I TV on the Radio si formano nel 2001 a Brooklyn
(New York, USA) dall'incontro tra Tunde Adebimpe, cantante d'origine
nigeriana laureatosi in cinematografia alla New York University's
Tisch School of the Arts, e dal produttore e polistrumentista David
Andrew Sitek.
Il primo album OK Calculator è un'autoproduzione
del 2002, a tratti parodiante il best-seller discografico OK Computer
dei Radiohead (nel titolo, nella traccia
recitata da una voce artificiale).
Se una buona parte dei pezzi sono semplici skit goliardici (le a cappella
Freeway, Yr God, Aim to
Please, Los Mataban, Sheba Baby
e Buffalo Girls, le ubriache Me - I
e Hurt You, il recitato gutturale Netti Fritti,
il delirio surreale On a Train, gli ironici pochi
secondi della chiusura Untitled) o parentesi acustiche
(Ending of a Show, Y King), in entrambi
i casi registrati lo-fi e low-budget, sono presenti in realtà
anche momenti più ragionati, che palesano una formula stilistica
parecchio sui generis: la demenza sintetica di Robots,
la parentesi dissonante electro-avant-garde Doing My Duty,
il chill-out avvolto da arrangiamenti bizzarri Say You Do,
il quasi-shoegaze surreale Bicycles Are Red Hot.
Passati all'ottima major Touch and Go, i TV on the Radio
pubblicano nel 2003 l'EP Young Liars, con il quale
danno un primo assaggio delle loro vere potenzialità, godendo
allo stesso tempo di una produzione curata ed esperta.
Lasciata da parte la goliardia e focalizzandosi sulle atmosfere drammatiche,
il loro sound muta in una sorta di indie-rock dalle forti tinte post-rock,
autoriali e no-border.
Satellite e Blind catturano alcuni
stilemi ormai standardizzati del post-rock (frammenti sonori che si
dilatano e stratificano in climax), che però vengono forzati
su basi bizzarre (nel primo caso elettronica sporca arrangiata dai
flauti del guest Martin Perna, nel secondo caso electro-trip-hop paludoso
avvolto da droni dissonanti), mentre la title-track
segue il medesimo procedimento di climax dilatato dando più
enfasi alle melodie vocali (derivanti più dall'estetica emo-punk
che altro), e Staring at the Sun, introdotta da vocalizzi
doo-wop, esplode in una traccia indietronica eccezionalmente catchy
senza mai risultare barocca, trendy o easy-listening (una delle prima
grandi magie del gruppo).
Mr. Grieves è una cover doo-wop e a cappella
dell'omonimo pezzo dei Pixies.
All'EP partecipano, oltre al già citato Martin Perna degli
Antibalas al flauto, anche Aaron Hemphill dei Liars
(alla chitarra), Shannon Funchess degli !!!
(alla voce), Brian Chase e Nick Zinner degli Yeah
Yeah Yeahs (rispettivamente a batteria e chitarra), e Katrina
Ford dei Celebration (alla voce).
Il primo full-length
per major è Desperate Youth, Blood Thirsty Babes
(Touch and Go/4AD, 2004), che li lancia in breve tra gli alfieri del
nuovo rock mondiale.
Per la realizzazione del disco è
nel frattempo entrato nella band anche Kyp Malone, a chitarra e seconda voce.
Il nucleo dei pezzi è costituito da tappeti paludosi e abrasivi, ribollenti di distorsioni a
synth e chitarre elettriche, sopra i quali si sbobinano dei drumming
elettronici coadiuvati dagli eccezionali arrangiamenti opera di Sitek, mentre come collante si staglia su tutto la voce di Adebimpe,
utilizzata nelle modalità
espressive più bizzarre, da disturbo di background a frequenti escursioni
nel falsetto, in ogni caso sempre in semi-stream of consciousness confondendo parlato, apparente confusa improvvisazione,
scatti in falsetto e maestose aperture melodiche, e quasi distaccata dall'umore della trama sonora (e tali caratteristiche
rappresentano forse anche l'elemento più originale del sound del disco).
