Band che in Europa non ha fatto
quasi per niente parlare di sé, i Submersed
si formano nel 2000 a Stephenville, in Texas, dall'unione di Donald Carpenter (voce e pianoforte), Eric Friedman (chitarra e cori), TJ Davis (chitarra), Kelan Luker (basso) e Garrett Whitlock (batteria).
In Due Time, loro debutto, esce nel 2004
per la semisconosciuta Wind-up, e li presenta come una delle band del filone cosiddetto "christian rock" proliferato negli USA in particolare dopo il trauma dell'11 settembre 2001.
La band si accoda alla già lunga serie di artisti alternative-metal che stanno tentando di costruire nuove formule più pop e radio-friendly a partire dagli stereotipi di post-grunge, hard-rock e nu-metal.
Il quintetto ha, sostanzialmente, quattro grosse influenze. La prima, per altro dominante sulle altre, sono i
Creed: da una parte la cosa è volontaria, Carpenter in alcuni episodi ricalca il timbro vocale di Stapp (il
quale a sua volta ricalca Vedder), mentre la musica spesso appare
una fusione di grunge e heavy-metal in chiave radio-friendly, come dunque
i Creed facevano; dall'altra parte è invece involontaria, dato che il sound dei Creed pervade in ogni caso
le tracce per il semplice motivo che Scott
Philips e Mark Tremonti (entrambi ex Creed e poi Alter Bridge) hanno
influenzato pesantemente la realizzazione del disco (Philips vi suona
alcune le parti di batteria, Tremonti produce l'album e vi suona alcune parti
di chitarra).
La seconda influenza sono i Chevelle, probabilmente i primi a suonare un simile
ibrido tra post-grunge e nu-metal, e i Submersed in fondo si orientano
verso una variante personalizzata della stessa idea.
La terza influenza sono i primi A Perfect Circle, anch'essi tra gli alfieri di un nuovo alternative-rock fondato sul post-grunge,
che non ha evidentemente lasciato indifferenti i cinque texani: diverse parti di chitarra e melodie vocali suonano ispirate da un album come Mer De Noms.
La quarta influenza è la scena di Seattle: potrebbe sembrare
che i Submersed siano vicini solamente ai Creed e quindi di
conseguenza ai Pearl Jam (perché
i Creed in fondo non hanno fatto altro che suonarne una loro variante),
ma Davis e Carpenter dimostrano in molti punti (come ad esempio l'opener
Hollow) di saper assimilare e rimasticare in salsa radio-friendly anche qualcosa dei Soundgarden.
In Due Time si apre con cinque pezzi sognanti e dalle melodie catchy ultra-dirette: Hollow, To Peace e la
title-track sono le più fresche, trascinanti
e memorabili, mentre Dripping e Flicker
suonano più soft e addolcite, due perfetti esempi di aggiornamento della classica ballad hard-rock all'era dell'emo-core.
La parte non convincente del disco è rappresentata dalle centrali
Parallelism e Deny Me, sostanzialmente dei plagi ai Creed, ma di poco riesce a sollevarsi la qualità complessiva con la power-ballad You
Run (pericolosamente vicina ai Nickelback) e la più potente Divide the Hate, pezzi che conducono verso un più convincente finale, costituito da Piano Song e Unconcerned.
Nel complesso, il disco è un'uscita non memorabile, ma tutto sommato positiva. Le
influenze citate sono presenti e più che riconoscibili, ma l'album
nella maggior parte degli episodi trasmette una sua personalità
e voglia di comunicare (i testi tentano difatti un approccio "positivo" e "saggio" più che spirituale,
avvicinandosi se non abbracciando del tutto lo stesso pubblico che aveva portato al successo i P.O.D.); la voce di Carpenter
emerge comunque come la differenza nella formula, grazie ai passaggi in cui si sposa in maniera azzeccata
alle parti chitarristiche cercando sempre un contrappunto emotivo, riuscendo ad ammaliare particolarmente in Hollow.
L'uscita, nonostante anni luce inferiore ai dischi più creativi del grunge di Seattle e della tradizione alternative-metal in generale,
mescola alternative-rock, hard-rock, nu-metal e post-grunge in una maniera che all'uscita riesce a suonare ancora un minimo fresca,
e la maturità tecnico-stilistica (seppur aiutata da Philips
e Tremonti) dei singoli componenti contribuisce ad elevarli al di sopra di molti gruppi
a loro contemporanei (ad esempio i Crossfade,
uno dei tanti dal sound simile).
Il secondo album Immortal Verses (Wind-up, 2007)
vede la formazione ridotta a quattro elementi, dopo la dipartita del
chitarrista Eric Friedman.
Il disco ricalca un po' il precedente, ma suona molto meno ispirato
nel riffing (forse proprio a causa dell'assenza di Friedman) e nelle
melodie. Irritante quando tenta di imitare band pop-metal di successo
(l'opener Better Think Again plagia il singolo Points
of Authority dei Linkin Park), trova
invece la propria dimensione espressiva nelle straziate power-ballad
post-grunge come I Feel the Change (il capolavoro
del disco), Price of Fame, Rewind
e Answers (quest'ultima imitante fedelmente i Creed).
La traccia An Artist Prayer è invece una cavalcata
strumentale hard-rock/post-gunge di 5 minuti in cui il chitarrista
TJ Davis sfoga le proprie pulsioni musicali con una serie di assoli,
ed è anche l'unico guizzo convincente di energia assieme a
We All Make Mistakes.
Complessivamente il disco è una delusione se rapportato al
debutto, e la poca creatività delle composizioni è amplificata
ulteriormente dalla produzione stratificata, discutibilmente "piatta"
e impastata.
La band si scioglie nel 2008.