Stone Sour
(Roadrunner, 2002)
Album
Gli Stone Sour
nascono nel 1992 per mano del cantante Corey Taylor e del batterista
Joel Ekman, ma nel 1997 si sciolgono dal momento che sia Taylor sia il chitarrista
Root entrano a fare parte degli Slipknot
e trovano il successo.
Nel 2002 però Taylor viene ricontattato dal vecchio chitarrista
Josh Rand e assieme decidono di riunire la vecchia line-up e registrare
il primo vero album di debutto.
L'omonimo degli Stone Sour esce così nel 2002,
quando ormai il progetto Slipknot è
esploso a livello mondiale.
Il disco suona un po' come se gli Slipknot,
depurati dalle furibonde percussioni, dall'infoiato drumming di Jordison,
dai campionamenti e dalla vena di follia distruttiva, si mettessero
a suonare alternative rock influenzato sia dall'heavy metal sia dal
grunge.
Sanno dunque fastidiosamente di già sentito le tracce più
violente, come Get Inside e Cold Reader,
ma la band si risolleva non solo con episodi più alternativi
e rockeggianti (Orchids, Blotter,
Monolith e Inhale i più riusciti),
ma perfino con escursioni soft e delicate: la soffusa ballad Bother
esce come singolo spiazzando molti e a conti fatti trascinando al
successo il disco.
La seconda parte dell'album è relativamente meno ispirata,
e il lavoro si chiude con Omega, un monologo di Corey
che poteva anche essere evitato in favore di un'altra traccia; nella
Special Edition sono difatti presenti addirittura altri 5
pezzi, abbastanza violenti e di valore complessivamente discreto.
Il valore del disco è difficilmente individuabile. Se gli Stone Sour suonavano così anche all'epoca
degli esordi (1992), si tratta senza dubbio di una band dotata, che ha saputo
contaminare il grunge creando un alternative metal tutto particolare,
addirittura nel pieno boom della scena di Seattle. Ma non lo si può sapere.
L'unico elemento su cui ci si possa basare è questa release, uscita nel 2002 e dunque successivamente ai primi
album di Slipknot, Chevelle,
Staind e A Perfect Circle,
tutti esordi di cui in questo omonimo si trovano fortissime influenze.
Sotto tale punto di vista, la proposta degli Stone Sour
non è dunque nulla di troppo originale. Auspicabile è attendere un seguito, in cui si possa individuare se la band riuscirà
a maturare ed evolversi in uno stile più incisivo, dato che
le potenzialità del gruppo non sono affatto basse (in particolare
Root e Corey qui mostrano un talento da musicisti completi
e maturi).
LINE-UP
Corey Taylor - Vocals
James Root - Guitar
Josh Rand - Guitar
Shawn Economaki - Bass
Joel Ekman - Drums
Guests:
Sid Wilson - Turntables
TRACKLIST
1. Get Inside – 3:13
2. Orchids – 4:24
3. Cold Reader – 3:41
4. Blotter – 4:02
5. Choose – 4:17
6. Monolith – 3:45
7. Inhale – 4:25
8. Bother – 4:00
9. Blue Study – 4:37
10. Take a Number – 3:42
11. Idle Hands – 3:56
12. Tumult – 4:03
13. Omega – 2:56
+ Special Edition bonus tracks:
14. Rules of Evidence - 3:44
15. The Wicked - 4:55
16. Inside the Cynic - 3:24
17. Kill Everybody - 3:26
18. Road Hogs - 3:53
Come What(ever) May
(Roadrunner, 2006)
Album
Tornano gli Stone Sour
di Corey Taylor, forti di essere riusciti ad influenzare perfino il
sound del suo più celebre gruppo Slipknot, come testimonia il loro
Vol. 3: (The Subliminal Verses) del 2004, trovando comunque il successo del pubblico.
Il cambiamento sostanziale nel secondo disco è la dipartita
del drummer Ekman in favore dell'ex Soulfly
Roy Mayorga, ma il fatto più apprezzabile e positivo è
la netta maturazione del sound, ovvero proprio quello che ci voleva
per una band che con il suo omonimo suonava un po' troppo influenzata
da altri validi gruppi post-grunge.