L'opener The Wrong Way progredisce lungo un drumming sporco
apparentemente ottenuto velocizzando un beat trip-hop, mentre entrano
in scena le voci, i fiati jazz (del guest Martin Perna) e gli arrangiamenti
tastieristici frizzanti: il risultato è un panorama inedito,
che tramuta i debiti con stilemi standardizzati (jazz, indietronica
e trip-hop) in una nuova forma di avant-garde orecchiabile.
Segue a ruota una nuova registrazione dell'eccezionale pop-song Staring
at the Sun, già comparsa sull'EP Young Liars,
trascinata da un profondo tappeto elettronico ed elettrizzato, dagli arrangiamenti tastieristici
e vocali, dalle memorabili melodie di Adebimpe.
Con Dreams emerge prepotentemente la loro anima new-wave,
dalla quale derivano il ripetitivo battito scarno abbinato alle chitarre elettriche
punk, ma il tutto viene precipitato in un'atmosfera inquieta e decadente
grazie al lavoro di Sitek su distorsioni e arrangiamenti, mentre il
chorus spezza il flusso con una bolla riflessiva resa sghemba dai
colpi alle tastiere.
King Eternal, che fa leva su un'accoppiata industrial-rock alla Nine Inch Nails tra drumming e riff,
decolla grazie ad una favolosa texture d'arrangiamenti shoegaze e un canto teso
quasi al monologo delirante, con chorus in falsetto spettrale.
A ribadire non solo l'anima giocosa e divertita di OK Calculator, ma
anche la loro capacità e velleità no-border di abbattere
quante più barriere musicali possibili, segue poi il doo-wop
interamente a cappella di Ambulance, cantato mentre delle acque di ruscello scorrono nel soffuso tappeto ambient. Poppy riprende
quello stesso genere di doo-wop e lo innesta
magistralmente su di una base shoegaze ripresa direttamente dagli
esperimenti dell'EP Young Liars, che, unita ad un secco battito
percussivo, rende la traccia l'ennesimo sperimentale e innovativo calderone stilistico. E le variazioni in sede d'arrangiamento proseguono lungo la successiva
Don't Love You, lenta e sommessa ballad dal battito
marziale avvolta da tastiere psychedelic-rock tendenti progressivamente
ad una ipnotica drone-music, con chitarre ora languide ora leggermente funky, mentre si distende a scatti nervosi una delle
melodie vocali più coinvolgenti e rappresentative di Adebimpe.
Chiudono il lavoro Bomb Yourself, che mescola abilmente
soul-funk, chitarre new-wave distorte e sezione ritmica chill-out,
e le catchy melodie della ballad Wear You Out (7 minuti e mezzo), che
da una partenza soffusa su di un tappeto tribale (suonato dal guest
Jaleel Bunton) sfocia presto in un ipnotico e avvolgente climax di tastiere oniriche, flauti, chitarre, e fiati jazz (ancora una volta di Martin Perna).
Il singolo New Health Rock (Touch and Go, 2004) è
una traccia che mescola bizzarre melodie vocali, batteria agitata
arrangiata da un tappeto di percussioni, e concitate aperture melodiche
arrangiate da chitarre post-rock dilatate nel chorus.
Esce sul mercato accompagnato dalle B-side The Wrong Way e Modern
Romance (cover di un pezzo degli Yeah
Yeah Yeahs).
Il terzo full-length Return to Cookie Mountain (4AD/Interscope,
2006) è l'opera che li consacra definitivamente come uno dei
più interessanti act musicali "alternativi" nel mondo
del rock e del pop.
La produzione è ulteriormente migliorata (anche grazie ad un
high-budget), e nel frattempo sono entrati a far parte della band
anche altri due polistrumentisti, ovvero Jaleel Bunton (batteria,
ma anche chitarra, tastiere e cori) e Gerard Smith (basso, tastiere,
chitarra, cori).
L'umore del disco riflette l'allargamento a quintetto e quindi una
più sentita identità di "rock band", un'euforia
più giocosa e sperimentatrice in sede compositiva (che viene però quasi
sempre utilizzata per costruire pathos emotivo, non per divertire),
e un conseguentemente maggiore tour de force di bizzarrie stilistiche.
