k StepTb Website


Home


FAQ


Music


Cinema


More Stuff




Talking Heads



Talking Heads: 77
(Sire, 1977)
Album

Formatisi nel 1974, i Talking Heads diventano celebri nella scena underground di New York dopo aver aperto per i Ramones al CBGB, nonché per la personalità unica del frontman David Byrne e per la presenza alle tastiere di Jerry Harrison, ex The Modern Lovers.

Il primo disco della band esce (per la Sire) nell'anno 1977, ovvero nell'anno d'oro del punk-rock, e si intitola ironicamente proprio 77 (o Talking Heads: 77, a seconda dell'interpretazione della scritta sulla cover).
I Talking Heads presentano delle similitudini enormi con i contemporanei Television, specie nelle parti chitarristiche; tuttavia, al contrario della band di Verlaine, David Byrne e soci non hanno nulla in comune con lo psychedelic-rock. Essi sono semmai attratti dalla rilettura in chiave intellettuale (provengono dalla Rhode Island School of Design e amano la scena artistica del Greenwich Village) e "slice of life" del garage-rock.
Grazie a questa "forma mentis" riescono a stravolgere il sound del garage-rock: la pulsione istintiva diventa scomposizione e ricomposizione ragionata, il sound ruvido e overboard viene decostruito e frenato, l'emotività viene raffreddata e fatta divenire tensione ossessiva. In questo contesto programmatico, assolutamente nuovo nel rock, vengono quindi inserite le chitarre dal sound alla Television, qui però ridotte a scariche elettriche fulminee e sincopate con l'ossessivo drumming, quindi anche molto più vicine al sound alienato di Captain Beefheart (la cui influenza, nei successivi dischi della band, verrà palesata anche negli arrangiamenti).
Su 77, senza alcuna delle peculiarità di produzione che li caratterizzeranno in seguito, il focus è però forse catalizzato attorno alla figura di Byrne; colpisce innanzitutto la sua voce (acuta, pulita, effemminata, lontana anni luce dai vocalist punk), ma la parte fondamentale la fanno i suoi testi, tanto incisivi quanto semplici (Who Is It?, The Book I Read) e ironici (No Compassion, Don't Worry About the Government), eppure sempre limpidi e genuini a proposito delle angosce e dei timori della sua generazione.
Apice del disco è probabilmente la hit Psycho Killer, cerebrale miniera di citazioni musical-culturali rimasticate secondo l'estetica della band.
Leggenda vuole che la definizione "new wave" sia stata coniata proprio per definire la musica di questo album; se così fosse, il primato sarebbe abbastanza meritato, dal momento che lo stile coniato da 77 diventerà forse il principale ispiratore di quello dell'intera "new wave".


LINE-UP
David Byrne – guitar, vocals
Jerry Harrison – guitar, keyboards
Martina Weymouth – bass
Chris Frantz – drums

TRACKLIST
1. Uh-Oh, Love Comes to Town – 2:48
2. New Feeling – 3:09
3. Tentative Decisions – 3:04
4. Happy Day – 3:55
5. Who Is It? – 1:41
6. No Compassion – 4:47
7. The Book I Read – 4:06
8. Don't Worry About the Government – 3:00
9. First Week/Last Week ... Carefree – 3:19
10. Psycho Killer – 4:19
11. Pulled Up – 4:29




Il secondo disco More Songs about Buildings and Food (Sire, 1978) segna l'inizio della collaborazione della band con Brian Eno (qui in veste di arrangiatore a synth, piano, chitarra, percussioni e cori), genio dell'ambient nonché ex Roxy Music.
Il risultato non è sicuramente quello sperato; Byrne non convince più come in 77 nelle sue escursioni egocentriche ed espressioniste, e men che meno nelle liriche, ora più povere e banali. Le ritmiche assurgono ad elemento principale di tutte le tracce, ma non stupiscono mai: il drumming tiene quasi sempre un tempo da marcia, seguendo ciò che nel post-punk stava diventando il normalissimo trend.
In tutto ciò, la band si ricicla in continuazione, e tenta di replicare Psycho Killer con la similare Warning Sign (comunque uno dei vertici dell'album). Gli altri due vertici sono Found a Job, che con il suo dialogo frenetico tra basso e chitarre dominato dagli ululati vocali e ritmato dal beat danzereccio costituisce il perfetto anello di congiunzione tra il sound di 77 e la new wave demente dei primo Devo, e la travolgente I'm Not in Love, con drumming esagitato su cui si srotola una sequenza di soluzioni chitarristiche fenomenali, pescanti tanto punk-rock quante sfumature country e giri blues-rock (uno dei momenti in cui si esplicita il fantasma di Captain Beefheart, comunque sempre aleggiante sulla band).
Thank You for Sending Me an Angel, The Good Thing e la languida Mind costituiscono altri buoni momenti, che tuttavia si limitano a stipare in strutture easy-listening addobbati da melodie leziose gli stilemi ormai tipicamente associati alla new wave.
Ma la "hit" del disco diventa invece Take Me to the River, una cover di Al Green.