Come What(ever) May è dunque più raffinato,
più maturo, con delle linee chitarristiche molto più
convincenti e soprattutto un Corey Taylor mai così capace a
trovare e cantare delle linee vocali melodiche ma allo stesso tempo
dirette ed energiche.
Gli Stone Sour proseguono nella loro ibridazione
del grunge più potente con una gran varietà di stilemi
metal, e fortunatamente stavolta le influenze sono
decisamente meno riconoscibili; la band è dunque riuscita a
sopperire alla grossa pecca del suo omonimo disco d'esordio: ha raggiunto
un sound proprio, approcciandosi ad un alternative metal personale
e convincente.
Di contro, il disco ha anche alcuni evidenti difetti: molte tracce
sono costruite su ottime idee ma vengono annacquate da un ritornello
forzatamente catchy (Hell
& Consequences su tutte, nonostante le divagazioni
orientaleggianti); altre
invece risultano decisamente già sentite e poco ispirate (1st
Person, Cardiff, Socio,
Your God), annoiando.
Il lavoro si risolleva qualitativamente grazie a pezzi come le due
ballad Sillyworld e Through Glass
(la seconda più convincente e meno commerciale della prima),
la rockeggiante Made of Scars, e la violenta Reborn;
sono piuttosto convincenti anche la potente opener 30/30-150,
che pecca solamente nel ritornello troppo smorzante, e la title-track,
che propone un grunge tirato e cattivo.
In breve, la band è maturata quanto basta e ha definito molto
meglio il proprio sound, ma purtroppo presenta meno idee rispetto all'esordio.
Complessivamente ci si trova di fronte ad un episodio gradevole
ma dalla qualità di non molto superiore all'omonimo, anche
se avrebbe potuto benissimo esserlo. Il grosso dubbio è che
l'ispirazione sia stata volutamente smorzata in favore di un'orecchiabilità
maggiore.
LINE-UP
Corey Taylor - Vocals
James Root - Guitar
Josh Rand - Guitar
Shawn Economaki - Bass
Roy Mayorga - Drums
TRACKLIST
1. 30/30-150 – 4:18
2. Come What(ever) May – 3:39
3. Hell & Consequences – 3:31
4. Sillyworld – 4:08
5. Made Of Scars – 3:23
6. Reborn – 3:13
7. Your God – 4:43
8. Through Glass – 4:42
9. Socio – 3:20
10. 1st Person – 4:01
11. Cardiff – 4:42
12. Zzyzx Rd. – 5:16
Gli Stone Sour diventano un cliché con il loro terzo
Audio Secrecy(Roadrunner, 2010), una versione meno angosciosa ed immensamente più ammorbidita delle medesime variazioni stilistiche già sentite nei precedenti due dischi.
I pezzi che possono gareggiare alla pari con il passato sono la potente e heavy Mission Statement, la ballad Miracles (con un grazioso intreccio chitarristico che rievoca alcuni preziosismi dei Soundgarden), e i due buoni compromessi tra melodismo mainstream e distorsioni heavy costituiti da The Bitter End e dalla closer Threadbare.
Il resto è purtroppo un accumularsi dei più blandi, generici e banali cliché hard-rock e post-grunge da grande pubblico, derivanti ora dagli Stone Temple Pilots ora dai Creed ora dai Foo Fighters (questi ultimi particolarmente evidenti in Unfinished e Let's Be Honest), con perfino qualche sgradita sbandata pop-rock alla Nickelback (Dying, Hesitate, Pieces, Imperfect), suonati e cantati nella maniera più generica e MTV-oriented possibile.
Tra il poco precedente disco degli Slipknot (contenente sensibili variazioni rispetto agli altri lavori), il conseguente tour e la morte del loro bassista Paul Gray, senza dubbio Taylor e Root hanno avuto qualche difficoltà ad assemblare un nuovo lavoro, e per questo motivo troppi momenti sembrano raffazzonati attorno alle prime idee venute in mente. Ma, come dimostra anche la produzione rifinita e allo stesso tempo soft di Nick Raskulinecz, la band aveva chiaramente anche l'obiettivo di suonare più morbida e radiofonica, perdendo quasi completamente la carica tipica dei primi due album.