L'opener I Was a Lover è già un manifesto
degli arrangiamenti geniali di Sitek e soci (battito electro-hip-hop,
sample di fiati distorti, rumorismi epilettici, fratture percorse
da pianoforti, esplosioni di chitarre shoegaze nel background), coronato
dalle melodie vocali dal timbro inconfondibile di Adebimpe, che già
stupisce grazie al suo peculiare falsetto (per chi si fosse perso
le sue prove a cappella nei precedenti dischi); i fiati leggermente
dissonanti tornano sull'anche più inquieta e vibrante Hours,
trascinata da un drumming sporco e marziale avvolto da droni e trafitto
da colpi alle tastiere, con Adebimpe che riesce a confezionare alcune
delle sue melodie più catchy, giocando ancora con il falsetto e le sovrapposizioni vocali
(facendosi aiutare anche dalla guest Kazu Makino dei Blonde Redhead).
La successiva Province trasporta tutto il calderone
sonoro dei primi due pezzi verso una ballata molto più vicina
ai canoni radiofonici, senza per questo sfociare nei cliché:
gli inquietanti accordi al pianoforte esaltano con pathos il pezzo, mentre le
voci stratificate (delle quali una è David Bowie) lo perforano, soprattutto nei momenti cantati nuovamente
in falsetto; il testo palesa inoltre una certa maturità lirica, ormai raggiunta tramite un avvicinamento
progressivo a tematiche non propriamente spensierate.
L'equilibrio melodico viene in
ogni caso sbranato dalle successive Playhouses e
Wolf Like Me (quest'ultima una celebrazione della
licantropia come metafora della diversità individuale, oltre
che un esplicito tributo allo storico bluesman Howlin' Wolf), esplosive tracce guidate
da possenti riff distorti digitalmente, drumming agitati e grandiosi
lavori di stratificazione chitarristica, tastieristica e vocale (con polifonie vocali che toccano l'apice creativo in
particolare nelle strofe della prima e in tutta la memorabile ultima metà della seconda).
La melodia vocale più catchy viene comunque forse regalata
da A Method, su ritmo da marcetta, avvolta da distorsioni,
percussioni, polifonie vocali derivanti alla lontana dal doo-wop,
e con chiusura stratificata tra falsetti e fischiettii; al contrario,
Let the Devil In è una caotica orgia di cori
sgraziati, con strati di chitarre distorte e sezione ritmica percussiva.
Seguono poi la ben più "easy listening" power-ballad Dirtywhirl,
ancora una volta un'esperienza sonora che agglomera una serie di svariate influenze
da rock, pop e blues, rese oramai irriconoscibili grazie all'imponente
lavoro d'arrangiamento a chitarre e tastiere, e il synth-pop con forti echi new-wave/gothic-rock di Blues from Down Here,
arrangiato da borbottanti fiati e coniugato a progressioni armoniche rhythm'n'blues tramutate in battito indietronico digitale.
Chiudono il disco la lullaby con chorus in falsetto Tonight,
dall'anima spettrale e dissonante, e gli 8 minuti dell'incubo digitale Wash
the Day, che fondono assieme un tappeto industrial-rock distorto alla
Nine Inch Nails, arrangiamenti orientaleggianti
al sitar, melodie vocali catchy e spruzzate dissonanti.
Le successive 14 tracce sono composte ognuna da 17 secondi di silenzio,
sino ai due minuti scarsi della traccia di chiusura, che raccolgono
suoni d'ambiente registrati nella sala prove.
Nella release statunitense sono incluse come bonus-track Snakes
and Martyrs (una prima versione di Hours),
il remix Hours (El-P Remix) opera del rapper El-P, e l'inedita ballad jazz
Things You Can Do.
Numerosi i guest: Katrina Ford dei Celebration (cori), Jeremy
Wilms (violoncello su Hours), i già citati David Bowie (cori su
Province) e Kazu Makino dei Blonde
Redhead (cori su Hours), Omega Moon dei The Majesticons
(cori su Playhouses), Martin Perna degli Antibalas
(sax baritono su Wolf Like Me, fiati su Blues
from Down Here), Stuart Bogie degli Antibalas (fiati
su Blues from Down Here), Aaron Aites (cori su Let
the Devil In), Aku Orraca-Tetteh, Akwetey Orraca-Tetteh e
Devang Shah (cori e percussioni su Let the Devil In),
Chris Taylor dei Grizzly Bear (fiati su Blues From
Down Here, clarinetto su Tonight).
