Break Away - 4:09
9. Tangled Up In You - 4:35
10. Raining Again - 3:53
11. Rainy Day Parade - 4:16
12. The Corner - 5:17
13. Nothing Left To Say - 4:40