Fear of Music (Sire, 1979) vede lo stile della band sfociare nella vera ossessione di David Byrne, emersa sporadicamente già nei lavori precedenti ma probabilmente fatta uscire del tutto allo scoperto grazie ai confronti di idee con Brian Eno. Trattasi della contaminazione sonora del sound "new wave" con la musica etnica, particolarmente africana (fusione che verrà poi definita da alcuni "world music").
Pezzi come I Zimbra e Life During Wartime sono avvolti da tribalismi e percussioni; Byrne passa spesso dal registro ironico e stridulo al registro drammatico e psicotico, come ben illustra Memories Can't Wait; il desiderio generale è, come prima, quello di coniare una versione intellettuale del synth-rock, ma stavolta dando un ruolo ancora maggiore alle percussioni e alle parti funky del basso (queste ultime unico elemento d'interesse in pezzi come la sconsolata ballad Heaven).
In realtà i Talking Heads stanno semplicemente entrando nel mood della nuova decade (i 1980s), e come svariati altri loro contemporanei "new wavers" smorzano i toni ancora punk in favore di una ricerca sonora più sintetica verso la musica ballabile; ma almeno non scadono nel semplicismo e nei cliché, mantenendo sempre e comunque uno stile sperimentale e ricercato. Il nuovo manifesto è difatti la frase "This is no party, this is no disco", urlata in Life During Wartime.
Brian Eno si fa sentire nitidamente negli arrangiamenti, che costituiscono la principale attrattiva di tracce come Air e Drugs, e a dare un contributo sostanziale alla frenesia di Cities, sorta di versione schitarrata e massimalista dei Suicide più ritmati.
Robert Fripp dei King Crimson suona una piccola parte di chitarra sull'opener I Zimbra.

Terzo e ultimo disco assieme a Brian Eno, Remain in Light (Sire, 1980) è un po' il coronamento estremo della "trilogia", dal momento che ne porta tutti gli elementi non solo all'eccesso barocco, ma anche all'eccesso melodico.
Born Under Punches (The Heat Goes On), uno degli apici, è una cacofonia allucinata di basso (con slap funky), campionamenti rumoristici, chitarre minimaliste, percussioni etniche, cori liturgici; Crosseyed and Painless un synth-rock straniato ed effervescente; Once in a Lifetime è l'apice orecchiabile dell'album, una hit pop-rock da classifica con un chorus memorabile, portata in alto da un testo esistenzialista; The Great Curve, sorta di erede e aggiornamento migliorato di I Zimbra, esplode in un coloratissimo e trascinante arcobaleno di percussioni etniche (Robert Palmer ai bongo), fiati, distorsioni chitarristiche e cori vocali maschili e femminili intrecciati in una polifonia eccelsa; The Overload chiude l'album in un mood dark-ambient ispirato dalle band gothic-rock.
L'intero disco scorre avvolto e scandito da un continuo e progressivo fluire di arrangiamenti percussivi (a tratti anche poliritmici), bassi funk, cori gospel straniati e alienati. Il particolare gusto per gli arrangiamenti (notevole soprattutto nella prima parte dell'album, mentre la seconda metà si arena troppo spesso in territori tedianti) fa chiudere un occhio sulla qualità spesso non molto ispirata dei pezzi (costruiti sempre su di una stessa progressione armonica ripetuta allo sfinimento).
Remain in Light è tanto sperimentale quanto commerciale, ma non soffre di questo dualismo, ed emerge ugualmente dal mediocre oceano dei molti dischi synth-pop del periodo.
Verrà in ogni caso enormemente sopravvalutato negli anni e decenni successivi, solamente per il suo gusto molto melodico (per non dire pop) e barocco (per non dire kitsch), quando invece rimane palese la sua inferiorità innovativa e creativa se confrontato a dischi new wave davvero avanguardisti dello stesso periodo (come ad esempio il poco precedente debutto dei The Pop Group).
Tra i guest compaiono i nomi di Jose Rossy (percussioni), Robert Palmer (percussioni), Nona Hendryx (cori), Adrian Belew dei King Crimson (chitarra, entrato anche stabilmente in line-up per il tour live), e persino Jon Hassell (tromba e corno su Houses in Motion).