Con questo disco e il precedente, si può dire che i TV
on the Radio abbiano coniato un nuovo approccio stilistico nel
panorama della musica "popolare", che, sebbene derivi parzialmente
soprattutto da indietronica, post-rock e industrial-rock,
in realtà ne risulta perfettamente slegato, e non solo grazie
alle altre più disparate influenze che vanno a confondere il calderone (jazz, rhythm'n'blues, avant-garde,
doo-wop), ma anche a causa del rimaneggiamento fuori dagli schemi
e profondamente personale che i singoli membri hanno saputo trarre
dal mosaico: quella disegnata dai TV on the Radio è
una strada differente rispetto alle convenzioni trendy di pop, rock
ed elettronica (riuscendo però a riprendere di tutti e tre i mondi lo spirito più affascinante), che porta con sé la forza di incenerire tutti
quegli stilemi musicali in circolazione ignobilmente modaioli o esauriti dallo sfruttamento
intensivo, e che scorre senza sbavature ad ogni ascolto in quanto non forzata ma sfociata in maniera
naturale e fluviale dall'innato talento post-modernista della band stessa.
Il quarto album dei brooklynesi TV on the Radio è
Dear Science (4AD/Interscope, 2008), prodotto ancora
una volta, come tutti i precedenti, dallo stesso fondatore del progetto,
il polistrumentista David Andrew Sitek.
La sostanziale differenza con le precedenti release è
una sola: stavolta i pezzi sono realmente vicini al formato-canzone
e all'easy listening, non solo per quanto riguarda le melodie vocali
molto catchy (che per la band non sono una novità sin dai tempi
di Staring at the Sun) ma anche per quanto riguarda gli umori
(quelli più inquieti e cupi sono stati quasi cancellati) e
le sonorità (quelle più thriller sono state ridotte
da terremoti sonori a scariche synth-rock tutto sommato innocue, se
non proprio sostituite da sound più allegri e adatti al mainstream,
come ad esempio i ricorrenti battiti di mani nelle ritmiche).
C'è ugualmente una buona, se non ottima, notizia: il quintetto
non ha perso il proprio buon gusto e la propria sapienza nell'assemblare
melodie e arrangiamenti, anzi, ha tratto da quest'occasione un motivo
per rinnovarsi e sfogare la propria vena più orecchiabile.
Ed è per questo motivo che Dear Science non
suona affatto come una mera svendita al mercato, bensì come
un'apertura più melodica e mainstream ma allo stesso tempo
colma di creatività, passione, eleganza e buon gusto; si tratta
quindi innanzitutto di una magistrale lezione di stile a tutte le
band "indietroniche" che hanno infestato il panorama mediatico
dei 2000s con album nel migliore dei casi costruiti su un'idea ripetuta
all'infinito e nel peggiore dei casi con un aggiornamento digitale
e barocco delle sonorità pop più stucchevoli in voga
vent'anni prima.
La sapienza nell'assemblare tessiture sonore raffinate, avvolgenti
e impeccabili è la caratteristica che ricorre lungo tutto Dear
Science, e, unita alla centralità e alla brillantezza
delle melodie vocali di Tunde Adebimpe, riesce a compiere miracoli,
spesso trasformando stilemi pop retrò in nuove impensabili
forme musicali.
Ed è il caso soprattutto di Crying, un pop-funk
vocalmente e musicalmente chiaramente influenzato dalle hit di Prince
e dai pop ironici dei Faith No More,
che Sitek riesce a vitalizzare grazie ad una fontana di synth e sample
di background.
In altri casi la band suona anche decisamente meno languidamente retrò,
coinvolgendo quindi ulteriormente: l'opener Halfway Home
evolve su di un tappeto percussivo avvolto dai droni tastieristici,
incorporando doo-wop, flauti e chorus in falsetto irresistibile, sino
all'esplosione quasi-shoegaze finale; Dancing Choose fonde un rap su base sintetica con un refrain vocale memorabile ed
esplosivi arrangiamenti a tastiere, chitarre e sassofoni; Stork
and Owl riprende melodie vocali e arrangiamenti agli archi
nel pieno stile The Cure, ma ancora una volta
all'interno di un panorama sonoro digitalmente raffinato e impreziosito.
I cali purtroppo arrivano a metà disco: Golden Age
è un compromesso dance-pop in pieno stile disco-soul alla 1970s,
seppur vitalizzato dai sound frizzanti, dalle polifonie vocali e dall'influenza blues, e Family
Tree si abbandona alla tipica ballad romantica immersa negli archi
che, con melodie molto simili, è già stata oramai abusata da
molte band indie-pop.
La possibilità di ristagno viene comunque incenerita dalla
grandiosa sequenza conclusiva: Red Dress trascina
in un funk melodico e ballabile, con un chorus eccezionale e un background
esplosivo di sassofoni, congas, trombone e tromba; la malinconica
ballad Love Dog evolve da soffuso electro-trip-hop
ad un climax dilatato dagli archi, riuscendo a non sprecare nemmeno
un secondo di musica nell'ottenere il risultato emotivo finale; Shout
Me Out non solo è trainata da melodie vocali catchy,
ma esplode in un climax prima ritmico e poi chitarristico e stratificato
che ricorda gli esperimenti di Desperate Youth, Blood Thirsty
Babes; DLZ, forse il capolavoro del disco, non
avrebbe assolutamente sfigurato su Return to Cookie Mountain:
il suo umore cupo forse cozza con la leggerezza delle restanti tracce,
ma regala le melodie vocali più coinvolgenti e uno dei tappeti
sonori più scoppiettanti, oltre ad uno dei testi più
maturi di Adebimpe.
La chiusura è invece affidata all'eccentrica Lover's
Day, che contamina l'indie-pop con un piglio quasi folkloristico
(la batteria si fa tribale e marziale, i fiati leggermente dissonanti
sembrano evocare le bande di paese), che, unito alla sovrapposizione
di voce maschile e femminile (della guest Eleanore
Everdell), può facilmente riportare
alla mente i primi Arcade Fire.
Anche se non al livello innovativo e stilistico di un'opera sovversiva
come Return to Cookie Mountain, l'album resta un lavoro estremamente
godibile e personale.
Certo, se due deboli episodi come Golden Age e Family
Tree fossero stati sostituiti da pezzi più sperimentali
o dal pathos perforante (sul modello di Staring at the Sun,
I Was a Lover, Hours, Wolf Like Me o Playhouses,
per esemplificare), il disco sarebbe risultato ottimo se non una vera
perla, ma nel panorama della musica mainstream ad esso contemporanea,
povero di nuove idee ma sempre ricco di trend cestinabili in toto,
resta un'uscita che non può destare lamentele.
I TV on the Radio sono in ogni caso attesi al varco: Dear
Science è da considerarsi una parentesi o un nuovo
corso di carriera?
Ancora più lunga del solito la lista dei guest: gli Antibalas
Martin Perna (flauto), Stuart Bogie (sax), Aaron Johnson (trombone)
ed Eric Biondo (tromba), inoltre Yoshi Takamasa (shaker, congas, percussioni
e campane), Colin Stetson (sax), Claudia Chopek e Janis Shen (violino),
Eleanor Norton (violoncello), Lara Hicks (viola), Katrina
Ford dei Celebration (voce), David Bergander sempre dei Celebration
(batteria), Perry Serpa (arrangiamenti d'archi), Leah Paul (corno),
Eleanore Everdell (voce), Matana Roberts (sax e clarinetto).
Nine Types of Light (Interscope, 2011), quinto album dei TV on the Radio, chiarisce i dubbi sul corso musicale della band: il precedente Dear Science pare fosse proprio il capostipite di un loro nuovo approccio musicale, più pop e catchy. Allo stesso tempo, il disco suona tuttavia ben più immerso in umori cupi ed esistenzialisti rispetto al più frizzante e gioioso predecessore, tale differenza evidentemente derivata dalla grave malattia del bassista Gerard A. Smith, presente alle sessioni di registrazione ma purtroppo morto di cancro dieci giorni dopo la release. In un tale clima è comprensibile l'assenza di leggerezze come Dancing Choose o Golden Age, ciononostante la band ha proseguito a battere le strade del pop melodico e accessibile, rileggendolo attraverso le proprie bizzarre, contaminate e visionarie idee.