Dopo una pausa di tre anni (durante la quale Byrne prosegue da solista mentre Weymouth e Franz fondano i Tom Tom Club), nel 1983 i Talking Heads tornano con il nuovo full-length Speaking in Tongues (Sire, 1983). Stavolta senza Eno, ma con una serie infinita di ospiti.
Le loro ormai caratteristiche teorie di decostruzione del ballabile incontrano il coinvolgimento emotivo sull'opener Burning Down the House, un compendio di tutte le particolarità sonore della band (percussioni, chitarre minimali, synth disco, cantato stridulo), ora però con la forma di un pugno nello stomaco, grazie anche al recupero di una certa foga quasi punk.
La ricetta purtroppo non riesce su gran parte del resto del disco: non costituiscono alcuna novità né la funky Making Flippy Floppy, né la parata di scadenti pezzi synth-pop infarciti di etnicismi (Slippery People, I Get Wild/Wild Gravity, Pull Up the Roots).
La band tocca comunque altri tre vertici con il synth distorto di Girlfriend Is Better, con la sincopata e metallica Swamp, con il synth-soul della conclusiva This Must Be the Place (Naive Melody).
Lungha la lista dei guest: Alex Weir (chitarra), Wally Badarou (synth), Raphael DeJesus, Steve Scales e David van Tieghem (percussioni), Richard Landry (sax), nuovamente Nona Hendryx (cori), Dollette McDonald (cori), Bernie Worrell (synth), Lakshminarayanan Shankar (violino).

Stop Making Sense (1984) è un ottimo film musicale diretto da Jonathan Demme, con una performance live on stage dei Talking Heads comprendente tutte le loro migliori hit.
Verrà pubblicato anche in forma di disco, ma pesantemente editato in studio e privo di alcune delle tracce suonate.

Sesto album dei Talking Heads di David Byrne, Little Creatures (Sire, 1985) vede regredire lo stile del gruppo verso un semplicistico pop ballabile, innestato con contaminazioni country ottimistiche (And She Was, Creatures of Love).
La lista dei guests è ancora una volta sterminata, ma gli arrangiamenti vengono condotti da tastiere e fiati anacronistici.
La band tocca il proprio zenith pop, ma anche il proprio nadir creativo, e sembra ben consapevole di ciò, visto anche il piazzamento solo verso la fine dei due pezzi con qualche rimasuglio del passato ingegno (Walk It Down, Road to Nowhere).

Titolo identico a quello dell'omonimo film (flop al botteghino) di David Byrne, uscito lo stesso anno e con in colonna sonora svariate tracce del disco stesso, Trues Stories (Sire, 1986) esce come settimo album dei Talking Heads.
Una sana dose di follia ottimista, assieme a continui richiami al country, avvolge molti dei pezzi, e in sede compositiva stavolta il risultato, sebbene assolutamente lontano dal sound originario della band, resta comunque leggermente migliore rispetto al precedente album.
Apici del disco l'energetica Love for Sale, le etniche Hey Now e Papa Legba, gli anthem Wild Wild Life e People Like Us, la ballata da fiera Radio Head (che ispirerà il nome della band Radiohead), la chiusura soffusa di City of Dreams (che rilegge l'american dream sotto una tipica ottica byrniana).

Ultimo album dei Talking Heads, che si scioglieranno meno di tre anni più tardi, Naked (Sire, 1988) è anche uno dei loro lavori peggiori.
Byrne affoga qualsiasi spunto musicale nella cosiddetta "world music", facendo trionfare nuovamente percussioni latine e fiati anacronistici, ma il punto più che altro è che la formula risultante suona piatta, algida e priva di una ragion d'essere. La corda è stata tirata anche troppo, ora si è spezzata.
Una lista di guests praticamente infinita occupa i credits del disco.





Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
Copyright © Matthias Stepancich