Gli hook melodici immediati si contano in misura minore rispetto a Dear Science, ma il disco parte scodellando subito una trascinante Second Song, già colma di idee sonore: partenza in sordina con timide percussioni e desolato crooning vocale su di un denso tappeto d'organo che potrebbe provenire dagli Arcade Fire, ingloba improvvisamente degli spasmi chitarristici ed esplode poi in un soul-funk cantato con falsetto alla Prince, arrangiato ai fiati, e tanto ballabile quanto tinto di malinconia; si tratta però forse anche dell'unico momento relativamente spensierato in tutto il disco.
La loro devastante capacità di amalgamare senza sbavature generi musicali distanti non è sparita, come dimostra You, ritmata come un trip-hop, arrangiata con un mix di tappeti elettronici-industriali, synth dance-punk, stratificazioni drammatiche e giochi chitarristici post-rock.
I battiti bombastici spariscono per i 6 minuti di Killer Crane, la traccia più lunga e più ipnotica, che si dilata nello spazio grazie a languide stratificazioni strumentali, con la voce di Adebimpe prima avvolta da un drone d'organo e poi da un'unione di chitarre acustiche folkeggianti (con pizzichi orientali) e arrangiamenti d'archi.
I TV on the Radio sembrano cercare anche la hit con Will Do, un lento pezzo di (nella sostanza) romantico revival new-wave che però suona troppo radiofonico per gli ascoltatori più esperti, e troppo stravagante per il pubblico mainstream, sebbene curato con il solito buon gusto e potenzialmente lanciabile per scalare qualsiasi chart, ben più di tutte le imbarazzanti ballad che vi si trovano solitamente.
Altrove l'album non riesce altrettanto bene, e nella prima metà particolarmente Keep Your Heart e No Future Shock suonano piuttosto deboli, la prima costruita senza troppa fantasia sulla falsa riga di alcuni pezzi dei precedenti dischi (particolarmente Let the Devil In e Province), diluiti e resi più generici, la seconda un caotico accumulo di sonorità eterogenee che non riescono a trovare armonia e spontaneità.
Questi due pezzi vengono parzialmente riscattati da un'ultima parte d'album più disorientante e psichedelica, anche se non al livello dei loro migliori dischi. I quattro pezzi finali sono difatti una dimostrazione di quanto la band abbia ancora voglia di sperimentare e stratificare in maniera maniacale: il battito electro e i synth ruvidi e angolari (con qualche tocco perfino electroclash) di New Cannonball Run riescono ad amalgamarsi alla perfezione con l'ingresso dei possenti fiati (un po' in stile
James White & The Blacks) verso metà della traccia; allo stesso modo, la voce in Repetition si unisce perfettamente ai trilli chitarristici nel catchy e ritmato chorus, prima di un cambio ritmo improvviso alla Faith No More, con organo e voce gotica, cui segue un nuovo climax di shredding chitarristici e slogan declamato ripetutamente in modo quasi hip-hop; il cupo e inizialmente spoglio trip-hop metropolitano di Forgotten si tramuta in un carnevale di fiati, melodie fischiettate, falsetti e percussioni; la conclusiva Caffeinated Consciousness alterna strofe di rock bombastico e distorto (ma ben meno rispetto ai loro primi dischi) con un chorus riflessivo avvolto da arrangiamenti vellutatamente dissonanti, terminando in una coda di stratificazioni che resta uno dei momenti migliori in tutto il disco.
Questo ritorno vagamente in sordina dei TV on the Radio non riesce a gareggiare con i precedenti lavori, ma prosegue in maniera non scontata il discorso di Dear Science, mostrando ancora una volta delle capacità d'arrangiamento e mescolamento d'influenze nettamente superiori e più creative rispetto a quelle di tutto il panorama indie-rock a loro contemporaneo, e, anche se a volte ricalcando e banalizzando i propri marchi di fabbrica, riesce a costruire del pop-rock piuttosto catchy nonostante le poderose iniezioni di pessimismo. Purtroppo, però, stavolta c'è assai poco di interessante per chi li segue fin dagli esordi.